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Farmaco e Cura

03/10/2011 09:28 Condividi

Farmaco e Cura h1 a:hover div#emailbody table#itemcontentlist tr td div ul div#emailbody table#itemcontentlist tr td div blockquote div#emailbody table#itemcontentlist tr td div li table#itemcontentlist tr td a:link, table#itemcontentlist tr td a:visited, table#itemcontentlist tr td a:active, ul#summarylist li a img Farmaco e Cura

Onicomicosi (micosi alle unghie): terapia, rimedi e cura

Posted: 02 Oct 2011 11:16 PM PDT

Il presente articolo tratta in modo piuttosto tecnico il trattamento terapeutico delle onicomicosi; nel caso si desiderasse leggere un’introduzione più semplice alla patologia è possibile fare riferimento all’articolo principale: Micosi alle unghie (onicomicosi): sintomi, prevenzione e cura.

Introduzione Classificazione Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

Le onicomicosi rappresentano, da sole, un terzo delle infezioni micotiche della pelle.

Solo il 50 per cento circa delle distrofie (degenerazione strutturale e funzionale) ungueali è causato dai funghi quindi, prima di iniziare la terapia, è sempre opportuno confermare la diagnosi con l’aiuto di un dermatologo (attraverso la preparazione di idrossido di potassio, con la coltura o con l’esame del tessuto).

Attualmente i pazienti hanno a disposizione farmaci antimicotici di ultima generazione, più efficaci dei precedenti e in grado di curare le onicomicosi con maggior facilità. La terbinafina (Lamisil®) e l’itraconazolo(Sporanox®, Triasporin®) sono i due principi attivi di prima linea e, anche se la Food and Drug Administration non ha approvato l’uso del fluconazolo (Diflucan®) come terapia per le micosi delle unghie, i primi dati sull’efficacia di questo principio attivo sembrano promettenti.

La terapia orale continua con la terbinafina è maggiormente efficace contro i funghi dermatofiti, responsabili della maggior parte degli episodi di onicomicosi. La terapia intermittente con l’itraconazolo è sicura ed efficace come terapia di breve periodo, ma è più economica e conveniente.

Se tenuti sotto stretto controllo medico, i pazienti in terapia con gli agenti antimicotici di ultima generazione hanno buone probabilità di guarire dall’onicomicosi e dalle sue complicazioni.

La micosi dell’unghia (Tinea unguium) è un’infezione micotica del letto, della matrice o della lamina dell’unghia; le unghie dei piedi sono colpite con maggior frequenza rispetto a quelle delle mani. Le onicomicosi rappresentano, da sole, un terzo delle infezioni micotiche tegumentarie e il 50 per cento dei disturbi a carico delle unghie. L’onicomicosi colpisce in particolar modo gli adulti, soprattutto gli over 60: l’incidenza di quest’infezione è probabilmente maggiore rispetto al 2 per cento riferito, e potrebbe arrivare fino al 14 per cento. L’incidenza è aumentata rispetto al passato per via delle scarpe chiuse, dell’esposizione delle unghie negli spogliatoi e della diffusione dei diversi ceppi di funghi.

L’onicomicosi non è soltanto un problema cosmetico, anche se le persone colpite da quest’infezione spesso si sentono a disagio per via dell’aspetto decisamente brutto delle loro unghie. In alcuni casi l’infezione limita la mobilità, e quindi può ostacolare indirettamente la circolazione periferica, facendo peggiorare le patologie come la stasi venosa e le ulcere diabetiche dei piedi. Le micosi delle unghie si possono diffondere in altre parti del corpo e, in alcuni casi, possono essere contagiose.

Le unghie possono essere infettate dai dermatofiti, dai lieviti e dai funghi non dermatofiti. La rilevanza clinica dei funghi non dermatofiti non è certa, perché potrebbe trattarsi di organismi infettivi non veramente patogeni.

Classificazione Onicomicosi subungueale distale

Il tipo più diffuso di Tinea unguium è l’onicomicosi subungueale distale o, in alternativa, distale-laterale. L’onicomicosi subungueale distale può colpire le unghie dei piedi e/o delle mani ed è sempre presente un’infezione da Tinea pedis, più o meno grave. L’infezione di norma è provocata dal Trichophyton rubrum, che invade il letto ungueale e la parte inferiore del corpo dell’unghia, iniziando dalla cuticola (eponichio) e poi migrando per prossimità attraverso la matrice ungueale sottostante. La tendenza alla comparsa dell’onicomicosi subungueale distale probabilmente dipende da fattori ereditari.

Onicomicosi bianca superficiale

I casi di onicomicosi bianca superficiale rappresentano soltanto il 10 per cento di tutte le infezioni micotiche sulle unghie. Questo disturbo di solito colpisce le unghie dei piedi, è causata da determinati funghi che invadono direttamente gli strati superficiali del corpo ungueale e formano chiazze opache, con bordi ben definiti e di colore bianco. Con il progredire del disturbo le chiazze si uniscono e coprono l’intera unghia che diventa ruvida e fragile, sbriciolandosi con facilità. L’agente patogeno collegato con maggior frequenza a questo disturbo è il Trichophyton mentagrophytes.

Onicomicosi subungueale prossimale

L’onicomicosi subungueale prossimale è il tipo di Tinea unguium che si manifesta con minor frequenza nei pazienti sani. Si verifica quando l’agente infettivo, di norma il T. rubrum, invade l’unghia attraverso la cuticola, penetra nell’unghia appena formata e poi migra distalmente. Le unghie dei piedi e quelle delle mani sono colpite con uguale frequenza. Questa forma di onicomicosi di solito si verifica in pazienti con problemi a carico del sistema immunitario ed è considerata un sintomo del virus dell’immunodeficienza umana. L’onicomicosi subungueale prossimale può anche essere dovuta a un trauma locale.

Onicomicosi da candida

I pazienti affetti da candidosi mucocutanea cronica possono sviluppare infezioni micotiche delle unghie. Le varie specie di candida sono in grado di invadere le unghie già danneggiate da infezioni o traumi. La paronichia da candida colpisce con maggior frequenza le mani e di solito si verifica in pazienti che tengono le mani in acqua a lungo.

Onicomicosi totale distrofica

L’onicomicosi totale distrofica può essere una conseguenza diretta di una qualsiasi delle quattro forme principali viste, è caratterizzata dalla distruzione totale del corpo ungueale.

Diagnosi

La diagnosi differenziale mira ad escludere altre malattie che possono essere scambiate per infezioni da funghi sull’unghia:

la psoriasi, il lichen planus, la dermatite da contatto, i traumi, i tumori del letto ungueale, la sindrome delle unghie gialle.

Si può escludere la presenza di funghi quando tutte le unghie delle mani o dei piedi presentano il disturbo.

Come ottenere il campione

La tecnica usata per ottenere il campione e sottoporlo ad analisi dipende dalla zona colpita dall’infezione.

Nell’onicomicosi subungueale distale la concentrazione del fungo è massima all’interno del letto ungueale, quindi dopo aver tagliato le unghie corte, è possibile ottenere il campione usando una piccola curetta od un bisturi; il campione deve essere ottenuto dal letto ungueale, il più vicino possibile alla cuticola. Un secondo campione dovrebbe essere raccolto dal lato inferiore del corpo ungueale. Nell’onicomicosi bianca superficiale è possibile usare un bisturi od una curetta per grattare la superficie dell’unghia o la zona bianca e rimuovere le parti infette. Nell’onicomicosi superficiale prossimale il letto ungueale sano dovrebbe essere leggermente sollevato con un bisturi. Per rimuovere il materiale dal letto ungueale prossimale, il più vicino possibile alla lunula è possibile usare una curetta appuntita. Nell’onicomicosi da candida, il materiale infetto dovrebbe essere raccolto dai margini ungueali prossimali e laterali. Cura e terapia

Da sempre la cura delle micosi dell’unghia è abbastanza complicata, la griseofulvina somministrata per via orale è in commercio da molti anni, ma si tratta di un farmaco a spettro ristretto che deve essere somministrato per molto tempo e presenta alti tassi di ricaduta. La forma orale del ketoconazolo è molto più efficace ma presenta il rischio di epatotossicità (disturbi del fegato).

L’onicomicosi, in passato, è stata a lungo curata con preparazioni antimicotiche per uso topico che tuttavia sono scomode da usare e spesso hanno risultati deludenti. La terapia con l’avulsione ungueale combinata con la terapia topica si è dimostrata leggermente più efficace, però quest’approccio può risultare più dispendioso in termini di tempo, più inabilitante e doloroso.

La FDA (Food and Drug Administration) ha approvato lo smalto ciclopirox (non ancora disponibile in Italia) per la terapia topica dell’onicomicosi da lieve a moderata senza coinvolgimento della lunula e causata dalla T. rubrum. La terapia con il ciclopirox è sicura e relativamente poco costosa, ma si dimostra efficace solo in rari casi.

Negli ultimi anni i risultati delle terapie dei pazienti affetti da micosi dell’unghia sono migliorati considerevolmente, soprattutto grazie all’introduzione di farmaci antimicotici per uso orale più efficaci dei precedenti. I dati attuali consigliano l’uso di questi nuovi agenti nell’ambito di terapie individualizzate che considerano i profili dei pazienti, le caratteristiche delle unghie, gli agenti infettivi, il potenziale di tossicità e di interazione del farmaco e le terapie adiuvanti.

Gli antimicotici triazolici e le allilamine hanno in gran parte sostituito la griseofulvina ed il ketoconazolo come farmaci di prima linea per la terapia dell’onicomicosi: questi principi attivi permettono di effettuare terapie più brevi, più efficaci e con meno ricadute. Tra di essi la terbinafina e l’itraconazolo sono quelli usati con maggior frequenza, e anche il fluconazolo sta rapidamente prendendo piede.

Tutti questi farmaci possiedono caratteristiche che ne aumentano l’efficacia:

penetrazione rapida nell’unghia e nel letto ungueale, permanenza nell’unghia per mesi dopo la fine della terapia, profili di sicurezza generalmente buoni.

Le ricerche pubblicate che misurano la “guarigione micotica” (preparazione a base di idrossido di potassio negativa o colture negative) e la “guarigione clinica” (morfologia normale delle unghie) hanno dimostrato l’efficacia di tutti e tre i farmaci.

Terbinafina

La terbinafina (Lamisil®) è un principio attivo allilaminico efficace contro i funghi dermatofiti, responsabili della maggior parte dei casi di onicomicosi. Questo principio attivo è notevolmente meno efficace contro i non dermatofiti, ad esempio contro le varie specie della candida e contro le muffe.

Gli effetti collaterali, tra cui ricordiamo il mal di testa, l’eritema e i disturbi gastrointestinali sono riportati con maggior frequenza dopo l’assunzione di terbinafina che non dopo l’assunzione di placebo, tuttavia gli effetti collaterali sono rari e guariscono sospendendo il farmaco. La terbinafina, a causa del suo metabolismo epatico, ha purtroppo diverse interazioni importanti con altri farmaci:

Farmaco o classe di farmaci Terbinafina Itraconazolo Fluconazolo Benzodiazepine È controindicato l’uso concomitante del midazolam e del triazolam; l’uso delle altre benzodiazepine è sconsigliato. L’uso concomitante è da evitare perché aumenta l’effetto sedativo. Cimetidina Possibile aumento dei livelli della terbinafina Diminuzione dell’assorbimento dell’itraconazolo Possibile diminuzione dei livelli del fluconazolo Neutralizzatori del pH gastrico (istamina antagonisti o H2-bloccanti, inibitori della pompa protonica, sucralfato) La terapia va monitorata attentamente, perché l’assorbimento dell’itraconazolo diminuisce, mentre il pH gastrico aumenta Statine L’uso concomitante è controindicato perché sono stati riferiti casi di rabdomiolisi Idroclorotiazide e farmaci combinati Possibile aumento dei livelli di fluconazolo Ipoglicemici orali (di tutti i tipi) Possibile ulteriore diminuzione della glicemia Rischio di ipoglicemia grave Chinidina Uso concomitante controindicato perché sono state riferite aritmie ventricolari Pimozide Uso concomitante controindicato perché sono state riferite aritmie ventricolari Rifampicina Possibile diminuzione dei livelli della terbinafina Possibile diminuzione dei livelli del fluconazolo Teofillina Possibile aumento dei livelli della teofillina Warfarin Riferite emorragie Aumento del rischio di emorragie Aumento del rischio di emorragie

Alcuni pazienti in terapia con la terbinafina hanno riferito complicazioni rare ma gravi, come l’epatite colestatica, la discrasia ematica e la sindrome di Stevens-Johnson, quindi, prima di iniziare la terapia con la terbinafina è opportuno fare gli esami del sangue (enzimi epatici ed emocromo completo, comprese le piastrine) e, durante la terapia, è consigliabile ripeterli ogni quattro, sei settimane. La terapia a base di terbinafina dovrebbe essere interrotta se i valori dell’aspartato aminotransferasi o dell’alanina amino transferasi aumentano fino a raggiungere il doppio o più del valore normale.

La FDA raccomanda un dosaggio di 250 mg/dì di terbinafina (1 compressa al giorno di Lamisil® od equivalente), per 12 settimane consecutive nel caso di infezione alle unghie dei piedi e di sei settimane nel caso di infezione delle unghie delle mani.

Le ricerche hanno dimostrato che questo regime terapeutico, nel caso delle unghie dei piedi, ha un tasso di guarigione micotica variabile tra il 71 e l’82 per cento e un tasso di guarigione clinica variabile tra il 60 e il 70 per cento. Le terapie più brevi ed il dosaggio intermittente della terbinafina sembrano promettenti, stando a quanto indicato da alcune ricerche minori, ma i dati non sono ancora sufficienti per consigliare l’uso di terapie di questo tipo.

Itraconazolo

L’itraconazolo (Triasporin® e Sporanox®) è un nuovo farmaco della famiglia dei triazoli, con un ampio spettro antimicotico che comprende i dermatofiti, molti funghi non dermatofiti e diverse specie di candida. Il mal di testa, le eruzioni cutanee ed i disturbi gastrointestinali si verificano nel 7 per cento circa dei pazienti in terapia, ma la tossicità epatica è rara.
L’itraconazolo è metabolizzato dal sistema epatico del citocromo P450, quindi possono verificarsi interazioni significative con altri farmaci (vedi tabella precedente): in particolare è controindicato l’uso concomitante dell’itraconazolo con la chinidina e la pimozide, per il rischio di aritmie ventricolari. È inoltre controindicato l’uso concomitante dell’itraconazolo e delle statine, come l’atorvastatina (Torvast®), per via dell’aumento del rischio di rabdomiolisi. L’itraconazolo, poi, non dovrebbe essere assunto insieme a determinate benzodiazepine (ansiolitici, tranquillanti e sonniferi), come il midazolam e il triazolam (Halcion®, Songar®), perché aumenta la sedazione e presenta un rischio di compromissione delle vie aeree.
Il pH gastrico troppo elevato ostacola l’assorbimento dell’itraconazolo, pertanto l’efficacia di questo principio attivo antimicotico potrebbe essere compromessa dall’assunzione concomitante degli H2-antagonisti, come la ranitidina (Zantac® e Ranidil® per esempio) e la famotidina (Gastridin®, MyliconAcid®), e degli inibitori della pompa protonica, come l’omeprazolo (Mepral®, Omeprazen®) ed il lansoprazolo (Lanosx®, Limpidex®). Per questo motivo, l’itraconazolo dovrebbe essere assunto durante i pasti.

Il dosaggio consigliato dalla FDA per l’itraconazolo e di 200 mg/dì (in genere due compresse al giorno), per 12 settimane consecutive nel caso di infezioni delle unghie dei piedi e di sei settimane consecutive nel caso delle unghie delle mani. La FDA ha approvato la terapia intermittente solo nel caso di infezione delle unghie delle mani. La terapia intermittente consiste in 200 mg/2 volte dì per una settimana al mese, ripetuti per due o tre mesi (cioè per due o tre volte).

Il dosaggio, somministrato per 3 o 4 volte, si è dimostrato efficace per la terapia delle onicomicosi dei piedi. Gli studi finora pubblicati hanno dimostrato percentuali di successo simili per le terapie continue e intermittenti, con percentuali di guarigione micotica variabili tra il 45 e il 70 per cento e percentuali di guarigione clinica variabili tra il 35 e l’80 per cento.

È consigliato il monitoraggio degli enzimi epatici prima dell’inizio della terapia continua e ogni 4-6 settimane durante la terapia. Non sono invece necessari controlli nel caso della terapia intermittente.

Fluconazolo

Il fluconazolo, come l’itraconazolo, è efficace contro i dermatofiti comuni, le specie di Candida e alcune specie di funghi non dermatofiti. Gli effetti collaterali come la nausea, il mal di testa, il prurito e le anomalie negli enzimi epatici, sono riferiti nel 5 per cento circa dei pazienti in terapia. Gli effetti collaterali, però, scompaiono dopo l’interruzione della terapia con il fluconazolo. L’assorbimento del principio attivo non è influenzato dal pH gastrico e non è in alcun modo legato alla soppressione dell’acidità o all’assunzione di particolari alimenti. Tuttavia il fluconazolo ha altre interazioni farmacologiche importanti (vedi tabella).

Attualmente la FDA non approva il fluconazolo per la terapia dell’onicomicosi, tuttavia i primi dati sull’efficacia sembrano promettenti. L’attenzione dei ricercatori si concentra sul dosaggio di 450 mg una volta a settimana, che sfrutta la farmacocinetica del principio attivo per diminuire i costi della terapia, diminuire la percentuale di effetti collaterali e migliorare potenzialmente il decorso del disturbo.

In uno studio in doppio cieco su pazienti affetti da onicomicosi delle unghie delle mani, il fluconazolo assunto in dosaggio di 450 mg una volta a settimana per tre mesi si è dimostrato connesso a una percentuale di guarigione clinica pari al 90 per cento e all’eliminazione quasi totale del fungo.

Dosaggi inferiori si sono dimostrati leggermente meno efficaci.

Tra la terapia e il placebo non sono state osservate differenze nei rischi di complicazioni.

I dati finora pubblicati relativi all’uso del fluconazolo nelle infezioni micotiche delle unghie dei piedi hanno evidenziato percentuali di “miglioramento clinico” (meno del 25 per cento delle unghie non guarite) variabili tra il 72 e l’89 per cento, mentre il placebo si è fermato a una percentuale del 3 per cento. La durata delle terapie prese in considerazione da queste ricerche andava da un mese ai nove mesi, con un vantaggio minimo, ma comunque misurabile, per terapie più lunghe.

Farmaco antimicotico Indicazioni Dosaggio Controlli ed esami Terbinafina Terapia di prima linea per le infezioni da funghi dermatofiti (maggior parte dei casi di onicomicosi) 250 mg/dì per 6 settimane per la cura delle unghie delle mani e per 12 settimane per la cura delle unghie dei piedi Emocromo completo, ALT e AST prima di iniziare la terapia. Da ripetere ogni 4, 6 settimane durante la terapia. Itraconazolo Terapia alternativa di prima linea per le infezioni da funghi dermatofiti Terapia continua: 200 mg/dì per 6 settimane per le unghie delle mani e per 12 settimane per le unghie dei piedi ALT e AST prima di iniziare. Da ripetere ogni 4, 6 settimane durante la terapia. Terapia raccomandata per i funghi non dermatofiti e la candida Terapia intermittente: 200 mg/ 2 volte dì per 7 giorni al mese, da ripetere per 2 o tre mesi nel caso di infezioni alle unghie delle mani e per 3, 4 mesi nel caso di infezioni alle unghie dei piedi Nessuno consigliato Fluconazolo Terapia di prima linea per le infezioni da candida, anche efficace contro i dermatofiti. Da preferire nel caso di pazienti con regimi farmacologici complicati 150 mg una volta a settimana finché l’unghia non è normale o migliora in modo accettabile (la terapia spesso richiede dai 6 ai 9 mesi) Nessuno consigliato Esperimenti clinici comparativi

La maggior parte dei dati pubblicati relativi al trattamento delle onicomicosi hanno un uso clinico limitato. Molte ricerche sono su piccola scala ed empiriche, e sono carenti per quanto riguarda la randomizzazione e i soggetti di controllo; tuttavia recentemente sono stati pubblicati i risultati di alcuni esperimenti clinici randomizzati e più ampi. Questi studi danno spiegazioni più convincenti per la scelta di terapie più appropriate.

In una ricerca del 1998 condotta su 378 pazienti affetti da micosi alle unghie da dermatofiti, la terapia continua con la terbinafina si è dimostrata più efficace rispetto alla terapia continua con l’itraconazolo, nel caso di onicomicosi delle unghie dei piedi. Le ricerche sulle modalità di guarigione in rapporto alla terapia hanno evidenziato circa l’85 per cento di colture negative nel gruppo trattato con il farmaco, rispetto al 55 per cento del gruppo di controllo, nonché il 65 per cento di miglioramento clinico nel gruppo della terbinafina contro il 37 per cento del gruppo dell’itraconazolo.

Anche altre ricerche che hanno messo a confronto la terbinafina e l’itraconazolo sono giunte a risultati simili. Un recente esperimento clinico prospettico, in doppio cieco, randomizzato e controllato, ha messo a confronto la terapia continua con la terbinafina e la terapia intermittente con l’itraconazolo su 496 pazienti con infezioni micotiche delle unghie dei piedi. Questa ricerca, disegnata in modo ineccepibile, ha dimostrato che la terbinafina dà migliori risultati clinici e micotici a 15 mesi dopo la fine della terapia. Finora il fluconazolo non è stato considerato in nessuno degli esperimenti clinici a comparazione diretta pubblicati.

La maggior parte dei pazienti coinvolti nelle ricerche pubblicate era colpita da onicomicosi da dermatofiti, contro cui la terbinafina è il farmaco più efficace. I dati pubblicati relativi alle onicomicosi da funghi non dermatofiti e da candida sono molto limitati, ma si ritiene che i triazoli ad ampio spettro siano più efficaci contro questi agenti patogeni.

Costi

La terapia dell’onicomicosi può essere molto costosa (in genere in Italia i farmaci ad uso orale sono mutuabili). Tra i costi vanno annoverati:

i farmaci, i vari interventi (chirurgici e non), gli esami di laboratorio, le visite, nonché i costi connessi alla gestione degli effetti collaterali dei farmaci e delle terapie inefficaci.

Una ricerca farmacoeconomica ha messo a confronto il rapporto costo-efficacia delle terapie continue con la terbinafina e con l’itraconazolo nel caso di onicomicosi delle unghie dei piedi. I ricercatori hanno concluso che la terapia continua con la terbinafina è meno costosa, e costa un po’ più della metà di quella con l’itraconazolo. Occorre notare, tuttavia, che la terapia intermittente con l’itraconazolo è meno costosa di quella continua con lo stesso farmaco, perché si deve assumere una minore quantità di itraconazolo e non bisogna fare gli esami del sangue. La ricerca è stata effettuata sui prezzi di listino americani all’ingrosso. I costi potrebbero variare in modo significativo a causa degli standard di laboratorio, dei diversi prezzi al dettaglio, e della prescrizione sempre più frequente di farmaci non mutuabili.

Terapie ausiliarie

Oltre alle terapie orali, alcuni pazienti possono trarre benefici anche da altri tipi di terapie. L’avulsione chirurgica o chimica può essere utile nei pazienti affetti da onicomicosi grave, da grave ispessimento, da strisce longitudinali o da chiazze biancastre nell’unghia. Queste anomalie possono essere causate da un dermatofitoma, cioè da un agglomerato infettivo che reagisce poco e male alle terapie standard.

Le terapie antimicotiche protratte possono essere utili per quei pazienti in cui le unghie crescono lentamente, la cui circolazione diretta al letto ungueale è scarsa a causa di disturbi come l’occlusione vascolare periferica o il diabete o in cui l’infezione coinvolge totalmente o quasi totalmente il letto ungueale.

Possono inoltre essere utili le creme o le polveri antimicotiche per uso topico, soprattutto nei pazienti colpiti contemporaneamente da Tinea pedis.

Per migliorare i risultati della terapia e prevenire le ricadute, i pazienti devono imparare le corrette misure igieniche per i piedi (cfr Prevenzione); è consigliabile indossare quando possibile scarpe traspiranti e calzini 100 per cento in cotone, e di tenere i piedi asciutti durante il giorno. La diffusione di infezioni con caratteristiche simili nella stessa casa o struttura residenziale e nelle strutture con bagni pubblici fa decisamente propendere per la protezione dei piedi nelle aree a rischio.

Probabilmente per alcuni tipi di infezione da Tinea rubrum ci può essere una predisposizione ereditaria, in questi casi può essere presa in considerazione la profilassi per tutta la famiglia.

Onicomicosi in età pediatrica

L’onicomicosi nei bambini è piuttosto rara, si stima che la sua incidenza sia intorno allo 0,2 per cento. Nella maggior parte dei casi l’onicomicosi colpisce bambini immunosoppressi (ad esempio con sindrome da immunodeficienza acquisita, sotto chemioterapia o con sindrome da immunodeficienza congenita), con precedenti familiari gravi di onicomicosi o con micosi cutanea estesa (Tinea capitis o Tinea pedis).

La griseofulvina rimane il pilastro della terapia dell’onicomicosi nei bambini, tuttavia la sua efficacia è variabile e le ricadute sono frequenti. I nuovi farmaci in commercio potrebbero migliorare i risultati tradizionalmente mediocri di questa terapia in questa fascia d’età.

La FDA non ha ancora approvato l’uso della terbinafina nei bambini, tuttavia alcune ricerche hanno dimostrato che la terbinafina è sicura e abbastanza efficace nella terapia della Tinea capitis e, infatti, questo farmaco è in vendita in diversi paesi proprio per quest’uso.

In alcuni studi più limitati, anche l’itraconazolo si è dimostrato sicuro ed efficace per la terapia della Tinea capitis. Quando saranno stabilite la sicurezza e l’efficacia della terbinafina e dell’itraconazolo per le terapie di lungo periodo necessarie nel caso delle infezioni alle unghie, questi due farmaci potrebbero diventare le terapie principali per l’onicomicosi nei bambini.

Prevenzione

Alcuni consigli pratici per coadiuvare la terapia e prevenire le ricadute dell’onicomicosi:

Indossare calzini 100 per cento cotone e cambiarli frequentemente. Scegliere scarpe traspiranti. Proteggere i piedi nelle vasche, nelle piscine e nelle docce usate anche da altre persone. Tenere i piedi asciutti durante la giornata. Riconoscere e curare la Tinea pedis. Tenere sotto controllo e cercare di migliorare le malattie croniche (tenere sotto controllo il diabete, smettere di fumare, …) Insuccesso della terapia e ricadute

Le percentuali di insuccesso delle terapie possono essere ricavate dai risultati degli esperimenti pubblicati, invece quelle relative alle ricadute sono più difficili da ottenere.

Il follow-up a seguito della terapia è lungo, i tassi di ricaduta di diverse ricerche sono significativi o non vengono riportati, e la maggior parte delle ricerche non permette di incrociare le varie terapie. Inoltre, soprattutto nel caso di risultati che dimostrano unicamente un miglioramento clinico (e non la cura dell’unghia né il ritorno a un aspetto normale delle unghie), i criteri di valutazione non sono standardizzati e spesso comprendono affermazioni soggettive difficili da quantificare.

Le ricerche finora pubblicate non hanno affrontato nello specifico la gestione dell’insuccesso della terapia o delle ricadute, nonostante queste difficoltà ci possono essere diverse misure utili per gestire l’insuccesso della terapia o le ricadute.

Il primo passaggio è la conferma dell’esame micologico, se la diagnosi iniziale era basata sulla sola preparazione di idrossido di potassio, la coltura di campioni accuratamente raccolti è obbligatoria. I risultati dell’esame micologico spesso identificano diversi microrganismi, tra cui possono figurare anche funghi non patogeni, quindi le terapie dovrebbero essere mirate al microrganismo o ai microrganismi che con maggiore probabilità causano il disturbo. Quando si interpreta il risultato dell’esame micologico, può essere utile consultare un microbiologo o un infettivologo.

Ricordiamo che gli esperti sono preoccupati per lo sviluppo di farmacoresistenza tra gli agenti patogeni micotici, soprattutto a causa dell’uso sempre più diffuso della terapia sistemica con il fluconazolo in caso di candidosi orofaringea e vaginale ricorrente. Al momento tuttavia le conseguenze della resistenza ai farmaci antimicotici sulla terapia delle onicomicosi non sono ancora chiare.

Studi clinici attenti potrebbero identificare i pazienti o le caratteristiche dell’unghia che ostacolano la terapia; questi fattori, poi, potrebbero essere gestiti con opportune modifiche della terapia o con provvedimenti ausiliari. Grazie alla maggiore efficacia, la terapia antimicotica continua dovrebbe essere presa in considerazione per quei pazienti in cui la terapia intermittente non ha successo o dà luogo a ricadute.

 

Traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno

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05/10/2012 09:19 Condividi

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Alimenti vietati e cibi da evitare in gravidanza

Posted: 04 Oct 2012 11:42 PM PDT

Se la futura mamma si alimenta correttamente il bambino riceverà tutte le sostanze nutritive necessarie per crescere e svilupparsi in modo sano.

Una dieta sana e bilanciata comprende:

proteine (carni, pollame, pesce, legumi), carboidrati (cereali, pane, pasta, riso), latte e derivati (formaggi), frutta, verdura.

La maggior parte di questi alimenti è sicura e dovrebbe entrare a comporre la dieta sana consigliata per la gravidanza, tuttavia alcuni alimenti (come certi tipi di pesce, alcuni formaggi molli, alcuni tipi di carne pronta ed i germogli crudi) potrebbero presentare dei rischi se consumati durante la gravidanza.

La gestante dovrebbe conoscere i cibi a rischio, in modo da poter scegliere gli alimenti più sicuri per se stessa e per il bambino.

Quali sono gli alimenti vietati durante la gravidanza? Pesce crudo, in particolare i crostacei. Uova strapazzate e alimenti cucinati con uova crude o poco cotte. Succhi di frutta non pastorizzati. Germogli crudi, in particolare quelli di erba medica. Formaggi molli non pastorizzati, come il brie, la feta, il Camembert, il Roquefort, il gorgonzola, le tome e i tomini freschi. Latte non pastorizzato e alimenti a base di latte non pastorizzato. Fegato. Integratori, tisane e tè a base di estratti vegetali (è invece ammesso il tè tradizionale, meglio se decaffeinato). Pesce che potrebbe contenere un’alta quantità di mercurio, come lo squalo, il pesce spada e lo sgombro. Pesce, carne e hot dog crudi o non ben cotti. Gli affettati crudi (come il prosciutto crudo) potrebbero causare intossicazioni alimentari. Paté, salse a base di carne o pesce affumicato, in vendita in gastronomia o nel banco frigo del supermercato. Le versioni confezionate di questi prodotti, invece, sono sicure. Pesce e mercurio

Il pesce è ricco di proteine e di alcune vitamine, ma povero di grassi.

Ricerche recenti indicano che il pesce (soprattutto i tipi che contengono gli acidi grassi omega 3, come tutte le specie di pesce azzurro) può essere utile per lo sviluppo cerebrale del feto e può diminuire il rischio di parto prematuro, proprio per questo rappresenta una scelta sana per le gestanti.

Il mercurio è un metallo normalmente presente nell’ambiente. Può essere rilasciato nell’aria dagli scarichi industriali inquinanti. Quando il mercurio contamina gli animali acquatici, i batteri lo trasformano in una forma più pericolosa di quella normale (metilmercurio) che si accumula nei tessuti grassi del pesce. Tracce di mercurio sono presenti in quasi tutti i tipi di pesce, tuttavia i pesci predatori più grandi, come il pesce spada e lo squalo, ne accumulano una maggior quantità perché si nutrono di pesci più piccoli e vivono più a lungo rispetto alle loro prede (quindi hanno più tempo per accumulare il mercurio).

Le gestanti non dovrebbero consumare pesce ricco di mercurio, come lo squalo, il pesce spada, il maccarello e lo sgombro. Possono invece consumare fino a 350 grammi a settimana di pesce a basso contenuto di mercurio, come i gamberetti, il salmone, il merlano, il pesce gatto e il tonno in scatola al naturale. Si sconsiglia invece di consumare più di 170 grammi a settimana di tonno bianco, perché questo tipo di pesce contiene più mercurio rispetto al tonno in scatola al naturale.

Tra i tipi di pesce ricchi di omega 3 e poveri di mercurio ricordiamo il salmone, l’aringa, le acciughe, le sardine e la trota. Seguendo questi consigli, le gestanti possono assicurarsi tutti i vantaggi per la salute garantiti dal pesce, riducendo l’esposizione del bambino al mercurio. L’eccesso di mercurio può danneggiare il feto o il sistema nervoso del neonato che si sta sviluppando.

Pesce crudo

Durante la gravidanza è consigliabile non consumare pesce crudo o essiccato (il pesce essiccato di solito non è ben cotto). Il pesce ed i crostacei crudi, come il sushi o il sashimi, o non ben cotti hanno una probabilità maggiore di contenere batteri rispetto a quello cotto.

Il pesce ben cotto si riconosce perché è opaco e si taglia facilmente con una forchetta; in alternativa, per capire se è ben cotto, il termometro da carne deve misurare una temperatura interna di almeno 63 °C.

Attenzione infine ai frutti di mare (ostriche e vongole) che potrebbero essere contaminati dagli scarichi industriali e potrebbero contenere microbi pericolosi, in grado di provocare gravi patologie gastrointestinali.

Latte e derivati, carni e listeriosi

Alcuni formaggi molli, alcuni tipi di piatti pronti a base di carne (ad esempio quelli in vendita in gastronomia e quelli a base di affettati) e il latte non pastorizzato (nonché i prodotti a base di latte non pastorizzato) possono causare la listeriosi, un’intossicazione alimentare. La listeriosi è causata da un batterio (Listeria monocytogenes) ed è particolarmente pericolosa durante la gravidanza.

Se la gestante contrae la listeriosi i rischio per la gravidanza sono molto elevati (aborto spontaneo, un parto prematuro, …). La maggior parte delle persone non avverte disturbi gravi se consuma prodotti contaminati dalla Listeria, tuttavia le donne in gravidanza corrono un rischio maggiore rispetto agli altri adulti sani di contrarre la listeriosi e di ammalarsi gravemente.

La listeriosi spesso si presenta con una serie di disturbi parainfluenzali che comprende febbre, dolori muscolari, brividi e, in alcuni casi, anche nausea o diarrea; può tuttavia evolvere in una forma potenzialmente letale di meningite (infezione delle membrane che rivestono il cervello, con sintomi come forte mal di testa e torcicollo) e in infezioni ematiche potenzialmente letali.

La gestante dovrebbe consultare il medico se avverte uno qualsiasi di questi sintomi. L’esame del sangue può essere utile per diagnosticare la listeriosi e, se la diagnosi venisse confermata, la paziente può essere curata con gli antibiotici, che in alcuni casi sono in grado di prevenire le infezioni letali che potrebbero provocare le gravi conseguenze viste.

La donna in gravidanza può proteggere dalla listeriosi sé stessa ed il bambino seguendo questi consigli della FDA:

Non consumare né hot-dog né i piatti pronti in vendita in gastronomia (compresi gli insaccati come il prosciutto, l’arrosto di tacchino, il salame e la mortadella), a meno che non siano ben cotti. Non consumare il latte crudo o gli alimenti a base di latte crudo. Non consumare i formaggi molli come la feta, il brie, il Camembert, il gorgonzola, il Roquefort, le tome e i tomini freschi, a meno che sull’etichetta ci sia scritto che sono prodotti con latte pastorizzato. I formaggi duri, quelli trattati, quelli cremosi e i fiocchi di latte possono essere consumati in tutta sicurezza. Non consumare i paté o le salse a base di carne in vendita in gastronomia, perché la Listeria sopravvive anche alle basse temperature all’interno dei frigoriferi. I prodotti simili, però conservati e in scatola, sono sicuri. Evitare il pesce affumicato in vendita nel banco frigo, a meno che non sia cotto. Il pesce in scatola e conservato, invece, è sicuro. Germogli crudi e succhi non pastorizzati

I germogli crudi (come quelli di erba medica, di trifoglio, di soia e i rapanelli) e i succhi di frutta e di verdura freschi e non pastorizzati sono ricchissimi di vitamine. Sfortunatamente, però, possono contenere batteri patogeni (come la salmonella e l’E.coli), che li rendono poco sicuri per la gravidanza.

Negli adulti sani le infezioni da Salmonella e da E.coli di solito provocano diarrea, nausea, crampi addominali e febbre che continuano per diversi giorni. Le gestanti, a volte, possono ammalarsi in modo molto grave. In alcuni casi, inoltre, possono trasmettere l’infezione da salmonella o da E.coli al feto, che a sua volta può soffrire di diarrea, febbre e, più raramente, di meningite dopo la nascita.

Le gestanti dovrebbero consumare esclusivamente succhi pastorizzati.

Negli Stati Uniti la FDA impone ai produttori di succhi confezionati e non pastorizzati di apporre un’etichetta che indica che non sono pastorizzati.

Carne cruda e uova

La carne e le uova sono ricche di proteine e di alcuni tipi di vitamine e rappresentano una parte importante della dieta sana che ogni futura mamma dovrebbe seguire, tuttavia le gestanti dovrebbero cercare di non consumare carni e uova crude o non ben cotte perché potrebbero rischiare diverse intossicazioni alimentari (come la listeriosi, l’infezione da E.coli e Campylobacter, la salmonellosi e la toxoplasmosi).

La toxoplasmosi è un’infezione parassitaria che spesso rimane asintomatica, oppure si limita a causare lievi sintomi parainfluenzali; tuttavia, se ci si ammala durante la gravidanza, c’è circa il 50% di rischio di contagio per il feto. Alcuni neonati possono soffrire di problemi alla vista o all’udito, di disabilità intellettive, di convulsioni e di altri problemi. Se la toxoplasmosi è diagnosticata nel corso della gravidanza la terapia antibiotica spesso può essere utile per diminuire la gravità dei sintomi nel neonato.

Le future mamme potrebbero usare un termometro da alimenti per controllare che la carne e il pollame siano ben cotti, le temperature consigliate sono queste:

Arrosto o costolette di maiale: cottura ad almeno 63 °C. Arrosto e bistecche di manzo, vitello e agnello: cottura ad almeno 63 °C. Hamburger di manzo, vitello, agnello e maiale: cottura ad almeno 71 °C. Tritata di pollame: cottura ad almeno 74 °C. Petto di pollo: cottura ad almeno 77 °C. Pollo intero: cottura ad almeno 82 °C.

Le uova, che potrebbero essere contaminate dalla salmonella, dovrebbero essere cotte finché sia il tuorlo sia la chiara si induriscono bene. Le gestanti dovrebbero evitare inoltre gli alimenti a base di uova crude o non ben cotte, come lo zabaione ed il tiramisù.

Fegato

Il consumo di fegato durante la gravidanza desta alcune preoccupazioni: è una buona fonte di proteine ed è ricco di alcune vitamine e minerali, tra cui:

l’acido folico, vitamina del gruppo B utile per prevenire alcune malformazioni fetali, il ferro che serve per prevenire l’anemia, la vitamina A che è necessaria per la crescita e lo sviluppo del feto.

Tuttavia, anche se la vitamina A è utile, il fegato potrebbe contenerne troppa.

Alcune ricerche indicano che l’eccesso di vitamina A potrebbe causare malformazioni fetali. Secondo l’Institute of Medicine (IOM), la RDA (dose giornaliera consigliata) di vitamina A per le gestanti è di 2.565 UI (unità internazionali) al giorno. In una ricerca del 1995, le donne che hanno assunto più di 10.000 UI di vitamina A al giorno (circa quattro volte la quantità consigliata dall’IOM) nei primi due mesi di gravidanza presentavano un rischio più che doppio del normale di mettere al mondo un figlio affetto da malformazioni. Altre ricerche hanno suggerito che le dosi inferiori alle 30.000 UI al giorno probabilmente non provocano malformazioni, ma la dose minima che potrebbe provocarle non è tuttora nota.

L’organismo sintetizza la vitamina A, se necessaria, a partire dal betacarotene, che si trova nelle verdure di colore giallo e verde. Questa forma naturale di vitamina A è del tutto sana e sicura durante la gravidanza, tuttavia l’eccesso di vitamina A sintetica (retinolo) può causare malformazioni fetali.

Il fegato è l’unico alimento che fornisce quantità molto alte di vitamina A. Ad esempio:

Una porzione di 80 g di fegato di manzo può contenerne 27.000 UI, mentre una porzione da 80 g di fegato di pollo può contenerne 12.000 UI.

Se la gestante consuma regolarmente il fegato, può assumere una quantità di vitamina A sufficiente a danneggiare il bambino.

Non è dimostrato che il fegato sia la causa delle malformazioni fetali, ma il consiglio più sicuro per le gestanti è quello di ridurne il consumo al minimo indispensabile.

La futura mamma, inoltre, dovrebbe assicurarsi che l’integratore multivitaminico che assume non contenga più di 5.000 UI di retinolo (vitamina A sintetica).

Preparazione degli alimenti in gravidanza

Tutti dovrebbero fare attenzione alla contaminazione quando maneggiano e preparano gli alimenti, ma questo consiglio vale in particolare per le gestanti. La FDA consiglia di:

Lavarsi le mani con acqua calda e sapone prima e dopo aver maneggiato gli alimenti. Lavare i taglieri, i piatti, gli utensili da cucina e i piani di lavoro con acqua calda e sapone dopo che sono entrati in contatto con la carne cruda, il pollame, il pesce, le uova o gli alimenti freschi non lavati. Tenere lontani il pesce, la carne e il pollame crudi dagli alimenti pronti o cotti. Lavare la frutta e la verdura con acqua corrente prima di consumarle. Rimuovere lo sporco in superficie con una spugna ruvida. Togliere e buttare via le foglie più esterne dell’insalata e del cavolo. Togliere le parti marce o non integre della frutta e della verdura (possono contenere batteri) Congelare gli avanzi il prima possibile. Non consumare alimenti cotti che sono stati fuori frigo per più di due ore. Controllare che la temperature del frigo sia di 4 °C al massimo e quella del freezer sia al massimo di -17 °C per rallentare la proliferazione dei batteri.

Fonte principale: March of Dimes (traduzione a cura di Elisa Bruno)

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02/10/2012 09:19 Condividi

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Sindrome di Gilbert e bilirubina: cause, sintomi e cura

Posted: 30 Sep 2012 11:42 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

La sindrome di Gilbert è una patologia benigna del fegato, lieve e piuttosto frequente, in cui il fegato non riesce a smaltire correttamente la bilirubina, cioè la sostanza prodotta dalla disgregazione dei globuli rossi.

La bilirubina, una sostanza di colore arancione-giallastro, viene prodotta dalla disgregazione dei globuli rossi. Viene espulsa dall’organismo solo dopo aver subito una reazione chimica nel fegato, che converte la forma tossica della bilirubina (bilirubina non coniugata) nella forma non tossica (bilirubina coniugata). Nei pazienti che soffrono della sindrome di Gilbert la bilirubina non coniugata si accumula nel sangue (iperbilirubinemia non coniugata).

Nei pazienti colpiti, i livelli della bilirubina sono variabili e solo di rado aumentano fino a causare l’ittero, cioè la colorazione giallastra della pelle e della parte bianca degli occhi.

La sindrome di Gilbert di solito non provoca alcuna conseguenza grave e non richiede alcuna terapia.

E’ causata da una mutazione genetica ereditaria, quindi si manifesta già alla nascita, ma di norma non viene diagnosticata per molti anni. La sindrome di Gilbert spesso viene diagnosticata per caso, ad esempio quando dagli esami del sangue risulta che il paziente ha la bilirubina molto alta.

I più colpiti sono gli uomini, di solito viene diagnosticata durante l’adolescenza. Se i pazienti affetti manifestano episodi di iperbilirubinemia, questi episodi di norma sono lievi e di solito si verificano quando l’organismo è sotto stress, ad esempio quando si è disidratati, dopo un digiuno prolungato, quando si è malati, si fa esercizio fisico con troppa intensità o durante il ciclo mestruale.

Alcuni pazienti affetti dalla sindrome di Gilbert soffrono di fastidi addominali o di stanchezza, tuttavia il 30 per cento circa dei pazienti non avverte alcun sintomo e in essi la diagnosi avviene quando gli esami del sangue di routine indicano l’eccesso di bilirubina non coniugata.

Cause

La sindrome di Gilbert è causata dall’anomalia di un gene che si eredita dai genitori.

Il gene controlla un enzima che serve per disgregare la bilirubina all’interno del fegato, se il gene non funziona correttamente si accumula una quantità di bilirubina eccessiva nel sangue.

Come viene smaltita la bilirubina?

La bilirubina è un pigmento giallastro derivato dalla disgregazione dei globuli rossi vecchi. La bilirubina, attraverso il sangue, raggiunge il fegato. In condizioni normali un enzima presente nelle cellule epatiche la disgrega e la separa dal sangue. La bilirubina, quindi, abbandona il fegato e raggiunge l’intestino, mescolata con la bile. Qui viene smaltita insieme alle feci. Solo una piccola quantità di bilirubina rimane nel sangue.

Come avviene la trasmissione del gene?

L’anomalia del gene che provoca la sindrome di Gilbert è piuttosto diffusa. Molte persone possiedono una copia di questo gene anomalo, ma, per causare la sindrome di Gilbert, normalmente ne sono necessarie due copie.

Fattori di rischio

Il rischio di soffrire della sindrome di Gilbert aumenta se entrambi i genitori sono portatori del gene anomalo che causa la malattia

Sintomi

L’unico sintomo della sindrome di Gilbert è il colore giallastro (ittero) della parte normalmente bianca degli occhi e della pelle, che si manifesta solo occasionalmente ed è causato dai livelli di bilirubina nel sangue leggermente più elevati del normale.

Alcuni disturbi e alcune situazioni possono far aumentare i livelli di bilirubina, e quindi l’ittero, nelle persone affette dalla sindrome di Gilbert, tra di essi ricordiamo:

malattie, come il raffreddore o l’influenza, digiuno o dieta a ridottissimo contenuto calorico, disidratazione, ciclo mestruale, stress, esercizio fisico troppo intenso, mancanza di sonno.

L’ittero scompare quando questi disturbi o queste condizioni cessano.

Quando chiamare il medico

Prendete un appuntamento dal medico se soffrite di itterizia, perché questo disturbo può avere diverse cause.

Pericoli Ittero

La sindrome di Gilbert può causare episodi di ittero che tuttavia sono lievi, guariscono spontaneamente e non causano alcun problema fisico. Se l’ittero non scompare, vi consigliamo di consultare il medico.

Effetti collaterali di alcuni farmaci

La carenza dell’enzima che disgrega la bilirubina causando la sindrome di Gilbert può anche far aumentare gli effetti collaterali di alcuni farmaci, perché l’enzima serve a eliminarli dall’organismo.

In particolare l’irinotecan, un farmaco chemioterapico, può raggiungere livelli tossici se si soffre della sindrome di Gilbert, e può quindi causare gravi episodi di diarrea. Alcuni inibitori delle proteasi usati per curare l’HIV possono provocare un aumento dei livelli di bilirubina nei pazienti affetti dalla sindrome di Gilbert.

Se soffrite della sindrome di Gilbert consultate sempre il medico quando dovete assumere un nuovo farmaco, per scongiurare il rischio di effetti collaterali.

Diagnosi

La sindrome di Gilbert spesso viene diagnosticata per caso, in seguito a:

esami del sangue che evidenziano livelli di bilirubina molto alti, ittero apparentemente inspiegabile.

Il medico vi visiterà e vi chiederà se manifestate i classici sintomi delle malattie epatiche, ad esempio i dolori addominali e le urine più scure della norma. Vi può consigliare gli esami del sangue per escludere i problemi al fegato che potrebbero far aumentare la bilirubina. Tra gli esami del sangue eseguiti con maggior frequenza ricordiamo:

esame della bilirubina, emocromo completo, esami della funzionalità epatica.

Se gli esami del sangue e della funzionalità epatica sono normali ma la bilirubina è alta, molto probabilmente il paziente soffre di sindrome di Gilbert. Di solito non è necessario alcun altro esame per diagnosticare il disturbo.

Nonostante sia presente fin dalla nascita, la sindrome di Gilbert di solito non viene diagnosticata prima della pubertà o dell’età adulta, perché la produzione di bilirubina aumenta durante la pubertà.

Cura e terapia

Per la sindrome di Gilbert non è necessaria alcuna terapia.

I livelli della bilirubina nel sangue possono variare e si può soffrire occasionalmente di ittero, che tuttavia scompare spontaneamente e non causa alcun effetto indesiderato.

Stile di vita e rimedi pratici

Alcuni eventi, ad esempio le situazioni stressanti, possono far aumentare improvvisamente la bilirubina, provocando l’ittero. Per cercare di mantenere la bilirubina sotto controllo, si possono prendere alcuni provvedimenti pratici, ad esempio i seguenti.

Dite a tutti i medici che vi seguono che soffrite della sindrome di Gilbert. Questo disturbo, infatti, influisce sul modo in cui l’organismo elimina alcuni farmaci, quindi c’è il rischio che possa far peggiorare gli effetti collaterali. Dite a tutti i medici che vi seguono che soffrite della sindrome di Gilbert, in modo che le terapie siano scelte anche sulla base di questo fatto. Seguite una dieta sana, ricca di frutta e verdura. Evitate le diete troppo aggressive per dimagrire. Attenetevi a un programma giornaliero e cercate di non digiunare e di non saltare i pasti. Tenete sotto controllo lo stress. Cercate i modi per gestire le situazioni stressanti. Prendete in considerazione l’esercizio fisico oppure cercate di trascorrere alcuni momenti tranquilli da soli per gestire lo stress.

 

Fonti Principale:

Mayo Clinic NIH

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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28/09/2012 09:19 Condividi

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Emetofobia: sintomi, cause e cura

Posted: 26 Sep 2012 11:12 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Cura Introduzione

Con il termine emetofobia s’intende la paura di vomitare o di vedere altri farlo, questa fobia può trovare una classificazione tra le fobie specifiche.

Il DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) definisce la fobia specifica come “una paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazione specifici”. L’esposizione allo stimolo fobico provoca una risposta ansiosa immediata, che in alcuni casi può prendere forma di Attacco di Panico causato dalla situazione.

Le persone che soffrono di fobie specifiche, di solito, si rendono conto che le loro paure sono eccessive, ma sono incapaci di considerarsi libere dalla paura e dal persistente evitamento dell’oggetto o della situazione temuti. Questo è esattamente quel che accade anche a chi soffre di emetofobia.

I soggetti che ne soffrono sono letteralmente terrorizzati dall’eventualità di vomitare, anche quando non esistono cause oggettive che portino a pensare che questo accadrà. Ogni loro pensiero o attività quotidiana ruotano intorno a questa paura. Erroneamente si pensa che sia una fobia rara, in realtà sono molte le persone che ne soffrono, ma difficilmente lo confidano a qualcuno perché spesso se ne vergognano o temono di non essere compresi. È piuttosto frequente che una persona che soffre di emetofobia si senta rispondere che non deve avere paura del vomito perché non è niente di traumatico. Questa risposta fa sentire l’emetofobico ancora più fuori dal comune e conseguentemente si chiude in se stesso.

Solitamente questa fobia insorge durante l’infanzia o l’adolescenza, ma esistono anche casi in cui si è sviluppata in età adulta.

Non tutte le persone che soffrono di emetofobia manifestano gli stessi livelli di gravità, esistono emetofobici che nonostante la loro fobia continuano a condurre una vita abbastanza normale ed altri a cui la fobia ha, invece, compromesso tutte le attività quotidiane.

Cause

Non sembra esistere una causa specifica dell’emetofobia, le ragioni possono essere molteplici ed è molto difficile individuarle con esattezza, tuttavia esistono studi che hanno fornito alcune interpretazioni.

Si ipotizza che una delle cause possa essere riconducibile a traumi infantili rimossi o non affrontati in maniera adeguata.

Molto spesso, anche quando la fobia insorge in età adulta, può essere causata da un episodio di vomito che la persona ha percepito come traumatico e durante il quale si sono manifestate emozioni che non sono state gestite in maniera adeguata.

Un altro studio ipotizza che l’emetofobia sia strettamente legata al desiderio della persona di voler tenere tutto sotto controllo, un episodio di vomito non permetterebbe invece di mantenere completamente il controllo, né su di sé, né sull’ambiente circostante.

Sono comunque necessari altri studi prima di poter confermare queste ipotesi.

Sintomi

Se si sfoglia una qualsiasi enciclopedia medica il termine sintomo è riferito ad un’alterazione della normale sensazione di sé e del proprio corpo in relazione ad uno stato patologico che il paziente riferisce. Nell’emetofobia, ma in tutte le fobie in generale, la persona percepisce diverse alterazioni di sé, ma definirle sintomi non è del tutto preciso in quanto l’emetofobia è di fatto il sintomo stesso. Per questo motivo solitamente si parla di manifestazioni comportamentali, tra le più comuni vi sono:

La tendenza a non consumare cibi poco prima di uscire e/o rifiutarsi di mangiare fuori casa per paura di sentirsi male in contesti dai quali magari sarebbe difficile allontanarsi o per paura di non avere un bagno a disposizione. Accurata selezione dei cibi per paura che questi possano risultare poco digeribili o peggio ancora avariati. In alcuni casi gli emetofobici mangiano pochissimo anche a casa perché temono di vomitare quello che hanno ingerito e, talvolta, la conseguenza è un sottopeso importante. Bisogna fare attenzione però a non confondere l’emetofobia con l’anoressia nervosa perché gli emetofobici che mangiano poco (o nulla) lo fanno solo ed esclusivamente per paura di vomitare e non per il desiderio di magrezza. Tendenza all’evitamento dei viaggi per paura di soffrire il mal d’auto, mal di mare o d’aereo. Rifiuto dell’assunzione di tutti quei farmaci che abbiano come possibile effetto collaterale il vomito, questo anche quando la loro salute è in pericolo.

Non è raro che le donne rinuncino ad avere figli, nonostante il loro desiderio di maternità, perché spaventate dalle nausee che spesso si associano alla gravidanza.

Il timore più frequente tra le persone emetofobiche è quello delle gastroenteriti virali in quanto, spesso, tra i sintomi è presente il vomito; infatti si tengono ben lontane da persone potenzialmente contagiose e se sospettano di essersi esposti al rischio di contagio possono manifestare ansia, anche molto intensa.

Solitamente l’emetofobico presta la massima attenzione ad ogni minimo movimento del proprio stomaco e qualora avvertisse qualcosa di “anomalo” sarà portato a pensare che vomiterà da un momento all’altro. L’ansia che si associa a questi pensieri spesso provoca nausea, quindi si crea un circolo vizioso per cui si ha talmente paura della nausea, in quanto potrebbe avere come esito il vomito, che alla fine la nausea compare davvero perché non si riesce a smettere di pensarci. Questo può comportare l’abuso di antiemetici (farmaci utilizzati per contrastare nausea e vomito) che molto spesso vengono assunti solo come strategia preventiva e non perché ve ne sia un reale bisogno.

La particolarità dell’emetofobia è che chi ne soffre ha degli elevatissimi livelli di contenimento del vomito, quindi accade molto raramente che ciò che temono tanto (vomitare) accada davvero.

Un emetofobico di solito non vomita, nemmeno quando questo sarebbe positivo per l’organismo (come ad esempio un’intossicazione alimentare).

È necessario precisare che non tutti gli emetofobici mettono in atto gli stessi comportamenti e, in ogni caso, non è detto che manifestino lo stesso livello di gravità. Esistono infatti emetofobici che non hanno nessun problema a mangiare fuori casa o a viaggiare.

Ciò che però li accumuna tutti è l’attuazione di strategie di evitamento, ossia una strategia difensiva che permette alla persona di evitare il contatto con ciò che induce ansia. Se temono che il cibo del ristorante possa essere contaminato rinunceranno a recarvisi e preferiranno mangiare a casa, lo stesso succederà se temono di sentirsi male in mezzo agli altri o se hanno paura che frequentare luoghi affollati potrebbe esporli al rischio di contrarre qualche virus. Questi timori faranno sì che la persona che soffre di emetofobia eviti il più possibile il contatto con altre persone rinunciando ad una vita sociale soddisfacente e arrivando addirittura, nei casi più gravi, a non uscire più di casa o a farlo molto raramente e solo se strettamente necessario.

Naturalmente esistono anche emetofobici che hanno una vita sociale nella norma, ma spesso se si trovano in situazioni che considerano “non sicure” si sentono molto a disagio e non sempre sono in grado di gestire l’ansia. Questo li può portare a sviluppare pensieri legati al vomito che si fanno sempre più intensi fino a diventare una vera e propria ossessione.

Cura e terapia

Un emetofobico, per una serie di ragioni, difficilmente chiede aiuto ad uno specialista.

La ragione più comune è che una psicoterapia conduce ad un cambiamento, ma spesso le persone sviluppano delle resistenze ai cambiamenti. Uno dei motivi potrebbe essere, ad esempio, che chi soffre di emetofobia sa bene di avere un’elevata capacità di contenere il vomito, pertanto potrebbe convincersi che guarendo non sarà più in grado di contenerlo così bene e quindi potrebbe vomitare.

È invece necessario considerare che la psicoterapia consente al paziente di sviluppare una serie di strategie adatte non solo a gestire l’ansia che molto spesso si associa a questa fobia, ma soprattutto consente di creare un clima di fiducia, accettazione e comprensione con il proprio terapeuta. Ciò consente al paziente di imparare a gestire e comprendere meglio le dinamiche del suo rapporto con il vomito per acquisire gli strumenti che gli consentiranno di cambiare queste dinamiche.

Terapia breve strategica

E’ un approccio terapeutico che ha l’obiettivo di risolvere i problemi psicologici rompendo il circolo vizioso esistente tra la manifestazione della fobia e il comportamento non adattivo che la persona attua per tentare di risolverlo, ottenendo invece un ulteriore aggravamento. Questo accade perché il disturbo viene continuamente alimentato.

Il punto centrale di questo approccio terapeutico non è tentare di capire perché il problema si è sviluppato, ma come è strutturato e come si autoalimenta. Il paziente potrà focalizzarsi sulle manifestazioni del disturbo “nel presente” evitando di dedicare eccessivo tempo alle cause scatenanti, che riguardano il passato e che molto spesso sono difficilmente individuabili.

La prima fase della terapia breve strategica è dedicata allo studio delle specifiche caratteristiche del problema e successivamente, terapeuta e paziente, discutono delle soluzioni che sono già state attuate per tentare di risolverlo.

Il paziente arriverà a capire perché ciò che ha tentato di mettere in atto ha alimentato il problema anziché risolverlo e infine sarà in grado di scegliere soluzioni che si sono dimostrate efficaci per quel problema specifico.

Psicoterapia cognitivo-comportamentale

Ciò che il paziente teme (in questo caso il vomito) provoca emozioni poco funzionali alla vita quotidiana che lo inducono a sviluppare pensieri distorti, causati dalla sua percezione e interpretazione degli eventi.

Questo tipo di psicoterapia ha l’obiettivo di ridurre nel paziente la tendenza ad evitare certe situazioni, aiutandolo a ristrutturare i pensieri legati alla sua fobia e a sviluppare la capacità di fronteggiare la situazione temuta. In altre parole il terapeuta aiuterà il paziente ad individuare i pensieri che si associano alle sue emozioni negative, in modo da consentirgli di attuare strategie alternative e più funzionali, necessarie per affrontare le situazioni che causano nel paziente disagio e paura.

Psicofarmaci

Gli psicofarmaci non sono indicati per il trattamento specifico dell’emetofobia, tuttavia in alcuni casi, e solo dopo un’accurata valutazione medica e/o psichiatrica, possono essere utilizzati per trattare l’ansia che frequentemente si associa a questa fobia. Le persone che ne soffrono dovrebbero però considerare l’ipotesi di rivolgersi ad uno specialista per intraprendere un percorso di psicoterapia, o in alternativa chiedere ad uno psicologo qualche colloquio di valutazione.

È opportuno ricordare che molto spesso gli psicofarmaci “coprono” il sintomo che, senza affiancare un adeguato aiuto psicologico, potrebbe ripresentarsi con la sospensione della terapia farmacologica. Per questo motivo è molto importante che il paziente impari a gestire e a ristrutturare le dinamiche dei pensieri legati al problema.

È inoltre importante considerare che difficilmente un ematofobico accetterà di assumere psicofarmaci, in quanto tra i possibili effetti collaterali è presente proprio il vomito.

A cura della Dott.ssa Sara Veneziani

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27/09/2012 09:23 Condividi

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Colesterolo alto: la dieta nel dettaglio

Posted: 23 Sep 2012 11:34 PM PDT

Introduzione Primi piatti e pane Carne e uova Pesce Latte e latticini Verdura Condimenti Frutta e frutta secca Bevande Dolci Fritti Conclusioni Introduzione

Nel primo articolo abbiamo indagato, in linea generale, quali fossero le condotte generiche da seguire per affrontare un problema molto comune e a volte sottovalutato come l’aumento dei grassi circolanti nel sangue, colesterolo e trigliceridi in particolare.

In questo secondo articolo entriamo un po’ più nello specifico e parliamo dei singoli alimenti, in modo da poter scegliere ogni volta per il meglio e facilitare la capacità di discriminare tra un alimento assumibile regolarmente e uno che invece va considerato un’eccezione.

Voglio comunque sottolineare che vale per tutti gli alimenti la regola generale del non esagerare, anche troppa acqua può portare seri problemi.

Primi piatti e pane

La pasta, il riso e il pane possono essere considerati dei buoni alimenti, soprattutto se integrali: la quantità di fibre e di proteine contenute è abbondante e aiuta la gestione del colesterolo. Il consiglio è quello di consumare alimenti integrali almeno tre o quattro giorni a settimana, in modo da variare i menù giornalieri e assumere comunque alimenti nutrienti. Inoltre è possibile rivolgersi a qualcosa di un po’ più ricercato puntando su:

chicchi di farro o di orzo, quinoa, grano saraceno, amaranto (quest’ultimo, nonostante il valore nutritivo simile agli alimenti elencati prima, va usato come condimento perché dopo la cottura forma una specie di gelatina a causa delle dimensioni ridotte del chicco). Carne e uova

Sono da preferire le carni magre come petto di pollo o tacchino e, in generale, le carni bianche.

Le carni rosse, quelle conservate, gli affettati e gli insaccati sono spesso troppo grassi per essere considerati una buona scelta. In particolare è il tipo di grasso a essere importante: questi alimenti apportano acidi grassi saturi, che sono tra le cause dell’aumento di lipidi nel sangue. Pure molti tagli di interiora, come la trippa o il cervello, ne sono ricchi.

Anche le uova apportano molti grassi saturi e colesterolo, soprattutto nel tuorlo. Consumare uova intere tutti i giorni potrebbe portare ad aumentare i livelli ematici di grassi, ma il solo albume, composto da proteine, non ha questa limitazione.

Pesce

Il pesce migliore da preferire in caso di iperlipidemia è il pesce azzurro, ovvero il pesce oceanico pescato, perché ricco di acidi grassi omega-3. Tra i pesci che ne sono più ricchi ricordiamo:

lo sgombro, il salmone, l’acciuga, l’aringa,

ma in generale tutto il pesce azzurro è accettabile.

Gli omega-3 sono un tipo di acidi grassi dimostratisi determinanti nell’abbassare i livelli di lipidi nel sangue, perciò sono sempre consigliati. È importante però essere accorti nello scegliere il pesce: se il consumo è frequente vanno scelti pesci piccoli (aringhe e acciughe), perché purtroppo esiste il pericolo di inquinamento delle acque, i pesci più grandi potrebbero aver accumulato tossine come mercurio e PCB, cosa meno probabile nei pesci piccoli (un pesce grande mangia mille pesci piccoli accumulando nel suo organismo tutto il mercurio mangiato dalle sue prede).

Latte e latticini

Il latte è un buon alimento, non ha controindicazioni particolari, a patto che sia scremato o parzialmente scremato, ovvero che il suo contenuto di grassi sia industrialmente ridotto. Anche il latte, infatti, apporta acidi grassi saturi, quindi scegliere un prodotto privo di grassi vuol dire non incrementare la lipidemia. Lo stesso discorso vale per i latticini.

I formaggi stagionati sono molto grassi, è bene quindi considerarli un’eccezione.

Per quelli freschi è possibile scegliere i prodotti a ridotto contenuto di grassi.

Anche gli yogurt andrebbero presi senza zuccheri e magari con pochi grassi.

Il burro ovviamente andrebbe considerato un’eccezione.

Per quanto riguarda le margarine, sono un alimento derivato spesso da grassi vegetali ma trattati industrialmente con un processo chiamato esterificazione. Il razionale è quello di trasformare gli acidi grassi dei vegetali, che sono generalmente polinsaturi, in saturi, perché in questo modo riescono a compattarsi e a temperatura ambiente (o quasi) hanno un aspetto solido, simile al burro. Hanno gli stessi difetti dei grassi saturi, con l’aggravante che possono danneggiare anche le membrane cellulari.

Verdura

Tutte le verdure sono consigliate in abbondanza. Apportano fibre, vitamine e minerali importanti per la salute e aiutano a gestire le situazioni di colesterolo alto.

Condimenti

Consigliati l’olio extravergine d’oliva (per il contenuto di acido oleico) e l’olio di semi di lino (per il contenuto di omega-3).

Altri tipi di oli sono da considerare saltuari, in quanto apportano acidi grassi polinsaturi omega-6, che sono importanti ma, se consumati in dosi elevate rispetto agli omega-3, sono considerati rischiosi più che benèfici. Il rapporto ottimale è di circa 4:1 tra omega-6 e omega-3, mentre per le persone che non seguono una dieta bilanciata è facile arrivare anche a 30:1.

Nessuna controindicazione all’uso dell’aceto.

Frutta e frutta secca

Tutta la frutta è consigliata, l’importante è non esagerare con quella troppo zuccherata (uva, banana) o grassa (avocado).

La frutta secca a guscio (noci, noccioline, anacardi, pistacchi, …) è spesso consigliata: apporta acidi grassi omega-6 (che si consiglia di assumere con questi alimenti, quindi, più che con gli oli) e omega-3, minerali e vitamine, spezza la fame e si è dimostrata efficace nel trattamento delle iperlipidemie. Sono consigliate soprattutto le noci, che sono una discreta fonte di omega-3.

Quando è possibile sono da preferire le confezioni prive di sale (per esempio relativamente ai pistacchi).

Bevande

Le bevande zuccherate non sono consigliate, dovrebbero essere considerate delle eccezioni: l’apporto di zuccheri semplici aumenta soprattutto il rischio di innalzare i livelli dei trigliceridi (oltre naturalmente alla glicemia).

Anche le bevande alcoliche dovrebbero essere evitate, soprattutto in caso di trigliceridi alti: spesso chi ha livelli alterati di lipidi nel sangue ha già il fegato un po’ affaticato, aggiungere alcol non sembra una buona idea.

Dolci

Come per le bevande dolci e per le stesse ragioni, anche gli alimenti dolci dovrebbero essere normalmente evitati e consumati come eccezioni.

Fritti

Ovviamente anche i fritti vanno considerati eccezioni e, nel caso, vanno usati solo olio di arachide e olio extra vergine di oliva, per ridurre il rischio di produzione di radicali liberi ed altre sostanze pericolose a seguito della decomposizione degli oli con il calore.

Conclusioni

In tutti gli alimenti sconsigliati ho preferito scrivere “sono da considerare eccezioni” piuttosto che solo “vanno evitati”. La ragione è che, salvo condizioni di salute particolari (che dovrà valutare il medico e di cui il biologo nutrizionista dovrà essere informato), non c’è ragione per rinunciare per sempre e in ogni occasione a un determinato tipo di alimento.

Se il nostro problema sono i trigliceridi alti (e solo quelli) e stiamo seguendo con rigore e costanza una dieta per abbassarli ma siamo a una festa, non succede nulla se brindiamo con un bicchiere di spumante o prendiamo una fetta di torta. È ovvio che, ad esempio, le indicazioni su pasta e pane non siano nemmeno da prendere in considerazione per un celiaco, così come l’alcol sarebbe totalmente bandito a chi soffre di cirrosi epatica, ma una persona altrimenti sana non dovrebbe rinunciare per tutta la vita a qualcosa solo perché sta seguendo una dieta, l’importante è che siano appunto eccezioni (il consumo di fritti quella volta che usciamo con i vecchi compagni di scuola, lo spumante alla festa di diploma del nipote, dei cioccolatini per San Valentino…) e non la quotidianità, in questo modo si può gestire meglio anche la restrizione alimentare data dalla dieta.

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
riceve a Brescia e Milano
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

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Colesterolo e/o trigliceridi alti: che dieta seguire?

Posted: 23 Sep 2012 11:33 PM PDT

Le iperlipidemie sono diagnosticate in presenza di un livello di colesterolo e/o trigliceridi nel sangue alterato. Le cause di questa condizione possono essere molteplici, alcune volte sono congenite, quindi indipendenti dallo stile di vita, ma la maggior parte delle volte sono date dall’alimentazione e da un’insufficiente attività fisica.

Questa situazione si affronta con dieta e, nei casi in cui c’è necessità, farmaci, ma molte volte la sola correzione del regime alimentare è in grado di regolarizzare il quadro.

Nonostante siano praticamente asintomatiche (senza sintomi apparenti), queste alterazioni sono molto rischiose: un aumentato livello di colesterolo e di trigliceridi nel sangue predispone e causa danni cardiocircolatori come ictus, trombosi e infarto, è quindi indispensabile rimediare il più presto possibile e regolarizzare i valori ematici.

Come detto poco sopra, dieta e attività fisica riescono molto spesso a migliorare la lipidemia, ovvero i livelli di grassi nel sangue, e spesso non c’è nemmeno bisogno di stravolgere la propria vita, basta seguire un’alimentazione varia e regolare.

In particolare il primo punto a cui prestare attenzione è il peso corporeo: regolandolo, l’abbassamento dei valori ematici è praticamente automatico.

Va quindi seguita una dieta ipocalorica in caso di sovrappeso o obesità, tenendo presente che una riduzione del peso di solo il 10% dell’iniziale porta a moltissimi e tangibili vantaggi sulla circolazione.

La composizione dei grassi della dieta dovrebbe prevedere

una maggioranza di grassi di origine vegetale (olio, frutta secca, semi) e uno scarso apporto di grassi animali (provenienti da latte intero e latticini, carni grasse, salumi e affettati, uova, frattaglie).

Il presupposto teorico di questa distinzione è che i grassi di origine animale sono generalmente grassi saturi, che hanno l’effetto di aumentare il colesterolo nel sangue. Effetti positivi si hanno con un consumo quotidiano di olio extravergine d’oliva, anche se, ovviamente, non deve essere un apporto esagerato.

Per il colesterolo alto serve il pesce azzurro

Per il colesterolo alto serve il pesce azzurro (Photo Credit: Roberto Verzo, Flickr)

Un commento particolare lo richiedono i cosiddetti acidi grassi omega-3, derivati spesso dai pesci azzurri: questi apportano un grande beneficio al profilo lipidico delle persone, è quindi consigliabile consumare pesci azzurri che rappresentano, insieme al salmone, l’unica eccezione relativa alle carni grasse.

Gli zuccheri devono essere complessi, quindi derivare principalmente da pasta e pane, poiché l’apporto frequente di zuccheri semplici come i dolci aggrava la situazione.

Se il problema è una ipercolesterolemia (colesterolo alto), la quantità totale di carboidrati della dieta non ha necessità di essere modificata rispetto a una dieta ideale ben bilanciata, se invece c’è la presenza di un elevato livello di trigliceridi, la quantità di zuccheri va abbassata a non più del 50% delle calorie giornaliere.

Le fibre apportano grandi benefici, quindi è consigliabile il consumo abbondante e quotidiano di frutta e verdura, aggiungendo magari qualche volta alla settimana dei piatti di pasta o pane integrali.

L’apporto di proteine non varia da una dieta ben bilanciata, anche se il suggerimento che mi sento di dare è quello di prediligere le proteine di origine vegetale (cereali integrali e legumi) per evitare di esagerare con i grassi portati dalla carne.

Una nota riguardo all’alcol: è possibile consumarlo con moderazione se abbiamo una condizione di colesterolo alto, andrebbe invece evitato in caso di trigliceridi alti.

Per finire, un elenco di alimenti contenenti acidi grassi omega-3 di facile reperibilità:

aringhe, sardine, salmone, sgombro, olio di lino, semi di lino, soia, noci, olio di soia, olio di noci.

Non tutti questi cibi hanno lo stesso quantitativo di omega-3, né la stessa qualità, ma in una dieta variegata e sana possono trovare tutti un posto, in modo da avere la sicurezza di apportare le giuste quantità giornaliere di questi importanti acidi grassi.

Entreremo maggiormente nel dettaglio dell’alimentazione corretta nella seconda parte dell’articolo.

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
riceve a Brescia e Milano
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Farmaco e Cura

18/09/2012 09:40 Condividi

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Per rimanere incinta, come si fa?

Posted: 17 Sep 2012 11:12 PM PDT

In molti casi le donne che desiderano rimanere incinta si rivolgono a medici e ginecologi per avere consigli sulle pratiche sessuali e sullo stile di vita da adottare quando la coppia ha problemi di fertilità.

Attualmente non esistono linee guida o consigli basati su prove scientifiche certe, in occasione dell’uscita del mio libro dedicato proprio a questo tema (Scintilla di Vita – Cercare una gravidanza e rimanere incinta in modo naturale) cerchiamo quindi di ragionare sulla base degli studi disponibili nella letteratura scientifica per evidenziare comportamenti ed strategie che permettano di ottimizzare la possibilità di concepimento, nei casi in cui non ci siano motivi particolari per mettere in discussione la fertilità potenziale della coppia.

Introduzione Tra età e fertilità Frequenza dei rapporti Ovulazione Come avere rapporti Dieta e stile di vita Introduzione

Per fertilità si intende la capacità di procreare, ossia di concepire una nuova vita.

In una donna, la probabilità di concepire un figlio rimane relativamente uguale da un ciclo all’altro, ma generalmente è maggiore nei primi mesi di rapporti non protetti e tende poi a diminuire in modo graduale; in altre parole, se il concepimento non avviene entro i primi tre mesi, la fecondabilità mensile (la probabilità mensile di avere una gravidanza) diminuisce considerevolmente nelle coppie che continuamo a cercare il concepimento.

Questo concetto all’apparenza un po’ difficile serve in realtà più semplicemente a spiegare che più passano i mesi e più sarà difficile (ma non impossibile!) che la donna rimanga incinta.

Tra età e fertilità

La fertilità non è uguale tra popolazioni diverse, ma per tutte diminuisce invecchiando, sia negli uomini sia nelle donne: gli effetti dell’invecchiamento, però, sono più rilevanti nelle donne. Anche se i parametri del liquido seminale declinano sensibilmente dopo i 35 anni, la fertilità maschile sembra non diminuire apprezzabilmente prima dei 50 anni circa.

Le donne che si avvicinano ai quarant’anni, al contrario, hanno una fertilità praticamente dimezzata rispetto alle donne di poco più di vent’anni.

Per questo motivo per le donne di età superiore ai 35 anni si può giungere a una diagnosi praticamente sicura di infertilità dopo 6 mesi di tentativi; se dopo questo periodo non si è verificata una gravidanza, è buona norma rivolgersi al ginecologo (i mesi di attesa diventano invece almeno 12 per donne con meno di 35 anni).

Frequenza dei rapporti

Nell’ultimo decennio sono emerse numerose informazioni che, almeno in teoria, potrebbero essere utili per stabilire una frequenza ottimale dei rapporti.

Gli intervalli di astinenza superiori ai 5 giorni potrebbero avere conseguenze negative sul numero degli spermatozoi, mentre gli intervalli di astinenza di 2 giorni sono connessi a una concentrazione del tutto normale di spermatozoi.

Secondo una credenza molto diffusa, le eiaculazioni frequenti farebbero diminuire la fertilità maschile, tuttavia uno studio che ha analizzato circa 10.000 persone ha concluso che, negli uomini con una qualità dello sperma normale, la concentrazione e la motilità degli spermatozoi sono massimi se si eiacula tutti i giorni (ossia se si hanno rapporti tutti i giorni).

Gli intervalli di astinenza non sembrano influire sulla morfologia degli spermatozoi, anche quando giudicata con criteri particolarmente severi; ma molti studi tuttavia, dopo intervalli di astinenza più lunghi e superiori ai 10 giorni, rilevano che i parametri del liquido seminale iniziano a peggiorare.

A conferma di quanto detto finora, una ricerca su 221 coppie presumibilmente fertili in cerca di una gravidanza ha dimostrato che

la fecondabilità massima (37% per ciclo) era connessa con i rapporti quotidiani; se i rapporti avvenivano a giorni alterni il tasso di gravidanza per ciclo era più o meno simile (33%), ma la probabilità di successo diminuiva al 15% per ciclo se i rapporti erano settimanali.

Avere rapporti quotidiani potrebbe quindi dare un leggero vantaggio rispetto ai giorni alterni, a patto che non sia un’ulteriore fonte di stress per la coppia.

Lo stress collegato all’infertilità può infatti diminuire

il desiderio sessuale, la soddisfazione, la frequenza dei rapporti,

e si aggrava ulteriormente se il momento di intimità è strettamente legato ai metodi di monitoraggio dell’ovulazione o segue una programmazione rigorosa. Le coppie dovrebbero invece essere informate che l’efficienza riproduttiva è sì proporzionale alla frequenza dei rapporti e massima se questi avvengono ogni giorno o a giorni alterni, ma il medico dovrebbe consigliare loro che, in un contesto del genere, la frequenza ottimale rimane quella stabilita secondo le loro preferenze.

Ovulazione

Il momento mensile di massima fertilità può variare considerevolmente, persino tra le donne che hanno un ciclo regolare, e quest’aspetto è spesso sconosciuto anche a molti medici, che continuano a ritenere che il calendario permetta una buona previsione del periodo fertile.

Secondo alcuni studi, le donne che tengono sotto controllo il ciclo attraverso le variazioni del muco cervicale, del desiderio, del dolore o dell’umore, sono in grado di predire con esattezza l’ovulazione al massimo nel 50% dei casi.

Anche se non ci sono prove definitive che il controllo del ciclo possa aumentarne la fecondabilità, l’intuito vuole che il momento del mese in cui avviene il rapporto sia fondamentale e quindi sia utile ed opportuno determinarlo in qualche modo. Quest’idea ha contribuito molto alla popolarità di vari metodi per determinare o prevedere il momento dell’ovulazione.

Uno degli approcci più utili ed utilizzati è sicuramente l’osservazione del muco cervicale (le secrezioni che fuoriescono dalla vagina): la probabilità di gravidanza è massima quando il muco è trasparente, abbondante ed elastico, ma questo non è assolutamente un prerequisito indispensabile perché la fecondazione avvenga.

Il volume del muco cervicale aumenta insieme alla concentrazione plasmatica dell’estrogeno (un ormone prodotto dalla donna) nei 5 o 6 giorni che precedono l’ovulazione ed è massimo entro 2 o 3 giorni dall’ovulazione. Uno studio su 1.681 cicli mestruali ha osservato che i tassi di gravidanza sono massimi (38% circa) se il rapporto avviene nel giorno in cui la secrezione di muco è massima, e sensibilmente inferiori (15-20% circa) il giorno precedente o successivo al giorno “zero”. Un’altra ricerca effettuata su 2.832 cicli ha osservato che le modifiche delle caratteristiche del muco cervicale sono strettamente connesse alla temperatura basale e sono un predittore più accurato del momento di massima fertilità rispetto al metodo del calendario.

Le apparecchiature per il monitoraggio dell’ovulazione, tra cui i test di ovulazione ed i monitor elettronici, sono ampiamente pubblicizzati come strumenti in grado di aiutare le coppie a determinare il cosiddetto “periodo fertile”. Alcune ricerche indicano che il monitoraggio dell’LH (l’ormone rilevato dai test e dai dispositivi come Persona) potrebbe essere utile per concepire un bambino in tempi più brevi ma è bene sapere che, anche se numerose ricerche hanno convalidato l’accuratezza di questi approcci, l’ovulazione potrebbe verificarsi in qualsiasi momento nei due giorni successivi ed i falsi positivi dell’esame si verificano nel 7 per cento circa dei cicli.

Anche se il monitoraggio dell’LH urinario può essere utile per diminuire il tempo di concepimento nelle coppie che hanno rapporti poco frequenti per scelta o per necessità, una ricerca del 2004 ha scoperto che i cambiamenti del muco cervicale nel periodo fertile predicono la probabilità giornaliera specifica di concepimento con efficacia uguale oppure maggiore rispetto al controllo della temperatura basale o dell’LH urinario (Mucus observations in the fertile window: a better predictor of conception than timing of intercourse).

Come avere rapporti

Posizioni ed altre pratiche legate al rapporto possono diventare una specie di rito per le coppie che stanno cercando di avere un figlio; molte donne pensano che rimanere in posizione supina per un certo tempo dopo il rapporto faciliti la mobilità dello sperma e prevenga le perdite di sperma dalla vagina, ed in effetti una ricerca sembra confermarne in qualche modo la veridicità.

Non esiste ad oggi alcuna prova del fatto che la posizione del coito influisca sulla fecondabilità, è infatti possibile ritrovare gli spermatozoi nel canale cervicale già alcuni secondi dopo l’eiaculazione ed indipendentemente dalla posizione in cui è avvenuto il coito; nonostante questo alcuni esperti suggeriscono che posizioni che consentono una penetrazione più profonda possano dare qualche vantaggio.

L’orgasmo femminile potrebbe facilitare il trasporto degli spermatozoi, tuttavia non è stata dimostrata alcuna relazione tra l’orgasmo e la fertilità.

Non esiste alcuna prova convincente che indichi una relazione tra specifiche pratiche sessuali e il sesso del nascituro.

Quasi tutti i lubrificanti vaginali potrebbero far diminuire la fertilità, stando a quanto osservato sulla sopravvivenza degli spermatozoi in vitro:

I lubrificanti a base acquosa disponibili in commercio inibiscono la motilità degli spermatozoi in vitro dal 60 al 100 per cento entro sessanta minuti dall’incubazione. L’olio d’oliva e la saliva, diluiti fino a concentrazioni del 6,25%, influiscono negativamente sulla motilità e sulla velocità degli spermatozoi.

Sembrerebbe che i lubrificanti a base di idrossietilcellulosa possano essere una scelta sicura, ma personalmente consiglio se possibile di farne a meno.

Dieta e stile di vita

Le possibilità di concepimento sono inferiori nelle donne molto magre oppure obese, tuttavia sono pochissimi i dati riguardanti gli effetti delle variazioni normali della dieta sulla fertilità nelle donne in età fertile.

Uno stile di vita sano potrebbe essere utile per migliorare la fertilità nelle donne con disfunzioni ovulatorie, però ci sono poche prove a sostegno del fatto che le modifiche della dieta, ad esempio le diete vegetariane, le diete a basso contenuto di grassi, le diete con integrazione di vitamine o antiossidanti oppure i rimedi erboristici siano realmente in grado di migliorare la fertilità.

Le ricerche invece concordano sulla necessità di consigliare alle donne che stanno cercando di avere un figlio di assumere un integratore di acido folico (almeno 400 mcg/dì) per diminuire il rischio di malformazioni del tubo neurale.

Fonte Principale: Optimizing Natural Fertility (traduzione a cura di Elisa Bruno)

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Farmaco e Cura

03/09/2012 09:13 Condividi

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Varicella e gravidanza

Posted: 02 Sep 2012 11:00 PM PDT

Introduzione Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Gravidanza Prevenzione Introduzione

La varicella è una malattia infettiva molto contagiosa che si diffonde tramite contatto interpersonale diretto o tramite colpi di tosse o starnuti.

Chi ha la varicella è già contagioso uno o due giorni prima che compaia l’eruzione cutanea e rimane contagioso finché tutte le pustole non hanno formato le croste.

Per ammalarsi di solito sono necessari da 10 a 21 giorni dal contatto con la persona infetta (tempo di incubazione), ma la media più comune è 14 giorni.

Sintomi

L’eruzione cutanea della varicella di solito inizia dal volto e dalla metà superiore del corpo, ma poi si può diffondere in tutto il corpo, provocando la comparsa di 250-500 vescicole pruriginose. Questo discorso vale per chi non ha mai ricevuto il vaccino.

Nei pazienti vaccinati, invece, l’eruzione cutanea può essere abbastanza lieve, con pochissime lesioni simili a punture d’insetto.

La varicella dura di norma per 5-10 giorni. Tra gli altri sintomi ricordiamo:

febbre alta, forte prurito, lesioni cutanee molto visibili, disidratazione provocata dal vomito o dalla diarrea, mal di testa, infezione delle lesioni cutanee, peggioramento dell’asma o complicazioni più gravi, come la polmonite.

Alcuni gruppi di pazienti corrono un rischio maggiore di soffrire di malattie gravi con complicazioni, tra di essi troviamo i pazienti (adulti, neonati e adolescenti) con sistema immunitario indebolito o compromesso da malattie o da farmaci, ad esempio dai cortisonici usati sul lungo periodo.

Quando chiamare il medico

Se sei in gravidanza, non sei immune dalla varicella e sei entrata in contatto con qualcuno affetto dall’infezione, contatta immediatamente il medico.

Pericoli

Tra le complicazioni gravi della varicella ricordiamo le infezioni batteriche, che possono colpire molte zone diverse dell’organismo, tra cui la pelle, i tessuti sottocutanei, le ossa, i polmoni (polmonite), le articolazioni e il sangue.

Altre complicazioni gravi sono causate direttamente dall’infezione del virus e comprendono:

la polmonite virale, i problemi di sanguinamento, l’infezione del cervello (encefalite). Gravidanza

Le gestanti che contraggono la varicella sono a rischio di soffrire di complicazioni gravi, ad esempio il 10-20% delle donne in gravidanza che si ammalano contrae la polmonite, con un rischio di decesso pari al 40%. (Fonte: CDC).

Se la gestante contrae la varicella nel primo o nel secondo trimestre, c’è un rischio minimo (dallo 0.4 al 2%, ma secondo altre fonti la percentuale è maggiore) che il bambino nasca con malformazioni congenite raggruppate sotto la definizione di sindrome da varicella congenita. I neonati affetti dalla sindrome da varicella congenita possono avere un basso peso alla nascita, avere cicatrici sulla pelle e problemi agli arti, al cervello e agli occhi.

I neonati la cui madre manifesta l’eruzione cutanea da 5 a 2 giorni prima del parto sono a rischio di ammalarsi di varicella subito dopo la nascita, con un rischio di decesso pari al 30%.

Prevenzione

Data la possibile gravità degli effetti che la varicella contratta in gravidanza può provocare, è ormai prassi suggerire l’esame del sangue e l’eventuale vaccino prima di iniziare a cercare un bambino.

Quando questo non sia stato fatto, la gestante dovrebbe quindi parlare con il proprio medico per capire se è protetta (immune) dalla varicella. Per avere la certezza di essere immune, è necessaria almeno una delle prove seguenti:

documentazione che attesti la somministrazione di due dosi di vaccino contro la varicella, esami del sangue che indichino che si è immuni alla varicella, diagnosi medica di episodi precedenti di varicella o herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio).

Se la gestante non ha mai sofferto di varicella in passato, il modo migliore per proteggersi è la vaccinazione, tuttavia il vaccino anti-varicella non va eseguito durante la gravidanza. La donna in gravidanza non immune potrebbe invece ricevere il vaccino subito dopo il parto, la prima dose può essere somministrata prima delle dimissioni dall’ospedale e la seconda dopo 6-8 settimane, durante la visita di controllo. Il vaccino non è controindicato per le madri che allattano.

Chi desidera avere un figlio ma non è immune dalla varicella dovrebbe farsi vaccinare almeno 1-3 mesi prima del concepimento. Non è consigliabile farsi vaccinare durante la gravidanza o nei 30 giorni precedenti il concepimento.

Se la gestante non è immune dalla varicella, chi vive con lei dovrebbe essere protetto. Se i famigliari non hanno ancora fatto la varicella, farli vaccinare è il modo più efficace per proteggere la gestante dalla malattia.

Le donne in gravidanza non devono entrare in contatto con persone portatrici del virus, compresi i pazienti appena vaccinati e quelli che sono colpiti da una forma molto lieve di varicella (con febbre lieve o senza febbre e con meno di 50 lesioni cutanee). La varicella lieve è comunque contagiosa.

Fonte Principale: CDC.gov

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Vaccino per Herpes Zoster (fuoco di S. Antonio)Vaccino per Herpes Zoster (fuoco di S. Antonio)Varicella: foto, sintomi, durata e curaVaricella: foto, sintomi, durata e curaFuoco di S. Antonio o herpes Zoster: foto, contagio, gravidanza, terapiaFuoco di S. Antonio o herpes Zoster: foto, contagio, gravidanza, terapiaBambiniBambiniCitomegalovirus: sintomi, gravidanza e curaCitomegalovirus: sintomi, gravidanza e curaMononucleosi infettiva: sintomi, cura e rischi in gravidanza You are subscribed to email updates from Farmaco e Cura
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Farmaco e Cura

27/08/2012 09:07 Condividi

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Celiachia e dieta: alimenti permessi e controindicati

Posted: 26 Aug 2012 11:57 PM PDT

Introduzione Alimenti da evitare Alimenti permessi Introduzione

Sotto il nome di glutine si racchiudono due famiglie di proteine, le gliadine e le glutenine, contenute nella cariosside (il chicco) di molti cereali.

Hanno un’importanza fondamentale nei processi di panificazione: sono queste, infatti, che danno la possibilità di usare la farina per preparare il pane in quando donano la consistenza e la capacità di coesione delle varie parti, rendendo il prodotto morbido, spugnoso e resistente.

Esistono, però, persone incapaci di digerire correttamente il glutine perché alcuni anticorpi reagiscono contro gli enzimi digestivi che dovrebbero attaccarlo, rendendo così impossibile il loro funzionamento. L’ingestione di glutine causa quindi una reazione infiammatoria nell’intestino che porta a conseguenze che possono essere anche molto gravi: si va dall’attacco di dissenteria a veri e propri casi di malnutrizione, con carenze e sintomi associati a queste ultime (che possono arrivare fino a disturbi neurologici come la depressione). Questo perché tale infiammazione distrugge la superficie intestinale, rendendo difficoltoso l’assorbimento dei nutrienti e dell’acqua.

Mentre la diagnosi di celiachia, la malattia che provoca questa reazione, può essere a volte molto complessa, il trattamento della stessa è semplice ed estremamente efficace: si tratta di una cosiddetta dieta aglutinata, ovvero vanno eliminati dalla dieta, costantemente e per tutta la vita, tutti i cibi contenenti glutine.

Molto spesso si arriva a consigliare una dieta aglutinata sulla base dei sintomi riferiti dal paziente, anche senza una reale diagnosi di celiachia (sensibilità al glutine), perché il trattamento è fisicamente indolore, assolutamente praticabile e spesso porta a un miglioramento.

Il disagio più grande è che l’eliminazione dei cibi che contengono glutine (che vedremo tra poco) porta all’esclusione di molti degli alimenti che formano la base della nostra tradizione a livello culinario: pasta, pane e pizza sono infatti da evitare. Sotto l’aspetto sociale questa dieta potrebbe a volte risultare scomoda o addirittura poco accettabile, a meno di trovare un ristorante che non sia solo una pizzeria o che abbia prodotti per celiaci.

Alimenti da evitare

Non tutti i cereali contengono glutine, quelli da evitare sono:

frumento, farro, orzo, avena*, segale, monococco, kamut, spelta, triticale.

*Per quanto riguarda l’avena, il Ministero della Salute, nel settembre 2010, si è espresso in questa maniera: “Le evidenze sperimentali indicano che la stragrande maggioranza dei celiaci può tollerarla, tuttavia si preferisce precauzionalmente non includerla nella dieta priva di glutine soprattutto per il rischio di contaminazione”.

Il suggerimento che si potrebbe dare è quello di aggiungerla a piccole dosi e giudicare la propria tolleranza nel consumo di questo cereale, ma solo sotto controllo medico e solo se si è regolarizzato, tramite una stretta dieta aglutinata, il proprio stato intestinale.

Ovviamente tutti i prodotti derivati dal gruppo degli alimenti vietati sono anch’essi da evitare, quindi si deve fare molta attenzione a

pasta, pane, pizza, seitan, bulgur, couscous, birra e molti altri;

per questo è necessario esaminare accuratamente gli ingredienti dei prodotti.

Sempre riguardo all’etichetta, è bene controllare anche che nello stabilimento di produzione non siano possibili contaminazioni (spesso ci sono indicazioni del tipo “può contenere tracce di frumento” o analoghe); anche in questo caso è consigliato non consumare il prodotto, infatti le contaminazioni possono essere sufficienti per scatenare una reazione nel soggetto intollerante.

Alimenti permessi

I cereali permessi senza problemi sono:

riso in chicchi, mais (granoturco) in chicchi, grano saraceno in chicchi, amaranto in chicchi, miglio in semi, quinoa in semi, sorgo in chicchi, teff in chicchi. Celiachia - il riso è sicuro

Celiachia – il riso è sicuro (http://www.flickr.com/photos/cookbookman/6121427720/sizes/s/in/photostream/)

Qualunque altro alimento non incluso nella lista di alimenti da evitare è concesso, a patto che non abbia ingredienti o contaminazioni da cereali da evitare. Possono quindi essere consumati senza paura

carne, pesce, latte, uova, formaggi, verdure, legumi, funghi, caffè, vino, miele, zucchero, oli, burro, tofu, spezie

ed ovviamente prodotti specifici per celiaci di qualunque tipo non danno problemi.

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
riceve a Brescia e Milano
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

Sensibilità al glutine: sintomi, diagnosi e causeCeliachia: sintomi, esami e test, consigliCeliachia: sintomi, esami e test, consigliIntolleranza od allergia alimentare?Allergie ed intolleranze alimentari nel neonatoStitichezza: dieta e altri rimedi naturaliStitichezza: dieta e altri rimedi naturaliDiabete e dieta: indicazioni ed alimentiDiabete e dieta: indicazioni ed alimenti You are subscribed to email updates from Farmaco e Cura
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16/08/2012 14:38 Condividi

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Diabete e dieta: indicazioni ed alimenti

Posted: 13 Aug 2012 11:50 PM PDT

La condizione di diabete mellito viene diagnosticata quando c’è un’aumentata ed eccessiva concentrazione di glucosio nel sangue (vedi anche Ho il diabete?), il decorso è cronico ed è generalmente trattata per tutta la vita del paziente.

Le due principali forme della malattia sono

diabete di tipo I, una volta noto anche come diabete insulino-dipendente, che è causato da mancanza totale di produzione di insulina data dalla distruzione delle cellule pancreatiche che la producono. Questa forma di diabete richiede iniezioni quotidiane di insulina e la dieta può semplicemente aiutare a regolare la quantità di ormone da utilizzare; diabete di tipo II, anche chiamato diabete non insulino-dipendente, che è causato da una ridotta risposta dei tessuti all’insulina che, a lungo andare, è prodotta sempre in minori quantità. Questa forma di diabete non sempre richiede iniezioni di insulina, ma nelle forme più leggere può essere controllata anche solo con alimentazione ed eventualmente farmaci ad uso orale.

La dieta per un diabetico si prefigge il risultato principale di evitare o minimizzare le fluttuazioni della glicemia, dando comunque un apporto energetico sufficiente e personalizzato al paziente; questa dovrà venire incontro ai gusti e alle abitudini della persona, altrimenti rischia di non essere seguita correttamente.

Diabete e dolci

Diabete e dolci? (Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/juliagrizabellaeulalia/845880765/sizes/s/in/photostream/)

Come già detto, nel diabete di tipo I la terapia non può prescindere dalla somministrazione di insulina, ragion per cui la dieta è mirata principalmente a evitare che ci siano aggiustamenti troppo marcati nel dosaggio della stessa tra le varie somministrazioni; è tuttavia opinione sempre più diffusa tra gli specialisti che pazienti in grado di valutare autonomamente e correttamente le dosi necessarie possano concedersi occasionalmente ogni alimento, dolci compresi (fonte: Società Italiana Diabetologia).

Il diabete di tipo II si presenta spesso in soggetti obesi o in sovrappeso, l’obiettivo principale in questo caso è sempre e comunque quello di far raggiungere un peso accettabile al paziente, nel caso in cui il paziente sia normopeso si può cominciare subito ad associare anche l’attività fisica, che è uno dei consigli principali nel trattamento del diabete.

Nella pratica:

la quantità di cibo va misurata a seconda delle necessità: una dieta ipocalorica potrebbe essere l’ideale per una persona obesa o sovrappeso, il calo ponderale permette infatti di dipendere di meno dall’insulina, dai farmaci, e di ristabilire anche altri eventuali valori del sangue fuori norma; in caso si debba usare un dolcificante, è possibile optare per prodotti che non apportino zuccheri, come l’aspartame, l’acesulfame K, il sorbitolo o la saccarina (sono tutti composti da molecole con alto potere dolcificante ma che non appartengono al gruppo chimico degli zuccheri); i grassi devono essere scelti con cura: limitare i grassi saturi (quelli provenienti dal formaggio, dal latte intero e dalle carni grasse) a favore del consumo di grassi mono e polinsaturi (olio extravergine d’oliva, oli di semi, acidi grassi omega-3 da pesci azzurri) apporta un miglioramento del profilo lipidico generale; aumentare l’apporto di fibre e diminuire il consumo di sale sono altri consigli generici importanti, che aiutano a regolarizzare la concentrazione di glucosio nel sangue e la pressione sanguigna; i carboidrati devono essere soprattutto di tipo complesso (pasta e pane, preferibilmente integrali), mentre i carboidrati semplici devono essere ridotti al minimo e assunti con alimenti come latte, frutta e verdura. I dolci vanno quindi considerati come eccezioni rare e saltuarie.

Un buon indicatore della qualità dei carboidrati è l’indice glicemico (IG): esso esprime il rapporto (mostrato come percentuale) tra l’innalzamento della glicemia indotta da 50 g di carboidrati contenuti in un alimento test e quello ottenuto dopo l’ingestione di 50 g di carboidrati contenuti in un alimento di riferimento, ad esempio pane bianco o 50 g di glucosio puro. Questo indice è particolarmente interessante perché ci permette di capire, almeno a grandi linee, se un dato alimento avrà un’influenza grande o piccola sulla glicemia: alimenti a basso indice glicemico danno bassi aumenti di glicemia, alimenti ad alto indice glicemico danno ampi e rapidi aumenti di glicemia.

Per fare solo alcuni esempi:

alimenti a basso indice glicemico sono la soia, i fagiolini, i ceci, la maggior parte delle verdure; a medio indice glicemico sono la pasta integrale, i fagioli, il pane integrale; ad alto e altissimo indice glicemico troviamo i piselli, le patate bollite, la pizza, le carote, le gallette di riso, i dolci.

È anche importante che i pasti siano molti, almeno cinque o sei, durante la giornata: una distanza troppo ampia tra un pasto e l’altro favorisce la fluttuazione glicemica, che invece va tenuta sia nei limiti sia costante nel tempo.

Dott. Giuliano Parpaglioni
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09/08/2012 09:10 Condividi

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Stitichezza: dieta e altri rimedi naturali

Posted: 07 Aug 2012 11:06 PM PDT

La stipsi (o stitichezza) è un disordine dell’attività motoria dell’intestino che provoca una diminuzione del transito delle feci: esse diventano più dure, quindi il transito è ostacolato e l’espulsione più difficoltosa. Il numero di evacuazioni nella popolazione occidentale è normalmente compreso fra tre al giorno e tre alla settimana, si parla quindi di stipsi vera e propria quando la frequenza è minore di quest’ultimo margine.

La difficoltà di evacuazione non è solo un disturbo che causa disagio nelle persone, può anche generare problemi di salute più gravi, come ad esempio

una diverticolite, varie alterazioni anali, appendicite, tumori intestinali;

è quindi fondamentale evitare la cronicizzazione di questa condizione operando nel migliore dei modi possibili, soprattutto a livello alimentare.

Esiste anche una stipsi fisiologica, quando questa è data da un repentino cambio di abitudini della persona, ad esempio passare molto tempo sdraiati durante una malattia, viaggi, bruschi cambiamenti della dieta, gravidanze… Quando si presenta in concomitanza di queste e altre condizioni è generalmente temporanea.

La stipsi cronica può essere classificata in tre gruppi:

Atonica: è la più frequente ed è causata da una generale debolezza della muscolatura intestinale. Sono state proposte varie possibili origini: alimentari (soprattutto per mancanza di fibre), vita sedentaria, ignorare lo stimolo della defecazione, uso frequente di lassativi. Spastica: il colon subisce spasmi che possono portare a dolori di tipo colico. Rettogena: l’ultimo tratto dell’intestino, il retto, non manda lo stimolo della defecazione.

La dieta gioca un ruolo estremamente importante perché l’abbondanza di fibre e di acqua dell’alimentazione causa un rigonfiamento del volume fecale

sia perché le fibre assorbono acqua, sia perché attivano le fermentazioni batteriche.

Questo aumento di volume fecale distende i muscoli intestinali, che reagiscono contraendosi e facilitando quindi la mobilità dell’intestino.

Più nel dettaglio esistono due tipi di fibra:

solubile (contenuta nella maggior parte di frutta e verdura), insolubile (contenuta nella crusca, quindi rintracciabile in pasta e pane integrali, e nei cereali integrali in chicchi come orzo e farro).

Questi due tipi di fibra giocano un ruolo importante nella motilità gastrointestinale, il primo diminuendo la velocità di passaggio tra stomaco e intestino (generando, tra l’altro, un senso di sazietà più durevole) e aumentando le fermentazioni batteriche, il secondo riempiendosi di acqua negli ultimi tratti dell’intestino crasso, aumentando quindi di volume e facilitando l’espulsione delle feci.

La stipsi può anche essere secondaria ad altre condizioni, ad esempio alcune patologie come il morbo di Parkinson, la diverticolite, la sindrome di Down… e anche ad alcuni farmaci, ad esempio oppioidi, analgesici, diuretici e altri.

L’intervento nutrizionale ha i seguenti obiettivi:

Aumentare il volume totale di cibo ingerito e aumentare la quantità di liquidi. Aumentare il contenuto di fibre nella dieta. Aumentare le secrezioni dell’intestino, effetto che si può ottenere tramite l’ingestione di cellulosa e lattosio (per chi non è intollerante!), ovvero alimenti vegetali e latticini.

Possiamo poi pensare di assumere liquidi tiepidi più volte al giorno, consumare frutta, dividere i pasti in più occasioni durante la giornata (5 o 6 pasti al giorno).

In caso di stipsi spastica si deve però evitare la fibra cruda, che potrebbe causare gli spasmi, e consumare quindi solo verdura cotta; limitare gli stimoli chimici (no a caffè, tè e altre bevande eccitanti) e termici; abbondare con acqua e non rinunciare agli alimenti grassi, per un effetto lubrificante.

Se l’origine è rettogena, infine, il medico deve intervenire sulle cause della disfunzione intestinale, la sola dieta non è sufficiente.

Oltre a queste indicazioni alcune norme generiche per evitare questo disturbo sono

una buona attività fisica (che aiuta lo sviluppo dei muscoli intestinali), abituarsi a orari regolari per l’evacuazione, usare con cautela lassativi e purganti

e, se necessario, risolvere con un esperto gli eventuali problemi dati da stress o preoccupazioni quotidiane.

Dott. Giuliano Parpaglioni
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30/07/2012 09:36 Condividi

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AIDS ed HIV: non tutto quello che si sente è vero

Posted: 29 Jul 2012 11:38 PM PDT

Introduzione Relazione tra HIV ed AIDS Trasmissione Storia Diagnosi Cura Negazionismo Introduzione

In quest’articolo vi presentiamo alcuni falsi miti sull’AIDS (i sottotitoli sono quindi le teorie errate che circolano, mentre il testo è la spiegazione del perchè siano privi di fondamento), purtroppo molto diffusi, e cerchiamo di spiegare perché sono errati.

AIDS

AIDS (http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Red_ribbon.png)

L’HIV e l’AIDS sono molto diffusi e colpiscono milioni di persone in tutto il mondo, tanto da venire considerati una vera e propria pandemia.

Nel 2009, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stimava che

33,4 milioni di persone in tutto il mondo fossero affette dall’HIV/AIDS, con 2,7 milioni di nuovi contagi ogni anno e 2 milioni di decessi dovuti all’AIDS.

Nel 2007 l’UNAIDS ha stimato che

33,2 milioni di persone in tutto il mondo fossero affette dall’HIV; l’AIDS, in quell’anno, avrebbe ucciso 2,1 milioni di persone, tra cui 330.000 bambini e il 76% dei decessi si sarebbe verificato nell’Africa subsahariana.

Secondo il rapporto dell’UNAIDS del 2009, da quando l’epidemia è iniziata diversi decenni fa,

60 milioni di persone sono state contagiate dall’HIV, con circa 25 milioni di decessi e 14 milioni di bambini orfani nella sola Africa subsahariana.

I falsi miti sull’HIV e sull’AIDS hanno origini diverse, dalla semplice ignoranza e dai malintesi sulle conoscenze scientifiche sull’HIV e sull’eziologia dell’AIDS, fino alle informazioni scorrette messe in circolazione da gruppi e da istanze ideologiche che negano la relazione tra l’infezione da HIV e la comparsa dell’AIDS.

Relazione tra HIV ed AIDS HIV e AIDS sono sinonimi

È falso. HIV sta per virus dell’immunodeficienza umana: si tratta del virus che indebolisce il sistema immunitario. Il sistema immunitario compromesso da questo virus diventa così soggetto all’AIDS (sindrome dell’immunodeficienza acquisita), caratterizzato da una serie di sintomi, malattie ed infezioni che si verificano in caso di problematiche legate al sistema immunitario.

L’HIV è la causa dell’AIDS, tuttavia non tutte le persone positive all’HIV hanno l’AIDS, perché l’HIV può rimanere silente per molti anni.

Di norma in ogni caso l’HIV progredisce fino a manifestare l’AIDS, definito come

conta linfocitaria inferiore alle 200 cellule/μl, oppure in infezione da HIV accompagnata da coinfezione opportunistica tipica dell’AIDS. L’HIV non può causare l’AIDS perché l’organismo sviluppa una potente risposta anticorpale al virus

Questo ragionamento ignora i numerosi esempi di virus diversi dall’HIV che possono essere patogeni anche dopo la comparsa delle tracce dell’immunizzazione:

Il virus del morbillo può resistere per anni nelle cellule cerebrali, finendo per causare una patologia neurologica cronica nonostante la presenza degli anticorpi. I virus come il citomegalovirus, il virus dell’herpes simplex e quello della varicella possono essere attivati dopo anni di latenza anche se ci sono quantità massicce di anticorpi. Negli animali, i virus imparentati con l’HIV e con periodi di latenza lunghi e variabili, come il virus visna degli ovini, causano lesioni al sistema nervoso centrale anche dopo la produzione di anticorpi.

L’HIV ha inoltre una capacità di mutazione riconosciuta che gli permette di sfuggire alla risposta immunitaria dell’ospite.

Solo pochi linfociti T helper CD4+ sono infetti dall’HIV e quindi il sistema immunitario non subisce danni

Sebbene la percentuale di linfociti T helper CD4+ colpiti dall’HIV in un determinato momento non sia mai troppo elevata (solo un piccolo sottoinsieme delle cellule attivate funge da bersaglio ideale per l’infezione), diversi gruppi di ricerca hanno dimostrato che, nel corso della malattia, i cicli di morte delle cellule infette ed infezione delle nuove cellule bersaglio sono molto rapidi. Anche i macrofagi e altri tipi di cellule sono colpiti dall’HIV e fungono da serbatoio per il virus.

Inoltre, come gli altri virus, l’HIV è in grado di sopprimere il sistema immunitario secernendo proteine che interferiscono con la sua attività. Ad esempio la proteina di membrana dell’HIV, la gp10, si stacca dalle particelle del virus e si lega con i recettori CD4 dei linfociti T del sistema immunitario, interferendo con il normale funzionamento di queste cellule che fungono da recettori e segnalatori. È stato inoltre dimostrato che un’altra proteina dell’HIV, la Tat, è in grado di sopprimere l’attività dei linfociti T. Questo comportamento non è qualitativamente diverso da quello dei virus dell’influenza che, come ben hanno dimostrato i ricercatori, secernono proteine immunosoppressive in grado di rallentare la risposta immunitaria contro il virus.

I linfociti infetti esprimono infine il legante Fas, una proteina della superficie cellulare che provoca la morte dei linfociti T vicini e sani che esprimono il recettore Fas. Quest’effetto di “vicinanza killer” dimostra che il sistema immunitario può essere molto danneggiato anche se il numero di cellule effettivamente infette è molto basso.

Trasmissione Si può essere contagiati dall’HIV anche solo tramite contatto casuale con una persona infetta

Non si può rimanere contagiati dall’HIV tramite semplice contatto con una persona infetta nelle normali situazioni sociali, a scuola o sul posto di lavoro. Non si rimane contagiati stringendo la mano a una persona infetta, abbracciandola o baciandola sulla guancia, usando lo stesso WC, bevendo dallo stesso bicchiere oppure esponendosi ai colpi di tosse o agli starnuti di una persona infetta.

La saliva contiene una carica virale trascurabile, quindi i baci in bocca sono considerati poco rischiosi. Tuttavia, se il partner infetto o entrambi i partner hanno del sangue in bocca a causa di tagli, ulcere o problemi alle gengive, il rischio aumenta.

Il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) ha registrato un solo caso di possibile trasmissione dell’HIV tramite bacio (uomo contagiato dall’HIV con malattia gengivale grave e partner sessuale affetto a sua volta da problemi gengivali gravi), mentre la Terence Higgins Trust afferma che si tratta di una situazione che non presenta alcun rischio.

Teoricamente si potrebbe essere esposti al rischio di contagio anche con altri tipi di contatto, tra cui il contatto con il sangue dal naso, i morsi e la condivisione di pratiche di igiene personale, tuttavia sono stati riportati pochi casi di contagio accidentale avvenuti in questo modo.

I pazienti positivi all’HIV hanno un aspetto caratteristico

Le immagini degli effetti dell’AIDS divulgate dai media fanno sì che molte persone ritengano che i pazienti affetti dall’HIV abbiano un aspetto fisico caratteristico o, perlomeno, siano diversi dalle persone sane. In realtà il decorso della malattia è molto lento e può passare molto tempo prima che compaiano i sintomi: quindi non è possibile diagnosticare l’infezione da HIV con un semplice esame dell’aspetto fisico.

Con i rapporti orali non si trasmette il virus HIV tramite rapporti orali

I rapporti orali presentano certamente un rischio di contagio molto inferiore rispetto a quelli vaginali e anali, ma l’HIV può comunque essere trasmesso tramite rapporti orali, se c’è contatto tra lo sperma o i fluidi vaginali e le mucose della bocca. Il rischio di contagio dopo un singolo rapporto è trascurabile, ma aumenta proporzionalmente al numero di rapporti. Finora il CDC non riporta invece alcun caso di trasmissione per chi riceve il rapporto.

Il rischio di contagio può essere molto elevato nel caso di ferite aperte dei genitali e/o della bocca, oppure in caso di gravi problemi gengivali o sanguinamento gengivale, cioè quando c’è contatto diretto tra lo sperma e ferite aperte sulla pelle o sulla superficie della bocca.

L’HIV è trasmesso dalle zanzare

Quando le zanzare pungono, non iniettano il sangue della loro vittima precedente, ma iniettano soltanto la loro saliva che può trasmettere la febbre dengue, la malaria, la febbre gialla o il virus del Nilo occidentale. Ricordiamo tuttavia che le zanzare, nel loro apparato digerente, possono contenere sangue infetto dall’HIV: se schiacciate sulla pelle di un essere umano, possono trasmettere il virus, ma il rischio è trascurabile e finora non sono stati riferiti casi di contagio attraverso questa modalità.

L’HIV sopravvive per poco tempo fuori dall’organismo

L’HIV può sopravvivere a temperatura ambiente fuori dall’organismo per alcune ore in un ambiente secco (a patto che la concentrazione iniziale sia molto alta) e per settimane in un ambiente umido (nelle siringhe o negli aghi usati). Tuttavia la quantità di virus tipicamente presente nei fluidi corporei non sopravvive per così tanto tempo fuori dall’organismo: di solito al massimo per alcuni minuti in un ambiente secco. In condizioni di umidità elevata, soprattutto all’interno di siringhe, aghi e altri dispositivi del genere, il virus sopravvive per più tempo.

L’HIV contagia soltanto gli uomini omosessuali e chi fa uso di droghe

Negli Stati Uniti la principale modalità di contagio per gli uomini è rappresentata dai rapporti omosessuali, mentre per le donne la trasmissione avviene soprattutto tramite rapporti eterosessuali. Tuttavia l’HIV può colpire chiunque, indipendentemente dall’età, dal sesso, dall’etnia e dall’orientamento sessuale. È certamente vero che i rapporti anali (indipendentemente dal sesso del partner passivo) presentano un rischio di contagio maggiore rispetto agli altri tipi di rapporto, ma comunque la maggior parte dei rapporti penetrativi, indipendentemente dal sesso dei partner, presenta un qualche rischio. Il preservativo, se usato correttamente, è in grado di diminuire il rischio.

Le donne affette dall’HIV non possono avere figli

Le donne contagiate dal virus dell’HIV sono fertili, ma negli ultimi stadi della malattia la gestante può presentare un rischio maggiore di aborto spontaneo. Normalmente il rischio di trasmettere l’HIV al feto si attesta tra il 15 e il 30 per cento, tuttavia può essere ridotto fino al 2-3% se le pazienti seguono scrupolosamente i suggerimenti dei medici.

Storia L’HIV fu introdotto nel Nordamerica da uno steward canadese

In una ricerca pionieristica, William Darrow del CDC identificò il “paziente zero” in Gaëtan Dugas, uno steward canadese. Molte persone considerano Dugas come il responsabile dell’introduzione dell’HIV nel Nordamerica. In realtà, però, si tratta di un’informazione imprecisa, perché l’HIV iniziò a diffondersi molto prima che Dugas iniziasse la sua carriera. La notizia probabilmente iniziò a circolare con il libro di Randy Shilts “And the band played on”, uscito nel 1987, e con il film basato su di esso, in cui Dugas è citato come “paziente zero” dell’AIDS; tuttavia né il libro né il film dicono espressamente che Dugas sia stato il primo a introdurre il virus in Nordamerica. Fu chiamato “paziente zero” perché almeno 40 delle 248 persone che nel 1983 erano dichiarate affette dall’HIV avevano avuto rapporti sessuali con lui, o con qualcuno che aveva avuto rapporti con lui.

La comunità scientifica attualmente è concorde nell’affermare che l’HIV fu introdotto nel Nordamerica da un immigrato haitiano che l’aveva contratto lavorando nella Repubblica Democratica del Congo nei primi anni Sessanta, o da un’altra persona residente in Congo in quegli anni.

Origine dell’AIDS da un rapporto sessuale tra uomo e scimmia

L’HIV è molto probabilmente una forma mutata del virus dell’immunodeficienza delle scimmie, una malattia che colpisce solo gli scimpanzé e le scimmie africane; tuttavia è molto improbabile che la zoonosi dell’HIV (il trasferimento interspecifico della malattia) si sia verificata tramite rapporto sessuale. Gli scimpanzé e le scimmie africane portatrici del virus vengono cacciati spesso per la loro carne, e gli epidemiologi teorizzano che la malattia sia comparsa nella specie umana dopo che i cacciatori entrarono in contatto con il sangue delle scimmie infette da loro uccise. Il primo caso noto di HIV nella specie umana fu scoperto in una persona deceduta nella Repubblica Democratica del Congo nel 1959, e una ricerca recente data l’antenato comune dell’HIV umano e del virus dell’immunodeficienza delle scimmie tra il 1884 e il 1914, usando l’approccio dell’orologio molecolare.

Diagnosi Il test HIV non è attendibile

La diagnosi delle infezioni tramite l’esame degli anticorpi è una prassi medica consolidata. L’esame degli anticorpi dell’HIV (abbreviato come test HIV) è più affidabile rispetto alla maggior parte degli altri esami delle malattie infettive, sia per quanto concerne la sensibilità (capacità di dare esito positivo quando il paziente è davvero ammalato) sia per la specificità (capacità di dare esito negativo se i pazienti sono sani). Molti degli esami attuali per gli anticorpi dell’HIV hanno sensibilità e specificità oltre il 96% e quindi sono estremamente attendibili.

Il progresso nelle metodologie di esame permette di isolare il materiale genetico del virus (gli antigeni) e il virus stesso nei fluidi organici e nelle cellule. Queste metodologie di esame diretto, di solito, non sono usate per gli esami di routine per via dei costi elevati e della strumentazione all’avanguardia che i laboratori dovrebbero possedere, ma hanno sempre confermato la validità degli esami degli anticorpi.

Se l’esame per l’HIV risulta positivo di norma vengono eseguiti gli esami di conferma e gli esami degli antigeni, cioè del materiale genetico del virus e del virus stesso: questi esami servono per confermare che è davvero in atto un’infezione.

Cura e terapia Esiste una cura per l’AIDS?

La terapia retrovirale in molti casi mantiene stabili i sintomi del paziente, permettendogli di diminuire la quantità di virus presente nel sangue fino a livelli molto bassi, quasi non rilevabili dalle analisi.

I farmaci specifici per questa malattia sono in grado di alleviare i sintomi dell’AIDS e, in alcuni casi, persino di curare le patologie che lo caratterizzano. Le terapie sono in grado di stabilizzzare l’infezione da HIV fino a livelli di cronicità che permettono al paziente di sopravvivere a lungo, più o meno come avviene per il diabete.

Tuttavia non si può parlare di una vera e propria cura, perché i protocolli terapeutici attuali non sono in grado di eradicare l’HIV dall’organismo.

Se la terapia viene interrotta, se la risposta ai farmaci è insufficiente o se il virus manifesta resistenza alla terapia, si rilevano alti livelli del virus nel sangue.

Di fatto purtroppo anche se chi è positivo all’HIV con carica virale bassa ha meno probabilità di contagiare altre persone, il rischio di contagio esiste comunque. Inoltre, chi è in terapia retrovirale e la segue correttamente può comunque ammalarsi.

I rapporti sessuali con una persona vergine curano l’AIDS

Questo falso mito è diffuso nell’Africa subsahariana. I rapporti sessuali con una persona vergine e sana non curano l’HIV e il contatto sessuale espone la persona sana all’HIV, spianando la strada a un’ulteriore diffusione della malattia. Questo falso mito ha acquisito notorietà perché è stato indicato come causa di alcuni episodi di abuso sessuale e di molestie su minori in Africa.

I rapporti sessuali con un animale evitano il contagio o curano l’AIDS

Il National Council of Societies for the Prevention of Cruelty to Animals (NSPCA) di Johannesburg (Sudafrica) riporta in un sondaggio del 2002 che alcuni giovani ritengono che avere rapporti sessuali con un animale sia un mezzo per evitare l’AIDS o per curarsi, se si è infetti. Come nel caso dei rapporti con una persona vergine, non esistono prove scientifiche a sostegno di questa tesi, e non è mai stato ipotizzato alcun meccanismo che potrebbe renderla plausibile. Il rischio di contrarre l’HIV tramite rapporti con gli animali è trascurabile, tuttavia la pratica è comunque a rischio.

Negazionismo Non esiste l’AIDS in Africa. L’AIDS è un nome nuovo per un insieme di malattie vecchie

Le malattie connesse all’AIDS in Africa, come la sindrome da malnutrizione, la diarrea e la tubercolosi, sono un problema gravissimo per il continente. Tuttavia, gli alti tassi di mortalità di queste malattie in passato limitati agli anziani e alle persone affette da malnutrizione, ora sono comuni anche tra le persone giovani e di mezza età, comprese quelle più istruite e della classe media, colpite dall’HIV.

Ad esempio, in una ricerca effettuata in Costa d’Avorio, gli individui sieropositivi affetti da tubercolosi polmonare presentano un rischio 17 volte maggiore di decesso entro sei mesi rispetto alle persone sieronegative affette da tubercolosi polmonare. In Malawi la mortalità sui tre anni tra i bambini che hanno ricevuto le vaccinazioni consigliate e che hanno superato il primo anno di vita è 9.5 volte maggiore tra i bambini sieropositivi rispetto a quelli sieronegativi. Le principali cause di morte sono il deperimento organico e le malattie respiratorie. Ricerche effettuate in altre zone dell’Africa danno delle ricerche erano simili.

L’HIV non causa l’AIDS

La comunità scientifica è generalmente concorde nell’affermare che l’HIV sia la causa dell’AIDS, ma alcune persone la pensano diversamente; tra di esse ricordiamo il biologo Peter Duesberg, il biochimico David Rasnick, la giornalista/attivista Celia Farber, lo scrittore conservatore Tom Bethell e il sostenitore del creazionismo (disegno intelligente) Phillip E. Johnson. Altre persone un tempo scettiche hanno abbandonato la posizione negazionista, ad esempio il fisiologo Robert Root-Bernstein e il fisico e ricercatore sull’AIDS Joseph Sonnabend.

Si sa ormai davvero molto sulla patogenesi dell’HIV, anche se rimane ancora da far luce su alcuni dettagli importanti. Tuttavia, capire completamente la patogenesi di una malattia, non è un prerequisito fondamentale per arrivare a comprendere quale sia la sua causa. La maggior parte degli agenti infettivi è stata associata alla malattia di cui è causa molto prima che fossero scoperti i meccanismi patogenetici. La ricerca sulla patogenesi è difficile se non sono disponibili modelli precisi sia sulla specie umana sia su quelle animali, se il meccanismo che causa la patologia non è ben chiaro (come nel caso della tubercolosi e dell’epatite B) ma gli agenti patogeni responsabili della malattia sono molto diffusi.

L’AIDS è causato dall’AZT e dagli altri farmaci antiretrovirali, non dall’HIV

La stragrande maggioranza dei pazienti sieropositivi non ha mai ricevuto la terapia antiretrovirale, compresi i pazienti che risiedevano nei paesi in via di sviluppo prima della commercializzazione dell’AZT nel 1987. Anche attualmente sono davvero pochi i pazienti che hanno accesso a questa terapia nei paesi in via di sviluppo.

Negli anni Ottanta gli esperimenti sui pazienti affetti dall’AIDS dimostrarono che l’AZT, somministrato come terapia singola, dava un vantaggio in termini di sopravvivenza trascurabile (e modesto) rispetto al placebo. Tra i pazienti contagiati dall’HIV che ancora non avevano manifestato l’AIDS gli esperimenti controllati con il placebo hanno evidenziato che l’AZT, somministrato come farmaco singolo, riusciva a rinviare di un anno o due la comparsa delle patologie connesse all’AIDS.

Esperimenti clinici successivi dimostrarono che i pazienti che ricevono la combinazione di due farmaci hanno fino al 50% di tempo in più di progressione verso l’AIDS e di sopravvivenza rispetto ai pazienti che ricevono la monoterapia. In anni più recenti, le terapie combinate con tre farmaci hanno fatto registrare un altro miglioramento del 50-80% nella progressione verso l’AIDS e nella sopravvivenza, rispetto ai protocolli con due farmaci presenti negli esperimenti clinici. L’uso di potenti terapie combinate contro l’HIV ha contribuito a una considerevole diminuzione dell’incidenza dell’AIDS e dei relativi decessi nelle popolazioni in cui i farmaci sono ampiamente disponibili: quest’effetto sarebbe altamente improbabile se i farmaci antiretrovirali fossero la causa dell’AIDS.

I fattori comportamentali (come l’uso di droghe ricreative e la promiscuità sessuale), e non l’HIV, sono le uniche spiegazioni dell’AIDS

Da molte parti, e da molti anni, si sostiene che l’AIDS sia causato da fattori comportamentali, come la promiscuità sessuale e l’uso sul lungo periodo di droghe ricreative. In realtà, però, l’epidemia di AIDS, caratterizzata dalla presenza di infezioni opportunistiche prima molto rare, come la polmonite da Pneumocystis carinii (PCP) non è comparsa negli Stati Uniti prima che l’HIV iniziasse a diffondersi in determinate comunità.

Una prova convincente contro l’ipotesi che l’AIDS sia causato unicamente da fattori comportamentali è fornita da ricerche recenti che hanno seguito gruppi di uomini omosessuali per lunghi periodi e hanno scoperto che solo le persone sieropositive all’HIV sviluppano l’AIDS. Ad esempio, in un gruppo studiato in uno studio prospettico a Vancouver (British Columbia), 715 uomini omosessuali sono stati seguiti per circa 8 anni e mezzo.

Tra i 365 positivi all’HIV, 136 hanno sviluppato l’AIDS. Tra i 350 sieronegativi, non si sono verificate patologie connesse all’AIDS, nonostante i pazienti abbiano riferito un uso frequente di popper (droga ricreativa da inalare) e di altre sostanze d’abuso, nonchè frequenti rapporti anali passivi (Schechter e al., 1993).

Altre ricerche hanno dimostrato che, tra gli uomini omosessuali e i consumatori di droghe iniettabili, il deficit immunitario specifico che conduce all’AIDS (la perdita progressiva e prolungata dei linfociti T helper CD4+) è estremamente rara in assenza di altri fattori di immunosoppressione. Ad esempio, nel Multicenter AIDS Cohort Study, più di 22.000 rilevazioni di linfociti T in 2.713 uomini omosessuali negativi all’HIV hanno evidenziato solo un individuo con conta di linfociti T helper permanentemente inferiore a 300/µl di sangue, in un paziente che stava ricevendo una terapia immunosoppressoria.

In una ricerca su 229 consumatori di droghe iniettabili negativi all’HIV a New York, la conta dei linfociti T helper era costantemente superiore a 1000/µl di sangue. Solo due pazienti presentavano una conta inferiore ai 300/µl: uno di essi è deceduto per una patologia cardiaca e la causa del decesso è stata attribuita a un linfoma non Hodgkin.

L’AIDS in chi ha ricevuto una trasfusione è causato dalle patologie per cui si è resa necessaria, non dall’HIV

Quest’affermazione è contraddetta da un rapporto del Transfusion Safety Study Group (TSSG), che ha messo a confronto due gruppi di persone, positive e negative all’HIV, che avevano ricevuto trasfusioni di sangue per malattie simili. Dopo circa tre anni dalla trasfusione, la conta media dei linfociti T helper nei 64 pazienti negativi all’HIV era di 850/µl, mentre nei 111 individui positivi all’HIV la media dei linfociti T helper era di 375/µl. Nel 1993, si erano registrati 37 casi di AIDS nel gruppo positivo all’HIV, mentre non c’erano casi di patologie connesse all’AIDS nel gruppo di pazienti negativi all’HIV che avevano ricevuto trasfusioni.

L’uso massiccio dei concentrati dei fattori di coagulazione (e non l’HIV) causa la carenza di linfociti T helper e l’AIDS nei pazienti emofiliaci

Molte ricerche contraddicono quest’affermazione. Ad esempio, nei pazienti affetti dall’emofilia A negativi all’HIV che hanno partecipato al Transfusion Safety Study, non è stata registrata alcuna differenza significativa nella conta dei linfociti T helper tra i 79 pazienti in terapia con dosi minime di fattori o che non ricevevano la terapia e i 52 che avevano ricevuto le dosi massime di fattori nel corso della vita. I pazienti di entrambi i gruppi presentavano una conta di linfociti T helper nei limiti. In un altro rapporto del Transfusion Safety Study non sono stati riportati casi di patologie connesse all’AIDS tra 402 emofiliaci negativi all’HIV sottoposti a terapia con fattori di coagulazione.

In un gruppo osservato nel Regno Unito, i ricercatori hanno abbinato 17 pazienti emofiliaci positivi all’HIV con 17 emofiliaci negativi all’HIV rispetto all’uso dei fattori di coagulazione su un periodo di 10 anni. In questo periodo si sono verificati 16 eventi clinici connessi all’AIDS in 9 pazienti, tutti positivi all’HIV. Nel gruppo di pazienti negativi all’HIV non sono state registrate patologie connesse all’AIDS. In ogni coppia di pazienti, la conta media dei linfociti T helper durante il periodo di follow-up in media era inferiore di 500 cellule/µl nel paziente positivo all’HIV.

Tra i pazienti emofiliaci contagiati dall’HIV, i ricercatori del Transfusion Safety Study hanno scoperto che né la purezza né la quantità di fattore VIII somministrato durante la terapia ha conseguenze negative sulla conta dei linfociti T helper. Analogamente, il Multicenter Hemophilia Cohort Study non ha registrato alcuna connessione tra la dose cumulativa di concentrato plasmatico e l’incidenza dell’AIDS tra i pazienti emofiliaci contagiati dall’HIV.

La distribuzione dell’AIDS mette in dubbio che l’HIV sia la causa della malattia. L’incidenza dei virus non cambia a seconda del genere, eppure solo una piccola percentuale dei casi di AIDS riguarda il genere femminile

La distribuzione dei casi di AIDS, sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo, rispecchia inevitabilmente la distribuzione dell’HIV nella popolazione. Negli Stati Uniti l’HIV ha fatto la sua comparsa nei gruppi di consumatori di droghe iniettabili (che sono in maggioranza uomini) e degli uomini omosessuali. L’HIV si diffonde principalmente tramite rapporti sessuali non protetti, tramite lo scambio di siringhe infette o tramite contaminazione incrociata della soluzione della droga e del sangue infetto durante l’iniezione. Questi comportamenti presentano una distribuzione ineguale secondo il genere: gli uomini fanno un maggior uso di droghe iniettabili rispetto alle donne e, in generale, adottano una condotta sessuale più a rischio, ad esempio nei rapporti anali non protetti. Non sorprende, quindi, che la maggior parte dei casi di AIDS negli Stati Uniti si sia verificata tra gli uomini.

Negli Stati Uniti, tuttavia, le donne presentano sempre più casi di contagio da HIV, che di norma avviene tramite scambio di siringhe contaminate o tramite rapporti con un uomo positivo all’HIV. Il CDC stima che, nel 1998, il 30% dei nuovi casi di contagio da HIV si sia verificato nella popolazione di sesso femminile. Oltre all’aumento delle donne colpite dall’HIV, è aumentato anche il numero delle donne malate di AIDS. Il 23 per cento circa dei casi di AIDS nella popolazione adulta/adolescente degli Stati Uniti riferiti al CDC nel 1998 si è verificato nella popolazione femminile. Nel 1998 l’AIDS era la quinta causa di decesso nella popolazione femminile nella fascia d’età tra i 25 e i 44 anni e la terza causa di decesso tra le donne afroamericane nella stessa fascia d’età.

In Africa, l’HIV è stato riconosciuto per la prima volta nella popolazione eterosessuale sessualmente attiva, e i casi di AIDS in Africa si sono verificati più o meno con la stessa frequenza negli uomini e nelle donne. In generale la distribuzione dell’HIV e dell’AIDS tra gli uomini e le donne e di circa 1 a 1. Nell’Africa subsahariana, il 57 per cento degli adulti affetti dall’HIV è donna, e le donne di età compresa tra i 15 e i 24 anni corrono un rischio di contagio triplo rispetto agli uomini nella stessa fascia d’età.

L’HIV non è la causa dell’AIDS perché molti pazienti contagiati dall’HIV non sviluppano l’AIDS

L’infezione da HIV ha un decorso prolungato e variabile. Attualmente il tempo che intercorre tra il contagio da HIV e la comparsa di patologie clinicamente diagnosticabili è di circa 10 anni nei paesi industrializzati.

Come per molte altre malattie, il decorso dell’HIV può essere influenzato da molti fattori diversi. I fattori come l’età o le differenze genetiche tra gli individui, il livello di virulenza del singolo ceppo di virus e le influenze esogene come la coinfezione da parte di altri microrganismi possono determinare la gravità e il tipo di espressione patologica dell’HIV.

Analogamente, ad esempio, alcune persone affette dall’epatite B non presentano sintomi oppure sono colpitie solo dall’ittero e guariscono spontaneamente, mentre altre soffrono di patologie che possono andare dall’infezione cronica del fegato, alla cirrosi, al carcinoma epatocellulare. I cofattori forse sono anche fondamentali per determinare perché alcuni fumatori sviluppano il tumore ai polmoni, mentre altri no.

L’HIV non è la causa dell’AIDS perché alcune persone soffrono dei sintomi connessi all’AIDS pur non essendo state contagiate dall’HIV

La maggior parte dei sintomi dell’AIDS sono causati dallo sviluppo di infezioni opportunistiche e tumori connessi alla grave immunosoppressione secondaria dell’HIV, ma l’immunosoppressione ha molte altre cause potenziali.

I pazienti che assumono cortisone e/o farmaci immunosoppressori (per esempio per prevenire il rigetto post-trapianto o per curare le malattie autoimmuni) possono essere particolarmente soggetti a infezioni insolite, come i pazienti affetti da determinate malattie genetiche, da malnutrizione grave e da determinati tipi di tumore. Non c’è alcuna prova a sostegno del fatto che il numero di questi casi sia aumentato, tuttavia ci sono molte prove epidemiologiche che dimostrano un considerevole aumento dei casi di immunosoppressione tra i pazienti che condividono il fatto di essere stati contagiati dall’HIV.

Lo spettro delle infezioni connesse all’AIDS riscontrabili in diverse popolazioni dimostra che l’AIDS è un gruppo di patologie non causate dall’HIV

Le patologie connesse all’AIDS, come la polmonite da Pneumocystis jiroveci (PCP) e le infezioni da Mycobacterium avium complex (MAC), non sono causate direttamente dall’HIV, ma piuttosto dall’immunosoppressione provocata dall’HIV. Quando il loro sistema immunitario si indebolisce, i pazienti contagiati dall’HIV sono più soggetti a determinate infezioni virali, micotiche e batteriche frequenti nella comunità a cui appartengono. Ad esempio i pazienti positivi all’HIV negli stati del Midwest sono molto più soggetti rispetto agli abitanti di New York all’istoplasmosi, una patologia causata da un fungo. In Africa gli agenti patogeni a cui sono esposti i pazienti sono diversi rispetto a quelli delle città americana. I bambini, inoltre, possono essere esposti ad agenti infettivi diversi da quelli degli adulti.

L’HIV è la causa della patologia chiamata AIDS, ma le altre patologie che possono colpire i pazienti affetti dall’AIDS dipendono dagli agenti patogeni endemici a cui i pazienti possono essere esposti.

Fonte Principale:

Wikipedia

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Farmaco e Cura

17/07/2012 09:46 Condividi

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Morbo di Chagas: sintomi, contagio, prevenzione e cura

Posted: 15 Jul 2012 11:07 PM PDT

Introduzione Contagio Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Cura Prevenzione Introduzione

Il morbo di Chagas si chiama così in onore del medico brasiliano Carlos Chagas, che lo scoprì nel 1909. E’ causato dal parassita Trypanosoma cruzi, trasmesso agli animali ed alle persone da insetti che si trovano solo nelle Americhe, e soprattutto nelle zone rurali dell’America Latina dove la povertà è molto diffusa.

Il morbo di Chagas (cioè l’infezione da T. cruzi) è anche detto tripanosomiasi americana.

Si stima che in Messico, America Centrale e Sudamerica da 8 a 11 milioni di persone siano affette dalla malattia di Chagas, e la maggior parte di esse non ne sia consapevole. Se non viene curata l’infezione dura per tutta la vita e può mettere in pericolo la vita del paziente.

Gli effetti del morbo di Chagas non si limitano alle zone rurali dell’America Latina in cui il contagio avviene tramite gli insetti, le migrazioni su larga scala dalle zone povere alle zone urbane dell’America Latina e verso altre parti del mondo hanno modificato la distribuzione geografica, diffondendo la malattia. Negli Stati Uniti e nelle altre regioni dove attualmente il morbo di Chagas fa registrare casi pur senza essere molto diffuso, le strategie di controllo dovrebbero concentrarsi sulla prevenzione della trasmissione tramite trasfusioni di sangue, trapianti di organi e verticale (cioè dalla madre al neonato).

Contagio

Il contagio può avvenire secondo diverse modalità.

Nelle zone in cui la malattia è endemica (cioè molto diffusa), la trasmissione principale è mediante un insetto vettore, nel caso specifico le cimici triatomine: si tratta di cimici ematofaghe (che succhiano il sangue) e si infettano mordendo un animale o una persona infetta. Una volta infette, le cimici espellono i parassiti T. cruzi con le feci. Le cimici vivono nelle case costruite con materiali come il fango, i mattoni, la paglia e con i tetti di foglie di palma.

Durante il giorno, le cimici si nascondono nelle fessure delle pareti e dei tetti, mentre durante la notte, quando gli abitanti dormono, le cimici triatomine escono allo scoperto: tendono a nutrirsi sul volto delle persone, quindi sono anche dette cimici assassine, o cimici baciatrici.

Dopo aver morso la persona e ingerito il sangue, defecano sul volto, quindi la persona può essere contagiata dal parassita T. cruzi se le feci dell’insetto penetrano nell’organismo tramite le mucose o le lesioni della pelle.

La persona che dorme, passandosi le mani sul volto, può far penetrare accidentalmente le feci nella ferita del morso, negli occhi o nella bocca.

Il contagio, inoltre, può avvenire tramite:

consumo di alimenti crudi contaminati con le feci delle cimici infette, trasmissione congenita (dalla gestante al bambino), trasfusione di sangue, trapianto di organi, esposizione accidentale in laboratorio.

Per le madri affette dal morbo di Chagas l’allattamento al seno di solito è considerato sicuro; tuttavia, se la madre ha delle lesioni ai capezzoli o c’è del sangue nel latte, dovrebbe tirare e buttare via il latte, finché il capezzolo non guarisce e il sangue non scompare.

Il morbo di Chagas non viene trasmesso da persona a persona come il raffreddore o l’influenza, e nemmeno tramite contatto casuale con persone o animali infetti.

Diffusione

Il morbo di Chagas è diffuso in tutto il mondo, tuttavia la trasmissione mediante insetto vettore è limitata alle Americhe, e in particolare alle zone rurali in parte del Messico, dell’America Centrale e del Sudamerica.

In alcune regioni dell’America Latina i programmi di controllo dei vettori sono riusciti a fermare questo tipo di diffusione della patologia.

Il morbo di Chagas non è invece endemico nei Caraibi, ad esempio a Porto Rico o a Cuba. Nel sud degli Stati Uniti sono stati riportati rari casi di trasmissione tramite insetto vettore.

In Italia la diffusione del Morbo di Chagas è per larga parte ignota, perchè mancano al momento dati e statistiche sui casi presenti e la malattia è ancora poco conosciuta anche fra gli addetti ai lavori, nonostante sia considerata una grave minaccia emergente. (Fonte)

Sintomi

La maggior parte delle informazioni cliniche sul morbo di Chagas deriva dall’esperienza delle persone che sono state contagiate in età pediatrica mediante trasmissione da insetto vettore. La gravità e il decorso dell’infezione possono essere diversi nelle persone contagiate in altre fasi della vita, in altri modi o da ceppi diversi del parassita T. cruzi.

Il morbo di Chagas ha due fasi diverse:

la fase acuta e quella cronica.

Entrambe possono essere asintomatiche, oppure estremamente gravi e mettere in pericolo la vita del paziente.

Fase acuta

La fase acuta dura per le prime settimane o i primi mesi dall’infezione. Di solito passa inosservata perché è asintomatica o i sintomi sono molto lievi, oppure non sono caratteristici del morbo di Chagas.

Tra i sintomi lamentati dai pazienti possiamo ricordare:

febbre, affaticamento, dolori muscolari, mal di testa, eruzioni cutanee, diminuzione dell’appetito, diarrea e vomito.

I sintomi evidenti durante la visita possono comprendere:

lieve ingrossamento del fegato o della milza, gonfiore dei linfonodi e gonfiore locale (chagoma) nel punto in cui il parassita penetra nell’organismo. Chagas, sintomi

Chagas, sintomi (http://phil.cdc.gov/phil/details.asp?pid=2617)

Il segno più evidente del morbo di Chagas acuto è il segno di Romaña che comprende l’ingrossamento delle palpebre sul lato della faccia vicino al morso dell’insetto o dove l’insetto ha depositato le feci o dove le feci sono accidentalmente entrate in contatto con l’occhio.

Anche se i sintomi si sviluppano durante la fase acuta, di solito scompaiono spontaneamente, entro alcune settimane o alcuni mesi. Anche se i sintomi scompaiono, l’infezione, se non viene curata, si cronicizza. In rari casi, i bambini piccoli (mendo del 5%) muoiono per l’infiammazione/infezione grave del muscolo cardiaco (miocardite) o del cervello (meningoencefalite). La fase acuta può essere molto grave anche nei pazienti con sistema immunitario gravemente compromesso.

Fase cronica

Durante la fase cronica l’infezione può rimanere silente per decenni o addirittura per tutta la vita. Tuttavia alcuni pazienti possono soffrire di:

complicazioni cardiache, che possono comprendere la cardiomiopatia (ingrossamento del cuore), l’insufficienza cardiaca, l’aritmia (anomalia del battito cardiaco) e l’arresto cardiaco (morte improvvisa); complicazioni dell’apparato digerente, che possono comprendere: megaesofago o acalasia (ingrossamento dell’esofago), megacolon (ingrossamento del colon) e possono comportare difficoltà nella nutrizione o nel passaggio delle feci.

Il rischio medio di sviluppare una o più di queste complicazioni durante la vita è pari al 30% circa.

Quando chiamare il medico

Il paziente dovrebbe esporre le sue preoccupazioni al medico, che lo visiterà e gli rivolgerà alcune domande, ad esempio sul suo stato di salute e sui luoghi in cui ha vissuto.

Il morbo di Chagas viene diagnosticato con gli esami del sangue. Se si scopre che siete affetti dal morbo di Chagas, dovrete effettuare un elettrocardiogramma, anche se vi sentite perfettamente bene. Probabilmente il medico vi consiglierà di rivolgervi a uno specialista per effettuare altri esami e iniziare le terapie.

Anche se i risultati dell’esame sono normali, probabilmente dovrete comunque assumere i farmaci antiparassitari per curare il morbo di Chagas.

Pericoli Famigliari

Nel caso di diagnosi di malattia di Chagas, i famigliari della persona colpita dovrebbero fare gli esami se:

potrebbero essere stati contagiati con la stessa modalità vostra, ad esempio tramite insetto vettore in America Latina; hanno ricevuto sangue o organi donati da voi dopo che siete stati contagiati; sono vostri figli e sono nati dopo che siete stati contagiati; ci sono altri motivi che inducano a pensare che siano affetti dal morbo di Chagas. Cura e terapia

Ci sono due approcci alla terapia ed entrambi possono salvare la vita al paziente:

terapia antiparassitaria, che serve per uccidere il parassita; terapia sintomatica, che serve per gestire i segni e i sintomi dell’infezione.

La terapia antiparassitaria è più efficace nelle prime fasi dell’infezione, ma non è limitata ai casi di morbo in fase acuta. La maggior parte dei pazienti non deve essere ricoverata in ospedale durante la terapia.

La terapia sintomatica può aiutare i pazienti affetti da complicazioni cardiache o intestinali del morbo di Chagas; ad esempio il pacemaker e i farmaci per le aritmie possono salvare la vita ad alcuni pazienti affetti da patologie cardiache croniche.

Prevenzione

Se state programmando un viaggio in una zona rurale dell’America Latina dove il morbo di Chagas è endemico, vi ricordiamo che attualmente non esistono né farmaci né vaccini in grado di prevenire il contagio.

Se dormite al chiuso, in costruzioni moderne (ad esempio con l’aria condizionata o le zanzariere), correte meno rischi di esporvi alle cimici assassine che infestano le costruzioni più povere e sono attive soprattutto durante la notte.

Per prevenire il contagio potete

spruzzare i locali infestati con un insetticida ad azione residuale, coprire il letto con una zanzariera trattata con un insetticida ad azione prolungata, indossare abiti che vi proteggano ed applicare prodotti repellenti sulla pelle esposta.

Chi viaggia, inoltre, dovrebbe conoscere le altre possibili modalità di infezione, come quella tramite il sangue e quella tramite gli alimenti.

Fonte Principale: CDC

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Farmaco e Cura

13/07/2012 09:00 Condividi

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Nodo in gola ed ansia: sintomi, diagnosi, pericoli e cura

Posted: 08 Jul 2012 11:48 PM PDT

Introduzione Cause Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

Il nodo in gola (o bolo isterico, o bolo ipofaringeo) è la sensazione di avere qualcosa di fermo in gola che in realtà non c’è. Si tratta di una sensazione molto reale ed il paziente non la esprime semplicemente per lamentarsi.

Il nodo in gola può essere percepito come una massa, una sporgenza, come catarro o come semplice fastidio localizzato: il modo di descriverlo varia molto a seconda del paziente. E’ un disturbo relativamente frequente.

Solo raramente esiste davvero una massa reale in gola (causata da infezioni, problemi di tiroide, tumori, …). In questo articoli tratteremo invece il caso più comune, ossia quando la sensazione di “qualcosa in gola” è di fatto solo un’impressione, anche se particolarmente reale.

Si riesce a guarire dal nodo alla gola?

Probabilmente sì, ma sappiamo che un numero significativo di pazienti continua a lamentare il fastidio alla gola dopo due anni dalla comparsa quindi, se il sintomo persiste, è inutile rimproverarsi di non aver fatto abbastanza. Tuttavia è molto raro che il nodo in gola peggiori con il passare del tempo: se peggiora, andate di nuovo dall’otorino.

Cause

Non è stato finora diagnosticato alcun meccanismo fisiologico o eziologico specifico per il nodo alla gola; alcune ricerche suggeriscono che, nel momento in cui si presentano i sintomi, sia presente un’elevata pressione cricofaringea (dovuta alla muscolatura presente in gola) oppure una motilità ipofaringea anomala (ossia dei movimenti anomali in gola).

La sensazione di avere un nodo alla gola potrebbe anche essere causata dal reflusso gastroesofageo (GERD) o dalla deglutizione e dalla secchezza della gola connesse all’ansia o ad altri stati emotivi.

Tra i disturbi che possono essere scambiati per la sensazione di nodo alla gola ricordiamo i diverticoli cricofaringei (dell’esofago superiore), lo spasmo esofageo diffuso, il reflusso gastroesofageo, i disturbi muscolo-scheletrici (ad esempio la miastenia gravis, la distrofia miotonica e la polimiosite) e le lesioni nodulari del collo o del mediastino che causano la compressione dell’esofago.

Secondo alcuni autori la sensazione di nodo alla gola potrebbe essere sintomo di alcuni disturbi dell’umore (ad esempio una rabbia eccessiva); alcuni pazienti, inoltre, potrebbero essere particolarmente predisposti a questa reazione. Lo stress sembra avere un ruolo nella sensazione di nodo in gola nei due terzi circa dei pazienti, quindi spesso può essere utile modificare lo stile di vita o rilassarsi. Molti pazienti temono che il nodo alla gola sia un sintomo di un tumore alla gola e scoprono di sentirsi meglio appena dopo essersi fatti visitare da un otorinolaringoiatra.

Pericoli

Il nodo in gola è un sintomo del tumore alla gola?

No! In realtà molti dei pazienti che hanno questo sintomo non sono fumatori e quindi è altamente improbabile che abbiano un tumore alla gola.

E’ comunque importante in caso di persistenza del sintomo vagliare con l’aiuto del proprio medico anche questa possibilità.

Diagnosi

Lo scopo principale della diagnosi è quello di distinguere tra la sensazione di nodo alla gola dalla vera e propria disfagia, che indica un disturbo strutturale o motorio della faringe o dell’esofago.

Anamnesi

Il medico vi farà delle domande sui disturbi attuali per avere una descrizione chiara dei sintomi, soprattutto per quanto concerne eventuali dolori durante la deglutizione, le difficoltà di deglutizione (ad esempio la sensazione che il cibo rimanga in gola). Il momento in cui compaiono i sintomi è importante e occorre capire in particolar modo se il sintomo si presenta quando si mangia o si beve, oppure se sia indipendente da queste attività; il medico dovrebbe inoltre indagare esplicitamente sulla connessione tra i sintomi e gli eventi psicologici del paziente.

Il medico vi domanderà inoltre se siete dimagriti (sintomo di un disturbo della deglutizione) o se presentate sintomi di debolezza muscolare.

Visita

Il medico palpa il collo e la gola alla ricerca di eventuali noduli. L’orofaringe viene osservata direttamente e l’otorino tipicamente esamina la bocca, inserendo poi un endoscopio flessibile a fibre ottiche per controllare anche la gola.

Il medico, inoltre, dovrebbe osservare la deglutizione, di acqua e di alimenti solidi, ad esempio dei crackers. È importante l’esame neurologico, con particolare attenzione alla funzionalità motoria.

Sintomi preoccupanti

I sintomi seguenti devono essere immediatamente segnalati al medico:

Male al collo o mal di gola, Dimagrimento, Comparsa improvvisa del nodo alla gola dopo i cinquant’anni, Dolore, soffocamento o difficoltà di deglutizione, Rigurgito, Debolezza muscolare, Massa palpabile o visibile, Peggioramento progressivo dei sintomi. Esami

I pazienti che presentano i sintomi tipici del nodo in gola non hanno bisogno di eseguire particolari esami. Se la diagnosi non è chiara o il medico non riesce a visualizzare bene la faringe, vengono eseguiti gli esami per la disfagia. Tra gli esami tipici ricordiamo

l’esofagografia opaca o con mezzo di contrasto, la misurazione del tempo di deglutizione, la radiografia toracica, la manometria esofagea. Cura e terapia

Il medico rassicura in genere il paziente standogli vicino, perché finora nessun farmaco si è dimostrato efficace per combattere il nodo alla gola. Il medico, inoltre, dovrebbe consigliare al paziente di gestire la depressione, l’ansia o altri disturbi del comportamento sottostanti, indirizzandolo verso uno psichiatra, se necessario. Nel frattempo, può essere utile comunicare al paziente che i sintomi e gli stati emotivi sono collegati.

Attualmente non esiste una terapia specifica per il nodo alla gola tuttavia, se soffrite di reflusso esofageo, può essere utile curarlo. Se ci riuscite, cercate di ignorare il nodo in gola perché, più ci pensate, più sembrerà peggiorare.

La deglutizione eccessiva o il fatto di schiarirsi in continuazione la gola non fanno altro che irritare la gola e peggiorare la sensazione: il paziente può entrare in un circolo vizioso, quindi cercate di non deglutire troppo e di non schiarirvi troppo la gola, anche se vi verrebbe spontaneo.

Se la sensazione di nodo in gola è particolarmente fastidiosa, bere qualcosa di caldo o tenere in bocca una caramella vi aiuteranno a tenere la gola idratata.

Fonti Principali:

the-nose.info Manuale Merck

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Mangiare con male in bocca ed in gola in chemioterapiaHerpangina: sintomi, contagio negli adulti e bambiniSinghiozzo: cause, rimedi e pericoliRaucedine, abbassamento della voce ed altri problemi correlati: cause e rimediBocca secca (xerostomia): cause, rimedi e pericoliBocca secca (xerostomia): cause, rimedi e pericoliReflusso gastroesofageo You are subscribed to email updates from Farmaco e Cura
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02/07/2012 09:44 Condividi

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Tinea versicolor (o pitiriasi): sintomi e cura

Posted: 01 Jul 2012 11:42 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Pericoli Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La tinea versicolor (o pitiriasi versicolor) non è pericolosa, però può causare imbarazzo per le macchie che provoca sulla pelle.

Tutti noi abbiamo dei lieviti (funghi microscopici) che vivono sulla nostra pelle, ma se questi iniziano a crescere in modo incontrollato si può contrarre la malattia delle pelle detta tinea versicolor.

La tinea versicolor non è contagiosa, cioè non la si può trasmettere a qualcun altro e nemmeno si può essere contagiati da qualcun altro.

La pitiriasi è molto diffusa, è uno dei disturbi dermatologici più diffusi nelle zone tropicali e subtropicali e chi vive in queste zone può esserne colpito in qualsiasi mese dell’anno.

Cause

Tutti noi, sulla nostra pelle, ospitiamo il lievito che provoca la pitiriasi e non è chiaro perché il lievito proliferi sulla pelle di alcuni pazienti e non di altri, tuttavia sappiamo con certezza che:

La tinea versicolor colpisce persone di qualsiasi colore, Gli adolescenti e i giovani sono i più colpiti perché hanno la pelle più grassa, Gli anziani e i bambini si ammalano raramente, a meno che non vivano una zona tropicale o subtropicale, Nei pazienti che vivono in zone non tropicali spesso la tinea versicolor scompare durante i mesi più freschi e secchi. Fattori di rischio

I dermatologi ritengono che i lieviti inizino a proliferare per i seguenti motivi:

clima caldo e umido, sudorazione eccessiva, pelle grassa, debolezza del sistema immunitario. Sintomi Tinea versicolor

Tinea versicolor (Photo By Grook Da Oger)

Spesso la tinea versicolor si presenta come un’eruzione cutanea ed il primo sintomo è spesso costituito da macchie sulla pelle, le cui caratteristiche sono:

Sono macchie più chiare (o a volte più scure) della pelle circostante. Le macchie possono essere di colore biancastro, rosa, salmone, rossastro, marrone chiaro o scuro. Possono comparire in qualsiasi zona dell’organismo. La pelle in corrispondenza delle macchie può essere secca e desquamarsi. La pelle in corrispondenza delle macchie può prudere. Quando ci si abbronza, le macchie diventano più evidenti perchè il lievito impedisce alla pelle di abbronzarsi. Le macchie si ingrandiscono lentamente. Man mano che il lievito cresce, le macchie si possono unire e formare chiazze di pelle più chiara o scura di quella circostante. Le macchie possono scomparire d’inverno quando la temperature cala e ritornare in primavera o estate quando il clima è più caldo e umido. Man mano che il lievito cresce, le macchie possono ingrandirsi e unirsi a formare chiazze più ampie.

In alcuni casi le macchie della tinea versicolor sono così poco evidenti che non ci si rende conto di averle e quando compaiono macchie chiare sulla pelle, può essere scambiata per vitiligine. La vitiligine è un disturbo che causa lo scolorimento della pelle.

Pericoli

Seguendo la terapia, è facile eliminare il lievito. La pelle, tuttavia, può scolorirsi o scurirsi per alcune settimane o mesi, ma alla fine ritornerà del colore normale.

La tinea versicolor può ripresentarsi anche dopo la terapia. Se il clima è caldo e umido, il lievito può riprendere a proliferare in modo incontrollato. Per alcuni pazienti che vivono in climi tropicali può rivelarsi necessario l’uso di un detergente medicato per prevenire le ricadute. Chi vive in zone in cui la primavera è calda è umida può presentare ricadute ogni anno nei mesi primaverili.

Diagnosi

Il dermatologo spesso è in grado di diagnosticare la tinea versicolor con un semplice esame visivo della pelle. In caso di dubbi cercherà di arrivare a una diagnosi compiendo le azioni seguenti:

Prelievo di un piccolo frammento di pelle da esaminare al microscopio. Esame visivo della pelle con uno speciale apparecchio detto lampada di Wood o luce nera. Il dermatologo terrà la lampada di Wood a 10, 15 centimetri dalla pelle da esaminare. Se il paziente è affetto da tinea versicolor, la pelle colpita apparirà di colore giallastro sotto la luce della lampada. Cura e terapia

La terapia prescritta dal dermatologo dipende da diversi fattori, ad esempio la zona del corpo colpita, l’estensione, lo spessore delle macchie e il clima.

La terapia della tinea versicolor può comprendere:

Farmaci da applicare sulla pelle. Si tratta della terapia più frequente. I lieviti sono tenuti sotto controllo con shampoo, saponi, unguenti e lozioni antimicotici. I principi attivi di questi farmaci spesso sono il solfato di selenio, il ketoconazolo o lo zinco piritione. Detergenti medicati. La tinea versicolor spesso tende a ripresentarsi, soprattutto se il paziente vive in luoghi caldi e umidi. Usare un detergente medicato una volta o due al mese, soprattutto nei periodi caldi e umidi, può essere utile per prevenire la proliferazione dei lieviti. Antimicotici per uso orale. Il dermatologo può prescrivere questi farmaci se la tinea versicolor copre una zona molto ampia, forma macchie molto spesse o tende a ripresentarsi dopo le cure. La terapia con questi farmaci è di breve durata, tuttavia può causare effetti collaterali indesiderati e interagire con altre terapie che state seguendo. Convivere con la tinea versicolor

Se la pitiriasi è lieve, probabilmente sarete in grado di curarla senza ricorrere al dermatologo. Esistono infatti diversi prodotti antimicotici in vendita in farmacia senza ricetta, tra cui ricordiamo:

shampoo a base di solfato di selenio, creme o unguenti antimicotici a base di miconazolo, clotrimazolo o terbinafina.

Se si usano questi prodotti, i dermatologi consigliano di:

lavare e asciugare bene la pelle colpita. applicare uno strato sottile di prodotto, una o due volte al giorno per almeno due settimane.

Se si usa lo shampoo, attendere 5 o 10 minuti prima di risciacquare.

Se non riscontrate alcun miglioramento dopo 4 settimane, vi consigliamo di prenotare una visita dermatologica.

Se avete bisogno di un farmaco più potente, dovrete farvi visitare dal dermatologo.

Sia che cerchiate di curarvi con rimedi più blandi sia che vi facciate visitare dal dermatologo, vi potrà essere utile seguire questi consigli per ottenere risultati migliori:

Evitate i prodotti per la cura della pelle troppo grassi. Usate prodotti che non ungono o non comedogenici. Indossate abiti comodi. Evitate gli abiti stretti. Proteggete la pelle dal sole. Se vi abbronzate, la tinea versicolor sarà più evidente. Non usate il lettino e non fate la lampada. Anche l’abbronzatura artificiale rende più evidente la tinea versicolor. Come proteggere la pelle dal sole

Per ottenere il massimo dai prodotti per la cura della pelle, dovrete proteggerla dal sole, mettendo la crema solare tutti i giorni. Ricordate di applicare la crema 20 minuti prima di uscire, su tutte le zone di pelle che non saranno coperte dai vestiti. Cercate di usare una crema solare che offra:

Protezione contro gli UVA e gli UVB (sull’etichetta può esserci scritto “ad ampio spettro”). SPF (fattore di protezione) pari o superiore a 30. Formulazione che non unge (sull’etichetta può esserci scritto “prodotto non comedogenico”). Stile di vita e rimedi pratici

Per i casi di tinea versicolor più lievi, potete applicare una lozione, una crema, un unguento o uno shampoo antimicotico in vendita in farmacia senza ricetta. La maggior parte delle infezioni micotiche risponde bene a questi principi per uso topico:

Clotrimazolo (crema o lozione), Miconazolo (crema), solfato di selenio (shampoo all’1%), terbinafina (crema o gel).

Lavate e asciugate la zona colpita, poi applicate uno strato sottile della formulazione per uso topico una volta o due al giorno, per almeno due settimane. Se usate lo shampoo, lasciatelo agire da 5 a 10 minuti prima di risciacquare. Se dopo quattro settimane non riscontrate alcun miglioramento, andate dal medico, perché potrebbe essere necessario un farmaco più potente.

Prevenzione

Per prevenire le ricadute, il medico può prescrivervi una terapia topica o orale da seguire una volta o due al mese. Tra le terapie preventive ricordiamo:

solfato di selenio (shampoo al 2,5%), ketoconazolo (schiuma, gel, crema, shampoo o compresse), itraconazolo (compresse o capsule).

Fonti Principali:

aad.org MayoClinic

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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25/06/2012 09:22 Condividi

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Gotta: dieta ed alimentazione

Posted: 24 Jun 2012 11:01 PM PDT

La gotta è una malattia data dall’accumulo di acidi urici depositati a livello delle articolazioni e dei tessuti vicini, questi depositi vengono chiamati tofi. Anche se non tutte le persone con elevati livelli di acidi urici nel sangue sviluppano la gotta, l’eventuale presenza di questi accumuli può danneggiare le articolazioni e causare dolore, il principale obiettivo quindi è quello di limitare l’iperuricemia, ovvero la sovrabbondanza di acidi urici nel sangue.

Le cause di questa malattia sono sia genetiche che ambientali (malattie metaboliche, disfunzioni renali, alimentazione, alcol, farmaci…), l’alimentazione gioca un ruolo importante sia nella prevenzione che nel trattamento, ad esempio l’abuso di alcol o una dieta troppo ricca portano spesso all’innalzamento degli acidi urici. Paradossalmente, anche una dieta troppo restrittiva porta ad un innalzamento degli acidi urici: questi derivano dal metabolismo di particolari molecole, chiamate purine, quindi

se la dieta è troppo ricca il risultato è che c’è sovrabbondanza di queste molecole dalle fonti alimentari, se invece è troppo scarsa le purine derivano dal catabolismo dell’organismo.

L’iperuricemia può rimanere asintomatica a lungo, ma nel momento in cui cominciano a comparire i primi dolori articolari sono generalmente a carattere acuto (durano pochi giorni e scompaiono da soli). Può esserci un periodo asintomatico dopo la prima crisi dolorosa, che nel tempo può ripresentarsi ad intermittenza.

Il periodo necessario per sviluppare accumuli sottocutanei è piuttosto lungo, anche cinque o dieci anni, i tofi possono svilupparsi nelle parti cartilaginee, nei tendini, nei tessuti molli e nel rene causando insufficienza renale cronica.

Come detto precedentemente, il primo obiettivo della terapia è quello di abbassare i livelli di acidi urici nel sangue, questo potrebbe portare anche alla diminuzione o addirittura alla scomparsa dei tofi che causano il dolore. Il medico può prescrivere vari tipi di farmaco, sia analgesici per il trattamento del dolore, sia con l’obiettivo della diminuzione dell’uricemia, ma nello stesso momento la dieta deve essere regolata di conseguenza alle esigenze del paziente.

In caso di sovrappeso od obesità, la dieta dovrà essere moderatamente ipocalorica per raggiungere gradualmente il peso desiderabile, ma come detto precedentemente non deve essere troppo drastica per evitare di causare un ulteriore aumento dei livelli di acidi urici nel sangue. I consigli generali, oltre queste prime indicazioni, sono

Evitare il digiuno prolungato. Evitare una dieta troppo ricca in grassi e proteine e di conseguenza evitare o diminuire il consumo di alimenti ricchi di purine (acciughe, cervello, fegato, reni, gamberi, sarde, …) Limitare il consumo di alcol. Bere molta acqua per evitare il formarsi di calcoli renali.

Gli alimenti sconsigliati sono:

brodo di carne grassa o estratti di carne, visceri e carni grasse, hamburger, würstel, oca, anatra, frutti di mare e uova di pesce, insaccati grassi, formaggi stagionati grassi, strutto, lardo, alcol.

Fondamentalmente la frequenza di assunzione degli alimenti è rapportata al contenuto di alcol, grassi e purine, quindi via libera a:

alimenti vegetali (compresi i cereali come la pasta e il pane), pesce magro, pollo, tacchino, latte scremato, olio extravergine d’oliva, caffè, tè e tisane.

Sono da limitare, invece, gli alimenti che sono una via di mezzo tra questi, come

la maionese, gli asparagi, i piselli, il pomodoro, gli spinaci (questi vegetali sono da limitare per la sospetta relazione con la possibilità di sviluppare calcoli renali, ma una buona assunzione di acqua permette il loro consumo), carni di maiale o di bovino (solo le parti magre), latte intero, frutta secca, zuccheri semplici.

Un altro importante accorgimento è quello di non utilizzare troppi grassi durante la cottura, preferendo metodi tipo

la cottura al vapore, la bollitura, la piastra, il cartoccio, il soffritto.

Se si desidera eseguire una frittura bisogna assicurarsi che la temperatura dell’olio sia sufficientemente elevata per non essere assorbito dall’alimento. Ovviamente, i fritti sono da evitare in caso di remissione di un attacco acuto. Per insaporire gli alimenti è possibile usare

aglio, cipolla, spezie varie, aceto, limone.

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in alimentazione e dietetica
riceve a Brescia e Milano
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

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11/06/2012 09:28 Condividi

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Contraccettivi: guida alla scelta e domande frequenti

Posted: 10 Jun 2012 11:39 PM PDT

Introduzione Astinenza Metodi naturali Metodi di barriera Metodi ormonali Metodi impiantabili Metodi non reversibili Contraccezione d’emergenza Domande frequenti Introduzione

In assoluto non c’è un metodo contraccettivo migliore di un altro, ogni metodo ha i propri pro e contro.

Tutti, uomini e donne, possono decider se e quando avere un figlio. Fare una scelta sulla contraccezione, però, non è mai facile, perché bisogna tenere in conto molti fattori diversi. Per iniziare potete documentarvi sui metodi contraccettivi che voi o il vostro o la vostra partner potete usare per impedire la gravidanza. Vi consigliamo, inoltre, di discutere le varie opzioni con il vostro medico.

Prima di scegliere un metodo contraccettivo, vi consigliamo di valutare:

il vostro stato di salute generale, la frequenza dei rapporti, il numero di partner, se la decisione di non avere figli è definitiva, l’efficacia contraccettiva di ciascun metodo, i possibili effetti collaterali, la comodità di ciascun metodo.

Ricordate che anche i metodi contraccettivi più efficaci possono fallire, tuttavia la probabilità di rimanere incinte è minima se, una volta scelto un metodo lo usate sempre, in modo corretto, in ogni rapporto.

I diversi metodi anticoncezionali

E’ possibile scegliere tra molti tipi diversi di contraccezione. I vari metodi sono classificati a seconda del loro funzionamento:

Astinenza Metodi naturali Metodi di barriera Spugna contraccettiva Diaframma, cappuccio cervicale e scudo cervicale Preservativo femminile Preservativo maschile Metodi ormonali Contraccettivi orali: pillola combinata (pillola) Contraccettivi orali: pillola progestinica (minipillola) Cerotto Contraccettivi iniettabili Anello vaginale Dispositivi impiantabili Bastoncino impiantabile Spirale Metodi contraccettivi permanenti Impianto di sterilizzazione Sterilizzazione chirurgica Contraccezione d’emergenza Astinenza

Astinenza significa non avere rapporti (vaginali, anali o orali). È l’unico modo certo per prevenire la gravidanza e per essere protetti dalle malattie sessualmente trasmissibili (MST), come l’HIV.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 0 Effetti collaterali e rischi Nessuno Metodi naturali

Con questo approccio si pratica l’astinenza oppure si usa un metodo di barriera nei giorni in cui la donna è più fertile (cioè ha maggiori probabilità di rimanere incinta), mentre non si prendono precauzioni nei restanti giorni.

Le donne che hanno un ciclo mestruale regolare possono rimanere incinte in 9 o più giorni al mese; i giorni fertili vanno indicativamente da 5 giorni prima a 3 giorni dopo l’ovulazione, compreso il giorno dell’ovulazione, ma basarsi su questi calcoli è estremamente rischioso.

Affinché questo metodo sia efficace, è necessario imparare a conoscere il proprio ciclo. In questo modo potrete scoprire e prevedere i giorni fertili o “non sicuri”. Per scoprire i dettagli del vostro ciclo, potete tenere un’agenda in cui annotate:

quando inizia il ciclo, come si presenta (flusso mestruale abbondante o scarso) come vi sentite (dolore al seno, crampi).

Chi usa questo metodo deve anche controllare il muco cervicale e annotare la propria temperatura ogni giorno. Il muco cervicale è il muco presente nella vagina: la donna è più fertile quando il muco è trasparente e vischioso come il bianco d’uovo. Rilevate la temperatura basale e annotatela in un grafico. La temperatura, dal giorno dell’ovulazione, aumenterà di 0,4, 0,8 gradi. Poi potrete parlare con il medico o con chi vi insegna il metodo per capire come registrare e come interpretare queste informazioni

Si sottolinea tuttavia che è considerato un metodo non sicuro e che, nella migliore delle ipotesi, richiede grande esperienza.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 25 Effetti collaterali e rischi Nessuno Metodi di barriera Spugna contraccettiva

Questo metodo di barriera è costituito da un dispositivo rotondo e morbido, munito di una cordicella a un’estremità. La spugna è fatta di schiuma di poliuretano e contiene lo spermicida nonoxinolo 9, che uccide gli spermatozoi.

La spugna va inumidita e inserita in vagina prima del rapporto, con la cordicella rivolta verso il basso. La spugna va a proteggere il collo dell’utero ed è efficace anche per diversi rapporti, per un periodo di 24 ore. Per essere efficace, deve essere tenuta in vagina per almeno sei ore dopo l’ultimo rapporto: non va tenuta in vagina per più di 30 ore consecutive.

Negli Stati Uniti è in commercio un solo tipo di spugna contraccettiva, chiamata Today Sponge®. Questo prodotto non va usato in caso di allergia allo spermicida nonoxinolo 9.

Spermicida

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 30 (Il funzionamento ottimale si ha con l’uso contemporaneo di un metodo di barriera, ad esempio del preservativo) Effetti collaterali e rischi Irritazione Reazioni allergiche Infezioni delle vie urinarie

Spugna

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 16-20 Effetti collaterali e rischi Irritazione Reazioni allergiche Difficoltà di estrazione Shock tossico se lasciata in posizione per troppo tempo Diaframma, cappuccio cervicale e scudo cervicale

Questi metodi di barriera impediscono agli spermatozoi di penetrare nel collo dell’utero (l’apertura inferiore dell’utero) e di raggiungere l’ovulo.

Il diaframma è una piccola coppetta di lattice.

Il cappuccio cervicale è una coppetta di lattice a forma di ditale. È anche chiamato FemCap®.

Lo scudo cervicale è una coppetta di silicone munita di valvola che, mediante un meccanismo di suzione, la fa aderire al collo dell’utero. È anche chiamato scudo di Lea®.

Il diaframma e il cappuccio cervicale sono disponibili in diverse taglie, quindi è necessario un medico per scegliere la taglia giusta. Lo scudo cervicale, invece, è in commercio in una sola taglia.

Prima dei rapporti è necessario coprire il dispositivo con lo spermicida (gel che blocca o uccide gli spermatozoi); poi il dispositivo va inserito in vagina, a protezione del collo dell’utero. Il gel o la schiuma spermicida sono in vendita in farmacia (non sono disponibili in Italia, che io sappia).

Per prevenire la gravidanza, tutti e tre i metodi di barriera devono essere lasciati in vagina da 6 a 8 ore dopo il rapporto. Il diaframma dovrebbe essere tolto al massimo dopo 24 ore, il cappuccio e lo scudo, invece, dopo 48 ore al massimo.

Cappuccio

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 17-23 Effetti collaterali e rischi Irritazione Reazioni allergiche Anomalie del pap test Shock tossico se lasciato in posizione troppo a lungo

Diaframma

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 15 Effetti collaterali e rischi Irritazione Reazioni allergiche Infezioni delle vie urinarie Shock tossico se lasciato in posizione per troppo tempo Preservativo femminile

Si tratta di un preservativo indossato dalla donna all’interno della vagina. Impedisce agli spermatozoi di penetrare nell’organismo femminile. È fatto di gomma sottile e flessibile e la sua confezione contiene anche un lubrificante. Può essere inserito già 8 ore prima del rapporto. Usate un preservativo nuovo per ogni rapporto ed evitate di usarlo insieme al preservativo tradizionale.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 20 Effetti collaterali e rischi Irritazione Reazioni allergiche Preservativo

Il preservativo è una guaina sottile che, collocata sopra al pene in erezione, impedisce allo sperma di penetrare nell’organismo femminile. I preservativi possono essere fatti di lattice o di altri materiali anallergici.

Il preservativo può essere:

Lubrificato, per facilitare il rapporto. Non lubrificato, utilizzabile anche per i rapporti orali. Durante i rapporti vaginali o anali è consigliabile usarlo con un lubrificante a base acquosa, disponibile in farmacia. I lubrificanti a base oleosa, come gli oli per massaggi o il petrolato, indeboliscono il condom, facendolo fallare o rompere.

I preservativi vanno conservati in un luogo fresco e asciutto. Se li si tiene in un luogo caldo, ad esempio nel portafoglio o nel cruscotto della macchina, il lattice si indebolisce e quindi il preservativo può fallarsi o rompersi.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 11-16 Effetti collaterali e rischi Reazioni allergiche Metodi ormonali Contraccettivi orali: pillola combinata (“pillola”)

La pillola contiene degli ormoni, in particolare un estrogeno ed un progestinico: va assunta ogni giorno per impedire l’ovulazione, cioè il rilascio dell’ovulo da parte delle ovaie. La pillola provoca inoltre cambiamenti nelle mucose uterine e nel muco cervicale, che impediscono agli spermatozoi di fecondare l’ovulo.

Alcune donne preferiscono la pillola a ciclo esteso, che comprende 12 settimane di pillola contenente ormoni (attiva) e una settimana di pillola inattiva, cioè senza ormoni. Se si assume la pillola a ciclo esteso, si avranno solo tre o quattro cicli all’anno (questo approccio è poco usato in Italia).

Sono in commercio diversi tipi di contraccettivi orali, chiedete al ginecologo quale può fare al caso vostro.

Il medico può sconsigliarvi di assumere la pillola se:

avete più di 35 anni e fumate, avete precedenti di trombosi o problemi di coagulazione del sangue, voi o le vostre familiari avete sofferto di tumore al seno, al fegato o all’endometrio.

In alcune situazioni gli antibiotici possono interferire con il funzionamento della pillola, chiedete al ginecologo quale metodo contraccettivo di riserva dovrete usare in caso di assunzione di antibiotici.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 5

(Se si è in sovrappeso, l’efficacia della pillola diminuisce) Effetti collaterali e rischi Vertigini Nausea Anomalie del ciclo mestruale Sbalzi d’umore Aumento di peso Dolore al seno Ipertensione Trombosi Infarto Ictus Problemi di vista Cerotto

Evra® è un cerotto che va indossato sul basso ventre, sulle natiche, sull’avambraccio superiore o nella parte superiore del corpo. Rilascia gli ormoni estrogeno e progestinico nel sangue, impedendo l’ovulazione nella maggior parte delle pazienti; inoltre ispessisce il muco cervicale, impedendo agli spermatozoi di fecondare l’ovulo. Il cerotto va cambiato ogni settimana, per tre settimane consecutive. Nella quarta settimana libera da cerotto si avrà il ciclo mestruale.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 5

(Può essere meno efficace per le donne che pesano più di 90 kg) Effetti collaterali e rischi Effetti collaterali simili a quelli della pillola combinata Maggiore esposizione agli estrogeni rispetto agli altri metodi Iniezioni di progestinico

Questo metodo contraccettivo è anche noto con il nome commercial di Depo-Provera®. Le iniezioni di ormone progestinico vanno effettuate ogni tre mesi, nel braccio o nelle natiche. Un nuovo tipo di farmaco può anche essere iniettato sottopelle. Le iniezioni contraccettive impediscono l’ovulazione nella maggior parte delle pazienti. Provocano anche modifiche del collo dell’utero che impediscono agli spermatozoi di raggiungere l’ovulo.

Questo metodo non dovrebbe essere usato per più di 2 anni consecutivi, perché può provocare una diminuzione temporanea della densità ossea. Maggiore è la durata delle iniezioni, più la massa ossea diminuisce. Le ossa ricominciano a crescere una volta interrotte le iniezioni; questo metodo, se usato per un lungo periodo, può tuttavia far aumentare il rischio di fratture e osteoporosi.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) Minore di 1 Effetti collaterali e rischi

Spotting

Aumento di peso

Dolore al seno

Mal di testa

Osteoporosi (con uso a lungo termine) Anello vaginale

Nuvaring® sottile e flessibile che rilascia il progestinico e l’estrogeno, impedendo l’ovulazione. Ispessisce inoltre il muco cervicale, impedendo agli spermatozoi di raggiungere l’ovulo.

L’anello va appiattito tra il pollice e l’indice e inserito in vagina. Deve essere indossato per tre settimane consecutive: nella quarta settimana, libera dall’anello, si ha il ciclo mestruale, poi va inserito un nuovo anello.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) 5 Effetti collaterali e rischi Effetti collaterali simili a quelli della pillola combinata Gonfiori vaginali Irritazione Perdite vaginali Metodi impiantabili Bastoncino

È un bastoncino flessibile, delle dimensioni di un fiammifero, che viene impiantato sottopelle nell’avambraccio superiore. È anche chiamato Implanon®. Il bastoncino rilascia il progestinico che va a modificare le mucose uterine e il muco cervicale, impedendo agli spermatozoi di raggiungere l’ovulo o, in alcuni casi, impedendo l’ovulazione. Il bastoncino è efficace per un massimo di 3 anni.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) Minore di 1

(Può non essere efficace per le donne in sovrappeso o obese) Effetti collaterali e rischi Acne Aumento di peso Cisti ovariche Sbalzi d’umore Depressione Caduta dei capelli Mal di testa Nausea Vertigini Male al seno Anomalie del ciclo mestruale Calo del desiderio Spirale (IUD)

La spirale è un piccolo dispositivo a forma di T, impiantato nell’utero. Esistono spirali di due tipi:

Spirale in rame. Rilascia una piccola quantità di rame nell’utero, che impedisce agli spermatozoi di raggiungere e fecondare l’ovulo. Se si verifica la fecondazione, la IUD impedisce l’impianto dell’ovulo fecondato nelle pareti dell’utero. La spirale deve essere inserita da un ginecologo, e può rimanere nell’utero per un periodo variabile dai 5 ai 10 anni. Spirale ormonale. La spirale ormonale è in commercio con il nome di Mirena® ed è anche chiamata dispositivo intrauterino o IUS. Rilascia il progestinico nell’utero, impedendo l’ovulazione e facendo ispessire il muco cervicale, e quindi impedendo agli spermatozoi di raggiungere l’ovulo. La spirale ormonale inoltre impedisce all’ovulo fecondato di impiantarsi nell’utero. La spirale deve essere inserita da un ginecologo, e può rimanere nell’utero per un massimo di 5 anni. Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) Minore di 1 Effetti collaterali e rischi

Crampi

Spotting

Malattia infiammatoria pelvica

Sterilità

Lacerazioni o perforazione dell’utero

Metodi non reversibili Impianto di sterilizzazione

Il metodo Essure® è il primo metodo non chirurgico di sterilizzazione femminile. Usa un tubicino per far passare un minuscolo dispositivo simile a una molla prima in vagina, poi nell’utero e infine nelle tube. Attorno alla spirale si forma un tessuto cicatriziale che ostruisce le tube e impedisce l’incontro dell’ovulo e dello spermatozoo.

Per la crescita del tessuto cicatriziale sono necessari circa 3 mesi, quindi, durante questo periodo, è fondamentale usare un altro metodo anticoncezionale. Poi la paziente dovrà ritornare dal medico per un esame che dimostri che il tessuto cicatriziale ha effettivamente bloccato le tube.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) Meno di 1 Effetti collaterali e rischi Dolore Gravidanza ectopica (extrauterina) Sterilizzazione chirurgica

Nelle donne la sterilizzazione chirurgica comporta la chiusura delle tube o la loro legatura. Gli ovuli, quindi, non possono più raggiungere l’utero, dove dovrebbe avvenire la fecondazione. L’intervento chirurgico può essere effettuato con diverse tecniche; in alcuni casi può avvenire immediatamente dopo il parto cesareo, per evitare un altro intervento in un secondo momento.

Negli uomini la vasectomia impedisce agli spermatozoi di raggiungere il pene: l’eiaculato non conterrà più spermatozoi. Dopo l’intervento gli spermatozoi continuano a rimanere attivi ancora per circa 3 mesi. In questo periodo, è necessario usare un metodo anticoncezionale alternativo. Per capire se c’è ancora traccia di spermatozoi è sufficiente eseguire un semplice esame detto spermiogramma.

Sterilizzazione maschile

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) Meno di 1 Effetti collaterali e rischi Dolore Emorragie Complicazioni dell’intervento chirurgico

Sterilizzazione femminile

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne) Meno di 1 Effetti collaterali e rischi Dolore Sanguinamento Complicazioni dell’intervento Gravidanza ectopica (extrauterina) Contraccezione d’emergenza

La pillola del giorno (Norlevo®) dopo è usata come metodo contraccettivo in caso di rapporti vaginali non protetti. “Non protetti” può significare che non è stato usato alcun metodo contraccettivo, oppure che è stato usato un metodo contraccettivo che però non ha funzionato, come nel caso di un preservativo che si rompe. Può anche succedere che la donna abbia dimenticato la pillola oppure sia stata stuprata o costretta ad avere un rapporto.

La contraccezione d’emergenza comporta l’assunzione di un’unica pillola ormonale che impedisce l’ovulazione oppure la fecondazione. Per avere una percentuale d’efficacia maggiore, la pillola andrebbe assunt il prima possibile dopo il rapporto non protetto, e comunque entro 72 ore dal rapporto.

E’ da poco disponibile anche una nuova formulazione, EllaOne®, efficace fino a 5 giorni dopo il rapporto.

Percentuale di fallimento (numero di gravidanze attese/100 donne)

15

(Deve essere usata entro 72 ore dal rapporto non protetto, 5 giorni nel caso di EllaOne; è un metodo di emergenza, e non un metodo di contraccezione da usare regolarmente) Effetti collaterali e rischi Nausea Vomito Dolori addominali Affaticamento Mal di testa Domande frequenti Tutti i metodi contraccettivi proteggono dalle malattie sessualmente trasmissibili (MST)?

No. Il preservativo tradizionale è l’unico metodo anticoncezionale che si è dimostrato efficace contro le MST, compreso l’HIV. Sono in corso ricerche per capire se il preservativo femminile è efficace contro le MST e l’HIV.

Quanto sono efficaci i vari metodi? Ci sono effetti collaterali?

Tutti i metodi anticoncezionali raggiungono la massima efficacia se usati correttamente e in ogni rapporto. Accertatevi di saperli usare nel modo giusto. A volte i medici non spiegano come usare correttamente un metodo perché danno per scontato che voi sappiate già tutto, ma voi fate tutte le domande che ritenete necessarie. I medici sono abituati a parlare di contraccezione, quindi non vergognatevi.

Per imparare a usare alcuni metodi contraccettivi ci vuole tempo e pratica, ad esempio molti non sanno che, per sbaglio, si può indossare un preservativo “al contrario”. Altri, invece, non sanno che bisogna lasciare un piccolo spazio vuoto sulla sommità del preservativo per raccogliere lo sperma eiaculato durante l’orgasmo.

Per poter usare un metodo contraccettivo è necessario andare dal medico?

La necessità di andare dal medico dipende dal metodo scelto.

In farmacia potrete trovare:

Preservativo, Preservativo femminile, Spugna contraccettiva, Spermicida.

È invece necessaria la prescrizione per:

Contraccettivi orali (pillola, minipillola), Cerotto, Anello vaginale, Diaframma (per sceglierne uno della vostra misura è necessario l’aiuto del ginecologo), Cappuccio cervicale, Scudo cervicale, Iniezioni (vanno eseguite in ambulatorio), Spirale (va inserita da un ginecologo), Bastoncino impiantabile (va inserito da un medico), Pillola del giorno dopo.

Sarà necessario un intervento, eventualmente chirurgico, per:

Sterilizzazione (femminile e maschile) Esistono creme o gel con effetto anticoncezionale?

Sì: sono gli spermicidi, che si trovano in vendita in farmacia. Gli spermicidi uccidono gli spermatozoi e sono in vendita in diverse formulazioni (non tutte disponibili in Italia):

schiuma, gel, crema, pellicola, ovuli, tavolette.

Gli spermicidi vanno inseriti in vagina al massimo un’ora prima del rapporto. Se si usano la pellicola, gli ovuli o le tavolette, bisogna aspettare almeno 15 minuti prima di avere un rapporto, in modo da permettere allo spermicida di sciogliersi. Non bisogna fare lavande vaginali né fare il bidè per almeno 6, 8 ore dopo il rapporto. Se si hanno diversi rapporti consecutivi, lo spermicida va riapplicato prima di ogni rapporto.

Gli spermicidi raggiungono la massima efficacia se usati insieme a un metodo di barriera, come il preservativo, il diaframma o il cappuccio cervicale. Alcuni spermicidi possono essere usati unicamente con il diaframma o con il cappuccio cervicale: controllate bene la confezione per essere sicuri di che cosa comprate.

Gli spermicidi contengono sostanze chimiche in grado di uccidere gli spermatozoi. Alcuni di essi contengono il nonoxinolo 9, che può far aumentare il rischio di HIV se usato regolarmente. Questa sostanza irrita i tessuti della vagina e dell’ano, e quindi facilita l’ingresso del virus dell’HIV nell’organismo. Alcune donne sono allergiche al nonoxinolo 9 e devono usare spermicidi che non lo contengono. I farmaci che combattono le infezioni vaginali da lieviti sono in grado di diminuire l’efficacia degli spermicidi. Gli spermicidi, inoltre, non proteggono dalle malattie sessualmente trasmissibili.

Il coito interrotto è un metodo contraccettivo efficace?

Non molto! Il coito interrotto è la situazione in cui l’uomo ritrae il pene dalla vagina prima di eiaculare. Lo sperma, quindi, non può raggiungere l’ovulo. Ritrarsi può essere molto difficile, perché richiede un estremo autocontrollo.

Anche se si usa il coito interrotto, l’uomo può eiaculare una minima quantità di sperma anche prima dell’orgasmo. Quando il pene è in erezione, può emettere il liquido preeiaculatorio, che contiene spermatozoi, quindi è comunque possibile rimanere incinta.

Il coito interrotto non protegge dalle malattie sessualmente trasmissibili né dall’HIV.

Tutte le mie amiche prendono la pillola. Sarà poi sicura?

Le pillole attuali contengono una dose di ormoni molto più bassa che in passato, quindi il rischio di effetti collaterali risulta molto diminuito. La pillola anticoncezionale, tuttavia, presenta sia vantaggi sia svantaggi. Tra i vantaggi ricordiamo:

Ciclo più regolare e meno abbondante, Diminuzione dei crampi, Diminuzione del rischio di tumore all’ovaio e all’endometrio, di malattia infiammatoria pelvica, di cisti ovariche benigne e di anemia da carenza di ferro.

Tra gli svantaggi ricordiamo il maggior rischio, per alcune pazienti, di:

Patologie cardiache, ipertensione e trombosi, Nausea, mal di testa, dolori al seno e aumento di peso, Depressione.

Molti di questi effetti collaterali scompaiono dopo i primi mesi di assunzione. Chi fuma, chi ha più di 35 anni o ha precedenti di trombosi o tumori al seno o all’endometrio è maggiormente a rischio di soffrire di effetti collaterali gravi, e probabilmente non potrà prendere la pillola. Chiedete sempre consiglio al vostro ginecologo per decidere se la pillola fa al caso vostro.

La pillola protegge dalle MST, compreso l’HIV/AIDS?

No, la pillola non offre alcuna protezione. La pillola e la maggior parte degli altri metodi anticoncezionali non offrono alcuna protezione contro le malattie sessualmente trasmissibili, compreso l’HIV (il virus che causa l’AIDS). Servono unicamente a impedire la gravidanza.

Il preservativo tradizionale è il miglior metodo anticoncezionale in grado di prevenire le malattie sessualmente trasmissibili, compreso l’HIV. Se siete allergici al lattice, i profilattici in poliuretano potrebbero rappresentare una buona alternativa. Se il vostro partner non vuole o non può usare il preservativo, potete usare il preservativo femminile, che crea una barriera in grado di proteggervi dalle MST.

Se usate preservativi non lubrificati per i rapporti vaginali o anali, potete aggiungere un lubrificante a base acquosa, in vendita in farmacia. Non usate i prodotti a base d’olio, ad esempio gli oli da massaggio, gli oli per neonati o il petrolato, per lubrificare il preservativo: il preservativo diventerà più fragile, e potrà rompersi o lacerarsi. Usate un preservativo nuovo per ogni rapporto.

La mia fidanzata mi ha parlato del dental dam (diga dentale): che cos’è?

Il dental dam (diga dentale) è un pezzo di lattice di forma quadrata, usato dai dentisti durante gli interventi. Non è un metodo anticoncezionale, però può essere utile per proteggersi dalle malattie sessualmente trasmissibili, compreso l’HIV, durante i rapporti oro-vaginali o oro-anali. Va collocato sull’apertura della vagina o dell’ano prima del rapporto orale. È in vendita nei negozi specializzati in articoli sanitari.

Fonte Principale: womenshealth.gov (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Farmaco e Cura

05/06/2012 09:46 Condividi

Farmaco e Cura h1 a:hover div#emailbody table#itemcontentlist tr td div ul div#emailbody table#itemcontentlist tr td div blockquote div#emailbody table#itemcontentlist tr td div li table#itemcontentlist tr td a:link, table#itemcontentlist tr td a:visited, table#itemcontentlist tr td a:active, ul#summarylist li a img Farmaco e Cura

Sindrome di Raynaud: sintomi, cause, cura

Posted: 03 Jun 2012 11:24 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Diagnosi Cura Introduzione

La sindrome di Raynaud è una malattia rara che colpisce le arterie, cioè i vasi sanguigni che trasportano il sangue dal cuore al resto dell’organismo.

La sindrome di Raynaud è anche detta fenomeno di Raynaud: è caratterizzata da brevi episodi di vasospasmo, cioè di restringimento dei vasi sanguigni.

Il vasospasmo delle arterie fa diminuire il flusso di sangue diretto verso le dita delle mani e dei piedi. I pazienti di solito sono colpiti dalla sindrome di Raynaud alle dita delle mani; nel 40 per cento circa dei casi, la sindrome interessa le dita dei piedi. In rari casi, colpisce il naso, le orecchie, i capezzoli e le labbra.

In molti casi i medici non riescono a diagnosticare la causa della sindrome di Raynaud, in questi casi la sindrome allora è anche detta Raynaud primario.

In altri casi, invece, il disturbo è causato da un’altra patologia o da altri fattori, quindi viene detto fenomeno di Raynaud, o Raynaud secondario.

Il Raynaud primario è più frequente e in genere è meno grave del Raynaud secondario.

Se soffrite della sindrome di Raynaud, primaria o secondaria, il freddo o lo stress possono provocare un attacco, durante il quale la circolazione diretta alle zone colpite si interrompe completamente o parzialmente.

La pelle, quindi, diventa biancastra o bluastra per un breve periodo di tempo. Quando la circolazione ritorna alla normalità, le zone colpite possono diventare rosse, e iniziano a pulsare, a formicolare, a bruciare o a intorpidirsi.

In entrambe le forme di sindrome di Raynaud, gli attacchi possono essere causati da cambiamenti di temperatura anche minimi o molto brevi: ad esempio le dita possono diventare blu anche quando si tira fuori qualcosa dal freezer o ci si espone per pochi attimi a temperature inferiori ai 15 °C.

La maggior parte dei pazienti che soffrono di sindrome di Raynaud non riporta danni ai tessuti né disabilità permanenti, però chi ne soffre in forma grave può presentare ulcere o cancrene dovute ad attacchi prolungati o ripetuti. “Cancrena” significa morte e decomposizione dei tessuti.

Prognosi

Il 5% circa della popolazione degli Stati Uniti è colpito dalla sindrome di Raynaud. Il Raynaud primario è, nella maggior parte dei casi, poco più di un fastidio e di norma lo si può gestire con semplici modifiche dello stile di vita.

Il Raynaud secondario può essere più difficile da tenere sotto controllo, tuttavia i pazienti hanno a disposizione diverse terapie per prevenire o alleviare i sintomi. In caso di Raynaud secondario, è fondamentale curare il disturbo o la patologia a monte.

Cause

In molti casi i medici non riescono a diagnosticare la causa della sindrome di Raynaud. Il disturbo, quindi, è detto sindrome di Raynaud o Raynaud primario.

In altri casi, la causa del disturbo è un’altra patologia o sono altri fattori. Questo tipo di disturbo è detto fenomeno di Raynaud o Raynaud secondario.

Cause del Raynaud secondario

Il Raynaud secondario può essere causato da diversi fattori, ad esempio:

disturbi e patologie che danneggiano direttamente le arterie o i nervi che controllano le arterie delle mani e dei piedi, movimenti ripetitivi che danneggiano i nervi responsabili del controllo delle arterie delle mani e dei piedi, traumi alle mani e ai piedi, esposizione a determinate sostanze chimiche, farmaci che ostruiscono le arterie o influiscono sulla pressione. Disturbi e patologie

Il Raynaud secondario è connesso a disturbi e patologie che danneggiano direttamente le arterie; può essere inoltre provocato da malattie che danneggiano i nervi responsabili del controllo delle arterie delle mani e dei piedi.

La sclerodermia e il lupus sono due patologie che possono provocare la sindrome di Raynaud. Il 90 per cento circa dei pazienti affetti da sclerodermia soffre della sindrome di Raynaud. Uno su tre dei pazienti affetti dal lupus soffre anche di sindrome di Raynaud.

Tra gli altri esempi di patologie e disturbi che possono provocare la sindrome di Raynaud ricordiamo:

artrite reumatoide, aterosclerosi, disturbi del sangue, ad esempio la crioglobulinemia e la policitemia, sindrome di Sjögren, dermatomiosite e polimiosite, morbo di Buerger.

La sindrome di Raynaud può essere causata dall’ipertensione polmonare o da problemi alla tiroide.

Movimenti ripetitivi

La sindrome di Raynaud può essere causata da movimenti ripetitivi che danneggiano le arterie o i nervi responsabili del controllo delle arterie delle mani e dei piedi.

Scrivere a computer, suonare il pianoforte o ripetere altri movimenti simili molte volte di seguito può causare la sindrome di Raynaud secondaria. Usare utensili o apparecchiature che vibrano, come il martello pneumatico o il trapano, può far aumentare il rischio di soffrire di Raynaud secondario.

Traumi alle mani o ai piedi

I traumi alle mani o ai piedi, causati da incidenti, congelamento, interventi chirurgici o altri fattori, possono provocare la sindrome di Raynaud.

Sostanze chimiche

L’esposizione a determinate sostanze chimiche sul luogo di lavoro può causare un disturbo simile alla sclerodermia, connesso alla sindrome di Raynaud. Un esempio di sostanza chimica pericolosa è il cloruro di vinile, usato nell’industria della plastica.

Anche la nicotina contenuta nelle sigarette può far aumentare il rischio di soffrire della sindrome di Raynaud.

Farmaci

La sindrome di Raynaud secondaria può essere causata da determinate farmaci, tra cui ricordiamo:

Farmaci contro l’emicrania che contengono l’ergotamina, una sostanza che ostruisce le arterie. Alcuni chemioterapici, come il cisplatino e la vinblastina. Alcuni farmaci da banco per il raffreddore e l’allergia e alcuni farmaci dimagranti, in grado di ostruire le arterie. Betabloccanti che fanno diminuire la frequenza cardiaca e la pressione. Pillola anticoncezionale che modifica la circolazione. Fattori di rischio.

I fattori di rischio per la sindrome di Raynaud (Raynaud primario) e per il fenomeno di Raynaud (Raynaud secondario) sono diversi.

Tra i fattori di rischio per il Raynaud primario ricordiamo:

Sesso. Le donne sono più a rischio degli uomini. Età. Il Raynaud primario di solito compare prima dei trent’anni. Precedenti familiari. Il Raynaud primario può colpire diversi membri della stessa famiglia. Clima freddo. Le temperature fredde possono scatenare gli attacchi.

Tra i fattori di rischio per il Raynaud secondario ricordiamo:

Età. Il Raynaud secondario di solito compare dopo i 30 anni. Presenza di determinati disturbi o patologie. Ad esempio il Raynaud secondario può essere causato dalle patologie che danneggiano direttamente le arterie o colpiscono i nervi responsabili del controllo delle arterie delle mani e dei piedi. Traumi alle mani o ai piedi. Esposizione a determinate sostanze sul luogo di lavoro, ad esempi o al cloruro di vinile usato nell’industria della plastica. Movimenti ripetitivi con le mani, come scrivere a computer o usare utensili o apparecchiature che vibrano. determinati farmaci, come quelli per l’emicrania, i chemioterapici, i farmaci per il raffreddore/l’allergia o quelli per la pressione. Fumo. Clima freddo. Sintomi Sindrome di Raynaud, spesso colpisce le mani

Sindrome di Raynaud, spesso colpisce le mani (http://www.flickr.com/photos/greencolander/6043437370/sizes/m/in/photostream/)

Chi soffre di questa malattia può avere attacchi quando si espone alle basse temperature o a stress emotivi.

Gli attacchi di norma colpiscono le dita delle mani e dei piedi. Più raramente, possono colpire il naso, le orecchie, i capezzoli o le labbra.

Durante l’attacco le arterie si restringono per un breve periodo di tempo, quindi la circolazione diretta alle zone colpite si arresta completamente o parzialmente. Le zone colpite quindi possono:

diventare pallide e poi bluastre, intorpidirsi, raffreddarsi o iniziare a far male, diventare rosse, pulsare, formicolare, bruciare o intorpidirsi quando la circolazione riprende.

Gli attacchi possono durare meno di un minuto oppure anche diverse ore. Possono verificarsi tutti i giorni o una volta a settimana.
Gli attacchi spesso iniziano da un solo dito delle mani o dei piedi, per poi estendersi anche alle altre dita. A volte possono colpire soltanto una o due dita. Le zone colpite possono cambiare a seconda del momento.
I casi più gravi di sindrome di Raynaud secondaria possono provocare ulcere o la cancrena. La cancrena è la morte o la decomposizione dei tessuti. Fortunatamente, le forme gravi di sindrome di Raynaud sono rare.

Diagnosi

Il medico diagnostica la sindrome di Raynaud (Raynaud primario) o il fenomeno di Raynaud (Raynaud secondario) basandosi sull’anamnesi, sulla visita e sui risultati degli esami.

Specialisti coinvolti

La diagnosi e la cura della patologia spesso spettano ai medici di famiglia o ai medici generici.

Se siete affetti da questo disturbo, probabilmente consulterete anche un reumatologo, cioè un medico specializzato nella diagnosi e nella terapia dei disturbi delle articolazioni, delle ossa e dei muscoli.

I reumatologi possono diagnosticare e curare molti dei disturbi connessi al Raynaud secondario, come la sclerodermia e il lupus.

Anamnesi

Il medico probabilmente vi chiederà se sono presenti i fattori di rischio per il disturbo. Potrà chiedervi quali sono i segni e i sintomi quando vi esponete alle basse temperature o allo stress.

Ad esempio il medico potrà chiedervi se le dita delle mani o dei piedi:

si intorpidiscono o iniziano a far male quando sono esposte alle basse temperature, diventano bianche e/o bluastre quando sono esposte al freddo. Visita

Il medico visiterà le dita delle mani dei piedi per controllare l’integrità della pelle e delle unghie e il comportamento della circolazione nella zona.

Il medico, inoltre, potrebbe effettuare una visita più approfondita per escludere sintomi di altre patologie e malattie connesse al Raynaud secondario.

Esami e modalità di diagnosi

Il medico probabilmente vi consiglierà di eseguire gli esami seguenti per diagnosticare la sindrome di Raynaud e le patologie connesse.

Test da stimolazione da freddo

Il test da stimolazione da freddo può essere usato per scatenare in ambulatorio i sintomi della sindrome di Raynaud. Durante l’esame, un piccolo termometro viene fissato alle dita, poi il paziente espone le mani al freddo, di solito mettendole brevemente in acqua ghiacciata.

Il paziente toglie le mani dall’acqua ghiacciata, poi il termometro aiuta a misurare il tempo impiegato dalle dita per ritornare alla temperatura normale. Se soffrite di sindrome di Raynaud, probabilmente le dita impiegheranno più di 20 minuti per ritornare alla temperatura normale.

Capillaroscopia delle unghie

Probabilmente dovrete eseguire un esame detto capillaroscopia delle unghie. Il medico, prima dell’esame, mette una goccia d’olio alla base dell’unghia, poi la esaminerà al microscopio.

Se il medico diagnostica un’anomalia delle arterie, probabilmente il paziente soffre di una patologia connessa alla sindrome di Raynaud, ad esempio di sclerodermia.

Altri esami

Il medico probabilmente userà altri esami per diagnosticare le patologie connesse al Raynaud secondario. Tra di essi ricordiamo: l’esame degli anticorpi anti-nucleo (ANA), l’indice di eritrosedimentazione e l’esame della proteina C reattiva (CRP).

Cura e terapia

Finora non è stata scoperta alcuna cura né per la sindrome di Raynaud (Raynaud primario) né per il fenomeno di Raynaud (Raynaud secondario), tuttavia le terapie sono in grado di far diminuire il numero di attacchi e la loro gravità. Tra le terapie efficaci ricordiamo:

le modifiche dello stile di vita, i farmaci e, in rari casi, l’intervento chirurgico.

La maggior parte dei pazienti affetti da Raynaud primario può gestire il disturbo modificando il proprio stile di vita. Chi è affetto da Raynaud secondario, in aggiunta, probabilmente dovrà ricorrere alla terapia farmacologica. In rari casi, dovrà effettuare un intervento chirurgico o una terapia iniettiva.

Se soffrite di sindrome di Raynaud e siete colpiti da ulcere sulle dita delle mani, sulle dita dei piedi o in altre zone, andate immediatamente dal medico. Una terapia tempestiva può aiutarvi a evitare che si formino lesioni permanenti.

Modifiche dello stile di vita

Modificando il vostro stile di vita probabilmente riuscirete a evitare i fattori e le situazioni che provocano gli attacchi. Tra i fattori scatenanti ricordiamo:

le basse temperature, gli stress emotivi, determinate sostanze presenti nell’ambiente di lavoro e nel vostro ambiente quotidiano, il contatto con particolari sostanze chimiche o farmaci. Proteggersi dal freddo

Per proteggervi dal freddo:

Quando fa freddo, indossate un cappello, le manopole (anziché i guanti), la sciarpa, abiti con polsini comodi e calze e scarpe calde. Per stare più caldi, vestitevi a strati. Mettete uno scaldamani o uno scaldapiedi nelle manopole, negli stivali, nei calzini o nelle tasche. Gli scaldamani o scaldapiedi sono piccole borse dell’acqua calda oppure funzionano a batteria. Li potete acquistare nei negozi di articoli sportivi. Quando vi trovate in ambienti con l’aria condizionata, cercate di spegnere il condizionatore, oppure vestitevi bene. Prima di viaggiare al freddo, fate scaldare bene la macchina. Quando tirate fuori qualcosa dal frigo o dal freezer, indossate i guanti o le manopole (se avete gravi problemi col freddo). Evitare tutti gli altri fattori scatenanti

Cercate di evitare tutte le situazioni che vi fanno star male o vi stressano. Cercate di imparare a gestire le situazioni stressanti che non potete evitare. Per alcune persone l’attività fisica può essere utile per gestire lo stress; per altre può essere utile ascoltare la musica oppure concentrarsi su qualcosa di calmo e tranquillo per diminuire lo stress. Alcuni pazienti trovano giovamento dallo yoga, dal tai chi o dalla meditazione.

Cercate di evitare i fattori scatenanti sul luogo di lavoro o nel tempo libero. Ad esempio cercate di usare il meno possibile gli utensili o le attrezzature che vibrano, come il trapano. Indossate tutti gli equipaggiamenti protettivi quando vi trovate a lavorare con sostanze chimiche industriali; cercate inoltre di limitare i movimenti ripetitivi delle mani, ad esempio la scrittura al computer o suonare il pianoforte.

Alcuni farmaci possono provocare gli attacchi di sindrome di Raynaud. Tra di essi ricordiamo:

Farmaci contro l’emicrania che contengono l’ergotamina, una sostanza che ostruisce le arterie. Alcuni chemioterapici, come il cisplatino e la vinblastina. Alcuni farmaci da banco per il raffreddore e l’allergia e alcuni farmaci dimagranti, in grado di ostruire le arterie. Betabloccanti che fanno diminuire la frequenza cardiaca e la pressione. Pillola anticoncezionale che modifica la circolazione.

Chiedete sempre al vostro medico se questi farmaci sono sicuri.

Altre modifiche dello stile di vita

Per evitare gli attacchi di sindrome di Raynaud è opportuno effettuare anche altre modifiche del proprio stile di vita, ad esempio introducendo l’attività fisica per uno stile di vita più sano. L’attività fisica migliora la circolazione ed evita che vi raffreddiate troppo.

Diminuite l’uso della caffeina e dell’alcool, sostanze in grado di scatenare gli attacchi. Se fumate, cercate di smettere, perché il fumo può far peggiorare i sintomi. Chiedete al medico quali prodotti e quali terapie potrebbero aiutarvi a smettere; cercate inoltre di evitare il fumo passivo.

Per cercare di interrompere gli attacchi già iniziati potete seguire questi consigli:

Se fa molto freddo, spostatevi in un luogo più caldo, ad esempio al chiuso, Scaldatevi le mani o i piedi. Mettete le mani sotto le ascelle, oppure mettete le mani o i piedi a bagno in acqua tiepida, Muovete le dita delle mani o dei piedi, oppure massaggiatele, Muovete le braccia, oppure scuotete le braccia o i piedi.

Se soffrite di sindrome di Raynaud, cercate di prendervi cura delle mani e dei piedi. Proteggeteli dai tagli, dalle ferite e dagli altri tipi di traumi, ad esempio indossando scarpe comode e cercando di non camminare scalzi. Usate la crema idratante per non far disidratare e screpolare la pelle. Non indossate braccialetti e anelli troppo stretti.

Farmaci e chirurgia

Se le modifiche dello stile di vita, da sole, non riescono a tenere sotto controllo la sindrome di Raynaud, probabilmente dovrete seguire una terapia farmacologica o chirurgica. I farmaci servono per migliorare la circolazione diretta alle dita delle mani e dei piedi.

Tra i farmaci usati per curare la sindrome di Raynaud ricordiamo

i calcioantagonisti, gli alfa bloccanti, le creme per la pelle, gli ACE-inibitori (questi ultimi usati con minor frequenza).

I casi più gravi di sindrome di Raynaud secondaria possono provocare ulcere o la cancrena, cioè la morte o la decomposizione. In questo caso, possono essere necessari gli antibiotici o l’intervento chirurgico di rimozione dei tessuti lesionati. Nei casi più gravi, si deve procedere all’amputazione del dito.

Un’altra terapia per i casi più gravi di sindrome di Raynaud consiste nel blocco dei nervi delle mani o dei piedi che controllano le arterie. Quest’intervento può essere utile per prevenire gli attacchi, ed è effettuato per via chirurgica o tramite iniezioni.

L’intervento chirurgico spesso riesce ad alleviare i sintomi, ma a volte solo per pochi anni. Anche le iniezioni probabilmente devono essere ripetute se i sintomi persistono o si ripresentano.

Convivere con la sindrome di Raynaud

Il Raynaud primario (sindrome di Raynaud) e il Raynaud secondario (fenomeno di Raynaud) possono essere disturbi cronici, tuttavia è possibile prendere opportune precauzioni per tenerli sotto controllo. Per gestirli può essere utile modificare il proprio stile di vita e seguire un programma di follow-up.

La maggior parte dei pazienti colpiti da Raynaud primario può tenere sotto controllo il disturbo modificando il proprio stile di vita. Chi è affetto da Raynaud secondario può aver bisogno di una terapia farmacologica, oltre che delle modifiche dello stile di vita; più di rado, si deve ricorrere all’intervento chirurgico o alle iniezioni.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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29/05/2012 09:19 Condividi

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Dolori alle articolazioni: prevenzione e trattamento

Posted: 27 May 2012 11:36 PM PDT

L’osteoartrite è la forma più diffusa di artrite, con cui circa 27 milioni di americani si trovano a fare i conti. Da molto tempo questo disturbo non è più considerato una semplice conseguenza dell’invecchiamento ed i ricercatori attualmente stanno prendendo in considerazione diverse cause possibili:

anomalie muscolo-scheletriche, anomalie genetiche, obesità, lesioni e stress derivanti da un uso eccessivo.

Ovviamente non si può intervenire né sul patrimonio genetico né sulle malformazioni scheletriche, però è possibile modificare il proprio stile di vita, in modo tale da proteggere le articolazioni e contribuire alla prevenzione dell’osteoartrite. Ecco alcuni consigli:

Mantenete il peso forma. Maggiore è il vostro peso, maggiore è lo stress articolare, soprattutto a carico del femore, delle ginocchia, della schiena e dei piedi. Fate movimento. L’esercizio fisico protegge le articolazioni perché rinforza i muscoli che le circondano. Se i muscoli sono più forti, le articolazioni non fanno attrito le une contro le altre, e quindi la cartilagine non si usura. State dritti con la schiena. Una buona postura protegge le articolazioni del collo, della schiena, del femore e delle ginocchia. Usate le articolazioni maggiori. Quando sollevate o trasportate un peso, cercate di usare le articolazioni ed i muscoli più forti e più grandi. In questo modo riuscirete a evitare le lesioni e lo stress a carico delle articolazioni più piccole. Concedetevi momenti di pausa. Alternate alcuni momenti di riposo ai momenti di attività fisica intensa. Lo stress sulle articolazioni, se ripetuto per lunghi periodi, può accelerare il processo di usura che provoca l’osteoartrite. Ascoltate il vostro corpo. Se provate dolore, non fate finta di niente. Il dolore dopo l’attività o l’esercizio fisico può essere un sintomo di stress eccessivo delle articolazioni. Non siate statici. Se cambiate posizione regolarmente, riuscite a diminuire la rigidità dei muscoli e delle articolazioni. Non cercate di fare tutto e subito. Non iniziate attività per cui il vostro organismo non è preparato. Cominciate le nuove attività lentamente e in condizioni di sicurezza finché il vostro corpo non inizia a reagire: in questo modo diminuirete il rischio di lesioni. Indossate tutte le protezioni utili. Non lasciate a casa il casco e le polsiere. Assicuratevi di avere protezioni comode e della vostra taglia. Chiedete aiuto. Non cercate di fare lavori che non riuscite a gestire da soli. Fatevi dare una mano da qualcun altro.

Fonte Principale: arthritis.org (traduzione a cura di Elisa Bruno)

Artrite reumatoide, artrosi e gotta: sintomi e rimediBorsite: sintomi, cause, cura e prevenzioneDolore al tallone: cause, prevenzione e curaObesità e sovrappeso: quali sono i rischi reali?Gotta: sintomi, terapia, dietaGlucosamina solfato: a cosa serve? Effetti collaterali? You are subscribed to email updates from Farmaco e Cura
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21/05/2012 09:35 Condividi

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Fascite plantare: sintomi, cura e cause

Posted: 20 May 2012 11:11 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

La fascia plantare è una striscia di tessuto molto simile a un tendine che ha inizio in corrispondenza del tallone e attraversa tutta la pianta del piede, attaccandosi alle ossa che formano il calcagno. La fascia plantare forma una specie di cuscinetto tra il calcagno e il tallone e ha la funzione di sostenere il piede, incurvandolo. Se la fascia è troppo corta, l’arco è più pronunciato, mentre, se è troppo lunga, l’arco è basso e quindi si ha il cosiddetto piede piatto.

La fascia plantare, all’altezza del tallone, è coperta da un cuscinetto di grasso che contribuisce ad assorbire gli shock che si generano quando si cammina. Il dolore al tallone può essere causato da lesioni alla fascia plantare.

La fascite plantare colpisce i piedi

La fascite plantare colpisce i piedi (http://www.flickr.com/photos/barkbud/4226779151/sizes/m/in/photostream/)

Cause

Invecchiando, la fascia plantare perde elasticità e non riesce più ad allungarsi bene. Il cuscinetto di grasso sul tallone si assottiglia e non riesce ad assorbire gli shock che si originano quando si cammina. Gli shock eccessivi danneggiano la fascia plantare che può quindi gonfiarsi, lacerarsi o ammaccarsi. Il paziente può notare un’ammaccatura o un gonfiore sospetto all’altezza del tallone.

Fattori di rischio Età. La fascite plantare colpisce con maggior frequenza i pazienti tra i 40 e i 60 anni. Sesso. La fascite plantare colpisce soprattutto le donne. Diabete, piede piatto o piede eccessivamente arcuato. Determinati tipi di esercizio fisico. Le attività che stressano molto il tallone e i tessuti adiacenti, come la corsa di resistenza, la danza o l’aerobica, possono contribuire all’insorgenza precoce della fascite plantare. Anche iniziare a fare molta attività fisica improvvisamente, senza il dovuto allenamento, può essere causa di fascite plantare. Meccanica errata del piede. Il piede piatto, il piede troppo arcuato o determinati problemi di postura possono influire negativamente sulla distribuzione del peso quando si sta in piedi e stressare più del normale la fascia plantare. Obesità. I chili di troppo possono stressare più del normale la fascia plantare. Stare troppo in piedi per via del lavoro. Chi lavora in fabbrica, gli insegnanti e tutti coloro che trascorrono in piedi o camminando su superfici dure la maggior parte delle ore di lavoro può soffrire di problemi alla fascia plantare. Scarpe inadeguate. Evitate le scarpe troppo larghe, con le suole troppo sottili; quelle senza un adeguato supporto plantare e senza imbottiture flessibili in grado di assorbire gli shock. Se indossate spesso i tacchi alti, il tendine d’Achille (la fascia di tessuto attaccata al tallone) può contrarsi e accorciarsi, causando problemi ai tessuti vicini al tallone. Sintomi

Nella maggior parte dei casi il dolore connesso alla fascite plantare:

insorge con gradualità, inizia quando si appoggia il piede per terra di mattina appena svegli. Di solito è massimo nei primi minuti della giornata. Può anche iniziare dopo lunghi periodi trascorsi in piedi oppure quando ci si alza dopo essere stati seduti, causa una forte fitta al tallone

La maggior parte dei pazienti affetti dalla fascite plantare afferma che il dolore assomiglia a una stilettata o a una puntura nella parte inferiore del piede. Dopo essere stati in piedi per un po’ di tempo, il dolore diventa sordo. Se si sta seduti per un po’, il dolore acuto ricomincia quando ci si rialza in piedi.

Pericoli

La fascite plantare, se non curata, può trasformarsi in dolore cronico al tallone che vi impedisce di dedicarvi alle vostre normali attività. La fascite plantare, inoltre, può alterare il modo in cui camminate, causando problemi ai piedi, alle ginocchia, al femore o alla schiena.

Diagnosi

Il medico vi chiederà quali sono le caratteristiche del dolore, la sua durata e il momento in cui è comparso. Se avete male al tallone già quando vi alzate al mattino, probabilmente soffrite di fascite plantare.

Domande da rivolgere al medico Quale potrebbe essere la causa per il dolore al tallone? Qual è la migliore terapia nel mio caso? Devo fare esercizi particolari per rinforzare la fascia plantare? Entro quanto tempo posso sperare che i sintomi diventino più sopportabili? I sintomi potrebbero ripresentarsi anche dopo la terapia? Posso fare esercizio fisico senza problemi? Quale tipo di esercizio mi consiglia? Cura e terapia Se camminate o correte molto, diminuite l’attività. Probabilmente non sarà necessario fermarvi completamente. Se avete il piede piatto o troppo arcuato, chiedete al medico se è opportune usare i plantari ortottici che sostengono l’arco plantare. I plantari ortottici devono essere realizzati su misura. Se siete in sovrappeso, dimagrire può essere utile per diminuire il dolore al calcagno. Se, per lavoro, dovete stare a lungo in piedi su una superficie dura senza potervi spostare, mettete un cuscinetto o una qualche protezione sul pavimento. Esercizio fisico

Gli esercizi di stretching per i piedi sono fondamentali. Fate gli esercizi che il medico vi suggerirà, che probabilmente saranno simili ai seguenti:

(trovate immagini esplicative alla pagina Esercizi)

Stretching per la fascia plantare

State in piedi diritti, con le mani contro il muro e il piede dolorante leggermente più indietro rispetto a quello sano. Tenete i talloni aderenti al pavimento e piegate lentamente entrambe le gambe. Dovreste riuscire ad avvertire la tensione nella parte inferiore della gamba. Rimanete in posizione per 10, 15 secondi. Ripetete il movimento per 6, 8 volte.

Stretching per i polpacci

In piedi, appoggiate le mani al muro, e mettete il piede dolorante leggermente più indietro di quello sano. Tenete dritta la gamba corrispondente, con il tallone aderente al pavimento e il piede ben diritto: piegatevi lentamente in avanti, flettendo l’altra gamba. Dovreste sentire la tensione nel centro del polpaccio. Rimanete in posizione per 10, 15 secondi. Ripetete il movimento 6, 8 volte.

Altri esercizi

È anche possibile rinforzare i muscoli delle gambe mettendosi sul bordo di un gradino lasciando leggermente sporgere i calcagni e poi cercando di alzarsi il più possibile in punta di piedi. Tra un sollevamento e il successivo potete rilassarvi e far ricadere il tallone un po’ più in basso del livello del gradino.

Per rinforzare il piede è anche utile prendere un asciugamano con le dita dei piedi e ripetere l’esercizio diverse volte al giorno.

Terapia farmacologica ed altro

Per alleviare il dolore ai talloni, possono essere utili: l’aspirina, il paracetamolo, il naprossene o l’ibuprofene. Prima di iniziare ad assumerli, chiedete sempre consiglio al medico.

Perché il piede continua a far male nonostante gli esercizi, i supporti plantari e i farmaci?

Se lo stretching, i supporti plantari, i farmaci e l’esercizio fisico sembrano inutili, il medico può consigliarvi altre terapie.

Fisioterapia.

Il fisioterapista vi illustrerà una serie di esercizi di stretching per la fascia plantare e il tendine d’Achille e per rafforzare i muscoli della parte inferiore della gamba. In questo modo riuscirete a stabilizzare la caviglia e il tallone. Il fisioterapista può anche insegnarvi ad applicare le bende atletiche, in grado di sostenere la parte inferiore del piede.

Steccatura notturna.

Il fisioterapista o il medico potrebbero consigliarvi di indossare per tutta la notte un apparecchio che tiene in tensione il polpaccio e l’arco plantare. La steccatura serve per tenere la fascia plantare e il tendine d’Achille in tensione durante la notte e ne facilita l’allungamento.

Cortisone

I farmaci di questo tipo devono essere somministrati tramite ionoforesi, un processo in cui la soluzione del farmaco viene applicata sulla pelle della zona colpita e il farmaco viene assorbito con l’aiuto di una corrente elettrica di lievissima intensità. Un altro modo di somministrazione è l’iniezione singola. Non è consigliabile effettuare diverse iniezioni, perché potrebbero indebolire la fascia plantare e farla addirittura rompere, oppure potrebbero far contrarre il cuscinetto di grasso che protegge il tallone. In alcuni casi viene usata la guida ecografica per una maggior precisione dell’iniezione.

Plantare ortottico.

Il medico potrebbe prescrivervi un supporto plantare, anche su misura, che aiuti a distribuire la pressione sul piede in maniera uniforme.

Terapia con onde d’urto extracorporee.

In quest’intervento, la zona del tallone è bombardata con onde sonore per stimolarne la guarigione. Di solito questa terapia è usata per la fascite plantare cronica che non reagisce a terapie più conservative. L’intervento può causare lividi, gonfiore, dolore, intorpidimento o formicolio e non si dimostra sempre efficace.

In alcuni casi potrebbe essere necessario l’intervento chirurgico; in rari casi può essere infatti necessario staccare la fascia plantare dall’osso del tallone. Di solito questa possibilità è consigliata solo se il dolore è molto forte e tutti gli altri interventi non hanno avuto successo. Tra gli effetti collaterali ricordiamo l’indebolimento dell’arco plantare.

Medicina alternativa

Alcuni plantari ortottici in vendita nei negozi specializzati contengono magneti, ma non esiste alcuna prova del fatto che il sostegno plantare magnetico sia più efficace per alleviare il dolore rispetto al supporto plantare senza magneti.

Stile di vita e rimedi pratici

Per alleviare il dolore e il disagio al piede, potete seguire questi semplici rimedi pratici:

Tenete i piedi a riposo. Se il dolore è molto forte, cercate di non stressare i piedi per alcuni giorni. Usate la borsa del ghiaccio. Mettete la borsa del ghiaccio, coperta da un asciugamano, sulla zona dolorante per 15, 20 minuti, tre o quattro volte al giorno oppure dopo l’attività fisica. In alternativa, provate a massaggiare la zona dolorante con il ghiaccio: fate congelare un recipiente di plastica pieno d’acqua, poi passatelo sulla zona dolorante per cinque, sette minuti. Se massaggiate la zona dolorante regolarmente, potete diminuire il dolore e l’infiammazione.

 

Fonti Principali:

FamilyDoctor Mayo

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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18/05/2012 09:27 Condividi

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Leishmaniosi umana: sintomi, cause, cura, prevenzione

Posted: 17 May 2012 11:35 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La leishmaniosi è una malattia parassitaria diffusa nei paesi tropicali, subtropicali e nell’Europa meridionale.

E’ causata dall’infezione dei parassiti del genere Leishmania, che si diffondono con il morso dei pappataci (flebotomi) infetti, che sono piccoli insetti volanti più piccoli delle zanzare. Esistono diversi tipi di leishmaniosi, principalmente umana ed animale (in grado di colpire sopratutto i cani): le tipologie più diffuse tra gli uomini sono

la leishmaniosi cutanea, che provoca ferite alla pelle, e quella viscerale, che colpisce diversi organi interni (di norma la milza, il fegato e il midollo osseo). Diffusione

Ogni anno il numero di nuovi casi di leishmaniosi cutanea nel mondo si aggira intorno al milione e mezzo. Il numero di nuovi casi di leishmaniosi viscerale, invece, si aggira intorno ai 500.000.

Dov’è diffusa?

Nei paesi occidentali, la leishmaniosi è diffusa in Messico, nell’America Centrale e nel Sudamerica.

Nei resto del mondo, la leishmaniosi è diffusa in alcune parti dell’Asia, in Medio Oriente, in Africa e nell’Europa del Sud. Non si registrano casi né in Australia né nelle isole del Pacifico.

La leishmaniosi è diffusa in zone ben delimitate in circa 88 paesi. In alcuni di essi si registra la maggior parte dei casi di questa malattia:

Più del 90 per cento dei casi di leishmaniosi cutanea si verifica in alcune aree dell’Afghanistan, dell’Algeria, dell’Iran, dell’Iraq, dell’Arabia Saudita, della Siria, del Brasile e del Perù.

Più del 90 per cento dei casi di leishmaniosi viscerale si verifica in alcune aree dell’India, del Bangladesh, del Nepal, del Sudan e del Brasile.

I casi di leishmaniosi registrati negli Stati Uniti colpiscono gli immigrati e chi viaggia, per lavoro o per piacere. Ad esempio i casi di leishmaniosi tra chi viaggia per piacere sono perlopiù forme cutanee, contratte nelle mete turistiche popolari dell’America Latina. Il personale militare, invece, nella maggior parte dei casi contrae la leishmaniosi in Iraq e in Afghanistan.

Cause La Leishmaniosi  è veicolata dal flebotomo

La Leishmaniosi è veicolata dal flebotomo (http://en.wikipedia.org/wiki/File:Phlebotomus_sp_01.jpg)

La modalità di trasmissione principale è il morso dei pappataci (flebotomi) femmina infetti. I pappataci contraggono il parassita succhiando il sangue di un essere umano o di un animale infetto. Probabilmente non ci si rende conto della presenza dei pappataci perché:

quando volano non fanno rumore; sono piccoli, al massimo un terzo delle zanzare; i loro morsi possono passare inosservati, perché possono non fare male.

I pappataci di solito sono più attivi al tramonto, di sera e durante la notte (dal crepuscolo all’alba). Nei momenti più caldi della giornata, pur essendo meno attivi, possono comunque mordere, se disturbati (ad esempio se si va a toccare il tronco di un albero o altre zone in cui riposano).

Alcuni tipi (specie) di Leishmania si possono anche diffondere mediante trasfusione di sangue o uso di aghi infetti. Sono stati riportati casi di trasmissione congenita, cioè di contagio dalla madre infetta al bambino.

Fattori di rischio

Chiunque viva in una zona a rischio o la visiti per lavoro o per turismo è a rischio. La leishmaniosi è più diffusa nelle zone rurali che in quelle urbane, ma può anche essere diffusa nelle periferie di alcune città.

La trasmissione è più probabile nelle ore notturne perché è in quel momento che i pappataci sono più attivi.

Tra le persone maggiormente a rischio ci possono essere: chi fa viaggi non organizzati, i campeggiatori, i soldati, i missionari, gli ornitologi e altre persone che fanno ricerche (o lavorano) all’aperto dopo il tramonto.

Sintomi Sintomi della leishmaniosi cutanea

Chi soffre di leishmaniosi cutanea ha una o più lesioni sulla pelle, che possono modificarsi con il passare del tempo. Le lesioni all’inizio possono consistere in piccole protuberanze o noduli, per poi trasformarsi poi in ulcere (lesioni con cratere centrale e margini rialzati). Alcune ulcere possono essere coperte da una crosta e fare male. Alcuni pazienti presentano un rigonfiamento dei linfonodi della zona colpita (ad esempio dei linfonodi dell’ascella se le lesioni sono sulla mano o sul braccio).

Le ulcere cutanee causate dalla leishmaniosi cutanea di solito si sviluppano entro alcune settimane o mesi dal morso dell’insetto.

Sintomi della leishmaniosi viscerale

Chi soffre di leishmaniosi viscerale di solito ha la febbre, dimagrisce, ha il fegato e la milza gonfi e ha gli esami del sangue alterati. Probabilmente presenta una diminuzione dei globuli rossi (anemia), dei globuli bianchi e delle piastrine.

Chi soffre di leishmaniosi viscerale di norma si ammala entro alcuni mesi (o a volte entro alcuni anni) dal morso.

Quando chiamare il medico

Se pensate di aver contratto la leishmaniosi, andate immediatamente al pronto soccorso: ricordate di dire al medico se avete fatto dei viaggi, e che pensate di avere la leishmaniosi.

Pericoli

Se non vengono curati, i casi gravi di leishmaniosi viscerale possono essere fatali.

Diagnosi

Il medico, per prima cosa, vi chiederà se avete visitato un paese in cui è diffusa la leishmaniosi e controllerà se soffrite di sintomi imputabili a questo disturbo.

Per trovare il parassita, possono essere esaminati campioni di tessuti (ad esempio ricavati dalle ulcere della pelle) al microscopio, in coltura o con altre modalità.

Nei casi di leishmaniosi viscerale, possono anche essere utili gli esami del sangue che ricercano gli anticorpi del parassita, cioè la risposta immunitaria alla Leishmania. Di norma vengono anche eseguiti esami per trovare il parassita.

Il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive può dare consigli al vostro medico ed effettuare direttamente gli esami di laboratorio. La diagnosi della leishmaniosi, infatti, può essere molto difficile: in alcuni casi gli esami di laboratorio sono negativi anche se la persona è malata.

Cura e terapia

Il vostro medico può contattare l’équipe del Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive per capire se il vostro caso deve essere curato, ed eventualmente con quale tipo di terapia.

Le lesioni causate dalla leishmaniosi cutanea spesso guariscono spontaneamente senza alcuna terapia, però ci possono volere mesi o anni, e di solito avrete in eredità delle brutte cicatrici. Un’altra fonte di preoccupazione è dato da alcuni tipi di parassiti che si trovano nell’America centrale e meridionale: in alcuni casi i parassiti si diffondono dalla pelle verso il naso o la bocca, provocando lesioni (leishmaniosi mucocutanea). La leishmaniosi mucocutanea può passare inosservata per anni, prima che guariscano le lesioni cutanee originarie. Il miglior modo per prevenire la leishmaniosi mucocutanea è quello di curare le lesioni cutanee in modo appropriato.

Prevenzione

Attualmente non sono in commercio vaccini né farmaci in grado di prevenire l’infezione (solo per i cani è disponibile da pochi mesi in Italia un vaccino). Per chi viaggia, il modo migliore per prevenire l’infezione è proteggersi dai pappataci. Per diminuire il rischio di essere morsi:

Evitate le attività all’aperto, soprattutto dopo il tramonto, quando i pappataci di solito sono più attivi. Se siete all’aperto, senza alcuna protezione: Cercate di diminuire il più possibile le zone di pelle esposta. Se il clima ve lo concede, indossate maglie con le maniche lunghe, pantaloni lunghi e calzini. Mettete sempre la maglia nei pantaloni. Mettete un repellente per insetti sulla pelle esposta e sotto i polsini delle maniche e le caviglie dei pantaloni. Seguite le istruzioni sull’etichetta del prodotto. I repellenti più efficaci sono quelli che contengono il DEET (N-N-dietilmetatoluamide). Quando siete al chiuso: Cercate di stare in zone protette o con l’aria condizionata. Ricordate che i pappataci sono molto più piccoli delle zanzare e quindi possono approfittare di aperture più piccole. Spruzzate l’insetticida nelle zone in cui vivete di giorno e dove dormite durante la notte. Se non dormite in una zona protetta o con l’aria condizionata, usate una zanzariera e rimboccatela sotto il materasso. Se possibile, usate una zanzariera imbevuta o spruzzata con un insetticida a base di piretroidi (come la permetrina o la deltametrina). Lo stesso prodotto può essere applicato anche sui paraventi, sulle tende, sulle lenzuola o sui vestiti (dopo cinque lavaggi, i vestiti vanno di nuovo spruzzati).

Vi consigliamo di comprare le zanzariere, i prodotti repellenti e gli insetticidi prima di partire: potete trovarli nei supermercati, nei negozi di articoli per il campeggio o in ferramenta.

Se in passato ho sofferto di leishmaniosi, posso ammalarmi di nuovo?

Sì. Alcune persone contraggono la leishmaniosi cutanea diverse volte nella vita: quindi, se ci si trova in una zona in cui è diffusa la leishmaniosi, è indispensabile osservare le precauzioni elencate in precedenza.

Fonte Principale: CDC.gov (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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14/05/2012 09:09 Condividi

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Fibrillazione atriale: sintomi, terapia e cause

Posted: 13 May 2012 11:04 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Pericoli Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La fibrillazione atriale è la forma più diffusa di aritmia cardiaca: l’aritmia è un problema della frequenza o del ritmo cardiaco. Durante gli episodi di aritmia il cuore può battere troppo velocemente, troppo lentamente oppure con un ritmo irregolare.

Si diagnostica fibrillazione atriale quando le due cavità superiori del cuore (gli atri) fibrillano a causa di segnali elettrici disorganizzati: “Fibrillare” significa “contrarsi molto velocemente e con un ritmo irregolare”.

Durante la fibrillazione atriale il sangue si accumula negli atri e non viene pompato completamente nelle due cavità inferiori del cuore (i ventricoli). Gli atri e i ventricoli, quindi, non riescono a lavorare con la giusta sincronia.

Chi soffre di fibrillazione atriale può non avvertire alcun sintomo ma, anche se asintomatica, la fibrillazione atriale può far aumentare il rischio di infarto. In alcuni pazienti la fibrillazione atriale può causare dolore al torace o l’insufficienza cardiaca, soprattutto se il ritmo del battito è molto rapido.

La fibrillazione atriale può essere sporadica, abbastanza frequente oppure può diventare un problema cronico che dura per molti anni.

Prognosi

Chi soffre di fibrillazione atriale può condurre una vita normale e attiva ed in alcuni pazienti la terapia riesce a ripristinare la frequenza cardiaca normale.

Per chi è affetto da fibrillazione atriale cronica, la terapia può contribuire al controllo dei sintomi e alla prevenzione delle complicazioni. La terapia può comprendere:

assunzione di farmaci, interventi chirurgici, modifiche dello stile di vita. L’attività elettrica del cuore

Per capire meglio le cause della fibrillazione atriale è utile esaminare brevemente il funzionamento del sistema elettrico interno del cuore.

Ogni volta che il cuore batte, un impulso elettrico parte dalla sommità dell’organo per raggiungere la parte inferiore. Il passaggio dell’impulso fa contrarre il muscolo cardiaco e quindi il cuore pompa il sangue nell’organismo.

Gli impulsi elettrici hanno origine in un gruppo di cellule, detto nodo senoatriale. Il nodo senoatriale si trova nell’atrio destro. In un cuore sano di una persona adulta il nodo senoatriale emette un impulso per far iniziare un nuovo battito da 60 a 100 volte al minuto (il ritmo cardiaco può essere inferiore in caso di atleti molto allenati).

Partendo dal nodo senoatriale, l’impulso elettrico attraversa l’atrio destro e poi l’atrio sinistro. Fa contrarre gli atri, e quindi il cuore pompa il sangue nei ventricoli.

L’impulso elettrico, poi, raggiunge il nodo atrioventricolare, che si trova tra gli atri e i ventricoli. Qui rallenta leggermente, dando il tempo ai ventricoli di finire di riempirsi di sangue.

L’impulso elettrico, poi, lascia il nodo atrioventricolare e raggiunge i ventricoli, facendoli contrarre e pompare il sangue nei polmoni e nel resto dell’organismo. I ventricoli si rilassano e il processo che causa il battito cardiaco ricomincia dal nodo senoatriale.

Il problema elettrico della fibrillazione atriale

Nei pazienti che soffrono di fibrillazione atriale, l’impulso che dà origine al battito non parte dal nodo senoatriale, ma in una zona diversa degli atri o nelle vene polmonari immediatamente vicine. Gli impulsi elettrici non riescono a percorrere normalmente i tessuti e si diffondono negli atri in modo veloce e disorganizzato. Gli atri, quindi, iniziano a fibrillare.

Gli impulsi elettrici difettosi eccitano il nodo atrioventricolare, quindi anche i ventricoli iniziano a battere molto velocemente. Il nodo atrioventricolare, tuttavia, non è in grado di inviare gli impulsi ai ventricoli appena arrivano. Quindi, anche se i ventricoli battono più velocemente del normale, non battono mai così in fretta come gli atri.

Gli atri e i ventricoli, quindi, non riescono a battere a tempo, e il battito cardiaco accelera e diventa irregolare. Durante la fibrillazione atriale, i ventricoli possono raggiunge i 100, 175 battiti al minuto, contro la normale frequenza che si attesta tra i 60 e 100 battiti al minuto.

Durante la fibrillazione il sangue non viene pompato bene nei ventricoli, inoltre la quantità di sangue pompata dai ventricoli nel resto del corpo è basata sui battiti degli atri, la cui frequenza è irregolare.

L’organismo riceve piccole quantità di sangue che scorre velocemente intervallate, di tanto in tanto, da quantità maggiori di sangue. La quantità di sangue dipende dal sangue che riesce a passare dagli atri ai ventricoli ad ogni battito.

La maggior parte dei sintomi della fibrillazione atriale è connessa alla velocità del battito cardiaco: se, grazie ai farmaci o all’età, la frequenza cardiaca è rallentata, i sintomi diminuiscono.

Gli episodi di fibrillazione atriale possono essere di breve durata, con sintomi intermittenti che scompaiono spontaneamente, oppure la fibrillazione atriale può essere cronica e richiedere una terapia. In alcuni casi la fibrillazione atriale è permanente e non si riesce a ripristinare la normale frequenza cardiaca nemmeno con i farmaci o con altre terapie.

Cause

La fibrillazione atriale è causata da lesioni al sistema elettrico del cuore che, spesso, sono provocate da altre patologie che colpiscono il cuore, ad esempio l’ipertensione e la coronaropatia.

Il rischio di soffrire di fibrillazione atriale aumenta all’aumentare dell’età del paziente; i ricercatori, inoltre, ipotizzano che anche l’infiammazione possa contribuire a causare la fibrillazione atriale.

In alcuni casi la causa della fibrillazione atriale è sconosciuta.

Fattori di rischio La fibrillazione atriale colpisce milioni di persone e la sua incidenza sta aumentando sempre più. Gli uomini sono più a rischio delle donne. Negli Stati Uniti la fibrillazione atriale colpisce con maggior frequenza i bianchi, rispetto agli afroamericani o agli ispanoamericani. Il rischio di soffrire di fibrillazione atriale aumenta con l’aumentare dell’età del paziente, soprattutto perché anche il rischio di patologie cardiache e altre patologie a monte è direttamente proporzionale all’età. Tuttavia, la metà circa dei pazienti affetti da fibrillazione atriale ha meno di 75 anni. La fibrillazione atriale è molto rara tra i bambini. Fattori di rischio principali

La fibrillazione atriale colpisce con maggior frequenza i pazienti che soffrono di:

ipertensione, coronaropatia, insufficienza cardiaca, malattia reumatica cardiaca, malformazioni cardiache, come il prolasso della valvola mitralica, pericardite (infiammazione della membrana che avvolge il cuore), malformazioni cardiache congenite, malattia del nodo del seno, in cui i segnali elettrici del cuore non iniziano correttamente e il battito cardiaco rallenta; in alcuni casi il cuore può alternare tra un battito cardiaco veloce e un battito lento).

La fibrillazione atriale colpisce con maggior frequenza i pazienti che hanno avuto un infarto o che si sono appena sottoposti a un intervento chirurgico.

Altri fattori di rischio

Tra le altre patologie che fanno aumentare il rischio di soffrire di fibrillazione atriale ricordiamo:

l’ipertiroidismo (eccesso di ormoni tiroidei), l’obesità, il diabete, le patologie polmonari.

Esistono anche altri fattori che possono aumentare il rischio di soffrire di fibrillazione atriale, il rischio, ad esempio, aumenta quando si eccede con l’alcol o ci si ubriaca. In alcuni pazienti può essere sufficiente anche una minima quantità di alcol. La fibrillazione atriale può inoltre essere provocata dalla caffeina o dallo stress psicologico.

Alcuni dati sembrerebbero indicare che chi soffre di apnea nel sonno corre un maggior rischio di soffrire di fibrillazione atriale. L’apnea nel sonno è un disturbo frequente che fa interrompere la respirazione una o più volte durante il sonno o fa fare respiri poco profondi mentre si dorme.

Anche la sindrome metabolica fa aumentare il rischio di soffrire di fibrillazione atriale. La sindrome metabolica raccoglie diversi fattori di rischio che fanno aumentare il rischio di soffrire di coronaropatia e di altri problemi di salute, ad esempio il diabete e l’ictus.

Le ricerche indicano che i pazienti sottoposti a terapia con dosi massicce di cortisone presentano un rischio maggiore di soffrire di fibrillazione atriale. Questo tipo di terapia è usata per l’asma e per alcune patologie infiammatorie: può diventare un fattore scatenante in pazienti che presentano altri fattori di rischio per la fibrillazione atriale.

Probabilmente anche i fattori genetici possono causare la fibrillazione atriale, tuttavia la loro incidenza non è ancora stata completamente indagata.

Sintomi

Il sintomo più frequente sono le palpitazioni od un battito cardiaco irregolare.

In alcuni casi i pazienti affetti da fibrillazione atriale non presentano alcun sintomo e la patologia viene diagnosticata solo in seguito a una visita medica. Altri pazienti, invece, possono avvertire uno o più dei sintomi seguenti:

battito cardiaco rapido e irregolare, palpitazioni o cuore che batte “più forte” del solito, capogiro, fiato corto e ansia, debolezza, fiacchezza o stato confusionale, affaticamento in seguito all’esercizio fisico, sudorazione, dolore al torace o compressione toracica (Il dolore toracico o la compressione toracica sono situazioni di emergenza, perché potrebbero essere sintomi di un infarto. Chiamate immediatamente l’ambulanza!). Esistono diversi tipi di fibrillazione atriale? Hanno sintomi diversi?

I sintomi della fibrillazione atriale, in generale, sono sempre gli stessi; tuttavia, a seconda della durata della fibrillazione e delle sue cause, i medici distinguono diversi tipi di fibrillazione.

Si ha una fibrillazione parossistica quando il cuore ritorna spontaneamente al ritmo normale. Chi soffri di questo tipo di fibrillazione atriale può avere episodi di fibrillazione solo alcune volte all’anno, oppure i sintomi possono verificarsi tutti i giorni. I sintomi sono altamente imprevedibili e spesso si trasformano in una forma di disturbo permanente. La fibrillazione atriale persistente è un ritmo cardiaco irregolare che dura per più di 48 ore. Questo tipo di fibrillazione atriale non regredisce spontaneamente e richiede un qualche tipo di terapia. La fibrillazione atriale cronica dura per un tempo indefinito e non è controllabile con una terapia farmacologica.

La fibrillazione atriale parossistica, con il passare del tempo, può diventare sempre più frequente e durare sempre più a lungo, trasformandosi in fibrillazione permanente o cronica. Tutti i tipi di fibrillazione atriale possono far aumentare il rischio di ictus. Anche se non avvertite alcun sintomo, il rischio di avere un ictus è cinque volte maggiore rispetto a chi non soffre di fibrillazione atriale.

I sintomi dell’infarto sono diversi da quelli della fibrillazione atriale?

Le palpitazioni e il battito irregolare sono sintomi tipici della fibrillazione atriale e non dell’infarto, ma molti problemi cardiaci presentano campanelli d’allarme simili. Se pensate di avere un infarto, non perdete tempo e chiamate immediatamente il 118. L’infarto è l’interruzione della circolazione diretta verso il cuore, spesso causata da un trombo o da una placca nell’arteria coronaria (il vaso sanguigno che trasporta il sangue verso una parte del muscolo cardiaco). L’infarto può danneggiare o distruggere parte del muscolo cardiaco. In alcuni casi l’infarto può essere improvviso e intenso, e non lasciare alcun dubbio sulla diagnosi. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, gli infarti iniziano lentamente, con un lieve dolore o fastidio. Chi ne è colpito non riesce a identificare la causa del malessere e aspetta troppo tempo prima di cercare aiuto.

Chi soffre di fibrillazione atriale dovrebbe conoscere i sintomi dell’ictus

Come già abbiamo ricordato, la fibrillazione atriale fa aumentare il rischio di ictus. Ecco alcuni segni premonitori dell’ictus che dovreste ricordare:

Fastidio o dolore al torace. Nella maggior parte dei casi l’infarto provoca fastidio o dolore nel centro del torace, che dura per alcuni minuti oppure è intermittente. Il fastidio può assomigliare a una sensazione di pressione, di schiacciamento o di riempimento. Fastidio in altre zone della parte superiore dell’organismo. Fiato corto.

Se avvertite uno o più di questi sintomi, chiamate immediatamente l’ambulanza:

Intorpidimento improvviso del volto, di un braccio o di una gamba, soprattutto se limitato a un solo lato, Stato confusionale, problemi di parola o cognitivi improvvisi, Problemi di vista improvvisi, in uno o in entrambi gli occhi, Problemi a camminare, capogiro, perdita di equilibrio o di coordinazione improvvisi, Forte mal di testa improvviso, senza cause evidenti. Pericoli

La fibrillazione atriale può dare origine a due complicazioni principali: l’ictus e l’arresto cardiaco.

Ictus

Durante la fibrillazione atriale, gli atri (le due cavità superiori del cuore) non riescono a pompare tutto il sangue nei ventricoli, quindi parte del sangue ristagna al loro interno. Si può quindi formare un coagulo (o trombo) negli atri.

Se il coagulo si sposta e raggiunge il cervello, può causare un ictus. (Un coagulo che si forma in una parte dell’organismo e si sposta con il sangue circolante è detto embolo).

Gli anticoagulanti che servono per diminuire il rischio di ictus sono una parte importante della terapia dei pazienti affetti da fibrillazione atriale.

Arresto cardiaco

L’arresto cardiaco si verifica quando il cuore non è in grado di pompare tutto il sangue necessario all’organismo. La fibrillazione atriale può causare l’arresto cardiaco perché i ventricoli battono molto più in fretta del normale e non riescono a riempirsi completamente di sangue, quindi possono non essere in grado di pompare una quantità sufficiente di sangue nei polmoni e nell’organismo.

I sintomi più frequenti dell’arresto cardiaco sono l’affaticamento e la mancanza di fiato, causati dall’accumulo di fluidi nei polmoni. I fluidi possono anche accumularsi nei piedi, nelle caviglie e nelle gambe, provocando un aumento di peso.

Le terapie d’elezione per l’arresto cardiaco sono: la modifica dello stile di vita, la terapia farmacologica o l’intervento chirurgico (in rari casi, l’impianto di una pompa meccanica o il trapianto di cuore).

Diagnosi Fibrillazione atriale

Fibrillazione atriale, freccia rossa fibrillazione, freccia viola tracciato normale (http://it.wikipedia.org/wiki/File:Afib_ecg.jpg)

La fibrillazione atriale viene diagnosticata con l’elettrocardiogramma, o ECG, un esame semplice che dura solo pochi minuti. Durante l’elettrocardiogramma i medici posizionano gli elettrodi sul torace e sul corpo per registrare gli impulsi elettrici del cuore. La fibrillazione atriale può essere intermittente e quindi può non verificarsi durante l’elettrocardiogramma: il medico, quindi, può richiedervi di indossare un dispositivo per l’elettrocardiogramma portatile.

L’elettrocardiogramma portatile è eseguito con un dispositivo detto monitor Holter, ed è un esame che dura 24 ore. Il medico, poi, vorrà diagnosticare le cause della fibrillazione atriale: controllerà il cuore, la pressione, la glicemia e i livelli degli ormoni tiroidei.

Cura e terapia

Alcuni casi di fibrillazione atriale guariscono spontaneamente, in questo caso il medico eseguirà comunque gli esami per escludere eventuali patologie che potrebbero causare la fibrillazione atriale. Se invece la fibrillazione continua, il medico potrà curarla in diversi modi.

Di norma si prova a curare la causa a monte della fibrillazione atriale e così facendo, in alcuni casi, la frequenza cardiaca ritornerà alla normalità. Ad esempio,

se la fibrillazione atriale è causata da una tiroide troppo attiva, sarà probabilmente necessario rimuovere la tiroide chirurgicamente o usando lo iodio radioattivo; se la fibrillazione atriale è causata da una patologia delle valvole cardiache, potrebbe essere necessario sostituire la valvola con un intervento chirurgico.

Può inoltre essere utile, in alcuni casi, controllare l’ipertensione e la glicemia, anche per prevenire ulteriori problemi cardiaci.

Se la fibrillazione atriale non migliora, è possibile tentare altri interventi, ad esempio la cardioversione, che serve per riportare alla normalità la frequenza cardiaca.

Se la cardioversione è sconsigliata o non ha successo, vengono somministrati gli anticoagulanti per impedire la formazione di trombi nel cuore.

Cardioversione

La cardioversione può essere effettuata con diversi farmaci oppure somministrando un impulso elettrico nella zona del torace. A seconda della condizione del paziente, può essere tentato un altro intervento, detto ablazione trans catetere con radiofrequenza. Durante quest’intervento, parte delle cellule responsabili dell’attività elettrica del cuore viene distrutta usando una lieve corrente elettrica. L’impulso elettrico viene somministrato usando un catetere che raggiunge il cuore attraverso i vasi sanguigni. Dopo l’intervento può essere necessario impiantare un pacemaker, perché il cuore perde la capacità di generare e regolare il battito. I pazienti, inoltre, probabilmente devono sottoporsi a una terapia farmacologica per il resto della vita, per prevenire la ricorrenza della fibrillazione atriale.

Anticoagulanti

Se la cardioversione non ha successo, il rischio di formazione di trombi all’interno del cuore aumenta considerevolmente. Vengono quindi somministrati gli anticoagulanti per cercare di diminuire il rischio di formazione di trombi. L’anticoagulante usato con maggior frequenza è il warfarin (Coumadin®).

Il warfarin è un farmaco molto utile che ha effetti collaterali potenzialmente significativi. Il medico dovrà fare esami del sangue a cadenza regolare per prescrivervi il dosaggio corretto.

Per prevenire le complicazioni dovute alla fibrillazione atriale o al warfarin, è essenziale sottoporsi a visite di follow up regolari.

Convivere con la fibrillazione atriale

Chi soffre di fibrillazione atriale, anche cronica, può condurre una vita normale e attiva. Se soffrite di fibrillazione atriale è fondamentale fare controlli medici regolari.

Non saltate le visite mediche. Tutte le volte che andate dal medico o in pronto soccorso, portate con voi un elenco dei farmaci che state assumendo, che sarà utile ai medici che vi visiteranno.

Se dovete assumere farmaci, seguite scrupolosamente le istruzioni del medico. Fate attenzione se dovete assumere farmaci da banco, integratori alimentari e farmaci contro il raffreddore e l’allergia. Alcuni di questi prodotti contengono sostanze stimolanti, in grado di aumentare la frequenza cardiaca ; inoltre, alcuni farmaci da banco possono avere interazioni dannose con i medicinali per il controllo del ritmo cardiaco.

Dite al medico se i farmaci causano effetti collaterali, se i sintomi peggiorano o se se ne presentano di nuovi.

Se assumete farmaci anticoagulanti, dovrete essere tenuti sotto stretto controllo medico. Ad esempio potreste dover eseguire esami del sangue regolari per controllare se i farmaci funzionano. Ricordate inoltre di informare il vostro medico della dieta che seguite. Alcuni alimenti, come le verdure a foglia verde, potrebbero interagire con il warfarin, un farmaco anticoagulante.

Chiedete al vostro medico di informarvi sull’attività fisica, sul controllo del peso e sulla possibilità di assumere alcolici. Scoprite quali provvedimenti potete prendere per gestire il vostro disturbo.

Prevenzione

Per riuscire a prevenire la fibrillazione atriale è possibile seguire uno stile di vita sano e prendere alcuni provvedimenti per diminuire il rischio di patologie cardiache, tra cui ricordiamo:

seguire una dieta amica del cuore, povera di grassi saturi, grassi trans e colesterolo. Una dieta sana dovrebbe essere ricca di cereali integrali, frutta e verdura, da assumere quotidianamente. Non fumare. Fare attività fisica. Mantenere il peso forma.

Se già soffrite di patologie cardiache o avete altri fattori di rischio per la fibrillazione atriale, potete gestire il disturbo con l’aiuto del vostro medico. Oltre ad adottare gli stili di vita sani sopraelencati, che servono per tenere sotto controllo le patologie cardiache, il medico potrebbe consigliarvi di:

Seguire la dieta DASH per cercare di diminuire la pressione. Tenere sotto controllo il colesterolo e i trigliceridi modificando la dieta e assumendo gli eventuali farmaci prescritti dal medico. Limitare l’assunzione di alcol, o evitare completamente gli alcolici. Tenere sotto controllo la glicemia, se avete il diabete. Fare controlli medici regolari, e assumere tutti i farmaci prescritti.

Fonte Principale:

 NIH.gov heart.org

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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08/05/2012 09:06 Condividi

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Extrasistole e cuore: sintomi, cause, rimedi

Posted: 07 May 2012 12:41 AM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

L’extrasistole è un disturbo in cui il cuore batte in modo anomalo, avendo origine in una delle cavità inferiori del cuore (ventricoli). I battiti in eccesso alterano la normale frequenza cardiaca ed a volte possono far avvertire al paziente, a livello toracico, la sensazione di aver perso un battito. L’extrasistole è molto frequente: quasi tutti, prima o poi, ne soffriamo.

Se, di tanto in tanto, avete contrazioni ventricolari premature ma nel complesso siete sani, in generale non c’è motivo di preoccuparsi e non è necessaria alcuna terapia.

Se invece gli episodi di extrasistole sono frequenti, o soffrite di una patologia cardiaca a monte, probabilmente dovrete ricorrere a una terapia che vi aiuterà a sentirvi meglio e a curare i problemi cardiaci a monte.

Cause Cuore ed extrasistole

Cuore ed extrasistole (http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Diagram_of_the_human_heart_%28cropped%29-it.png)

Il cuore è costituito da quattro cavità: due superiori (gli atri) e due inferiori (i ventricoli).

In condizioni normali il battito cardiaco è regolato dal nodo senoatriale, una zona di cellule specializzate che si trovano nell’atrio destro. Questo pacemaker naturale produce gli impulsi elettrici che causano il battito cardiaco. Dal nodo senoatriale, gli impulsi elettrici attraversano gli atri e arrivano ai ventricoli, facendoli contrarre e facendo loro pompare il sangue nei polmoni e nel resto dell’organismo.

L’extrasistole è un insieme di contrazioni premature che iniziano nei ventricoli. Le contrazioni anomale di solito anticipano il battito normale. Spesso interrompono l’ordine normale degli eventi, perché di solito gli atri battono prima dei ventricoli. I battiti cardiaci non sincronizzati e anomali di solito sono meno efficaci nella loro azione di pompaggio del sangue nell’organismo.

I motivi per cui si verifica l’extrasistole non sono sempre chiari: le cellule dei ventricoli possono perdere la loro stabilità elettrica a causa di diversi fattori scatenanti, patologie cardiache o alterazioni dell’organismo.

Anche le patologie cardiache o le lesioni possono alterare il percorso degli impulsi elettrici.

L’extrasistole può essere connessa a:

alterazioni o squilibri chimici dell’organismo, disturbi dello stomaco come l’ernia iatale od il reflusso gastroesofageo, determinati farmaci, come i diffusi farmaci anti-asma, alcol o droghe, aumento dei livelli di adrenalina nell’organismo, causato ad esempio dalla caffeina, dall’esercizio fisico o dall’ansia, lesioni congenite e non del muscolo cardiaco, ipertensione o infezioni (miocardite). Fattori di rischio

Il rischio di extrasistole può aumentare a causa di determinati fattori scatenanti, patologie e sostanze stimolanti:

caffeina, alcol, tabacco, esercizio fisico, ipertensione (pressione alta), ansia, patologie cardiache congenite e non, coronaropatie, infarto, miocardite e cardiomiopatia. Sintomi

L’extrasistole spesso rimane asintomatica, ma il paziente può avvertire una sensazione strana nel torace, ad esempio:

battito che esita, palpitazioni, cuore che batte forte o che “salta in gola”, cuore che salta un battito o più battiti, maggior consapevolezza del proprio battito cardiaco.. Quando chiamare il medico

Se vi sembra che il cuore perda un battito, faccia fatica a battere oppure avvertite una sensazione strana al torace, andate dal medico per capire qual è la causa dei sintomi.

Il problema potrebbe essere causato dall’extrasistole ed in questo caso non ci sarebbero problemi, ma la causa potrebbe risiedere in altri disturbi, ad esempio:

altri tipi di aritmia, problemi cardiaci gravi, ansia, anemia, infezioni. Pericoli

Se gli episodi di extrasistole sono frequenti o se le contrazioni ventricolari premature si ripetono con una certa ricorrenza, probabilmente correte un rischio maggiore della norma di soffrire di aritmie.

In rari casi, se frequenti e connesse a patologie cardiache, le contrazioni premature possono causare aritmie pericolose e addirittura la morte cardiaca improvvisa.

Diagnosi

Se il medico sospetta che soffriate di extrasistole, probabilmente vi prescriverà un elettrocardiogramma (ECG). Quest’esame è in grado di scoprire se ci sono dei battiti anomali, di identificare la loro ricorrenza e la loro origine e di diagnosticare eventuali patologie cardiache a monte.

Elettrocardiogramma

Se gli episodi di extrasistole sono sporadici, può essere impossibile diagnosticarli durante l’elettrocardiogramma standard, che è un esame breve. Probabilmente dovrete usare un monitor Holter o un registratore di eventi per 24 ore o più per diagnosticare le eventuali aritmie.

Elettrocardiogramma standard. Durante l’elettrocardiogramma standard, vengono fissati diversi elettrodi (sensori) al torace e agli arti del paziente. L’elettrocardiogramma permette di registrare i segnali elettrici che attraversano il cuore. Di norma è eseguito in ambulatorio o in ospedale e dura solo pochi minuti. Elettrocardiogramma da stress. Questo esame diagnostico usa l’elettrocardiogramma per registrare l’attività elettrica del cuore mentre il paziente cammina sul tapis roulant o fa la cyclette. Può essere utile per capire la gravità delle contrazioni ventricolari premature. Se l’extrasistole scompare o diminuisce durante l’esercizio fisico, di solito non è considerata grave. Viceversa, se l’esercizio fisico provoca l’extrasistole, ci può essere un rischio maggiore di problemi di aritmia gravi. Monitor Holter. È un dispositivo portatile, che può essere messo in tasca oppure fissato al marsupio o alla cintura. Registra automaticamente l’attività elettrica del cuore su un periodo di 24 ore, quindi il medico può visualizzare il battito cardiaco su un periodo più lungo. Registratore di eventi. Anche questo dispositivo per l’elettrocardiogramma portatile può essere messo in tasca oppure fissato alla cintura per controllare a domicilio l’attività del cuore. Quando si avvertono i sintomi si può premere un pulsante e il dispositivo stampa l’elettrocardiogramma. Il medico, quindi, può visualizzare l’andamento del battito nel momento esatto in cui si sono verificati i sintomi.

Il monitor Holter e il registratore di eventi possono essere utili per identificare la ricorrenza dell’extrasistole. Se ci sono più di tre battiti ventricolari prematuri di fila, il paziente soffre di tachicardia ventricolare, che può causare sintomi e può essere segno di una patologia grave.

Cura e terapia

La maggior parte dei pazienti affetti da extrasistole, ma ugualmente sani, non avrà bisogno di alcuna terapia.

In rari casi, se i sintomi sono frequenti e fastidiosi, dovrete sottoporvi alla terapia per poter stare meglio, tuttavia l’extrasistole di solito non è pericolosa.

In alcuni casi, se avete problemi cardiaci che potrebbero provocare aritmie più gravi, dovrete probabilmente fare qualche sforzo per evitare i fattori scatenanti e forse anche assumere farmaci.

Modifiche dello stile di vita.

Eliminare i fattori scatenanti frequenti dell’extrasistole, come la caffeina o il tabacco, può essere utile per diminuire la frequenza e la gravità dei sintomi.

Farmaci.

I betabloccanti (usati in molti casi per curare l’ipertensione e le patologie cardiache) possono far scomparire l’extrasistole. Altri farmaci, come i calcio antagonisti o gli antiaritmici, come l’amiodarone, possono essere usati se soffrite di tachicardia ventricolare o di extrasistole molto frequente che interferisce con la funzionalità del cuore causando sintomi gravi.

Se gli episodi di extrasistole sono molto frequenti e sono connessi con patologie cardiache e periodi di tachicardia ventricolare, il medico potrebbe consigliarvi una terapia per il disturbo a monte.

Prevenzione

I seguenti rimedi pratici vi aiuteranno a tenere sotto controllo l’extrasistole e a migliorare la salute del cuore:

Tenete traccia dei fattori scatenanti. Se i sintomi sono frequenti, vi consigliamo di annotarli, insieme alle attività che svolgete. In questo modo probabilmente riuscirete a identificare le sostanze o le azioni in grado di provocare l’extrasistole. Modificate le vostre abitudini. La caffeina, l’alcol, il tabacco e altre droghe ricreative sono noti fattori scatenanti dell’extrasistole. Se diminuite l’assunzione di queste sostanze o le eliminate completamente, riuscirete a diminuire i sintomi. Tenete sotto controllo lo stress. L’ansia può provocare l’extrasistole. Se pensate che l’ansia possa contribuire al vostro disturbo, provate le tecniche di riduzione dello stress, come il biofeedback, la meditazione o l’esercizio fisico, oppure chiedete al medico se è opportuno assumere ansiolitici.

Fonte Principale: Mayo Clinic (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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30/04/2012 09:10 Condividi

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Protesi dell’anca: intervento, riabilitazione, pericoli

Posted: 29 Apr 2012 11:14 PM PDT

Introduzione Cause Farmaci ed altre terapia Intervento chirurgico Pericoli Prepararsi all’intervento Dopo l’intervento Il ritorno a casa Introduzione

Se il femore è affetto da un’artrite grave, il dolore può essere molto forte ed il paziente può non essere in grado di camminare. I medici di solito consigliano l’intervento chirurgico a chi soffre di artrite grave al femore: in questo modo il paziente proverà meno dolore e riuscirà a muoversi più facilmente.

Se il medico vi consiglia l’intervento chirurgico, la decisione finale spetta sempre e solo a voi. In questo breve articolo vi spiegheremo i rischi e i benefici dell’intervento chirurgico.

Anatomia Femore

Femore

L’articolazione dell’anca (coxofemorale) collega la gamba al bacino. La testa del femore possiamo immaginarla come una sfera che va a inserirsi in un incavo del bacino. Le superfici della sfera e dell’incavo devono essere lisce e scorrere perfettamente, senza causare dolore.

Cause

L’artrite, ossia un’infiammazione dell’articolazione, fa diventare ruvide le due superfici che entrano in contatto: il paziente inizia a provare un dolore molto intenso e addirittura può non riuscire più a camminare.

L’artrite dell’anca può essere provocata da un’infiammazione cronica dell’articolazione, oppure può essere causata da un trauma pregresso. Il dolore può interferire con le normali attività della vita quotidiana, perché, ad esempio, il paziente può avere molte difficoltà a camminare.

Farmaci ed altre terapia

Per far diminuire l’infiammazione dell’articolazione dell’anca, i pazienti possono ricorrere ai farmaci, come l’ibuprofene.

Per camminare meglio può essere utile il bastone o il girello. Anche le iniezioni di steroidi (cortisone) nell’articolazione dell’anca a volte possono contribuire a diminuire il dolore e l’infiammazione.

Se il paziente è in sovrappeso, lo stress a carico dell’articolazione dell’anca può diminuire dopo la dieta dimagrante. Se deve farsi operare, la dieta può essere utile anche per aumentare le probabilità di successo dell’operazione. Per dimagrire si può iniziare a seguire una dieta povera di grassi e a fare esercizio fisico con costanza e attenzione.

Intervento chirurgico

L’operazione viene effettuata tramite un’incisione all’altezza dell’anca. La testa del femore viene rimossa e la cavità viene preparata ad accogliere una superficie artificiale detta protesi.

La testa e il collo del femore sono sostituiti con una protesi di metallo di alta qualità, mentre la cavità viene sostituita con un guscio di metallo rivestito da plastica chirurgica ad alta densità.

A seconda del tipo, può essere necessario cementare la protesi all’osso: alcuni tipi di protesi, però, non devono essere cementati, perché l’osso circostante cresce all’interno della protesi e la cementa.

Alla fine dell’operazione la pelle viene ricucita. Per rimuovere il liquido in eccesso, può essere usato un drenaggio.

Per realizzare le protesi dell’anca, ci sono due approcci chirurgici diversi.

Con la prima tecnica, quella più diffusa, il femore viene sostituito completamente. L’altra tecnica operatoria prevede un accesso frontale e l’intervento chirurgico è definito “per via anteriore”. L’intervento per via anteriore richiede un’incisione più piccola e meno precauzioni postoperatorie. Il chirurgo vi informerà sul tipo di intervento che intende praticare. Pericoli

L’operazione all’anca è molto sicura, tuttavia esistono diversi rischi e complicazioni, altamente improbabili ma comunque possibili. È necessario essere informati per riconoscerli qualora si presentino. Se li conoscete, sarete in grado di segnalarli tempestivamente al vostro medico.

Tra i rischi e le complicazioni possibili ricordiamo:

rischi connessi all’anestesia, rischi connessi agli interventi chirurgici in generale, rischi specifici per questo tipo di intervento.

Tra i rischi connessi all’anestesia ricordiamo:

infarto, ictus, polmonite, formazione di trombi nelle gambe.

Sarà l’anestesista che vi darà tutti i dettagli su questi rischi.

Dopo l’intervento, di solito dopo alcuni giorni, si possono formare trombi all’altezza delle gambe, che iniziano a gonfiarsi e a fare male. I trombi, poi, possono spostarsi dalle gambe ai polmoni (embolia polmonare), provocando:

mancanza di fiato, dolore al torace e, in alcuni casi, anche il decesso del paziente.

A volte il fiato può iniziare a mancare senza alcun preavviso, quindi è fondamentale informare immediatamente il medico se si presenta anche solo uno degli altri sintomi.

Per diminuire il rischio di formazione di trombi nelle gambe è fondamentale alzarsi dal letto il prima possibile dopo l’intervento. Il chirurgo, inoltre, può farvi indossare speciali calze elastiche per alcuni giorni dopo l’operazione; vi sarà inoltre richiesto di assumere farmaci anticoagulanti per un periodo variabile da alcuni giorni ad alcune settimane dopo l’intervento.

Tra i rischi connessi agli interventi chirurgici in generale ricordiamo:

Infezioni, profonde o superficiali. Se la protesi è colpita da un’infezione, può essere necessario rimuoverla. Emorragia, durante o dopo l’intervento. Può essere necessaria una trasfusione di sangue. Dolore alla cicatrice o cicatrice brutta a vedersi.

Tra gli altri rischi e complicazioni, ce ne sono alcuni specifici di questo tipo di intervento. Come i precedenti, sono molto rari, ma è comunque fondamentale conoscerli.

Gli organi seguenti si trovano nella zona della coscia e dell’anca, vicino a dove vi farete operare, e quindi possono essere danneggiati:

arterie e vene che raggiungono le gambe, nervi che scendono nelle gambe: se sono danneggiati, le gambe possono diventare deboli o perdere sensibilità

La protesi, inoltre, si può quasi staccare dall’osso; la parte sferica può dislocarsi e fuoriuscire dall’incavo. In rari casi può verificarsi una differenza di lunghezza tra le gambe. L’anca con la protesi può non riuscire a muoversi bene come un’anca sana, perché rimane troppo rigida.

In alcuni casi l’intervento chirurgico può rivelarsi inutile, perché non solo non riesce ad alleviare il dolore, ma lo fa peggiorare. In casi rarissimi, il paziente può avere una reazione allergica potenzialmente fatale al cemento usato durante l’intervento.

Prepararsi all’intervento

La preparazione dell’intervento influisce sia sul risultato dell’operazione sia sul tempo che impiegherete per guarire. Molti dei consigli seguenti sono di semplice buonsenso, ma alcuni di essi potrebbero anche sorprendervi.

Se fumate, smettete completamente o diminuite il numero di sigarette. Il fumo modifica la circolazione, rallenta la guarigione e la ripresa dopo l’intervento. Se bevete, evitate completamente l’alcol nelle 48 ore prima dell’intervento. Se fate uso di stupefacenti, ditelo al medico. I narcotici e le altre droghe possono influire negativamente sull’esito dell’intervento. Seguite una dieta sana. Se siete in sovrappeso, il vostro medico probabilmente vi metterà a dieta. Chiedete al medico quali esercizi di ginnastica fare prima dell’intervento. Se dovete farvi operare all’anca o al ginocchio, gli esercizi di rinforzo per la parte superiore del corpo vi permetteranno di gestire meglio le stampelle o il girello dopo l’intervento. Gli esercizi isometrici vi aiuteranno a salvaguardare la forza dei muscoli delle gambe. Ricordatevi anche di chiedere quali esercizi fisioterapici vi saranno prescritti dopo l’intervento. Se prendete confidenza con gli esercizi di fisioterapia e iniziate a praticarli già prima dell’operazione, li eseguirete più facilmente dopo l’intervento. Dopo l’intervento

A seconda del tipo di intervento che avete subito, il medico può proibirvi temporaneamente di incrociare le gambe, piegare l’anca o mettervi a sedere nel letto.

L’ortopedico vi dirà quali sono le limitazioni da osservare dopo il tipo di intervento che avete subito. Con il passare del tempo, riuscirete a muovervi sempre di più, sotto la stretta supervisione del fisioterapista.

Man mano che rinforzerete i muscoli dell’anca, riuscirete a riprendere la maggior parte delle vostre attività quotidiane. All’inizio probabilmente avrete bisogno del bastone o del girello, per non sovraccaricare troppo l’anca nuova. Alla fine, con ogni probabilità, sarete di nuovo in grado di camminare senza alcun sostegno.

Il ritorno a casa

Per guarire dopo l’intervento per la protesi all’anca o al ginocchio ci vuole tempo, però potete iniziare a prepararvi fin d’ora per facilitare e velocizzare la guarigione.

Programmare in anticipo è il segreto per minimizzare lo stress e ottimizzare i risultati.

Mettetevi d’accordo con qualcuno che vi riporti a casa e vi faccia compagnia nei giorni successivi all’intervento. Quando siete in casa, mettete tutti gli oggetti che usate regolarmente in posti facili da raggiungere: non dovrete sporgervi verso l’alto o chinarvi. Prendete in prestito un girello o le stampelle, e vedete se riuscite a muovervi comodamente in casa. Probabilmente dovrete spostare qualche mobile, o riorganizzare temporaneamente la casa, trasformando ad esempio il salotto in camera da letto. Togliete i copriletti, i copridivani e i tappeti che potrebbero farvi scivolare. Spostate i cavi elettrici sui lati delle stanze, e fissateli saldamente al pavimento o al muro. Fate qualche modifica in bagno: mettete una sedia nella doccia, mettete le maniglie per riuscire ad alzarvi meglio e sollevate la tazza del water con gli appositi ausili. Fate scorta di oggetti che potrebbero esservi utili dopo l’intervento, ad esempio: un calzascarpe lungo, una spugna con manico lungo per lavarvi, una pinza per prendere gli oggetti bassi o lontani, un poggiapiedi, una maglia con tasche grandi o una borsa morbida per portare in giro ciò che vi serve. Allestite un “centro guarigione”, dove trascorrerete la maggior parte del vostro tempo. Tenete a portata di mano: il telefono, il telecomando, la radio, i fazzoletti, la pattumiera, caraffa d’acqua e bicchiere, qualcosa da leggere e le medicine. Preparazioni dell’ultimo minuto

Le 24 ore prima dell’intervento di solito sono molto convulse.

Usate quest’elenco per controllare se avete dimenticato qualcosa.

Fate il bagno o la doccia la sera prima dell’intervento, per diminuire il rischio di infezioni. Non rasate la zona dell’intervento: se ne occuperanno gli infermieri. Non truccatevi, non mettetevi il rossetto né lo smalto alle unghie. Rimanete a digiuno dopo la mezzanotte del giorno dell’intervento: non mangiare e non bere nulla serve per prevenire la nausea causata dall’anestesia. Avete preparato la borsa per l’ospedale? Dentro la borsa dovrebbero esserci: Un paio di ciabatte comode e resistenti, con suole antiscivolo. Una vestaglia o una camicia da notte lunghe. Una camicia da notte o pigiama di cotone leggero, da indossare sotto la vestaglia. Qualcosa da leggere. Tutta la documentazione medica precedente. Tutti i farmaci che assumete regolarmente. Tutto il necessario per l’igiene personale, compresi: il pettine, la custodia della dentiera, la custodia degli occhiali e la custodia delle lenti a contatto. Lasciate a casa i soldi, le carte di credito e i gioielli! Una tuta larga e scarpe comode da indossare quando tornerete a casa. Se ancora non avete chiesto aiuto a nessuno, è arrivato il momento di farlo. Chiedete a qualcuno se può venire in ospedale una volta al giorno per controllare come state. Se vi farete aiutare, guarirete più velocemente: sforzarsi di fare tutto da soli è controproducente!

Fonte Principale:

NIH.gov AAOS.org

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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23/04/2012 10:50 Condividi

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Rabbia: sintomi, cause e cura

Posted: 22 Apr 2012 11:49 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La rabbia è una malattia mortale causata da un virus che si trasmette mediante il contatto con la saliva degli animali infetti. Il virus della rabbia di solito si trasmette tramite il morso di un animale infetto.

Negli Stati Uniti, tra gli animali maggiormente a rischio di trasmissione del virus della rabbia, ricordiamo i pipistrelli, i coyote, le volpi, i procioni e le puzzole. Nei paesi in via di sviluppo dell’Africa e del Sudest asiatico, sono i cani randagi le fonti più probabili di contagio.

Rabbia - Le volpi sono gli animali più colpiti in Italia

Rabbia - Le volpi sono gli animali più colpiti in Italia (http://www.flickr.com/photos/digitalprimate/521409209/sizes/s/in/photostream/)

In Italia la rabbia urbana è stata eradicata nel 1973. In seguito ci sono stati 3 casi di rabbia di importazione nel cane, quindi di infezione contratta dopo essere stati in paesi in cui la malattia è endemica, l’ultimo diagnosticato nel 1992.

Nel 1977 la rabbia silvestre ha fatto la sua comparsa nel nord Italia ed ha interessato esclusivamente i territori dell’arco alpino, dalla Valle d’Aosta alla provincia di Trieste con diverse ondate epidemiche. La prima epidemia ha avuto inizio nel febbraio 1977 ed è terminata nel 1986 interessando tutto il nord Italia; la seconda ha avuto luogo nel 1988 e 1989 interessando la sola Regione Friuli Venezia Giulia, mentre la terza ha interessato sia la Regione Friuli Venezia Giulia dal 1991 al 1995, nella zona di confine tra Italia e Slovenia, sia la provincia di Bolzano nel 1993/94. Queste epidemie sono sempre state collegate alla situazione epidemiologica degli stati confinanti. Recentemente (2008) la rabbia è purtroppo ricomparsa in Italia, in particolare nel nord-est (Fonte: Ministero della Salute).

Quando il paziente inizia a presentare i segni e i sintomi della rabbia, di solito gli rimangono pochi giorni di vita. Proprio per questo, chiunque corra il rischio di essere contagiato dalla rabbia, deve proteggersi con il vaccino antirabbico.

Cause

La rabbia è un’infezione causata da un virus (Lyssavirus).

Il virus si diffonde mediante la saliva degli animali infetti, che possono contagiare un altro animale o una persona semplicemente con un morso. In rari casi, il contagio avviene tramite il semplice contatto tra la saliva dell’animale e una ferita aperta, oppure una mucosa, ad esempio quella orale o quella degli occhi: questa situazione si può verificare se un animale infetto vi lecca una ferita aperta, la bocca o gli occhi.

Qualsiasi mammifero può trasmettere il virus della rabbia, ma tra quelli che con maggior probabilità sono in grado di contagiare gli umani ricordiamo:

Gatti, Mucche, Cani, Furetti, Capre, Cavalli, Conigli; Pipistrelli, Castori, Coyote, Volpi, Scimmie, Procioni, Puzzole, Marmotte.

Non sono finora stati riportati situazioni di contagio della rabbia tra esseri umani.

In rari casi, il virus è stato trasmesso tramite un organo infetto, in caso di trapianto di tessuti e di organi.

Fattori di rischio

Tra i fattori che possono far aumentare il rischio di essere contagiati dalla rabbia ricordiamo:

viaggiare o vivere nei paesi in via di sviluppo dove la rabbia è più diffusa, ad esempio in Africa o nel Sudest asiatico, svolgere attività che fanno aumentare la probabilità di entrare in contatto con animali selvatici che potrebbero avere la rabbia, ad esempio esplorare le caverne dove vivono i pipistrelli oppure andare in campeggio senza prendere le dovute precauzioni per tenere lontani gli animali selvatici, lavorare in un laboratorio a contatto con il virus della rabbia, avere ferite alla testa o al collo, che potrebbero far sì che il virus della rabbia raggiunga il cervello più rapidamente. Sintomi

La rabbia non provoca alcun sintomo finché non è già in fase avanzata, spesso fino a pochi giorni prima che il paziente muoia.

Tra i sintomi della rabbia ricordiamo:

Febbre, Mal di testa, Agitazione, Ansia, Stato confusionale, Difficoltà a deglutire, Ipersalivazione, Paura dell’acqua (idrofobia), dovuta alla difficoltà a deglutire, Allucinazioni, Insonnia, Paralisi parziale. Quando chiamare il medico

Se un animale vi morde, andate immediatamente al pronto soccorso. A seconda delle vostre condizioni e della situazione in cui si è verificato il morso, potete decidere insieme al medico se è opportuno ricevere la terapia antirabbica.

Anche se non siete sicuri di essere stati morsi, andate lo stesso al pronto soccorso: ad esempio un pipistrello che entra nella vostra stanza mentre state dormendo potrebbe mordervi senza che ve ne accorgiate. Se, quando vi svegliate, trovate un pipistrello nella camera, date per scontato di essere stati morsi; inoltre, se trovate un pipistrello in camera di qualcuno che non può o non sa dire se è stato morso, ad esempio un bambino piccolo o una persona disabile, date per certo che la persona è stata morsa.

Che cosa fare prima della visita

Lavate bene e delicatamente la ferita con sapone e molta acqua corrente: in questo modo probabilmente riuscirete a far scorrere via parte del virus.

Provate a fermare o catturare l’animale che vi ha morso senza mettervi ulteriormente in pericolo. Non uccidete l’animale con un colpo alla testa, perché i danni che gli provochereste potrebbero rendere più difficile l’esecuzione degli esami di laboratorio necessari per capire se ha o meno la rabbia.

Dite al medico che avete catturato l’animale che vi ha morso. Il medico, così, può mettersi in contatto con le autorità sanitarie locali, per decidere quale sarà la sorte dell’animale.

Pericoli

La malattia, se non curata, è praticamente senza eccezioni mortale.

Diagnosi

Immediatamente dopo che un animale malato vi ha morso, non c’è alcun modo per capire se vi ha trasmesso il virus. Per questo motivo, il medico, se ritiene che abbiate rischiato di esporvi al virus, vi consiglierà la terapia antirabbica preventiva per impedire il contagio.

Nei pazienti che presentano i sintomi della rabbia la diagnosi si basa sugli esami del sangue e dei tessuti.

Cura e terapia

Per l’infezione del virus della rabbia, non c’è alcuna terapia specifica. Alcune persone, a dire la verità molto poche, sono sopravvissute al contagio, ma di norma la patologia è letale. Per questo motivo, chi è ritenuto a rischio per l’esposizione al virus, riceve una serie di vaccinazioni per prevenire che l’infezione attecchisca.

Terapia per chi è stato morso da un animale con la rabbia

Se siete stati morsi da un animale che si sa con certezza essere affetto dalla rabbia, dovrete fare una serie di vaccinazioni per impedire il contagio. Se non si riesce a trovare l’animale che vi ha morsi, può essere più sicuro dare per certo che abbia la rabbia, però vanno tenuti in considerazione diversi fattori, come il tipo di animale e la situazione in cui siete stati morsi.

La vaccinazione antirabbica comprende:

Una prima iniezione ad azione rapida (immunoglobuline) per prevenire l’infezione. Parte dell’iniezione è somministrata nella zona in cui l’animale vi ha morso, meglio se il prima possibile dopo il morso. Una serie di vaccinazioni di richiamo, per aiutare l’organismo a identificare e combattere il virus della rabbia. I richiami sono somministrati tramite iniezioni nel braccio. Si ricevono 5 richiami su un periodo di 14 giorni. Capire se l’animale che ha morso ha la rabbia

In alcuni casi, prima di iniziare le vaccinazioni, si può sapere con certezza se l’animale che vi ha morso ha la rabbia: quindi se si riesce a capire che l’animale è sano, è possibile evitare il vaccino.

Le procedure per capire se un animale ha la rabbia variano a seconda dei casi; ad esempio:

Animali domestici e da allevamento. I gatti, i cani e i furetti che hanno morso una persona possono essere tenuti sotto osservazione per 10 giorni per capire se manifestano i sintomi della rabbia. Se, per questo periodo d’osservazione, l’animale non presenta sintomi, allora non ha la rabbia e il paziente quindi non ha bisogno del vaccino. Gli altri animali domestici e da allevamento vanno trattati caso per caso. Contattate il vostro medico e le autorità sanitarie locali per capire se dovete fare il vaccino antirabbico. Animali selvatici che non possono essere catturati. Gli animali che non possono essere trovati e catturati, ad esempio i pipistrelli che entrano in casa, possono essere uccisi e sottoposti all’esame per la rabbia. Se l’animale non è malato, il paziente non riceverà il vaccino. Animali introvabili. Se non si riesce a trovare l’animale che vi ha morso, affrontate la situazione con il medico e con le autorità sanitarie. In alcuni casi può essere più sicuro dare per certo che l’animale abbia la rabbia e procedere con le vaccinazioni. In altri casi può essere molto improbabile che l’animale sia malato e quindi i medici possono decidere che le vaccinazioni non sono necessarie. Prevenzione

È possibile diminuire il rischio di entrare in contatto con gli animali che hanno la rabbia, seguendo alcuni semplici consigli:

Fate vaccinare i vostri animali domestici. I cani, i gatti e i furetti possono essere vaccinati contro la rabbia. Chiedete al veterinario con quale frequenza è opportuno farli vaccinare. Tenete sotto controllo gli animali domestici. Teneteli in casa e controllateli attentamente quando sono all’aperto. In questo modo riuscirete a non farli entrare in contatto con gli animali selvatici. Proteggete gli animali domestici piccoli dai predatori. Tenete i conigli e gli altri animali domestici piccoli, come i porcellini d’India, in casa o in gabbia per difenderli dagli animali selvatici. Gli animali domestici piccoli, infatti, non possono essere vaccinati contro la rabbia. Se vedete degli animali incustoditi e pericolosi, avvisate le autorità locali. Avvisate il canile, il gattile o le autorità sanitarie locali se vedete cani o gatti selvatici. State lontani dagli animali selvatici. Gli animali selvatici che hanno la rabbia, probabilmente sembrano molto più amichevoli del solito, però non è normale che un animale selvatico si lasci avvicinare facilmente, quindi state lontani da tutti quegli animali che non sembrano spaventati. Tenete lontani i pipistrelli. Sigillate le fessure attraverso cui i pipistrelli potrebbero intrufolarsi in casa vostra. Se avete dei pipistrelli in casa, rivolgetevi a un esperto per tenerli lontani. Se dovete fare un viaggio, prendete in considerazione l’eventualità di farvi vaccinare contro la rabbia. Se dovete fare un viaggio in un paese dove la rabbia è diffusa e dovete rimanerci per molto tempo, chiedete al medico se è opportuno fare il vaccino antirabbico.

Fonte Principale: Mayo Clinic (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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16/04/2012 09:11 Condividi

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PFAPA: febbre periodica e ricorrente nei bambini

Posted: 15 Apr 2012 11:21 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

Quando si parla PFAPA (acronimo inglese di Periodic fever, aphthous stomatitis, pharyngitis and adenitis or periodic fever aphthous pharyngitis and cervical adenopathy) si fa riferimento ad una sindrome che colpisce i bambini, la cui caratteristica principale è una febbre alta che si verifica periodicamente ad intervalli di 3-5 settimane.

E’ stata descritta per la prima volta nel 1987 ed il suo nome completo in italiano è febbre periodica con stomatite aftosa, faringite e adenopatie.

Febbre periodica

(Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/andresrueda/3407340937/sizes/s/in/photostream/)

Cause

Ad oggi non sono ancora state chiarite le cause alla base della sindrome; l’ipotesi più accreditata è che la PFAPA rappresenti un disturbo dei meccanismi di controllo dell’infiammazione. In alternativa è stato anche ipotizzato che gli episodi febbrili possano dipendere dalla riattivazione di una infezione virale latente da adenovirus.

Non è in ogni caso una malattia contagiosa.

Fattori di rischio

La sindrome non sembra avere particolare famigliarità, mentre sembra essere più diffusa nei maschietti.

Sintomi

Colpisce in genere per la prima volta i bambini al di sotto dei 5 anni di età.

I sintomi principali della sindrome PFAPA sono:

febbre alta, periodica e prevedibile nel tempo, ad intervalli di circa 3-8 settimane (di norma fra 3 e 5 settimane), afte (circa 7 casi su 10), faringite (ossia mal di gola, circa 7 casi su 10), ingrossamento dei linfonodi del collo (circa 9 casi su 10).

La febbre, il sintomo caratterizzante la malattia, compare in modo piuttosto improvviso con valori elevati (sopra i 38°, ma ben sopportata); dura di norma da 3 a 6 giorni ed è l’unica manifestazione sempre presente.

Più raramente compaiono mal di testa, mal di pancia, nausea, malessere, dolori muscolari diffusi.

Tra gli episodi, e anche durante gli stessi, i bambini appaiono sani.

Sono del tutto assenti sintomi da infezione respiratoria.

Pericoli

La sindrome non è di norma considerata pericolosa e si risolve con la crescita, senza alcuna conseguenza sulla salute del bambino.

Diagnosi

La diagnosi si basa sopratutto sull’osservazione dei sintomi e della loro periodicità (servono almeno 6 mesi di episodi, per porre la diagnosi in via definitiva). Il medico per accertarsi di essere in presenza di PFAPA può richiedere periodici tamponi della gola, che devono essere sempre negativi, ed escludere altre infezioni come la mononucleosi.

In questa fase è essenziale distinguere la sindrome dalle infezioni respiratorie ricorrenti, tipiche per esempio del periodo in cui inizia la frequentazione dell’asilo: la differenza è che la febbre in questi casi non è mai periodica ed è sempre accompagnata da raffreddore e tosse.

Altrettanto importate è poi escludere altre forme di febbri periodiche.

Da un punto di vista di laboratorio si osserva di norma:

aumento dei leucociti nel sangue, lieve aumento della VES, lieve aumento della PCR.

Mentre NON si osserva neutropenia (diminuzione del numero dei granulociti o neutrofili).

Cura e terapia

Poichè non è ad oggi disponibile una cura della sindrome, che tuttavia scompare con la crescita, ci si limita a trattare i sintomi dei singoli episodi.

La febbre risponde poco ai classici farmaci usati in pediatria (paracetamolo ed ibuprofene, per esempio). Al contrario, la somministrazione di cortisone (da assumere dietro controllo medico) permette la rapida scomparsa della febbre, anche se potrebbe essere causa di una comparsa più ravvicinata nel tempo dell’episodio successivo. La sensibilità della febbre al cortisone è così caratteristica da essere spesso usata come criterio diagnostico, ossia quando la si osserva è una ulteriore conferma della diagnosi di PFAPA.

Non sono necessari, e quindi l’utilizzo è controindicato, gli antibiotici.

La tonsillectomia (rimozione delle tonsille) può essere presa in considerazione quando la gestione degli episodi risulta difficile per la famiglia; è efficace nell’interrompere o ridurre drasticamente la periodicità degli attacchi (in circa l’80% dei casi), ma in genere non viene consigliata di routine.

Fonti:

conosciamocimeglio.it Università di Trieste ambulatorio.com rarediseases.info.nih.gov Wikipedia Sesta malattia: foto, sintomi, durata e curaTonsille gonfie e placche: antibiotici, rimedi e bambiniMal di gola da streptococco: sintomi, prevenzione, …Raffreddore, influenza, rinite allergica o sinusite ?Herpangina: sintomi, contagio negli adulti e bambiniQuarta malattia (scarlattinetta): sintomi, trasmissione e cura You are subscribed to email updates from Farmaco e Cura
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09/04/2012 09:23 Condividi

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Shock anafilattico: sintomi, cause e cura

Posted: 08 Apr 2012 11:44 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

Lo shock anafilattico (od anafilassi) è una reazione allergica grave e potenzialmente letale. Può verificarsi dopo pochi secondi o minuti dall’esposizione a una sostanza a cui si è allergici, ad esempio il veleno di una vespa o le arachidi.

Il flusso di sostanze chimiche rilasciate dal sistema immunitario durante lo shock anafilattico può causare gravi sintomi: la pressione si abbassa repentinamente e le vie aeree si contraggono, impedendovi di respirare normalmente.

Tra i sintomi dello shock anafilattico ricordiamo inoltre:

il battito cardiaco debole e veloce, un’eruzione cutanea, la nausea e il vomito.

Lo shock anafilattico può essere provocato per esempio da

alimenti, farmaci, veleno degli insetti, lattice.

In caso di anafilassi bisogna andare immediatamente al pronto soccorso, dove vi sarà iniettata l’adrenalina. Se lo shock anafilattico non viene affrontato immediatamente, il paziente può perdere conoscenza e può addirittura morire.

Cause

Il sistema immunitario produce gli anticorpi per difendersi dalle sostanze estranee. Se la sostanza estranea è dannosa (ad esempio alcuni batteri o virus), non c’è alcun problema, però il sistema immunitario di alcune persone reagisce anche a sostanze che non dovrebbero in teoria causare alcuna reazione allergica. In questo caso, il sistema immunitario causa una reazione a catena, che provoca i sintomi dell’allergia.

In condizioni normali i sintomi dell’allergia non sono preoccupanti, ma alcune persone hanno una reazione allergica grave che può causare lo shock anafilattico. Se voi e vostro figlio in passato avete avuto una reazione allergica di lieve entità, rischiate comunque di avere uno shock anafilattico in futuro.

Lo shock anafilattico può essere provocata da diversi allergeni, a seconda delle sostanze a cui il paziente è allergico.

Tra i fattori che scatenano l’allergia con maggior frequenza ricordiamo:

farmaci, ad esempio la penicillina, alimenti, ad esempio le arachidi, le noci, il pesce, i crostacei, il latte e le uova, punture di api, vespe, calabroni e formiche rosse.

Tra le cause meno frequenti dello shock anafilattico ricordiamo:

lattice, farmaci miorilassanti, usati nell’anestesia generale, esercizio fisico.

Lo shock anafilattico provocata dall’esercizio fisico varia da persona a persona:

in alcune persone può essere causata dall’attività aerobica, come il jogging; in altre, la reazione allergica può essere provocata anche da attività fisiche meno intense, come una semplice camminata.

Mangiare determinati alimenti prima dell’esercizio fisico o fare esercizio quando fa caldo, fa freddo o c’è umidità, in alcune persone può scatenare lo shock anafilattico. Chiedete al vostro medico quali precauzioni prendere durante l’esercizio fisico.

I sintomi dello shock anafilattico a volte possono essere provocati dall’aspirina, da altri farmaci antinfiammatori non steroidei (come l’ibuprofene e il il naprossene sodico) oppure dal mezzo di contrasto iniettato durante alcuni esami radiografici. Questo tipo di reazione, pur essendo simile a quella allergica, non è causata dagli anticorpi.

Se non sapete qual è la causa della reazione allergica, il medico può farvi fare degli esami per identificare la sostanza responsabile. Quando non si riesce a identificare la causa dello shock anafilattico si parla di anafilassi idiopatica.

Fattori di rischio

I fattori di rischio possibili per lo shock anafilattico non sono molti, tra di essi ricordiamo:

Precedenti di anafilassi. Se in passato già avete sofferto di anafilassi, aumenta il rischio di soffrirne una seconda volta. Le reazioni potrebbero essere più gravi dell’episodio precedente. Allergie o asma. Chi soffre di uno di questi disturbi è più a rischio di soffrire di anafilassi. Precedenti familiari. Se un membro della vostra famiglia in passato ha sofferto di anafilassi indotta dall’esercizio fisico, il rischio di soffrire di questo tipo di anafilassi è maggiore rispetto a chi non ha parenti che ne hanno sofferto. Sintomi Sintomi shock anafilattico

Sintomi shock anafilattico (http://it.wikipedia.org/wiki/File:Signs_and_symptoms_of_anaphylaxis-IT.png)

I sintomi dello shock anafilattico di solito si verificano entro pochi minuti dall’esposizione all’allergene. In alcuni casi, tuttavia, la reazione può iniziare anche dopo più di mezz’ora dall’esposizione.

Tra i sintomi dello shock anafilattico ricordiamo:

reazioni cutanee, ad esempio orticaria e prurito, pallore o arrossamento (in quasi tutti i casi di anafilassi), sensazione di calore, difficoltà a respirare, dovuta alla sensazione di nodo in gola, contrazione delle vie aeree, gonfiore della lingua o della gola, che provocano dispnea e problemi respiratori, sensazione di morte imminente, battito cardiaco debole e rapido, nausea, vomito o diarrea, capogiro o perdita di conoscenza. Quando chiamare il medico

Se voi o vostro figlio avete una reazione allergica grave, chiamate l’ambulanza o andate immediatamente al pronto soccorso.

Se la persona che ha l’attacco di allergia ha con sé un autoiniettore di adrenalina (epinefrina), usatelo immediatamente. Anche se i sintomi migliorano dopo l’iniezione di emergenza, è comunque necessario recarsi in pronto soccorso per escludere che i sintomi si ripresentino.

Se voi o vostro figlio avete avuto un attacco di allergia grave in passato o avete sofferto di uno qualsiasi dei sintomi dello shock anafilattico, vi consigliamo di andare dal medico. La diagnosi e la gestione dello shock anafilattico sul lungo periodo sono difficili, quindi probabilmente dovrete farvi visitare da un allergologo o da un immunologo.

Pericoli

La reazione anafilattica può essere letale se si verifica uno shock anafilattico grave: il paziente può cessare di respirare e il suo cuore può fermarsi. In questo caso, si deve procedere immediatamente con la rianimazione e con le altre terapie d’emergenza.

Diagnosi

Il medico vi farà diverse domande sulle allergie o sulle eventuali reazioni allergiche di cui avete sofferto in passato. L’anamnesi probabilmente comprenderà domande relative a questi temi:

se la reazione allergica sembra connessa all’assunzione di determinati alimenti, se i sintomi sembrano connessi a particolari farmaci assunti, se i sintomi dell’allergia sono iniziati dopo l’esposizione al lattice, se i sintomi sembrano causati dalle punture di un particolare tipo di insetto.

Per cercare di confermare la diagnosi:

probabilmente dovrete fare gli esami per le allergie, cioè i test cutanei o gli esami del sangue, con ogni probabilità vi sarà richiesto di tenere un elenco completo di ciò che mangiate oppure di cercare di non mangiare determinati alimenti per un certo periodo.

Il medico cercherà di escludere altri disturbi che potrebbero causare i sintomi, ad esempio:

svenimenti ripetuti, disturbi diversi dalle allergie che provocano vampate di calore o altri sintomi cutanei, mastocitosi (malattia del sistema immunitario), problemi psicologici, come gli attacchi di panico, patologie cardiache o polmonari. Cura e terapia

Durante uno shock anafilattico il personale del pronto soccorso seguirà le procedure di rianimazione se il paziente ha smesso di respirare o il cuore ha cessato di battere.

Possono essere somministrati farmaci come:

adrenalina (epinefrina) per diminuire la reazione allergica dell’organismo, ossigeno per cercare di compensare i problemi respiratori, flebo di antistaminici e cortisone per diminuire l’infiammazione delle vie respiratorie e migliorare la respirazione, un farmaco beta-agonista (come l’albuterolo) per alleviare i sintomi respiratori. Come affrontare le emergenze

Se siete in compagnia di qualcuno che ha una reazione allergica e presenta i sintomi dello shock anafilattico, è fondamentale agire con tempestività. Tra i sintomi dello shock anafilattico ricordiamo:

pelle pallida, fredda e sudata, battito cardiaco debole e rapido, problemi respiratori, stato confusionale, perdita di conoscenza.

Anche se non siete sicuri che i sintomi siano provocati proprio dallo shock anafilattico, seguite queste istruzioni e agite immediatamente:

Chiamate l’ambulanza, Controllate il battito e la respirazione e, se necessario, rianimate il paziente o seguite tutte le procedure di primo soccorso, Se la persona ha con sé i farmaci antiallergici, ad esempio l’autoiniettore di adrenalina o gli antistaminici, usateli immediatamente. Come si usa l’autoiniettore di adrenalina

Molte persone a rischio di shock anafilattico portano sempre con sé un autoiniettore, cioè un dispositivo formato da una siringa e da un ago nascosto, che serve per iniettare una dose singola di farmaco quando viene premuto contro la coscia. Ricordatevi di sostituire l’adrenalina prima che scada, altrimenti l’autoiniettore potrebbe essere inutile.

Imparate a usare l’autoiniettore e insegnate a usarlo anche alle persone più vicine a voi: se vi troverete in una situazione d’emergenza, chi vi circonda potrebbe salvarvi la vita.

Terapia di lungo periodo

Se la reazione allergica è provocata dalle punture d’insetto, è consigliabile fare una serie di iniezioni antiallergiche (immunoterapia) per diminuire il rischio di reazione allergica e prevenire eventuali reazioni gravi.

Sfortunatamente nella maggior parte degli altri casi non è possibile curare il disturbo del sistema immunitario in grado di provocare lo shock anafilattico, tuttavia si può cercare di prevenire eventuali attacchi e di essere preparati all’evenienza.

Evitate per quanto possibile le sostanze ritenute responsabili dell’allergia. Portate sempre con voi l’autoiniettore. Durante la reazione anafilattica, potrete iniettarvi il farmaco direttamente nella coscia.

Il medico probabilmente vi consiglierà di assumere cortisone o gli antistaminici.

Consigli pratici

Le reazioni allergiche potenzialmente letali fanno davvero paura, sia che le si viva in prima persona sia che la vittima sia un vostro caro o una persona vicina a voi.

Per cercare di affrontarle con più serenità è opportuno predisporre un piano d’emergenza. Cercate, insieme al vostro pediatra od al vostro medico, di scrivere un piano d’azione dettagliato da seguire in caso di reazione allergica. In questo modo saprete esattamente che cosa fare in caso di anafilassi, e potrete insegnare le procedure d’emergenza agli insegnanti, alle baby sitter e alle altre persone che si prendono cura di vostro figlio che vivono con voi, che così saranno perfettamente informati su che cosa fare.

Se vostro figlio ha avuto uno shock anafilattico, chiedete al preside, agli insegnanti e ai bidelli quali sono le misure di sicurezza della scuola in caso di emergenze mediche. Scoprite se la scuola di vostro figlio dispone di un autoiniettore, da usare in caso di necessità.

Prevenzione

Il modo migliore per prevenire lo shock anafilattico è cercare di evitare le sostanze ritenute responsabili di questa reazione allergica grave.

Provate a seguire i consigli seguenti:

Indossate un braccialetto o una collana che indica che siete allergici a determinati farmaci o ad altre sostanze. Informate i medici delle vostre allergie ai farmaci, prima di iniziare le terapie. Se andate in ospedale per l’immunoterapia aspettate sempre mezz’ora prima di ritornare a casa: così facendo sarete immediatamente assistiti in caso di reazione allergica grave. Tenete sempre a disposizione una valigetta di pronto soccorso con tutti i farmaci prescritti dal medico. Nella valigetta ci dovrà essere l’autoiniettore di adrenalina: di solito ha scadenza a 18 mesi, quindi controllate sempre che sia ancora valido. Se siete allergici alle punture d’insetto, fate attenzione a non farvi pungere. Indossate i pantaloni lunghi e una maglia con le maniche lunghe. Evitate i vestiti con colori sgargianti e non mettete il profumo o l’acqua di Colonia. Se siete vicini a un insetto che vi potrebbe pungere, cercate di rimanere calmi: spostatevi lentamente al sicuro e non cercate di colpirlo. Se siete allergici alle punture d’insetto, non indossate i sandali e non camminate a piedi nudi nell’erba. Se siete allergici a un determinato alimento, leggete con attenzione le etichette, prima di acquistare o di consumare qualsiasi prodotto. I processi produttivi possono cambiare, quindi ricontrollate periodicamente le etichette degli alimenti che consumate con maggior frequenza. Se mangiate fuori, chiedete quali sono gli ingredienti e come vengono preparati i piatti, perché è sufficiente una quantità minima dell’alimento a cui siete allergici per provocare una reazione molto grave. State all’erta

È importante fare tutto il possibile per prevenire le reazioni anafilattiche cercando di evitare i fattori scatenanti, tuttavia, pur facendo la massima attenzione, a un certo punto probabilmente ci si esporrà all’allergene. Fortunatamente ci si può preparare ad affrontare l’emergenza con prontezza ed efficacia, a patto che si conoscano i sintomi dello shock anafilattico e si abbia un piano d’emergenza per gestirli.

Fonte Principale: Mayo Clinic (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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06/04/2012 09:56 Condividi

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Ictus e riabilitazione: quali prospettive?

Posted: 05 Apr 2012 10:57 PM PDT

Introduzione Riabilitazione Fisioterapia Logopedia Terapia occupazionale Introduzione

L’ictus è un’eventualità molto grave, che può rivelarsi fatale per il paziente o causare disabilità permanenti. La riabilitazione, la fisioterapia, la logoterapia e la terapia occupazionale sono necessarie per migliorare la funzionalità dell’organismo dopo l’ictus.

In questo breve articolo vi aiuteremo a capire meglio quali sono le possibilità di riabilitazione per i pazienti colpiti da un ictus.

Riabilitazione

La riabilitazione fa aumentare le probabilità di guarire dall’ictus.

I primi giorni dopo l’ictus sono estremamente critici: il cervello, infatti, può gonfiarsi e quindi ci possono essere ancora più danni rispetto all’evento in sè. In rari casi, questa situazione può essere fatale.

Circa una settimana dopo l’ictus, le condizioni del paziente si stabilizzano e i deficit iniziali probabilmente inizieranno a migliorare spontaneamente. I problemi che rimangono dopo la stabilizzazione, ad esempio la debolezza o i problemi di parola, possono essere molto invalidanti e la riabilitazione può essere utile per riacquistare alcune delle abilità che altrimenti andrebbero perse.

Le due finalità principali della riabilitazione sono:

rinforzare e rieducare il paziente, per aiutarlo/a a migliorare, insegnare al paziente a gestire una vita il più normale possibile, entro i limiti dati dai suoi deficit.

La riabilitazione è la combinazione di tre tipi di terapie.

Fisioterapia. Rinforza i muscoli e migliora le capacità di deambulazione. Logopedia. Rieduca il paziente per tutto ciò che concerne la sfera della parola. Il paziente si allena a parlare, capire, leggere, scrivere, risolvere problemi, … Terapia occupazionale. Insegna al paziente gli espedienti che lo aiuteranno a condurre una vita il più normale possibile.

La riabilitazione inizia non appena le condizioni del paziente si sono stabilizzate cioè, di solito, dopo alcuni giorni dall’ictus. Perché abbia successo, è importante che il paziente e la famiglia collaborino e si dimostrino volenterosi nonostante le difficoltà impreviste.

Anche se le sedute si svolgono solo alcune volte a settimana, il paziente e la sua famiglia dovrebbero fare gli esercizi tutti i giorni.

Anche se la medicina riabilitativa ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni, i pazienti colpiti dall’ictus, a volte, non riescono più a riprendere una vita normale, è quindi fondamentale sforzarsi di lavorare sulle varie abilità, cercando di non scoraggiarsi.

Fisoterapia

La fisioterapia serve per rinforzare i muscoli e migliorare l’andatura, cioè la capacità di camminare normalmente. La fisioterapia, inoltre, serve per sciogliere i muscoli e le articolazioni delle braccia o delle gambe, che potrebbero essersi atrofizzati a causa dell’ictus.

Il paziente riceve un elenco di esercizi da svolgere per rinforzare i gruppi muscolari indeboliti. Con l’aiuto della propria famiglia, dovrà eseguirli diverse volte al giorno.

All’inizio il paziente sarà assistito dal fisioterapista. Per aiutarsi a camminare, il paziente potrà usare le parallele.

Man mano che riprenderà sicurezza, il paziente potrà usare il bastone per camminare meglio. Lo scopo della fisioterapia è quello di rimettere in grado il paziente colpito da ictus di camminare senza alcun aiuto.

Gli esercizi di questo tipo vanno effettuati solo in presenza del fisioterapista o di un famigliare. Senza assistenza il paziente potrebbe cadere e fratturarsi il femore o una vertebra.

Il fisioterapista può consigliarvi di usare le stampelle per migliorare la capacità del paziente di muoversi e lavorare. Le stampelle servono, ad esempio, per non trascinare i piedi o per non piegare troppo le ginocchia.

Logopedia

Il logopedista rieduca il paziente a tutte le funzioni che comportano l’uso della parola. Tra di esse ricordiamo:

parlare, capire ciò che viene detto, leggere, scrivere, migliorare la memoria, risolvere problemi, gestire tutti i compiti che hanno a che vedere con i numeri.

La logopedia richiede lo svolgimento di una serie di esercizi che servono per rinforzare queste abilità nel cervello in via di guarigione. Proprio come nella fisioterapia è fondamentale ripetere gli esercizi molte volte e con costanza!

Finché non saranno completamente guariti, i pazienti devono essere aiutati a gestire il denaro o quando devono prendere decisioni importanti.

Terapia occupazionale

I terapisti occupazionali aiutano i pazienti a riprendere le normali attività, con l’aiuto di speciali accorgimenti e dispositivi.

I terapisti occupazionali insegnano ai pazienti come vestirsi da soli, come riprendere a fare il bagno o la doccia, a mangiare, a radersi, a cucinare, …

La terapia occupazionale, ad esempio, insegna ai pazienti a usare le pinze prensili, cioè una specie di estensione del braccio, fondamentale per raggiungere e prendere oggetti senza doversi chinare oppure per indossare i pantaloni da soli.

I terapisti occupazionali possono anche consigliarvi contenitori e stoviglie speciali con maniglie più grandi del normale per aiutare i pazienti a mangiare se le mani sono troppo deboli.

I terapisti occupazionali possono suggerire alcuni accorgimenti per modificare la casa del paziente, per renderla più accessibile e sicura. Aiutano i pazienti a prendere confidenza con i tutori ortopedici che miglioreranno la loro qualità della vita e diminuiranno il rischio di rigidità articolare grave. I tutori possono essere usati sui gomiti, sui polsi, sulle ginocchia o sulle caviglie.

 

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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02/04/2012 09:53 Condividi

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Statine e colesterolo: effetti collaterali, pericoli e vantaggi

Posted: 01 Apr 2012 11:51 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Statine Quando prescrivere le statine Per quanto tempo Effetti collaterali Alternative Prevenzione Introduzione

Quando si vuole mantenere il cuore in buona salute, occorre tenere in considerazione sia la dieta sia il proprio patrimonio genetico; la salute del cuore, inoltre, può dipendere dai farmaci che si assumono.

Esistono diversi farmaci in grado di abbassare il colesterolo, uno dei fattori fondamentali per la salute del cuore. Tra questi farmaci, i principali sono le statine.

Le statine (inibitori dell’HMG-CoA reduttasi) sono una categoria di farmaci usati per diminuire il colesterolo alto nel sangue, perché inibiscono la produzione di colesterolo nel fegato. Le statine bloccano l’enzima epatico responsabile della produzione di questa sostanza che, quando presente in quantità troppo elevate nel sangue, aumenta il rischio di soffrire di problemi cardiaci.

Negli Stati Uniti come negli altri paesi industrializzati i disturbi cardiaci sono la causa principale di morte in entrambi i sessi.

Che cos’è il colesterolo

Il colesterolo è una sostanza grassa che si trova in tutto l’organismo ed è fondamentale per il normale funzionamento delle cellule; serve all’organismo per produrre gli ormoni, per costruire le pareti delle cellule e per altri processi importanti. L’organismo è in grado di produrre tutto il colesterolo necessario, ma questo si trova anche in alcuni alimenti.

Quando diventa troppo, può accumularsi sulle pareti delle arterie (i vasi sanguigni che trasportano il sangue dal cuore alle altre parti dell’organismo) sotto forma di placca; con il passare del tempo le placche possono far restringere o indurire le arterie, cioè provocare l’aterosclerosi. Alla fine il colesterolo in eccesso può intasare le arterie e impedire il normale afflusso di sangue al cuore.

Cause

I livelli del colesterolo sono influenzati dai seguenti fattori:

Alimentazione. Il colesterolo aumenta se si assumono troppi grassi saturi, che si trovano soprattutto nei prodotti di origine animale, e troppo colesterolo, che si trova unicamente nei prodotti di origine animale. Patrimonio genetico. Anche i geni influenzano i livelli di colesterolo. Peso. Più si è in sovrappeso, più aumenta il colesterolo. Esercizio fisico. L’attività fisica regolare non solo abbassa il colesterolo cattivo, ma è anche in grado di aumentare il colesterolo buono. Fumo. Il fumo di sigaretta fa diminuire il livello di colesterolo buono. Età e sesso. Il colesterolo aumenta naturalmente quando si invecchia. La menopausa, spesso, è connessa con l’aumento del colesterolo cattivo. Sintomi

Il colesterolo alto non causa alcun sintomo. Esiste però un particolare esame del sangue per misurare i diversi tipi di colesterolo.

La cura con le statine

Lo scopo principale della terapia di controllo del colesterolo è quello di abbassare il colesterolo cattivo fino a un livello che non crei ex novo né aggravi eventuali disturbi cardiaci presenti. Se a un paziente senza disturbi cardiaci viene diagnosticata l’ipercolesterolemia, le linee guida del National Cholesterol Education Program consigliano, come terapia d’elezione, un programma semestrale che comprenda:

dieta povera di grassi saturi e colesterolo, attività fisica, controllo del peso.

Se la dieta e l’esercizio fisico, da soli, non riescono a riportare i livelli di colesterolo alla normalità, i medici spesso prescrivono appositi farmaci, tra cui quelli più usati sono le statine. Le statine rallentano la formazione di placche nelle arterie, perché vanno a interferire con la produzione del colesterolo.

Le statine sono relativamente sicure per la maggior parte dei pazienti, ma bisogna ricordare che la risposta ai farmaci varia da persona a persona. Alcuni pazienti potrebbero presentare meno effetti collaterali con un certo tipo di farmaco, e maggiori effetti collaterali con altri.

Alcune molecole, in particolare la lovastatina e la simvastatina, presentano interazioni note con altri farmaci. Questi fattori, insieme al livello di colesterolo che si desidera raggiungere, aiuteranno il medico a scegliere il tipo di statina, oppure un farmaco diverso.

Le statine (inibitori dell’HMG-CoA reduttasi) agiscono a livello del fegato

prevenendo la creazione del colesterolo, sono in grado di abbassare il colesterolo cattivo e di aumentare quello buono, possono aiutare l’organismo a riassorbire il colesterolo accumulatosi sotto forma di placche sulle pareti delle arterie, e quindi a prevenire ulteriori ostruzioni nei vasi sanguigni e gli infarti, non sono consigliate per le gestanti o per i pazienti affetti da patologie epatiche anche croniche, possono causare gravi problemi ai muscoli.

Tra le statine attualmente in commercio ricordiamo:

Lovastatina (Rextat®, …), Pravastatina (Pravaselect®, Selectin®, …), Simvastatina (Sivastin®, Sinvacor®, …), Fluvastatina (Lescol, Lipaxan®, …), Atorvastatina (Torvast®, Totalip®), Rosuvastatina (Crestor®, Provisacor®, Simestat®).

Esistono in commercio versioni generiche e meno care di molte di esse.

Quali altri benefici hanno le statine?

I ricercatori ritengono che le statine possano avere anche altri benefici oltre alla semplice diminuzione del colesterolo. Un beneficio che sembra promettente sono le proprietà antinfiammatorie, che aiutano a stabilizzare le pareti dei vasi sanguigni. Potenzialmente, quindi, le statine sarebbero vantaggiose per tutto l’organismo, dal cervello al cuore, fino ai vasi sanguigni e ai diversi organi.

Nel cuore la stabilizzazione delle pareti dei vasi sanguigni è utile perché diminuisce le probabilità di rottura delle placche e quindi il rischio di infarto. Le statine, inoltre, servono per rilassare i vasi sanguigni, e quindi diminuiscono la pressione. Inoltre, le statine potrebbero far diminuire il rischio di formazione di trombi. Proprio per questo motivo i medici attualmente stanno iniziando a prescriverle prima e dopo l’intervento di bypass o di angioplastica e dopo alcune forme di ictus.

Le statine, inoltre, potrebbero essere utili per prevenire determinati disturbi di natura non cardiaca: in questo campo, tuttavia, sono necessarie altre ricerche. Tra questi altri benefici ci sarebbe la diminuzione del rischio di:

artrite e fratture, alcuni tipi di tumore, demenza e morbo di Alzheimer, patologie renali.

Le statine, inoltre, potrebbero essere utili per tenere sotto controllo la risposta immunitaria dopo i trapianti.

I rischi ed i benefici delle statine

Se pensate di aver bisogno delle statine per tenere sotto controllo il colesterolo alto, prima è opportuno che vi poniate queste domande:

Ho altri fattori di rischio per le malattie cardiovascolari? Sarò in grado di cambiare il mio stile di vita per migliorare la mia salute? Sono preoccupato quando penso che dovrò prendere una pastiglia al giorno, forse per tutta la vita? Sono preoccupato per gli effetti collaterali delle statine o per le eventuali interazioni con altri farmaci?

Per ponderare la decisione è importante considerare non solo gli aspetti medici, ma anche i vostri atteggiamenti, i vostri pensieri e le vostre preoccupazioni. Chiedete al vostro medico qual è il rischio complessivo di soffrire di malattie cardiovascolari e discutete di come lo stile di vita e le vostre preferenze personali siano importanti per prendere una decisione sui farmaci da assumere per l’ipercolesterolemia.

Quando prescrivere le statine

La necessità e l’opportunità di iniziare la terapia con le statine dipende dal livello del colesterolo e da eventuali altri fattori di rischio per le malattie cardiovascolari.

Se avete il colesterolo alto,

cioè il livello del colesterolo totale è pari o superiore ai 240 milligrammi per decilitro, oppure se il colesterolo cattivo (LDL) è pari o superiore ai 130 mg/dl,

il medico probabilmente vi prescriverà la terapia con le statine. Questi numeri, da soli, non sono indicativi.

Se l’unico vostro fattore di rischio è il colesterolo alto, probabilmente non avrete bisogno dei farmaci, perché il rischio di infarto e ictus si mantiene nella norma. Il colesterolo alto è soltanto uno dei tanti dei fattori di rischio per l’infarto e l’ictus.

Altri fattori di rischio

Prima di prescrivervi una statina, il medico terrà in considerazione, oltre al livello del colesterolo, anche altri fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, tra cui ricordiamo:

precedenti familiari di ipercolesterolemia o malattie cardiovascolari, stile di vita inattivo (sedentario), pressione alta, età superiore ai 55 anni (per gli uomini) o superiore ai 65 anni (se donne), stato di salute precario, diabete, sovrappeso od obesità, fumo ostruzione delle arterie del collo, delle braccia o delle gambe (arteriopatia periferica).

Se il medico sceglie di prescrivervi la terapia con le statine, deciderà insieme a voi il dosaggio e la molecola più indicata. Se dovete diminuire considerevolmente il livello del colesterolo LDL (cioè se dovete dimezzarlo o farlo scendere ancora di più), probabilmente la dose di statine sarà maggiore. Se il livello di colesterolo LDL non è così alto, con ogni probabilità la dose di statine sarà minore.

Se siete preoccupati di dover assumere una dose eccessiva di farmaci, chiedete consiglio al vostro medico.

Per quanto tempo

Probabilmente pensate che, una volta riportato il colesterolo nella norma, potrete interrompere la terapia, ma non è così: se il colesterolo diminuisce dopo aver assunto una statina, probabilmente dovrete continuare la terapia per sempre.

Se interrompete la terapia, il livello del colesterolo con tutta probabilità aumenterà di nuovo.

Se invece avete modificato in modo radicale la dieta o avete peso molti chili, ci potrebbe essere un’eccezione. I cambiamenti significativi dello stile di vita possono aiutarvi a diminuire il colesterolo senza continuare ad assumere i farmaci, però è sconsigliato modificare lo stile di vita o la terapia senza consultare prima il medico.

Effetti collaterali

Le statine sono ben tollerate dalla maggior parte dei pazienti, tuttavia hanno effetti collaterali, alcuni dei quali possono scomparire una volta che l’organismo si sarà adattato al farmaco.

Effetti collaterali frequenti e meno gravi Dolori ai muscoli e alle articolazioni (più frequenti), Nausea, Diarrea, Costipazione. Effetti collaterali potenzialmente gravi Danni epatici. In alcuni casi, le statine possono far aumentare gli enzimi epatici. Se l’incremento è lieve, potete continuare tranquillamente ad assumerle. Se invece è considerevole, dovrete interrompere la terapia, e di solito il problema si risolverà spontaneamente. Se non tenuto sotto controllo, l’aumento degli enzimi epatici può causare danni permanenti al fegato. Altri farmaci per il controllo del colesterolo, come il gemfibrozil e la niacina, fanno aumentare ancor di più il rischio di problemi epatici nei pazienti in terapia con le statine. I problemi epatici possono rimanere asintomatici, quindi chi è in terapia con le statine deve fare gli esami del sangue per il controllo della funzionalità epatica sei settimane dopo l’inizio della terapia. In seguito il medico probabilmente consiglierà di effettuare esami del sangue con cadenza annuale. Problemi muscolari. Le statine possono causare dolore e fastidio ai muscoli (miopatia da statine). Più la dose è alta, più aumenta il rischio di soffrire di problemi muscolari. Nei casi più gravi, le cellule dei muscoli possono “rompersi” (rabdomiolisi) e rilasciare nel sangue una proteina, la mioglobina, che può danneggiare i reni. L’assunzione contemporanea delle statine e di altri farmaci può far aumentare il rischio di rabdomiolisi: tra questi altri farmaci ricordiamo il gemfibrozil, l’eritromicina, gli antimicotici, il nefazodone, le ciclosporine e la niacina. Se siete in terapia con le statine e avete crampi o fastidi ai muscoli, andate dal medico che vi consiglierà che cosa fare.

È fondamentale tenere in considerazione gli effetti delle statine su altri organi, soprattutto se avete altri problemi di salute, ad esempio a carico del fegato o dei reni: controllate sempre se le statine interagiscono con altri farmaci o integratori, sia prescritti dal medico sia senza ricetta.

Ricordate che, se iniziate la terapia con le statine, con ogni probabilità dovrete continuarla per tutta la vita. Gli effetti collaterali, nella maggior parte dei casi, sono di lieve entità, ma se li avvertite vi consigliamo di chiedere al medico se è opportuno diminuire la dose o passare a un tipo diverso di statina. Non interrompete la terapia fino a che il medico non ve lo dirà espressamente.

Alternative

Le statine sono in grado di diminuire il colesterolo cattivo tuttavia, poiché i nostri patrimoni genetici sono tutti diversi, variano il tipo, la dose la combinazione di statine con altri farmaci per diminuire il colesterolo.

Ad esempio:

Se non riuscite a diminuire il colesterolo LDL al livello desiderato usando solo le statine, il medico può aggiungere l’ezetimibe oppure passare a una combinazione di ezetimibe e simvastatina. Questa combinazione di farmaci vi aiuterà a far diminuire ancor di più il colesterolo, anche del 15, 20 per cento in più. Se avete sia il colesterolo LDL sia i trigliceridi alti, potete trarre beneficio dalla combinazione di una statina e della niacina, oppure dalla combinazione tra una statina e un farmaco a base di acido fibrico, come il fenofibrato o il gemfibrozil. Se si usano queste combinazioni, aumenta il rischio di problemi muscolari, quindi la dose di statine non deve superare i 20 milligrammi. Se avete soltanto i trigliceridi alti, sono molto efficaci la niacina (da sola) oppure i derivati dell’acido fibrico. Possono anche essere utili gli integratori di acidi grassi omega 3 (olio di pesce), in dose da 2 a 4 grammi. Se avete il colesterolo HDL basso, il miglior farmaco per farlo aumentare è la niacina. Anche i derivati dell’acido fibrico sono utili, ancorché meno efficaci; anche l’esercizio fisico e la dieta dimagrante possono essere utili. E se le statine non funzionano?

Se, pur assumendo le statine, il colesterolo non diminuisce, il medico per prima cosa vi suggerirà di cambiare tipo di statine oppure di aumentare la dose di quelle che state assumendo. In alcuni casi, potrebbe darsi semplicemente che il farmaco sia inefficace, e quindi sia arrivato il momento di sostituirlo.

Il medico può anche aggiungere altri farmaci, oppure può suggerirvi di cambiare il vostro stile di vita in modo più radicale, per riuscire ad abbassare ancor di più il colesterolo.

Prevenzione Fate gli esami per il colesterolo almeno una volta ogni cinque anni, se avete superato i 20 anni d’età. Chiedete sempre consiglio al medico. Probabilmente potrete diminuire il colesterolo semplicemente seguendo una dieta più sana e facendo più esercizio fisico. Cercate di mantenere il peso forma. Se siete in sovrappeso, aumenta il rischio di soffrire di patologie cardiache. Fate attività fisica tutti i giorni. Usate le etichette degli alimenti per scoprire e scegliere quelli poveri di grassi saturi e insaturi, e di calorie. Mangiate più frutta e verdura. Non interrompete la terapia con i farmaci anti-colesterolo finché il medico non ve lo dirà espressamente.

Fonte Principale:

FDA Mayo Clinic

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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26/03/2012 09:42 Condividi

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Naso chiuso e congestione nasale: qual è la causa?

Posted: 25 Mar 2012 11:38 PM PDT

Introduzione Infezioni Anomalie strutturali Allergie Rinite vasomotoria Gravidanza Cura: controindicazioni Introduzione

La congestione nasale (naso chiuso o ostruzione delle vie respiratorie nasali) è uno dei problemi più diffusi e fastidiosi dell’apparato respiratorio. Per alcune persone può rappresentare un semplice fastidio, mentre per altre può essere causa di forte disagio.

I medici hanno identificato quattro cause principali dell’ostruzione nasale:

le infezioni, le anomalie strutturali, la rinite allergica, la rinite non allergica (rinite vasomotoria).

Spesso i pazienti soffrono di una combinazione di questi fattori, variabile da persona a persona.

Infezioni

In media gli adulti hanno il raffreddore due o tre volte all’anno.

Quest’infezione virale si verifica con maggior frequenza durante l’infanzia, perché le difese immunitarie dei bambini sono più deboli di quelle degli adulti. Il raffreddore può essere causato da diversi virus, alcuni dei quali si trasmettono per via aerea, mentre altri per contatto tra le mani e il naso.

Una volta che il virus penetra nel naso, fa rilasciare all’organismo l’istamina, una sostanza chimica che fa aumentare il flusso sanguigno diretto al naso e fa gonfiare i tessuti nasali. Le membrane nasali quindi si infiammano e si congestionano, producendo una quantità eccessiva di muco che ostruisce le vie aeree nasali.

I sintomi del raffreddore possono essere alleviati dagli antistaminici e dai decongestionanti, però non esistono farmaci per curarli. L’unica cosa da fare è attendere che l’infezione si risolva spontaneamente.

Durante le infezioni virali, il naso è poco resistente ai batteri: questo è il motive per cui le infezioni del naso e le sinusiti di solito si presentano subito dopo il raffreddore. Se il muco nasale, da trasparente, diventa giallastro o verdastro, normalmente significa che è in corso un’infezione batterica e quindi è opportuno consultare un medico.

Le sinusiti acute fanno chiudere il naso e ispessire il muco. Ci può essere dolore alle guance e nell’arcata dentale superiore, tra gli occhi e dietro gli occhi, oppure a livello della fronte, a seconda dei seni coinvolti.

Le sinusiti croniche possono causare dolore o meno, ma di solito provocano sempre l’ostruzione nasale e un grave gocciolamento nasale o retronasale. Alcuni pazienti, a causa della sinusite, possono sviluppare polipi (cioè delle escrescenze) all’interno del naso, e l’infezione può diffondersi nelle vie aeree inferiori, trasformandosi in tosse cronica, bronchite cronica o asma.

Le sinusiti acute di norma reagiscono bene alla terapia antibiotica, mentre per la sinusite cronica può essere necessario l’intervento chirurgico.

Anomalie strutturali

Tra le anomalie anatomiche più frequenti ricordiamo le deformazioni del naso e del setto nasale, cioè della parete sottile e piatta, fatta di cartilagine e di tessuto osseo, che divide il naso in due narici.

Il sette per cento dei neonati riporta traumi nasali significativi durante il parto. I traumi al naso sono frequenti sia tra i bambini sia tra gli adulti. Se, dopo il trauma, le vie respiratorie sono ostruite, può essere necessaria la correzione chirurgica.

Una delle cause più frequenti dell’ostruzione nasale nei bambini sono le adenoidi ingrossate. Le adenoidi sono tessuti simili alle tonsille che si trovano nel retro del naso, dietro al palato. I bambini che hanno questo problema con ogni probabilità respirano rumorosamente durante la notte, oppure russano. I bambini che respirano abitualmente con la bocca possono presentare un allungamento del viso e deformità ai denti. In questi casi può essere consigliabile rimuovere chirurgicamente le adenoidi e/o le tonsille.

Tra le altre cause strutturali ricordiamo i tumori del naso e i corpi estranei. Spesso i bambini inseriscono piccoli oggetti nel naso. Se da una narice fuoriesce muco maleodorante, è opportuno consultare il medico.

Allergie

“Febbre da fieno”, “allergia alle graminacee” e “raffreddore estivo” sono i diversi nomi della rinite allergica. L’allergia è una risposta infiammatoria anomala a sostanze che, nel caso del naso chiuso, di solito sono i pollini, la muffa, la forfora degli animali o alcuni elementi della polvere domestica.

I pollini possono causare problemi in primavera, in estate e in autunno, mentre le allergie alla polvere di solito sono più evidenti d’inverno. Le muffe possono provocare sintomi per tutto l’anno.

Nel paziente allergico, il rilascio dell’istamina e di sostanze simili fa chiudere il naso e fa produrre una quantità eccessiva di muco nasale acquoso. Gli antistaminici possono essere utili per alleviare gli starnuti e il naso che cola dovuti alle allergie. Tra gli antistaminici ricordiamo Clarityn®, Polaramin®, Zirtec®, Clever® e Kestine®, molti dei quali in vendita in farmacia senza ricetta, e anche in diverse forme generiche. Sono anche in commercio prodotti combinati, a base di antistaminici e decongestionanti (Reactine®).

Le iniezioni antiallergiche sono una terapia specifica ed efficace. I prick test e, in alcuni casi, anche gli esami del sangue sono effettuati per predisporre fiale di agenti allergici personalizzate per ogni paziente. Il medico decide la miglior concentrazione per la prima iniezione. Una volta iniettate, queste terapie formano anticorpi nel sangue del paziente, che bloccano la reazione allergica. Le iniezioni di norma vengono somministrate per un periodo dai tre ai cinque anni. Chi soffre di allergie corre un rischio maggiore di dover ricorrere alle terapie per la sinusite.

Rinite vasomotoria La parola rinite significa infiammazione del naso e delle membrane nasali. L’aggettivo “vasomotoria”, invece, è relativo ai nervi che controllano i vasi sanguigni.

Le membrane nasali sono raggiunte da una gran quantità di arterie, vene e capillari, tutti in grado di dilatarsi e di contrarsi. In condizioni normali i vasi sanguigni sono parzialmente contratti o semiaperti; tuttavia, in seguito all’esercizio fisico intenso, aumentano i livelli dell’ormone adrenalina nel sangue. L’adrenalina fa contrarre le membrane nasali, quindi le vie respiratorie si aprono e il paziente può respirare liberamente.

In caso di attacco allergico o di raffreddore, succede l’esatto contrario. Durante il raffreddore, i vasi sanguigni si dilatano e le membrane si congestionano: si inizia quindi ad avere il naso chiuso.

Oltre alle allergie e alle infezioni, anche altre disturbi possono far dilatare i vasi sanguigni, causando la rinite vasomotoria: tra di essi ricordiamo

stress psicologico, insufficienza tiroidea, gravidanza, alcuni farmaci antipertensivi, uso prolungato degli spray nasali decongestionanti (Rinazina®, Otrivin®, Vicks Synex®, …), esposizione a sostanze irritanti, come i profumi e il fumo di tabacco.

Nei primi stadi di questi disturbi l’ostruzione nasale è temporanea e reversibile. Di norma, però, migliora quando si riesce a correggere la causa primaria; tuttavia, se il disturbo persiste, i vasi sanguigni perdono la capacità di contrarsi, più o meno come accade per le vene varicose.

Quando il paziente dorme sdraiato su un lato, il lato più basso si congestiona, interferendo con il sonno. Proprio per questo può essere utile dormire con la testiera del letto sollevata di cinque, dieci centimetri. L’intervento chirurgico è un’altra possibilità che può essere necessaria per alleviare i sintomi in maniera profonda e definitiva.

Gravidanza

Le gestanti dovrebbero chiedere consiglio all’ostetrica o al ginecologo prima di assumere qualsiasi medicina.

Cura e terapia: controindicazioni I pazienti che lamentano sonnolenza dopo l’assunzione di antistaminici non dovrebbero guidare o usare macchinari pericolosi. I decongestionanti fanno aumentare il battito cardiaco e alzano la pressione, quindi devono essere evitati da chi soffre di ipertensione, aritmie cardiache, glaucoma o difficoltà a urinare. I farmaci della famiglia del cortisone (corticosteroidi) sono decongestionanti potenti, somministrati sottoforma di spray nasali per minimizzare i gravi rischi di effetti collaterali connessi alle altre forme di somministrazione. Chi usa gli spray nasali a base di corticosteroidi dovrebbe seguire le istruzioni e consultare immediatamente un medico se inizia a sanguinare dal naso, ad avere croste nel naso, se il naso gli fa male o se presenta alterazioni della visione.

Fonte Principale: Etnet.org (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Farmaco e Cura

19/03/2012 09:44 Condividi

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Dolore al petto: infarto od altro?

Posted: 19 Mar 2012 12:24 AM PDT

Introduzione Cause Sintomi: infarto o stomaco? Quando chiamare il medico Diagnosi Cura Introduzione

Il dolore toracico è un fastidio od un dolore che colpisce la parte anteriore alta dell’organismo, tra il collo e l’addome inferiore.

Molti di coloro che soffrono di male al torace temono un infarto, tuttavia il dolore toracico può avere molte cause diverse: alcune di esse non sono pericolose, mentre altre sono molto gravi o addirittura letali.

La causa del dolore può essere fatta risalire a tutti gli organi della zona toracica: il cuore, i polmoni, l’esofago, i muscoli, le costole, i tendini o i nervi. Il dolore può irradiarsi nel torace dal collo, dall’addome e dalla schiena.

Cause

Tra i problemi cardiaci in grado di provocare il dolore toracico ricordiamo:

L’angina o l’infarto sono disturbi causati dall’afflusso insufficiente di sangue e di ossigeno al cuore. Il sintomo più frequente è il dolore toracico che può presentarsi come una sorta di stretta oppure come una pressione forte, di tipo compressivo o schiacciante. Il dolore può irradiarsi verso il braccio, la spalla, la mascella o la schiena. La dissecazione aortica è una lacerazione della parete dell’aorta, la grande arteria che trasporta il sangue dal cuore al resto dell’organismo: questo disturbo provoca un dolore improvviso e molto intenso nella zona del torace e nella parte alta della schiena. La pericardite è un’infiammazione (rigonfiamento) della membrana che circonda il cuore: causa un forte dolore al centro del torace.

Tra i problemi polmonari in grado di provocare il dolore toracico ricordiamo:

l’embolia polmonare (embolo nei polmoni), lo pneumotorace (collasso del polmone), la pleurite (infiammazione della membrana che circonda il polmone) può provocare un dolore toracico acuto, che in molti casi si aggrava quando si fa un respiro profondo o si tossisce, la polmonite causa un forte dolore toracico che in molti casi si aggrava quando si fa un respiro profondo o si tossisce.

Tra le altre cause del dolore toracico ricordiamo:

gli attacchi di panico, che spesso si manifestano con un’improvvisa accelerazione del respiro, la costocondrite (cioè l’infiammazione del punto di congiunzione tra le costole e lo sterno), il fuoco di Sant’Antonio, che provoca un dolore acuto e bruciante nella fascia che va dal torace alla schiena e può causare un’eruzione cutanea, gli strappi o l’infiammazione dei muscoli e dei tendini intercostali.

Il dolore toracico può anche essere provocato da alcuni problemi dell’apparato digerente:

gli spasmi o restringimento dell’esofago (il tubicino che fa passare gli alimenti dalla bocca allo stomaco), i calcoli biliari causano un dolore che si aggrava dopo i pasti (nella maggior parte dei casi dopo un pasto ricco di grassi), bruciore di stomaco o reflusso gastroesofageo (GERD), ulcera gastrica o gastrite (il bruciore si presenta a stomaco vuoto e tende a migliorare a stomaco pieno).

Nei bambini, la maggior parte degli episodi di dolore al torace non è causata da problemi cardiaci.

Sintomi: infarto o stomaco?

Il bruciore di stomaco e il dolore al torace sono due disturbi completamente diversi che spesso, però, vengono confusi.

Avete appena fatto un pasto abbondante e iniziate ad avvertire un fastidioso bruciore di stomaco. Siete proprio sicuri che si tratti di un semplice bruciore di stomaco e non di uno dei primi sintomi di un infarto?

Imparare le differenze tra il bruciore di stomaco e i disturbi più gravi può essere questione di vita o di morte, cerchiamo quindi di capire come distinguerli.

Che cos’è il bruciore di stomaco?

Il bruciore di stomaco non è una malattia, ma un sintomo. Tra le caratteristiche del bruciore di stomaco ricordiamo:

Si presenta dopo i pasti oppure quando si sta sdraiati o chinati. Può durare da poco tempo ad alcune ore. La sensazione di bruciore di stomaco può iniziare nella parte alta dell’addome e irradiarsi verso il collo. Gli acidi gastrici che refluiscono nell’esofago possono lasciarvi un gusto acido in bocca, soprattutto se siete sdraiati.

In condizioni normali gli acidi gastrici non refluiscono nello stomaco, grazie al cardias o sfintere esofageo inferiore. Quest’anello muscolare è una specie di valvola, che si apre solo quando si deglutisce. In alcuni casi, tuttavia, la valvola si rilassa o si indebolisce, e così gli acidi gastrici iniziano a refluire nell’esofago.

La valvola si può aprire leggermente perché il paziente è troppo pesante, perché si consumano pasti troppo abbondanti o ci si sdraia dopo poco tempo dal pasto. Alcuni alimenti, nonché l’eccesso di alcool o di caffeina, possono far rilassare la valvola o aumentare la produzione di acidi gastrici.

Se il bruciore di stomaco è frequente e continuo probabilmente è un sintomo di un disturbo più grave, detto reflusso acido o reflusso gastroesofageo (GERD), che causa il rigurgito cronico degli acidi dallo stomaco nella parte inferiore dell’esofago. Se il GERD diventa cronico, può causare l’esofago di Barrett, un disturbo in cui il colore e la composizione delle cellule della parte inferiore dell’esofago cambiano a causa dell’esposizione ripetuta agli acidi gastrici. L’esofago di Barrett è un fattore di rischio per il tumore all’esofago.

Il bruciore di stomaco può anche essere provocato dall’infiammazione della mucosa gastrica (gastrite), dall’ulcera peptica o da un’ernia iatale, disturbi in cui parte dello stomaco preme sul diaframma e fuoriesce nel torace.

Il dolore al torace può essere causato da altri disturbi dell’apparato digerente?

Il bruciore di stomaco non è l’unico sintomo che può causare il dolore al torace: anche gli spasmi muscolari dell’esofago possono avere lo stesso effetto. Anche il dolore provocato dai calcoli alla cistifellea può irradiarsi verso il torace. Probabilmente avvertirete nausea e un dolore intenso nella parte alta dell’addome, nel mezzo o sulla destra, soprattutto dopo un pranzo abbondante e ricco di grassi. Il dolore, poi, può irradiarsi verso le spalle, il collo o le braccia.

Come si fa a distinguere un infarto?

Può essere difficile o addirittura impossibile capire quali sono le cause del dolore al torace. I sintomi dell’infarto variano considerevolmente da paziente a paziente, e rendono molto difficile o impossibile capire se il disturbo è causato da un infarto o da qualche altro disturbo.

Chi ha avuto un infarto in passato può non rendersi conto che è in corso un altro infarto, perché i sintomi potrebbero essere completamente diversi. In generale, tuttavia, occorre fare attenzione a questi segnale d’allarme che potrebbero preludere a un infarto:

Improvvisa sensazione di pressione, di stretta, di compressione o di schiacciamento al centro del torace, che dura per diversi minuti. Lieve dolore o fastidio nella parte superiore dell’addome o del torace: la maggior parte dei sintomi dell’infarto si manifesta con gradualità. Dolore o fastidio che si irradiano verso la schiena, il collo, la mascella, lo stomaco, le spalle o le braccia, soprattutto nel braccio sinistro. Fiato corto e difficoltà respiratorie, con o senza fastidio al torace Fastidio al torace, accompagnato da sudorazione, capogiri, vertigini o nausea Pressione o sensazione di stretta al torace durante l’attività fisica o quando si è sotto stress emotivo

Il sintomo più frequente dell’infarto, sia per gli uomini sia per le donne, è il dolore o il fastidio al torace. Le donne hanno più probabilità di avvertire alcuni degli altri sintomi, come il dolore alla mascella, il mal di schiena, le difficoltà respiratorie, la nausea o il vomito.

Quando chiamare il medico

Gli episodi occasionali di bruciore di stomaco sono molto frequenti. Se invece soffrite spesso di bruciore di stomaco o dovete ricorrere agli antiacidi quasi tutti i giorni, vi consigliamo di andare dal medico. Il bruciore di stomaco, infatti, potrebbe essere sintomo del reflusso gastroesofageo o di un altro disturbo.

Se il bruciore di stomaco sembra peggiore del solito oppure diverso dal solito, e soprattutto se si verifica durante l’attività fisica o è accompagnato da problemi respiratori, sudorazione, capogiro, nausea o dolore che si irradia verso la spalla e il braccio, andate IMMEDIATAMENTE al pronto soccorso.

Questi sintomi, infatti, potrebbero indicare un infarto.

Recatevi anche immediatamente al pronto soccorso se avvertite un dolore al torace diverso dal solito e in passato avete avuto un infarto, soffrite di problemi cardiaci o siete diabetici, siete in sovrappeso o avete il colesterolo alto. Cercate di chiamare l’ambulanza il prima possibile perché la diagnosi immediata e una terapia tempestiva potrebbero salvarvi la vita.

Chiamate quindi il 119 od andate al Pronto Soccorso se:

all’improvviso avvertite una stretta al petto, un dolore schiacciante o una sensazione di forte pressione al torace. Il dolore si irradia (si diffonde) verso la mascella, il braccio sinistro o tra le scapole. Avete la nausea o le vertigini, iniziate a sudare, avete il cuore che batte forte o avete problemi a respirare. Già sapete di soffrire di angina e il dolore toracico si intensifica, anche dopo attività fisiche leggere, oppure dura più a lungo del solito. I sintomi dell’angina si verificano quando siete a riposo. Avvertite un dolore acuto e improvviso al torace, accompagnato da difficoltà respiratorie, soprattutto dopo un lungo viaggio, dopo un periodo di inattività forzata (ad esempio dopo un intervento chirurgico), in particolar modo se una gamba è gonfia o più gonfia dell’altra. In questo caso potrebbe trattarsi di un embolo.

Il rischio di infarto aumenta se:

nella vostra famiglia si sono verificati casi di infarto, Fumate, fate uso di cocaina o siete in sovrappeso, Avete il colesterolo alto, la pressione alta o il diabete.

Chiamate il medico se:

avete la febbre o se, quando tossite, producete catarro di colore giallastro o verdastro, Avvertite un dolore al torace molto intenso che non scompare, Avete problemi di deglutizione, Il dolore toracico dura più di 3-5 giorni. Diagnosi

Se pensate di essere in una situazione di emergenza, andate immediatamente al pronto soccorso: è necessario andare al pronto soccorso se il problema al cuore è molto grave, o se la causa del problema è sconosciuta.

Il medico vi visiterà e controllerà i parametri vitali (temperatura, battito cardiaco, frequenza respiratoria, pressione). La visita si concentrerà sul torace, sui polmoni e sul cuore. Il medico vi rivolgerà domande di questo genere:

Ha male tra le scapole? Ha male sotto lo sterno? Il dolore si sposta? È da un solo lato? Come descriverebbe il dolore (Dolore grave, strappo, dolore acuto, pugnalata, bruciore, compressione, stretta, pressione, dolore schiacciante, dolore persistente, dolore sordo, dolore forte)? Il dolore si è presentato all’improvviso? Compare tutti i giorni alla stessa ora? Il dolore peggiora con il passare del tempo? Quanto dura? Il dolore si irradia verso la spalla, il braccio, il collo, la mascella o la schiena? Il dolore peggiora quando fa un respiro profondo, tossisce, mangia o si china? Il dolore peggiora dopo l’esercizio fisico? Tende a migliorare dopo il riposo? Sparisce completamente o si attenua soltanto? Il dolore migliora dopo aver assunto la nitroglicerina? Migliora dopo aver bevuto del latte, assunto gli antiacidi o aver ruttato? Soffre anche di altri sintomi?

Gli esami da effettuare dipendono dalla causa presunta del dolore. In molti casi, per prima cosa, saranno eseguiti uno o più degli esami seguenti:

esame della troponina, per escludere l’infarto, elettrocardiogramma, ecocardiografia, TAC toracica, radiografia toracica. Cura e terapia

In caso di dolore toracico, indipendentemente dalla causa, è consigliabile rivolgersi al medico prima di ricorrere a qualsiasi rimedio pratico.

Se avete uno strappo muscolare causato da un trauma, dal sovraccarico o dalla tosse, il torace è dolorante al tatto se premete con un dito sulla zona di origine del dolore. La cura degli strappi muscolari è molto semplice, e prevede il riposo, l’assunzione di paracetamolo o ibuprofene, la borsa dell’acqua calda o del ghiaccio.

Se sapete di avere l’asma o l’angina, seguite le istruzioni del vostro medico e assumete i farmaci con regolarità, per evitare che i disturbi si riacutizzino.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Reflusso gastroesofageoEsofago di Barrett: sintomi, terapia e dietaErnia iatale dello stomaco: sintomi, alimentazione e dietaDolore addominale: cause, esami, diagnosi e terapiaMal di stomaco, congestione od indigestione: sintomi, cause e curaReflusso gastrico: dieta, sintomi, tosse, bambini, cura You are subscribed to email updates from Farmaco e Cura
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12/03/2012 10:33 Condividi

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Sanguinamento rettale e nelle feci: cause principali e rimedi

Posted: 12 Mar 2012 12:22 AM PDT

Introduzione Emorroidi Ragadi anali Proctite Polipi Tumore del colon retto Ulcere rettali Introduzione

La proctorragia (sanguinamento rettale) è la perdita di alcune gocce di sangue di color rosso vivo dal retto (ano): il paziente si accorge del sangue sulle feci, sulla carta igienica o nel WC. In questo articolo parleremo soltanto delle perdite di sangue di color rosso vivo, che si verificano sporadicamente.

La perdita continua di grandi quantità di sangue dal retto, con feci di colore nero pece o rosso scuro, può essere causata da altri disturbi, che non descriveremo in questa sede. Andate immediatamente dal medico se soffrite di questo secondo disturbo, molto più grave rispetto al primo.

Le cause del sanguinamento lieve di color rosso vivo possono essere diverse, quindi è molto importante andare dal medico per ottenere una diagnosi precoce. Il sanguinamento rettale, sia lieve sia grave, può essere sintomo di un tumore al colon, che può essere curato con successo se viene diagnosticato precocemente.

Diagnosi

Il medico ispezionerà la zona anale, alla ricerca di ragadi o emorroidi esterne; poi esplorerà l’ano con un dito, coperto da un guanto e lubrificato, alla ricerca di eventuali anomalie nella zona inferiore del retto e nell’ano.

Se necessario, verrà suggerita una colonscopia, cioè un esame in cui viene inserito nell’ano un tubicino (colonscopio) flessibile, grande quanto un dito e con una fonte di luce all’estremità. Il colonscopio serve per esaminare dall’interno il colon. Durante la colonscopia il paziente è sedato, quindi rimane più tranquillo e avverte meno fastidio o dolore.

In alternativa, per diagnosticare le cause del sanguinamento, il medico può consigliarvi la sigmoidoscopia, esame in cui si visualizza la parte inferiore del colon con un tubicino flessibile e più corto, con una telecamera all’estremità. Per esaminare soltanto la parte inferiore del retto e il canale anale, può essere usato l’anoscopio, un tubicino corto (6, 8 cm), utile in particolar modo se il medico sospetta la presenza di emorroidi, ragade anale o di un tumore all’ano.

Prevenzione

Le misure di prevenzione da adottare dipendono dalla causa del sanguinamento. Vi consigliamo di rivolgervi al vostro medico che vi indicherà i provvedimenti specifici da prendere.

Emorroidi

Le emorroidi sono vasi sanguigni che si trovano nell’ano e nel retto: si gonfiano e si congestionano a causa della pressione esercitata su di esse, più o meno come avviene per le vene varicose delle gambe. Le emorroidi possono essere interne (all’interno dell’ano) o esterne (sulla pelle dell’esterno dell’ano).

Le emorroidi sono la causa più frequente del sanguinamento rettale e, di norma, non provocano alcun dolore. Il sanguinamento dovuto alle emorroidi di solito avviene durante l’evacuazione, oppure macchia la carta igienica. Finora non si è riusciti a isolare la causa esatta del sanguinamento delle emorroidi: spesso la patologia sembra essere connessa alla stitichezza, alla diarrea, al rimanere seduti o in piedi troppo a lungo, all’obesità, al sollevamento di pesi e alla gravidanza. I sintomi delle emorroidi possono essere ereditari e, di solito, tendono a comparire con maggior frequenza tra gli anziani. Fortunatamente questo disturbo molto comune non è un fattore di rischio per il tumore e non è in alcun modo connesso al tumore.

Terapia delle emorroidi

La terapia medica delle emorroidi comprende la cura della stitichezza a monte e l’applicazione di creme o supposte a base di idrocortisone. Se la terapia non ha successo, esistono diversi modi per far rimpicciolire o eliminare completamente le emorroidi interne. I diversi metodi hanno differenti probabilità di successo, presentano rischi diversi e hanno diversi tempi di guarigione: il vostro medico ve li illustrerà in dettaglio.

La legatura elastica è l’intervento più comune, eseguito in day hospital. Viene posizionato un elastico alla base dell’emorroide interna: stringendolo, l’emorroide non riceve più sangue, quindi, in pochi giorni, si rimpicciolisce e cade, insieme all’elastico, durante l’evacuazione. Tra le possibili complicazioni si possono avere:

dolore, sanguinamento, infezioni.

Prima delle dimissioni, il medico vi prescriverà vari farmaci, ad esempio un antidolorifico e un lassativo ammorbidente. Chiamate immediatamente il medico se avvertite un dolore forte, se avete la febbre o sanguinate molto dall’ano.

La coagulazione laser o a infrarossi e la scleroterapia (iniezione di farmaci direttamente nelle emorroidi) sono altri due interventi ambulatoriali eseguiti però con minor frequenza.

L’intervento chirurgico di rimozione delle emorroidi può essere necessario nei casi più gravi o se i sintomi continuano nonostante la legatura, la coagulazione o la scleroterapia.

Approfondimenti Emorroidi: cause, cura, gravidanza, alimentazione… Emorroidi: cause e sintomi Emorroidi: alimentazione, dieta e cura Farmaci per la cura delle emorroidi Emorroidi: Metodo Longo Rimedi naturali per le emorroidi #1 Rimedi naturali per le emorroidi #2 Ragadi anali

Le ragadi anali sono piccoli tagli della mucosa anale. Sono quasi sempre causate dalla stitichezza e dall’eccessiva durezza delle feci, però possono anche essere provocate dalla diarrea o dall’infiammazione dell’ano.

Oltre al sanguinamento rettale, le ragadi anali possono provocare un forte dolore durante e subito dopo l’evacuazione. Le ragadi anali, nella maggior parte dei casi, possono essere curate efficacemente ricorrendo a semplici rimedi pratici, come gli integratori di fibre, i lassativi ammorbidenti (se la causa è la costipazione). Il medico, inoltre, può prescrivere una pomata per alleviare l’infiammazione.

Se le ragadi non guariscono con la terapia farmacologica, si può ricorrere a terapie per rilassare lo sfintere anale (l’anello muscolare dell’ano) o all’intervento chirurgico.

Proctite

La proctite è l’infiammazione della mucosa rettale.

Può essere causata dalla radioterapia per diversi tipi di tumore, da particolari farmaci, da infezioni o da una forma di malattia infiammatoria intestinale (IBD). Può dare la sensazione di evacuazione incompleta e può farvi andare in bagno con urgenza e frequenza.

Tra gli altri sintomi ricordiamo:

il passaggio di muco dal retto, il sanguinamento rettale, il dolore nella zona dell’ano e del retto.

La terapia della proctite varia a seconda della causa: il medico vi indicherà quali sono i provvedimenti migliori da prendere.

Polipi

I polipi sono tumori benigni che si sviluppano sulla parete interna del colon. Per la maggior parte sono asintomatici, però alcuni di quelli che si trovano nella parte bassa del colon e del retto possono causare un sanguinamento lieve. È comunque fondamentale rimuoverli, perché alcuni di essi, se lasciati nel colon, potrebbero trasformarsi in tumori.

Tumore del colon-retto

L’espressione “tumore del colon-retto” si riferisce ai tumori che si sviluppano nell’intestino crasso.

Il tumore del colon-retto può colpire sia gli uomini sia le donne di tutti i gruppi etnici, ed è la seconda causa di mortalità per tumore. Fortunatamente si tratta di un tumore che si sviluppa lentamente, quindi può essere curato se i medici lo diagnosticano precocemente.

La maggior parte dei tumori del colon ha origine dai polipi del colon ed impiega diversi anni per svilupparsi, quindi rimuovere chirurgicamente i polipi del colon fa diminuire il rischio di tumore. Il tumore dell’ano è più raro, ma sempre e comunque curabile se diagnosticato precocemente.

Ulcere rettali

Le ulcere rettali singole sono un disturbo piuttosto raro che può colpire sia gli uomini sia le donne: sono collegate alla costipazione protratta e agli sforzi prolungati durante l’evacuazione.

Una zona del retto, che di norma si presenta come ulcera singola, produce sangue e muco, che vengono evacuati. La terapia comprende l’assunzione di fibre o integratori di fibre, per alleviare la costipazione. Per i pazienti con sintomi gravi o fastidiosi può essere necessario l’intervento chirurgico.

 

Fonte Principale: asge.org (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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