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Farmaco e Cura

03/10/2011 09:28 Condividi

Farmaco e Cura h1 a:hover div#emailbody table#itemcontentlist tr td div ul div#emailbody table#itemcontentlist tr td div blockquote div#emailbody table#itemcontentlist tr td div li table#itemcontentlist tr td a:link, table#itemcontentlist tr td a:visited, table#itemcontentlist tr td a:active, ul#summarylist li a img Farmaco e Cura

Onicomicosi (micosi alle unghie): terapia, rimedi e cura

Posted: 02 Oct 2011 11:16 PM PDT

Il presente articolo tratta in modo piuttosto tecnico il trattamento terapeutico delle onicomicosi; nel caso si desiderasse leggere un’introduzione più semplice alla patologia è possibile fare riferimento all’articolo principale: Micosi alle unghie (onicomicosi): sintomi, prevenzione e cura.

Introduzione Classificazione Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

Le onicomicosi rappresentano, da sole, un terzo delle infezioni micotiche della pelle.

Solo il 50 per cento circa delle distrofie (degenerazione strutturale e funzionale) ungueali è causato dai funghi quindi, prima di iniziare la terapia, è sempre opportuno confermare la diagnosi con l’aiuto di un dermatologo (attraverso la preparazione di idrossido di potassio, con la coltura o con l’esame del tessuto).

Attualmente i pazienti hanno a disposizione farmaci antimicotici di ultima generazione, più efficaci dei precedenti e in grado di curare le onicomicosi con maggior facilità. La terbinafina (Lamisil®) e l’itraconazolo(Sporanox®, Triasporin®) sono i due principi attivi di prima linea e, anche se la Food and Drug Administration non ha approvato l’uso del fluconazolo (Diflucan®) come terapia per le micosi delle unghie, i primi dati sull’efficacia di questo principio attivo sembrano promettenti.

La terapia orale continua con la terbinafina è maggiormente efficace contro i funghi dermatofiti, responsabili della maggior parte degli episodi di onicomicosi. La terapia intermittente con l’itraconazolo è sicura ed efficace come terapia di breve periodo, ma è più economica e conveniente.

Se tenuti sotto stretto controllo medico, i pazienti in terapia con gli agenti antimicotici di ultima generazione hanno buone probabilità di guarire dall’onicomicosi e dalle sue complicazioni.

La micosi dell’unghia (Tinea unguium) è un’infezione micotica del letto, della matrice o della lamina dell’unghia; le unghie dei piedi sono colpite con maggior frequenza rispetto a quelle delle mani. Le onicomicosi rappresentano, da sole, un terzo delle infezioni micotiche tegumentarie e il 50 per cento dei disturbi a carico delle unghie. L’onicomicosi colpisce in particolar modo gli adulti, soprattutto gli over 60: l’incidenza di quest’infezione è probabilmente maggiore rispetto al 2 per cento riferito, e potrebbe arrivare fino al 14 per cento. L’incidenza è aumentata rispetto al passato per via delle scarpe chiuse, dell’esposizione delle unghie negli spogliatoi e della diffusione dei diversi ceppi di funghi.

L’onicomicosi non è soltanto un problema cosmetico, anche se le persone colpite da quest’infezione spesso si sentono a disagio per via dell’aspetto decisamente brutto delle loro unghie. In alcuni casi l’infezione limita la mobilità, e quindi può ostacolare indirettamente la circolazione periferica, facendo peggiorare le patologie come la stasi venosa e le ulcere diabetiche dei piedi. Le micosi delle unghie si possono diffondere in altre parti del corpo e, in alcuni casi, possono essere contagiose.

Le unghie possono essere infettate dai dermatofiti, dai lieviti e dai funghi non dermatofiti. La rilevanza clinica dei funghi non dermatofiti non è certa, perché potrebbe trattarsi di organismi infettivi non veramente patogeni.

Classificazione Onicomicosi subungueale distale

Il tipo più diffuso di Tinea unguium è l’onicomicosi subungueale distale o, in alternativa, distale-laterale. L’onicomicosi subungueale distale può colpire le unghie dei piedi e/o delle mani ed è sempre presente un’infezione da Tinea pedis, più o meno grave. L’infezione di norma è provocata dal Trichophyton rubrum, che invade il letto ungueale e la parte inferiore del corpo dell’unghia, iniziando dalla cuticola (eponichio) e poi migrando per prossimità attraverso la matrice ungueale sottostante. La tendenza alla comparsa dell’onicomicosi subungueale distale probabilmente dipende da fattori ereditari.

Onicomicosi bianca superficiale

I casi di onicomicosi bianca superficiale rappresentano soltanto il 10 per cento di tutte le infezioni micotiche sulle unghie. Questo disturbo di solito colpisce le unghie dei piedi, è causata da determinati funghi che invadono direttamente gli strati superficiali del corpo ungueale e formano chiazze opache, con bordi ben definiti e di colore bianco. Con il progredire del disturbo le chiazze si uniscono e coprono l’intera unghia che diventa ruvida e fragile, sbriciolandosi con facilità. L’agente patogeno collegato con maggior frequenza a questo disturbo è il Trichophyton mentagrophytes.

Onicomicosi subungueale prossimale

L’onicomicosi subungueale prossimale è il tipo di Tinea unguium che si manifesta con minor frequenza nei pazienti sani. Si verifica quando l’agente infettivo, di norma il T. rubrum, invade l’unghia attraverso la cuticola, penetra nell’unghia appena formata e poi migra distalmente. Le unghie dei piedi e quelle delle mani sono colpite con uguale frequenza. Questa forma di onicomicosi di solito si verifica in pazienti con problemi a carico del sistema immunitario ed è considerata un sintomo del virus dell’immunodeficienza umana. L’onicomicosi subungueale prossimale può anche essere dovuta a un trauma locale.

Onicomicosi da candida

I pazienti affetti da candidosi mucocutanea cronica possono sviluppare infezioni micotiche delle unghie. Le varie specie di candida sono in grado di invadere le unghie già danneggiate da infezioni o traumi. La paronichia da candida colpisce con maggior frequenza le mani e di solito si verifica in pazienti che tengono le mani in acqua a lungo.

Onicomicosi totale distrofica

L’onicomicosi totale distrofica può essere una conseguenza diretta di una qualsiasi delle quattro forme principali viste, è caratterizzata dalla distruzione totale del corpo ungueale.

Diagnosi

La diagnosi differenziale mira ad escludere altre malattie che possono essere scambiate per infezioni da funghi sull’unghia:

la psoriasi, il lichen planus, la dermatite da contatto, i traumi, i tumori del letto ungueale, la sindrome delle unghie gialle.

Si può escludere la presenza di funghi quando tutte le unghie delle mani o dei piedi presentano il disturbo.

Come ottenere il campione

La tecnica usata per ottenere il campione e sottoporlo ad analisi dipende dalla zona colpita dall’infezione.

Nell’onicomicosi subungueale distale la concentrazione del fungo è massima all’interno del letto ungueale, quindi dopo aver tagliato le unghie corte, è possibile ottenere il campione usando una piccola curetta od un bisturi; il campione deve essere ottenuto dal letto ungueale, il più vicino possibile alla cuticola. Un secondo campione dovrebbe essere raccolto dal lato inferiore del corpo ungueale. Nell’onicomicosi bianca superficiale è possibile usare un bisturi od una curetta per grattare la superficie dell’unghia o la zona bianca e rimuovere le parti infette. Nell’onicomicosi superficiale prossimale il letto ungueale sano dovrebbe essere leggermente sollevato con un bisturi. Per rimuovere il materiale dal letto ungueale prossimale, il più vicino possibile alla lunula è possibile usare una curetta appuntita. Nell’onicomicosi da candida, il materiale infetto dovrebbe essere raccolto dai margini ungueali prossimali e laterali. Cura e terapia

Da sempre la cura delle micosi dell’unghia è abbastanza complicata, la griseofulvina somministrata per via orale è in commercio da molti anni, ma si tratta di un farmaco a spettro ristretto che deve essere somministrato per molto tempo e presenta alti tassi di ricaduta. La forma orale del ketoconazolo è molto più efficace ma presenta il rischio di epatotossicità (disturbi del fegato).

L’onicomicosi, in passato, è stata a lungo curata con preparazioni antimicotiche per uso topico che tuttavia sono scomode da usare e spesso hanno risultati deludenti. La terapia con l’avulsione ungueale combinata con la terapia topica si è dimostrata leggermente più efficace, però quest’approccio può risultare più dispendioso in termini di tempo, più inabilitante e doloroso.

La FDA (Food and Drug Administration) ha approvato lo smalto ciclopirox (non ancora disponibile in Italia) per la terapia topica dell’onicomicosi da lieve a moderata senza coinvolgimento della lunula e causata dalla T. rubrum. La terapia con il ciclopirox è sicura e relativamente poco costosa, ma si dimostra efficace solo in rari casi.

Negli ultimi anni i risultati delle terapie dei pazienti affetti da micosi dell’unghia sono migliorati considerevolmente, soprattutto grazie all’introduzione di farmaci antimicotici per uso orale più efficaci dei precedenti. I dati attuali consigliano l’uso di questi nuovi agenti nell’ambito di terapie individualizzate che considerano i profili dei pazienti, le caratteristiche delle unghie, gli agenti infettivi, il potenziale di tossicità e di interazione del farmaco e le terapie adiuvanti.

Gli antimicotici triazolici e le allilamine hanno in gran parte sostituito la griseofulvina ed il ketoconazolo come farmaci di prima linea per la terapia dell’onicomicosi: questi principi attivi permettono di effettuare terapie più brevi, più efficaci e con meno ricadute. Tra di essi la terbinafina e l’itraconazolo sono quelli usati con maggior frequenza, e anche il fluconazolo sta rapidamente prendendo piede.

Tutti questi farmaci possiedono caratteristiche che ne aumentano l’efficacia:

penetrazione rapida nell’unghia e nel letto ungueale, permanenza nell’unghia per mesi dopo la fine della terapia, profili di sicurezza generalmente buoni.

Le ricerche pubblicate che misurano la “guarigione micotica” (preparazione a base di idrossido di potassio negativa o colture negative) e la “guarigione clinica” (morfologia normale delle unghie) hanno dimostrato l’efficacia di tutti e tre i farmaci.

Terbinafina

La terbinafina (Lamisil®) è un principio attivo allilaminico efficace contro i funghi dermatofiti, responsabili della maggior parte dei casi di onicomicosi. Questo principio attivo è notevolmente meno efficace contro i non dermatofiti, ad esempio contro le varie specie della candida e contro le muffe.

Gli effetti collaterali, tra cui ricordiamo il mal di testa, l’eritema e i disturbi gastrointestinali sono riportati con maggior frequenza dopo l’assunzione di terbinafina che non dopo l’assunzione di placebo, tuttavia gli effetti collaterali sono rari e guariscono sospendendo il farmaco. La terbinafina, a causa del suo metabolismo epatico, ha purtroppo diverse interazioni importanti con altri farmaci:

Farmaco o classe di farmaci Terbinafina Itraconazolo Fluconazolo Benzodiazepine È controindicato l’uso concomitante del midazolam e del triazolam; l’uso delle altre benzodiazepine è sconsigliato. L’uso concomitante è da evitare perché aumenta l’effetto sedativo. Cimetidina Possibile aumento dei livelli della terbinafina Diminuzione dell’assorbimento dell’itraconazolo Possibile diminuzione dei livelli del fluconazolo Neutralizzatori del pH gastrico (istamina antagonisti o H2-bloccanti, inibitori della pompa protonica, sucralfato) La terapia va monitorata attentamente, perché l’assorbimento dell’itraconazolo diminuisce, mentre il pH gastrico aumenta Statine L’uso concomitante è controindicato perché sono stati riferiti casi di rabdomiolisi Idroclorotiazide e farmaci combinati Possibile aumento dei livelli di fluconazolo Ipoglicemici orali (di tutti i tipi) Possibile ulteriore diminuzione della glicemia Rischio di ipoglicemia grave Chinidina Uso concomitante controindicato perché sono state riferite aritmie ventricolari Pimozide Uso concomitante controindicato perché sono state riferite aritmie ventricolari Rifampicina Possibile diminuzione dei livelli della terbinafina Possibile diminuzione dei livelli del fluconazolo Teofillina Possibile aumento dei livelli della teofillina Warfarin Riferite emorragie Aumento del rischio di emorragie Aumento del rischio di emorragie

Alcuni pazienti in terapia con la terbinafina hanno riferito complicazioni rare ma gravi, come l’epatite colestatica, la discrasia ematica e la sindrome di Stevens-Johnson, quindi, prima di iniziare la terapia con la terbinafina è opportuno fare gli esami del sangue (enzimi epatici ed emocromo completo, comprese le piastrine) e, durante la terapia, è consigliabile ripeterli ogni quattro, sei settimane. La terapia a base di terbinafina dovrebbe essere interrotta se i valori dell’aspartato aminotransferasi o dell’alanina amino transferasi aumentano fino a raggiungere il doppio o più del valore normale.

La FDA raccomanda un dosaggio di 250 mg/dì di terbinafina (1 compressa al giorno di Lamisil® od equivalente), per 12 settimane consecutive nel caso di infezione alle unghie dei piedi e di sei settimane nel caso di infezione delle unghie delle mani.

Le ricerche hanno dimostrato che questo regime terapeutico, nel caso delle unghie dei piedi, ha un tasso di guarigione micotica variabile tra il 71 e l’82 per cento e un tasso di guarigione clinica variabile tra il 60 e il 70 per cento. Le terapie più brevi ed il dosaggio intermittente della terbinafina sembrano promettenti, stando a quanto indicato da alcune ricerche minori, ma i dati non sono ancora sufficienti per consigliare l’uso di terapie di questo tipo.

Itraconazolo

L’itraconazolo (Triasporin® e Sporanox®) è un nuovo farmaco della famiglia dei triazoli, con un ampio spettro antimicotico che comprende i dermatofiti, molti funghi non dermatofiti e diverse specie di candida. Il mal di testa, le eruzioni cutanee ed i disturbi gastrointestinali si verificano nel 7 per cento circa dei pazienti in terapia, ma la tossicità epatica è rara.
L’itraconazolo è metabolizzato dal sistema epatico del citocromo P450, quindi possono verificarsi interazioni significative con altri farmaci (vedi tabella precedente): in particolare è controindicato l’uso concomitante dell’itraconazolo con la chinidina e la pimozide, per il rischio di aritmie ventricolari. È inoltre controindicato l’uso concomitante dell’itraconazolo e delle statine, come l’atorvastatina (Torvast®), per via dell’aumento del rischio di rabdomiolisi. L’itraconazolo, poi, non dovrebbe essere assunto insieme a determinate benzodiazepine (ansiolitici, tranquillanti e sonniferi), come il midazolam e il triazolam (Halcion®, Songar®), perché aumenta la sedazione e presenta un rischio di compromissione delle vie aeree.
Il pH gastrico troppo elevato ostacola l’assorbimento dell’itraconazolo, pertanto l’efficacia di questo principio attivo antimicotico potrebbe essere compromessa dall’assunzione concomitante degli H2-antagonisti, come la ranitidina (Zantac® e Ranidil® per esempio) e la famotidina (Gastridin®, MyliconAcid®), e degli inibitori della pompa protonica, come l’omeprazolo (Mepral®, Omeprazen®) ed il lansoprazolo (Lanosx®, Limpidex®). Per questo motivo, l’itraconazolo dovrebbe essere assunto durante i pasti.

Il dosaggio consigliato dalla FDA per l’itraconazolo e di 200 mg/dì (in genere due compresse al giorno), per 12 settimane consecutive nel caso di infezioni delle unghie dei piedi e di sei settimane consecutive nel caso delle unghie delle mani. La FDA ha approvato la terapia intermittente solo nel caso di infezione delle unghie delle mani. La terapia intermittente consiste in 200 mg/2 volte dì per una settimana al mese, ripetuti per due o tre mesi (cioè per due o tre volte).

Il dosaggio, somministrato per 3 o 4 volte, si è dimostrato efficace per la terapia delle onicomicosi dei piedi. Gli studi finora pubblicati hanno dimostrato percentuali di successo simili per le terapie continue e intermittenti, con percentuali di guarigione micotica variabili tra il 45 e il 70 per cento e percentuali di guarigione clinica variabili tra il 35 e l’80 per cento.

È consigliato il monitoraggio degli enzimi epatici prima dell’inizio della terapia continua e ogni 4-6 settimane durante la terapia. Non sono invece necessari controlli nel caso della terapia intermittente.

Fluconazolo

Il fluconazolo, come l’itraconazolo, è efficace contro i dermatofiti comuni, le specie di Candida e alcune specie di funghi non dermatofiti. Gli effetti collaterali come la nausea, il mal di testa, il prurito e le anomalie negli enzimi epatici, sono riferiti nel 5 per cento circa dei pazienti in terapia. Gli effetti collaterali, però, scompaiono dopo l’interruzione della terapia con il fluconazolo. L’assorbimento del principio attivo non è influenzato dal pH gastrico e non è in alcun modo legato alla soppressione dell’acidità o all’assunzione di particolari alimenti. Tuttavia il fluconazolo ha altre interazioni farmacologiche importanti (vedi tabella).

Attualmente la FDA non approva il fluconazolo per la terapia dell’onicomicosi, tuttavia i primi dati sull’efficacia sembrano promettenti. L’attenzione dei ricercatori si concentra sul dosaggio di 450 mg una volta a settimana, che sfrutta la farmacocinetica del principio attivo per diminuire i costi della terapia, diminuire la percentuale di effetti collaterali e migliorare potenzialmente il decorso del disturbo.

In uno studio in doppio cieco su pazienti affetti da onicomicosi delle unghie delle mani, il fluconazolo assunto in dosaggio di 450 mg una volta a settimana per tre mesi si è dimostrato connesso a una percentuale di guarigione clinica pari al 90 per cento e all’eliminazione quasi totale del fungo.

Dosaggi inferiori si sono dimostrati leggermente meno efficaci.

Tra la terapia e il placebo non sono state osservate differenze nei rischi di complicazioni.

I dati finora pubblicati relativi all’uso del fluconazolo nelle infezioni micotiche delle unghie dei piedi hanno evidenziato percentuali di “miglioramento clinico” (meno del 25 per cento delle unghie non guarite) variabili tra il 72 e l’89 per cento, mentre il placebo si è fermato a una percentuale del 3 per cento. La durata delle terapie prese in considerazione da queste ricerche andava da un mese ai nove mesi, con un vantaggio minimo, ma comunque misurabile, per terapie più lunghe.

Farmaco antimicotico Indicazioni Dosaggio Controlli ed esami Terbinafina Terapia di prima linea per le infezioni da funghi dermatofiti (maggior parte dei casi di onicomicosi) 250 mg/dì per 6 settimane per la cura delle unghie delle mani e per 12 settimane per la cura delle unghie dei piedi Emocromo completo, ALT e AST prima di iniziare la terapia. Da ripetere ogni 4, 6 settimane durante la terapia. Itraconazolo Terapia alternativa di prima linea per le infezioni da funghi dermatofiti Terapia continua: 200 mg/dì per 6 settimane per le unghie delle mani e per 12 settimane per le unghie dei piedi ALT e AST prima di iniziare. Da ripetere ogni 4, 6 settimane durante la terapia. Terapia raccomandata per i funghi non dermatofiti e la candida Terapia intermittente: 200 mg/ 2 volte dì per 7 giorni al mese, da ripetere per 2 o tre mesi nel caso di infezioni alle unghie delle mani e per 3, 4 mesi nel caso di infezioni alle unghie dei piedi Nessuno consigliato Fluconazolo Terapia di prima linea per le infezioni da candida, anche efficace contro i dermatofiti. Da preferire nel caso di pazienti con regimi farmacologici complicati 150 mg una volta a settimana finché l’unghia non è normale o migliora in modo accettabile (la terapia spesso richiede dai 6 ai 9 mesi) Nessuno consigliato Esperimenti clinici comparativi

La maggior parte dei dati pubblicati relativi al trattamento delle onicomicosi hanno un uso clinico limitato. Molte ricerche sono su piccola scala ed empiriche, e sono carenti per quanto riguarda la randomizzazione e i soggetti di controllo; tuttavia recentemente sono stati pubblicati i risultati di alcuni esperimenti clinici randomizzati e più ampi. Questi studi danno spiegazioni più convincenti per la scelta di terapie più appropriate.

In una ricerca del 1998 condotta su 378 pazienti affetti da micosi alle unghie da dermatofiti, la terapia continua con la terbinafina si è dimostrata più efficace rispetto alla terapia continua con l’itraconazolo, nel caso di onicomicosi delle unghie dei piedi. Le ricerche sulle modalità di guarigione in rapporto alla terapia hanno evidenziato circa l’85 per cento di colture negative nel gruppo trattato con il farmaco, rispetto al 55 per cento del gruppo di controllo, nonché il 65 per cento di miglioramento clinico nel gruppo della terbinafina contro il 37 per cento del gruppo dell’itraconazolo.

Anche altre ricerche che hanno messo a confronto la terbinafina e l’itraconazolo sono giunte a risultati simili. Un recente esperimento clinico prospettico, in doppio cieco, randomizzato e controllato, ha messo a confronto la terapia continua con la terbinafina e la terapia intermittente con l’itraconazolo su 496 pazienti con infezioni micotiche delle unghie dei piedi. Questa ricerca, disegnata in modo ineccepibile, ha dimostrato che la terbinafina dà migliori risultati clinici e micotici a 15 mesi dopo la fine della terapia. Finora il fluconazolo non è stato considerato in nessuno degli esperimenti clinici a comparazione diretta pubblicati.

La maggior parte dei pazienti coinvolti nelle ricerche pubblicate era colpita da onicomicosi da dermatofiti, contro cui la terbinafina è il farmaco più efficace. I dati pubblicati relativi alle onicomicosi da funghi non dermatofiti e da candida sono molto limitati, ma si ritiene che i triazoli ad ampio spettro siano più efficaci contro questi agenti patogeni.

Costi

La terapia dell’onicomicosi può essere molto costosa (in genere in Italia i farmaci ad uso orale sono mutuabili). Tra i costi vanno annoverati:

i farmaci, i vari interventi (chirurgici e non), gli esami di laboratorio, le visite, nonché i costi connessi alla gestione degli effetti collaterali dei farmaci e delle terapie inefficaci.

Una ricerca farmacoeconomica ha messo a confronto il rapporto costo-efficacia delle terapie continue con la terbinafina e con l’itraconazolo nel caso di onicomicosi delle unghie dei piedi. I ricercatori hanno concluso che la terapia continua con la terbinafina è meno costosa, e costa un po’ più della metà di quella con l’itraconazolo. Occorre notare, tuttavia, che la terapia intermittente con l’itraconazolo è meno costosa di quella continua con lo stesso farmaco, perché si deve assumere una minore quantità di itraconazolo e non bisogna fare gli esami del sangue. La ricerca è stata effettuata sui prezzi di listino americani all’ingrosso. I costi potrebbero variare in modo significativo a causa degli standard di laboratorio, dei diversi prezzi al dettaglio, e della prescrizione sempre più frequente di farmaci non mutuabili.

Terapie ausiliarie

Oltre alle terapie orali, alcuni pazienti possono trarre benefici anche da altri tipi di terapie. L’avulsione chirurgica o chimica può essere utile nei pazienti affetti da onicomicosi grave, da grave ispessimento, da strisce longitudinali o da chiazze biancastre nell’unghia. Queste anomalie possono essere causate da un dermatofitoma, cioè da un agglomerato infettivo che reagisce poco e male alle terapie standard.

Le terapie antimicotiche protratte possono essere utili per quei pazienti in cui le unghie crescono lentamente, la cui circolazione diretta al letto ungueale è scarsa a causa di disturbi come l’occlusione vascolare periferica o il diabete o in cui l’infezione coinvolge totalmente o quasi totalmente il letto ungueale.

Possono inoltre essere utili le creme o le polveri antimicotiche per uso topico, soprattutto nei pazienti colpiti contemporaneamente da Tinea pedis.

Per migliorare i risultati della terapia e prevenire le ricadute, i pazienti devono imparare le corrette misure igieniche per i piedi (cfr Prevenzione); è consigliabile indossare quando possibile scarpe traspiranti e calzini 100 per cento in cotone, e di tenere i piedi asciutti durante il giorno. La diffusione di infezioni con caratteristiche simili nella stessa casa o struttura residenziale e nelle strutture con bagni pubblici fa decisamente propendere per la protezione dei piedi nelle aree a rischio.

Probabilmente per alcuni tipi di infezione da Tinea rubrum ci può essere una predisposizione ereditaria, in questi casi può essere presa in considerazione la profilassi per tutta la famiglia.

Onicomicosi in età pediatrica

L’onicomicosi nei bambini è piuttosto rara, si stima che la sua incidenza sia intorno allo 0,2 per cento. Nella maggior parte dei casi l’onicomicosi colpisce bambini immunosoppressi (ad esempio con sindrome da immunodeficienza acquisita, sotto chemioterapia o con sindrome da immunodeficienza congenita), con precedenti familiari gravi di onicomicosi o con micosi cutanea estesa (Tinea capitis o Tinea pedis).

La griseofulvina rimane il pilastro della terapia dell’onicomicosi nei bambini, tuttavia la sua efficacia è variabile e le ricadute sono frequenti. I nuovi farmaci in commercio potrebbero migliorare i risultati tradizionalmente mediocri di questa terapia in questa fascia d’età.

La FDA non ha ancora approvato l’uso della terbinafina nei bambini, tuttavia alcune ricerche hanno dimostrato che la terbinafina è sicura e abbastanza efficace nella terapia della Tinea capitis e, infatti, questo farmaco è in vendita in diversi paesi proprio per quest’uso.

In alcuni studi più limitati, anche l’itraconazolo si è dimostrato sicuro ed efficace per la terapia della Tinea capitis. Quando saranno stabilite la sicurezza e l’efficacia della terbinafina e dell’itraconazolo per le terapie di lungo periodo necessarie nel caso delle infezioni alle unghie, questi due farmaci potrebbero diventare le terapie principali per l’onicomicosi nei bambini.

Prevenzione

Alcuni consigli pratici per coadiuvare la terapia e prevenire le ricadute dell’onicomicosi:

Indossare calzini 100 per cento cotone e cambiarli frequentemente. Scegliere scarpe traspiranti. Proteggere i piedi nelle vasche, nelle piscine e nelle docce usate anche da altre persone. Tenere i piedi asciutti durante la giornata. Riconoscere e curare la Tinea pedis. Tenere sotto controllo e cercare di migliorare le malattie croniche (tenere sotto controllo il diabete, smettere di fumare, …) Insuccesso della terapia e ricadute

Le percentuali di insuccesso delle terapie possono essere ricavate dai risultati degli esperimenti pubblicati, invece quelle relative alle ricadute sono più difficili da ottenere.

Il follow-up a seguito della terapia è lungo, i tassi di ricaduta di diverse ricerche sono significativi o non vengono riportati, e la maggior parte delle ricerche non permette di incrociare le varie terapie. Inoltre, soprattutto nel caso di risultati che dimostrano unicamente un miglioramento clinico (e non la cura dell’unghia né il ritorno a un aspetto normale delle unghie), i criteri di valutazione non sono standardizzati e spesso comprendono affermazioni soggettive difficili da quantificare.

Le ricerche finora pubblicate non hanno affrontato nello specifico la gestione dell’insuccesso della terapia o delle ricadute, nonostante queste difficoltà ci possono essere diverse misure utili per gestire l’insuccesso della terapia o le ricadute.

Il primo passaggio è la conferma dell’esame micologico, se la diagnosi iniziale era basata sulla sola preparazione di idrossido di potassio, la coltura di campioni accuratamente raccolti è obbligatoria. I risultati dell’esame micologico spesso identificano diversi microrganismi, tra cui possono figurare anche funghi non patogeni, quindi le terapie dovrebbero essere mirate al microrganismo o ai microrganismi che con maggiore probabilità causano il disturbo. Quando si interpreta il risultato dell’esame micologico, può essere utile consultare un microbiologo o un infettivologo.

Ricordiamo che gli esperti sono preoccupati per lo sviluppo di farmacoresistenza tra gli agenti patogeni micotici, soprattutto a causa dell’uso sempre più diffuso della terapia sistemica con il fluconazolo in caso di candidosi orofaringea e vaginale ricorrente. Al momento tuttavia le conseguenze della resistenza ai farmaci antimicotici sulla terapia delle onicomicosi non sono ancora chiare.

Studi clinici attenti potrebbero identificare i pazienti o le caratteristiche dell’unghia che ostacolano la terapia; questi fattori, poi, potrebbero essere gestiti con opportune modifiche della terapia o con provvedimenti ausiliari. Grazie alla maggiore efficacia, la terapia antimicotica continua dovrebbe essere presa in considerazione per quei pazienti in cui la terapia intermittente non ha successo o dà luogo a ricadute.

 

Traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno

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Allattamento, 14 curiosità che non conosci

Posted: 30 May 2013 11:11 PM PDT

I bambini allattati al seno di solito si ammalano di meno. L’allattamento al seno fa diminuire il rischio di infezioni all’orecchio, diarrea e problemi allo stomaco. I bambini allattati al seno rischiano meno di soffrire di determinate malattie una volta cresciuti. I bambini che non possono beneficiare del latte materno corrono infatti un rischio maggiore di soffrire di asma, diabete e obesità. Il bambino sente il profumo della mamma. I neonati hanno un senso dell’olfatto molto sviluppato e riconoscono il profumo del latte della mamma. Questo è il motivo per cui il bambino gira la testa verso di voi quando ha fame. Il bambino vede la mamma da vicino e la riconosce. I neonati riescono a vedere distintamente a breve distanza: riescono a vedere le cose fino a 20-40 centimetri di distanza, che, non a caso, è la distanza tra il volto del neonato e quello della mamma durante l’allattamento. Il momento in cui vostro figlio vi guarda negli occhi, quindi, è preziosissimo per lo sviluppo del legame con lui/lei. L’allattamento permette all’organismo della madre di riprendersi più velocemente dalla gravidanza e dal parto. Gli ormoni prodotti durante l’allattamento fanno contrarre l’utero più velocemente, riportandolo più in fretta alle dimensioni che aveva prima della gravidanza. Allattare espone il bambino a molti gusti diversi. Il latte artificiale ha un gusto standard, invece attraverso l’allattamento al seno il bambino alla fine riesce a sentire il gusto leggero di ciò che mangia la madre, anche se non direttamente. In questo modo lo svezzamento sarà più facile. Alimentare il neonato con il latte materno può aiutare la madre a perdere peso. Le madri che allattano il figlio esclusivamente al seno bruciano fino a 600 calorie al giorno, e in questo modo possono ritornare con più facilità al peso che avevano prima della gravidanza. Fa diminuire il rischio di tumore al seno e alle ovaie. Può far risparmiare alla famiglia circa 1000 euro di spese connesse al latte artificiale solo per il primo anno di vita del bambino. L’organismo della madre inizia a prepararsi all’allattamento già durante la gravidanza. Dopo il parto l’organismo della madre riceve il segnale definitivo di prepararsi a produrre il latte, di solito in quantità maggiore rispetto a quella necessaria per un solo bambino. Perché? Il vostro organismo non sa se avrete uno o più bambini da nutrire. La produzione di latte, poi, si regola sulle necessità di vostro figlio o dei vostri figli. Prima che arrivi il latte, nei primi giorni dopo il parto il seno produce un liquido denso, appiccicoso e giallastro, che spesso viene detto “oro liquido”. Questo liquido si chiama colostro e contiene il calcio, il potassio, le proteine, i sali minerali e gli anticorpi necessari al bambino. Il bambino ha bisogno solo di alcuni cucchiai di questo liquido per saziarsi e rimanere in buona salute finché il latte non aumenta, dopo circa 2-5 giorni dalla nascita. Il latte materno cambia, anche nel corso della poppata. Quando il bambino inizia a poppare, il latte è di colore tendente all’azzurrino ed è piuttosto trasparente. Verso la fine della poppata, il bambino riceve il latte più denso e più grasso, che gli dà le calorie necessarie per crescere forte e sano. Il latte materno è una medicina per la madre: contiene sostanze particolari che aiutano a combattere le infezioni e ad evitare i problemi del seno. Se il seno fa male nei primi giorni di vita del bambino, massaggiate delicatamente i capezzoli e il seno con il latte, per alleviare il dolore e guarire più in fretta. Le mamme riescono ad allattare anche quando sono malate e questo è un vantaggio per il bambino. Quando la mamma si ammala, il suo organismo inizia a combattere la malattia producendo gli anticorpi, che poi vengono trasmessi al bambino. Nel momento in cui la mamma inizia ad avvertire i sintomi della malattia il bambino è già stato esposto al virus o al batterio, e quindi il suo sistema immunitario risulta rinforzato. Continuando ad allattare non solo si continua a produrre latte, ma si protegge ulteriormente il bambino dalle malattie.

Traduzione di Elisa Bruno

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23/05/2013 09:45 Condividi

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Smagliature in gravidanza e non. Come eliminarle?

Posted: 22 May 2013 11:24 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Diagnosi Come eliminarle Prevenzione Introduzione

Le smagliature sono strisce di colore rosato, rossastro o violaceo che intaccano la pelle, nella maggior parte dei casi sull’addome, sui seni, sull’avambraccio superiore, sulle natiche e sulle cosce, e alla fine si attenuano e diventano biancastre o grigiastre.

Le smagliature sono particolarmente diffuse tra le gestanti, soprattutto durante la seconda metà della gravidanza.

Con la terapia è possibile attenuarle, ma non farle scomparire completamente.

Cause

Gli esperti ritengono che le smagliature si formino per un’azione meccanica, quando la pelle si deforma per qualsiasi motivo. Sono più visibili quando sono accompagnate dall’aumento del cortisolo, uno degli ormoni prodotti dalle ghiandole surrenali. Questo ormone indebolisce la pelle e ne diminuisce l’elasticità.

Le smagliature si formano in molte circostanze diverse, tra cui ricordiamo:

Gravidanza. La maggior parte delle gestanti soffre di smagliature nella seconda metà della gravidanza. Con ogni probabilità le smagliature sono causate dalla deformazione della pelle e da fattori ormonali. Aumento di peso. Le smagliature a volte compaiono quando si aumenta molto di peso nel giro di poco tempo; ad esempio chi fa sollevamento pesi può notarle soprattutto sulle braccia, mentre gli adolescenti possono soffrirne durante i picchi di crescita. Uso di farmaci. Le creme, le lozioni e le terapie croniche di cortisone per via orale o sistemica possono causare le smagliature. Patologie. La sindrome di Cushing e le malattie delle ghiandole surrenali possono causare smagliature diffuse in tutte le parti del corpo. Lo stesso problema si verifica a seguito della sindrome di Marfan, della sindrome di Ehlers-Danlos e di altre patologie ereditarie (con base genetica). Fattori di rischio

Chiunque può soffrire di smagliature, ma alcuni fattori o situazioni fanno aumentare il rischio di soffrirne. Tra i fattori di rischio ricordiamo:

sesso femminile, precedenti di smagliature in famiglia, gravidanza, soprattutto nelle donne più giovani, sovrappeso o obesità, sbalzi di peso rapidi, come nel caso della gravidanza, uso di cortisone. Sintomi

Le smagliature non sono tutte uguali. Il loro aspetto è diverso a seconda della durata, delle cause e della zona del corpo in cui compaiono, ma anche del tipo di pelle. Nella maggior parte dei casi le smagliature sono:

strisce o linee che intaccano la pelle, un insieme di linee rosate, rossastre o violacee, linee di colore brillante che poi diventano rosa chiare, biancastre o grigiastre.

Le smagliature colpiscono con maggior frequenza l’addome, i seni, l’avambraccio superiore, le natiche e le cosce. In alcuni casi possono coprire zone molto estese.

Quando chiamare il medico

Andate dal medico se l’aspetto della vostra pelle vi preoccupa o se le smagliature coprono zone estese del vostro corpo. Il medico può aiutarvi a capire da che cosa sono causate e quali sono le terapie possibili.

Diagnosi

Le smagliature di solito vengono diagnosticate dopo un esame attento della pelle e in base alla storia medica. Il medico vi rivolgerà diverse domande sui segni e sui sintomi, sui farmaci che assumete e sulle malattie di cui soffrite.

Se il medico sospetta un aumento nella produzione di cortisolo, può consigliarvi di effettuare ulteriori esami.

Come eliminarle

Le smagliature sono una preoccupazione più che altro estetica: di solito non fanno male e spesso scompaiono da sole col passare del tempo, quindi non richiedono alcuna terapia.

Se ritenete di aver bisogno di una terapia, vi ricordiamo che le varie cure non sono risolutive e non faranno scomparire completamente le smagliature.

Per migliorare l’aspetto potete ricorrere a una delle terapie sottoelencate. In termini di efficacia sono tutte più o meno equivalenti.

Creme a base di retinolo. Alcune ricerche hanno dimostrato che le creme a base di retinolo (Renova®, Retin-A®, Avita®) possono migliorare l’aspetto delle smagliature più recenti, cioè di quelle che sono comparse al massimo da qualche mese e sono di colore rosato o rossastro. Durante la gravidanza o l’allattamento non sono di norma utilizzabili. Il retinolo, quando funziona, aiuta a ricostruire il collagene, e riporta la pelle delle smagliature ad un aspetto simile a quello normale. Il retinolo tuttavia può irritare la pelle. Questa terapia non è efficace sulle smagliature più vecchie. Laserterapia. I vari tipi di laserterapia usano un fascio di luce molto intenso per stimolare la crescita del collagene o la produzione di elastina e di melanina. Il medico può aiutarvi a capire quale tipo di tecnologia laser fa per voi, a seconda di dove sono le smagliature, di quando sono comparse e del colore della pelle. Microdermoabrasione. Questo tipo di terapia si basa su un’apparecchiatura, tenuta in mano da un operatore, che soffia dei minuscoli cristalli sulla pelle: i cristalli esfoliano delicatamente la superficie della pelle. Una specie di piccolo aspirapolvere rimuove poi i cristalli e le cellule della pelle che si sono staccate. La microdermoabrasione rimuove delicatamente lo strato più superficiale della pelle, stimolando la crescita di pelle nuova e più elastica. Questa terapia può essere presa in considerazione se le smagliature non sono recenti.

Per scegliere la terapia più adatta nel vostro caso chiedete consiglio al medico. Tra i fattori da prendere in considerazione ricordiamo:

Vecchiaia delle smagliature Comodità della terapia. Le varie terapie hanno lunghezze e frequenze diverse. Costi. Queste terapie sono estetiche e di solito non sono mutuabili. Aspettative del paziente. La maggior parte di queste terapie non riesce a far scomparire completamente le smagliature. Stile di vita e rimedi pratici

Probabilmente avete visto in televisione, su Internet o sui giornali le pubblicità di creme e altri prodotti che affermano di essere in grado di prevenire o di curare le smagliature. Questi prodotti, che spesso contengono burro di cacao, vitamina e o acido glicolico, non sono pericolosi, ma probabilmente sono poco efficaci.

Le smagliature di solito si schiariscono e diventano meno visibili con il passare del tempo e non richiedono alcuna terapia.

Terapie alternative

Molte terapie alternative dicono di essere in grado di curare le smagliature. Tra di esse ricordiamo il gotu kola (estratto vegetale), l’olio d’oliva o speciali preparati a base di estratti vegetali, vitamine e acidi della frutta. L’efficacia di questi prodotti non è tuttavia mai stata dimostrata.

Se aspettate un figlio chiedete consiglio al medico prima di usare prodotti alternativi che affermano di poter curare o prevenire le smagliature.

Prevenzione

Non è possibile prevenire le smagliature, nemmeno usando creme, oli e lozioni. Il modo migliore per diminuire il rischio di smagliature è quello di cercare di mantenere il peso forma. Durante la gravidanza si ingrassa nel giro di poco tempo: chiedete al medico come fare per non ingrassare troppo con una dieta sana e con l’esercizio fisico, non soltanto per minimizzare le smagliature, ma anche per rimanere in buona salute e non creare problemi a vostro figlio.

Fonte Principale: Mayo Clinic (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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20/05/2013 09:44 Condividi

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Donazione di sangue

Posted: 19 May 2013 11:33 PM PDT

Introduzione Preparazione La donazione Dopo la donazione Pericoli della donazione Domande frequenti Introduzione

Disclaimer:

Essendo le fonti utilizzate per la maggior parte americane, è possibile che in Italia si verifichino alcune discrepanze in merito a consigli, indicazioni e requisiti.

La donazione del sangue è un intervento a cui ci si sottopone volontariamente: ci si fa prelevare una certa quantità di sangue che sarà trasfusa a un paziente che ne ha bisogno. Ogni anno milioni di persone devono ricorrere alle trasfusioni di sangue, ad esempio durante gli interventi chirurgici, oppure dopo un incidente, oppure ancora perché sono malate e devono ricevere determinati componenti del sangue. Con la donazione di sangue si possono aiutare molte persone ad affrontare meglio i loro problemi.

Ci sono diversi tipi di donazione di sangue:

Donazione di sangue intero. È il tipo più frequente di donazione, durante il quale viene donato circa mezzo litro di sangue (450 ml). Il sangue, poi, viene separato nei suoi componenti: globuli rossi, plasma, piastrine. Donazione di piastrine. Questo tipo di donazione usa un procedimento detto aferesi. Durante l’aferesi il donatore viene collegato a un’apparecchiatura che raccoglie le piastrine e parte del plasma e poi gli restituisce il resto del sangue. Donazione di plasma. Il plasma può essere raccolto contestualmente alla donazione di piastrine oppure singolarmente, sempre tramite aferesi. Donazione di doppia unità di globuli rossi. La donazione di globuli rossi viene effettuata mediante aferesi. Vengono raccolti solo i globuli rossi. Preparazione

Prima di donare il sangue seguite una dieta sana che comprenda alimenti ricchi di ferro, come gli spinaci, la carne rossa, il pesce, il pollame, i legumi, i cereali integrali e l’uva passa. Cercate di dormire bene la notte precedente.

Prima della donazione, fate un pasto sano senza alimenti grassi, come gli hamburger, le patatine fritte o i gelati. Il risultato degli esami per le infezioni può essere falsato dai grassi che rimangono nel sangue per diverse ore dopo aver consumato alimenti grassi. Bevete circa mezzo litro d’acqua o di altri liquidi in più del normale prima di donare il sangue.

Se donate le piastrine ,ricordate che non dovete aver preso l’aspirina nei due giorni precedenti la donazione; per il resto potete assumere tutti i farmaci prescritti dal medico.

La donazione

La procedura, dal momento in cui si arriva nell’ambulatorio a quello in cui si può uscire, dura circa un’ora; la donazione in sé in media dura dagli 8 ai 10 minuti.

Prima di donare il sangue, vi verrà richiesto di compilare un modulo in cui raccontate la vostra storia medica rispondendo a domande sui comportamenti che potrebbero mettervi a rischio di infezioni trasmissibili attraverso il sangue. Tutte le informazioni raccolte con questo questionario sono strettamente confidenziali.

L’aspirante donatore fa una breve visita medica, con controllo della pressione, del battito cardiaco e della temperatura. Gli viene prelevato un piccolo campione di sangue da un dito, per controllare il livello di emoglobina, la sostanza che trasporta l’ossigeno nel sangue. Se la concentrazione di emoglobina è normale e la persona soddisfa tutti gli altri requisiti, può donare il sangue.

Il donatore si sdraia su un lettino o si accomoda in poltrona, con il braccio appoggiato su un bracciolo. Viene posizionato un laccio emostatico sull’avambraccio superiore, per far riempire bene le vene di sangue. Le vene diventano più visibili, è più facile trovarle con l’ago e la sacca di sangue si riempie più velocemente. Poi l’infermiere disinfetta la pelle dell’incavo del gomito.

Un ago nuovo e sterile viene inserito in una vena del braccio, e attaccato a un tubicino di plastica che porta il sangue verso una sacca. Quando l’ago è in posizione, il donatore stringe il pugno diverse volte per aiutare il sangue a scorrere nella vena. Il primo sangue viene raccolto nelle provette per essere esaminato. Il resto va a finire nella sacca che ne tiene circa mezzo litro (450 ml). L’ago viene lasciato nel braccio per circa 10 minuti. Una volta terminata la donazione, l’ago viene rimosso, e la zona dell’iniezione viene coperta da un cerotto e da una benda.

Un altro metodo di donazione usato con sempre maggior frequenza è l’aferesi. Durante l’aferesi il sangue viene pompato fuori dal braccio in un’apparecchiatura che filtra e separa un componente specifico, ad esempio le piastrine. Il resto del sangue, poi, viene restituito al donatore in una vena nell’altro braccio. Con questo procedimento può essere raccolta anche più di una componente di sangue; la donazione, però, dura di più rispetto a quella del sangue intero, di solito da una a due ore.

Il sangue viene esaminato per scoprire il gruppo sanguigno (A, B, AB o 0) e il fattore Rh. Il fattore Rh indica la presenza nel sangue di un antigene specifico, cioè di una sostanza in grado di stimolare la risposta immunitaria. Lo stato del paziente è Rh positivo se è presente l’antigene, ed Rh negativo se l’antigene non c’è. Quest’informazione è importante perché il gruppo sanguigno e il fattore Rh del donatore devono essere compatibili con quelli di chi riceve il sangue.

Il sangue viene inoltre controllato per escludere patologie trasmissibili attraverso di esso, come l’epatite, l’HIV e la sifilide. Se tutti gli esami sono negativi, il sangue viene distribuito agli ospedali e alle cliniche. Se invece uno di questi esami dà risultato positivo, il donatore riceve una comunicazione e il sangue viene scartato.

Dopo la donazione

Dopo aver donato il sangue si rimane per un po’ in osservazione, in una zona dove si può riposare e fare un leggero spuntino. Dopo 10-15 minuti si può uscire dall’ambulatorio. Dopo aver donato il sangue è consigliabile:

bere di più del solito per un giorno o due, evitare di fare sforzi e di sollevare pesi per le cinque ore successive, se si ha il capogiro, sdraiarsi e sollevare le gambe finché non ci si sente di nuovo bene, tenere la benda al braccio, senza bagnarla, per almeno 4-5 ore.

Se dopo aver tolto la benda il braccio sanguina, premere la zona in cui è stato inserito l’ago e tenere il braccio alzato per 3-5 minuti.

Se si forma un livido mettete il ghiaccio per 10-15 minuti alla volta nelle prime 24 ore, poi mettete sul livido un asciugamano caldo e umido a intervalli di 10, 15 minuti. Il livido può durare per circa 10 giorni.

Se il braccio fa male prendere un analgesico come il paracetamolo. Evitare l’aspirina o l’ibuprofene.

Contattate il vostro medico o l’ambulatorio dove avete fatto la donazione se:

continuate ad avere la nausea, la testa che gira o le vertigini dopo esservi riposati, aver mangiato e bevuto; quando togliete la benda notate una cicatrice in rilievo, il braccio continua a sanguinare o vi fa male il punto in cui è stato inserito l’ago; avvertite un dolore o un formicolio che dal braccio si irradia verso le dita; non vi sentite bene e avete i sintomi del raffreddore o dell’influenza, come febbre, mal di testa o mal di gola, entro quattro giorni dalla donazione. Il vostro sangue può trasmettere infezioni batteriche alla persona che lo riceve, quindi è importante comunicare al centro per le donazioni che vi siete ammalati in modo che il vostro sangue non sia usato.

Il sangue donato può essere destinato a un massimo di tre persone. I globuli rossi però hanno una scadenza di 42 giorni. Un donatore sano può donare ogni 56 giorni.

Pericoli

La donazione di sangue è una procedura sicura. Per ogni donatore vengono usati aghi nuovi, sterili e usa e getta, quindi non c’è rischio di contrarre infezioni trasmesse dal sangue.

Se siete un adulto sano, di norma potete donare circa mezzo litro di sangue (450 ml) senza mettere in pericolo la vostra salute. Nel giro di 24 ore dalla donazione l’organismo reintegra i liquidi persi e, nel giro di diverse settimane, reintegra anche i globuli rossi.

Domande frequenti L’ago mi farà male?

Sì, un po’, ma per pochi istanti. Provate a pizzicare la pelle dell’incavo del gomito: la sensazione è simile a quella che proverete quando sarà inserito l’ago.

Quanto dura la donazione?

Dal momento in cui si entra in ambulatorio a quello in cui si esce passa circa un’ora e 15 minuti. La donazione vera e propria di 450 ml di sangue intero dura da 8 a 10 minuti, tuttavia il tempo varia leggermente a causa di diversi fattori, tra cui lo stato di salute del donatore e il tempo di attesa in ambulatorio.

In quanto tempo si riforma il sangue che ho donato?

Il plasma si riforma nel giro di 24 ore. I globuli rossi vengono completamente reintegrati nel giro di 4-6 settimane ed è per questo che devono passare almeno 8 settimane tra due donazioni di sangue intero.

Perché mi vengono rivolte così tante domande personali quando vado a donare il sangue?

Le priorità delle associazioni dei donatori sono la sicurezza del sangue donato e dei donatori. Alcuni di essi potrebbero rischiare di trasmettere alcune malattie durante la donazione perché si sono esposti alle malattie durante i viaggi o altre attività, oppure potrebbero avere problemi durante la donazione per via del loro stato di salute. Il colloquio mira a stabilire se i pazienti possono ricevere in tutta sicurezza il sangue donato e se il donatore può farsi prelevare tranquillamente il sangue.

Con che frequenza posso donare il sangue?

Bisogna lasciar passare almeno otto settimane (56 giorni) tra due donazioni di sangue intero e 16 settimane (112 giorni) tra le donazioni di doppia unità di globuli rossi. L’aferesi delle piastrine può essere effettuata ogni 7 giorni fino a 24 volte all’anno. Le regole sono diverse per chi dona il sangue per se stesso (donazione autologa).

Che cos’è l’aferesi?

L’aferesi è il processo di raccolta delle piastrine o di altri componenti specifici del sangue (come i globuli rossi o il plasma) da un donatore. La parola aferesi deriva dal verbo greco che significa “eliminare, rimuovere”. Viene eseguita usando un dispositivo detto separatore cellulare. Il sangue viene prelevato dal donatore e le piastrine (o il componente del sangue che deve essere estratto) sono raccolte nel separatore cellulare, mentre gli altri componenti del sangue vengono restituiti al donatore durante la donazione. Le donazioni per aferesi durano da un’ora a due ore. Durante la donazione, ci si può rilassare o guardare un film.

Che cosa sono le piastrine e come vengono usate?

Le piastrine sono minuscole particelle incolori a forma di disco che circolano nel sangue e sono essenziali per farlo coagulare. Le piastrine sono fondamentali per la sopravvivenza di molti pazienti con problemi di coagulazione (anemia aplastica e leucemia), per chi ha un tumore e per chi si deve sottoporre a un trapianto o a un intervento chirurgico maggiore, come quello per l’impianto di un bypass cardiaco. Le piastrine sono deperibili, infatti possono essere conservate solo per cinque giorni dopo la donazione, quindi tenerne una scorta adeguata è una sfida continua per le strutture sanitarie.

Con quale frequenza posso donare le piastrine?

In un anno si possono fare al massimo 24 aferesi, a distanza di una settimana l’una dall’altra. Una singola aferesi può dare luogo a due o tre donazioni di piastrine (per pazienti adulti)!

Donare il sangue è sicuro?

La donazione di sangue è una procedura sicura. Il sangue viene prelevato da ogni donatore con un ago nuovo, sterile e monouso. Dopo la donazione la maggior parte dei donatori non ha alcun problema, ma in rari casi chi dona il sangue può avere il capogiro o le vertigini, avere mal di pancia, avere lividi o dolore nella zona in cui è stato inserito l’ago. In rarissimi casi il donatore può perdere conoscenza, avere lesioni ai nervi o lesioni alle arterie.

Rischio contrarre l’HIV quando dono il sangue?

No. Negli ambulatori per le donazioni vengono usate procedure sterili ed attrezzature usa e getta. Gli aghi vengono cioè usati una volta sola e poi gettati via. Non c’è il rischio di contrarre l’HIV o altre malattie virali quando si dona il sangue.

Quali esami del sangue mi vengono fatti per capire se il mio sangue è sicuro?

Il sangue donato viene sottoposto a questi esami:

Gruppo sanguigno ed RH. Anticorpi inattesi sui globuli rossi, generati durante le trasfusioni, le gravidanze o in altre situazioni. Antigene di superficie dell’epatite B, che indica che è in corso un’epatite o che il donatore è portatore del virus dell’epatite B. Anticorpi dell’antigene dell’epatite B, che indicano che è in corso l’epatite B o il donatore è stato colpito in passato dal virus. Anticorpi del virus dell’epatite C, che indicano che è in corso l’epatite C o il donatore è stato colpito in passato dal virus (che è la causa più frequente dell’epatite non A non B). Anticorpi del virus HTLV-I/II che indicano la presenza di un virus che potrebbe causare la leucemia a cellule T o patologie neurologiche. Anticorpi all’HIV-1/2, che indicano l’infezione da virus dell’immunodeficienza umana (HIV). Test dell’acido nucleico (NAT) per l’epatite C (HCV), l’epatite B (HBV) e l’HIV. Esame di screening per gli anticorpi della sifilide. NAT (Nucleic Acid Test) per il virus del Nilo occidentale (WNV, West Nile Virus). Test ELISA (saggio immunoassorbente legato a un enzima) per il Trypanosoma cruzi (malattia di Chagas).

Inoltre tutte le donazioni di piastrine per aferesi sono esaminate per escludere la contaminazione batterica.

È vero che posso fare gratuitamente il test per l’AIDS quando dono il sangue?

Non bisognerebbe donare il sangue solo per fare il test per l’AIDS gratuitamente. Usare la donazione di sangue per accedere al test può mettere a rischio il sangue donato e i pazienti che lo ricevono. Gli anticorpi anti-HIV possono impiegare diverse settimane per svilupparsi dopo l’infezione. Se l’infezione è recente, il risultato del test può essere negativo, ma il donatore può essere in grado di infettare il paziente che riceverà il suo sangue. Proprio per questo non dovete donare il sangue se siete a rischio per l’AIDS o per altre malattie infettive. Chi è a rischio per l’AIDS dovrebbe contattare l’ospedale e fare subito un test anonimo e gratuito.

Se dagli esami del sangue risulto sieropositivo, sarò informato?

Sì. I donatori positivi a una qualunque malattia infettiva sono informati e hanno l’opportunità di ricevere un supporto psicologico

Se gli esami sono positivi, come sarò contattato?

L’AVIS e le altre associazioni dei donatori di sangue trattano i risultati degli esami del sangue come informazioni private e confidenziali. Possono contattare il donatore per lettera oppure fissare un appuntamento, ma comunque non comunicano i risultati degli esami a persone diverse dal donatore, a meno che siano obbligati a farlo per legge. Le associazioni dei donatori hanno un elenco confidenziale di persone che potrebbero essere a rischio di diffondere malattie tramite trasfusione.

Che cosa succede se dono il sangue e poi mi rendo conto che sono stato esposto all’HIV o a un’altra malattia?

Se si dona il sangue e poi ci si rende conto che la donazione potrebbe non essere sicura, bisogna contattare il prima possibile il numero che è stato comunicato al momento della donazione.

Dove va a finire il sangue che ho donato?

Il sangue viene consegnato in laboratorio, dove vengono separate le diverse componenti (globuli rossi, plasma, piastrine e/o crioprecipitato). Una singola donazione di sangue può aiutare fino a tre persone.

I donatori ricevono un compenso?

No, i donatori sono volontari. Tutto il sangue donato deve provenire da donatori volontari.

I gruppi sanguigni variano a seconda del gruppo etnico?

Sì, ad esempio il 57 per cento dei latinoamericani ha il gruppo sanguigno 0, quello più richiesto perché può essere donato a chiunque. Tra gli afroamericani la percentuale di persone col gruppo 0 scende al 51 per cento, ed è solo del 45 per cento tra i bianchi di razza caucasica. Alcuni gruppi etnici, però, diventano sempre più numerosi, e parallelamente aumenta la necessità di sangue di tipo 0. È fondamentale che sempre più donatori latinoamericani ed afroamericani donino il sangue regolarmente per poter venire incontro alle esigenze di tutti i pazienti.

Posso donare il sangue per me stesso?

La donazione è detta autologa quando si dona il sangue per se stessi prima di un intervento chirurgico o di una procedura medica programmata. Per la donazione autologa è necessaria la prescrizione del medico. Contattate il medico per scoprire se potete ricorrere alla donazione autologa.

Che cos’è il danno polmonare acuto (TRALI)?

Il danno polmonare acuto connesso alla trasfusione (TRALI) è una grave complicazione della trasfusione: si pensa che nella maggior parte dei casi sia causata dagli anticorpi dei globuli bianchi presenti nel plasma degli emoderivati. Quando vengono trasfusi, questi anticorpi in alcuni casi attivano i granulociti (un tipo di globuli bianchi) che fanno penetrare il plasma nei polmoni causando un accumulo di liquidi (edema polmonare acuto).

Tra i donatori più a rischio di avere questi anticorpi troviamo le donne che hanno avuto una gravidanza e le persone che hanno ricevuto una trasfusione o un trapianto. Attualmente non esistono esami in grado di prevenire il TRALI, e nemmeno interventi risolutivi in grado di scongiurarne il rischio; tuttavia si osservano alcune precauzioni per diminuire il rischio nei prodotti che contengono quantità elevate di plasma.

Esiste il sangue artificiale?

No, attualmente non ci sono prodotti artificiali in grado di sostituire il sangue, tuttavia sono in corso molte ricerche per capire quali potrebbero essere le alternative alle trasfusioni. Le varie associazioni che si occupano di donazioni finanziano attivamente la ricerca sui sostituti del sangue umano e lavorano in sinergia con altre organizzazioni per sviluppare nuove alternative alle trasfusioni.

Fonte Principale:

Mayo Clinic Croce Rossa (EN)

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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SARS (coronavirus): le domande frequenti

Posted: 17 May 2013 03:42 AM PDT

Cos’è la SARS? Qual è la causa della SARS? Quali sono i sintomi della SARS? Domande su contagio e diffusione Domande frequenti sulla diagnosi Esiste una cura per la SARS? Se ci sarà un’altra epidemia di SARS come potrò proteggermi? Cos’è la SARS

La SARS (sindrome acuta respiratoria severa) è una patologia respiratoria di origine virale, anche detta polmonite atipica, riconosciuta come epidemia nel marzo del 2003. È comparsa per la prima volta nella Cina meridionale nel novembre del 2002 e nel 2013 ci sono segnalazioni di nuovi casi.

Qual è la causa della SARS?

La SARS è causata da un nuovo ceppo di coronavirus, il coronavirus SARS (SARS-CoV). È anche possibile che alcuni casi siano provocati anche da altri agenti patogeni.

Il coronavirus scoperto di recente non è lo stesso che ha provocato la sindrome acuta respiratoria severa nel 2003, tuttavia, proprio come quello della SARS, il nuovo coronavirus è molto simile a quello che colpisce i pipistrelli.

Che cosa sono i coronavirus?

I coronavirus sono una famiglia di virus che, visti al microscopio, hanno la forma di una corona. Questi virus sono una causa frequente di molte delle infezioni delle vie aeree superiori di intensità da lieve a moderata negli esseri umani, e sono connessi a patologie respiratorie, gastrointestinali, epatiche e neurologiche negli animali.

Il nuovo coronavirus è quello che ha provocato la SARS nel 2003?

No. Il coronavirus scoperto di recente non è  lo stesso che ha provocato la SARS (sindrome acuta respiratoria severa) nel 2003, tuttavia, proprio come quello della SARS, il nuovo coronavirus è molto simile a quello che colpisce i pipistrelli. Il CDC sta compiendo ricerche su questo nuovo ceppo di virus.

Se di solito i coronavirus causano malattie lievi, perché questo nuovo ceppo può causare una malattia potenzialmente fatale come la SARS?

Attualmente si sa ancora troppo poco del nuovo ceppo di virus per capire quali malattie può provocare. I coronavirus in alcuni casi sono stati collegati alla polmonite nella specie umana, soprattutto in pazienti con il sistema immunitario già compromesso. Questi virus possono anche causare patologie gravi negli animali, ad esempio in gatti, cani, maiali, topi e uccelli.

Per quanto tempo il coronavirus SARS sopravvive nell’ambiente?

Alcune ricerche preliminari condotte in laboratorio indicano che il virus probabilmente sopravvive nell’ambiente per diversi giorni. Il tempo di sopravvivenza del virus dipende probabilmente da molti fattori diversi tra cui presumibilmente: il tipo di materiale o di fluido corporeo che lo contiene e diversi fattori ambientali come la temperatura o l’umidità.

I ricercatori del CDC e di altre istituzioni stanno mettendo a punto diversi esperimenti standardizzati per misurare per quanto tempo il coronavirus SARS può sopravvivere in situazioni che simulano le condizioni dell’ambiente naturale.

Quali sono intomi della SARS?

Di norma la SARS si manifesta con febbre alta (cioè  con una temperatura maggiore di 38 °C). La febbre a volte può essere accompagnata da brividi o da altri sintomi, come il mal di testa, un senso di malessere generale e dolori simili a quelli dell’influenza.

Nelle primissime fasi della malattia, i pazienti riferiscono anche lievi sintomi respiratori.

La diarrea è riscontrabile in una percentuale variabile dal 10 al 20 per cento delle persone colpite.

Dopo un periodo di tempo variabile da 2 giorni ad una settimana, i pazienti possono iniziare a soffrire di tosse secca (non produttiva, cioè senza catarro), che può essere connessa a oppure può trasformarsi in ipossia (diminuzione patologica dei livelli di ossigeno nel sangue). In una percentuale variabile tra il 10 e il 20 per cento dei casi, il paziente deve ricorrere alla ventilazione assistita.

La maggior parte dei pazienti inizierà a soffrire di polmonite.

Domande su contagio e diffusione Come si diffonde il virus della SARS?

I ricercatori ritengono che la principale modalità  di trasmissione della SARS sia il contatto ravvicinato con le persone malate, cioè che il coronavirus si diffonda principalmente attraverso le goccioline (droplet) di saliva emesse a breve distanza (fino a un metro circa) dalla persona malata quando tossisce o starnutisce, che vanno a depositarsi sulle mucose della bocca, del naso o degli occhi delle persone vicine. Il virus può anche diffondersi quando una persona tocca una superficie o un oggetto contaminato dalle goccioline e poi si porta le mani sulla bocca, sul naso o sugli occhi. Inoltre è possibile che il virus della SARS sia trasmesso per via aerea o in altri modi fino ad ora sconosciuti.

Che cosa significa “contatto ravvicinato”?

Si può parlare di contatto ravvicinato quando ci si prende cura di oppure si vive insieme a una persona a cui è stata diagnosticata la SARS oppure a un paziente  un che ha un alto rischio di essere stato in contatto diretto con le secrezioni respiratorie e/o con i fluidi corporei di una persona a cui è stata diagnosticata la SARS.

Tra gli esempi di contatto diretto possiamo avere: baci, abbracci, condivisione di posate, piatti o bicchieri, conversazioni a meno di 3 metri di distanza, visite mediche ecc. Tra le situazioni di contatto diretto non sono comprese tutte quelle attività come incrociare una persona per la strada o rimanere per breve tempo nella stessa sala d’aspetto o nello stesso ambiente chiuso.

Se sono stato esposto al virus della SARS dopo quanto tempo mi ammalerò?

Il periodo di tempo che intercorre tra l’esposizione al virus della SARS e la comparsa dei sintomi è definito periodo di incubazione. Il periodo di incubazione della SARS di solito dura dai 2 ai 7 giorni, ma in alcuni casi può durare fino a 10 giorni. Sono stati riferiti rarissimi casi di periodi di incubazione durati fino a 14 giorni.

Per quanto tempo i malati rimangono contagiosi?

Le informazioni finora in nostro possesso indicano che le persone affette dalla SARS con ogni probabilità rimangono contagiose finché avvertono i sintomi, come la febbre o la tosse.

I pazienti sono più contagiosi nella seconda settimana di malattia, tuttavia, come precauzione contro l’epidemia, il CDC consiglia ai malati di limitare le interazioni sociali (ad esempio non andando a scuola o al lavoro) fino a 10 giorni dopo che la febbre è scomparsa e i sintomi respiratori sono migliorati.

Chi è affetto dalla SARS può contagiare gli altri già prima della comparsa dei sintomi?

Finora non sono stati riportati casi di SARS tra le persone entrate in contatto con un malato prima che questo diventasse sintomatico.

Domande frequenti sulla diagnosi Esiste un esame per diagnosticare la SARS?

Sì, per scoprire il coronavirus SARS possono essere usati diversi esami di laboratorio. Ad esempio l’esame della reazione a catena della polimerasi (RT-PCR) può individuare il virus della SARS nei campioni di sangue, feci e muco nasale. Possono inoltre essere eseguiti gli esami sierologici per individuare gli anticorpi al virus prodotti dopo l’infezione. Infine per scoprire il virus sono anche state usate le colture virali.

Che cos’è l’esame PCR?

L’esame PCR (reazione a catena della polimerasi) è una tecnica di laboratorio usata per individuare il material genetico di un agente patogeno infettivo all’interno di campioni prelevati dai pazienti. Questo tipo di esame è diventato uno strumento essenziale per individuare gli agenti patogeni delle malattie infettive.

Che cosa sono gli esami sierologici?

Gli esami sierologici sono una tecnica di laboratorio usata per scoprire se il siero del paziente contiene anticorpi di un agente infettivo e in quale quantità. Gli anticorpi sono sostanze prodotte dal sistema immunitario per combattere una determinata infezione.

Che cosa sono le colture virali e l’isolamento?

Nelle colture virali un piccolo campione di tessuto o di fluido probabilmente infetto viene collocato in un contenitore insieme a un terreno di cellule in cui il virus può crescere. Se il virus cresce, causerà delle alterazioni alle cellule visibili al microscopio.

Esiste una cura per la SARS

Il CDC statunitense consiglia di somministrare ai pazienti colpiti dalla SARS la stessa terapia adottata per chi soffre di polmonite atipica grave di origine virale. Sono in corso esperimenti per capire se vari tipi di farmaci antivirali sono efficaci per combattere il virus della SARS.

Se ci sarà un’altra epidemia di SARS come potrò proteggermi?

Se ci sarà una nuova epidemia di SARS, potrete prendere molte precauzioni di buonsenso, valide tra l’altro per molte malattie infettive. La più importante è lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o con un detergente non acquoso che contenga alcool. Vi consigliamo inoltre di non toccarvi gli occhi, il naso e la bocca quando avete le mani sporche e di chiedere alle persone che vi circondano di coprirsi il naso e la bocca con un fazzoletto quando tossiscono o starnutiscono.

I viaggi verso la Penisola Arabica e nei paesi vicini sono sicuri?

Sì. Per quanto riguarda il nuovo coronavirus l’OMS e il CDC non hanno emesso alcun avvertimento di sicurezza per nessun Paese fino ad oggi (17 maggio 2013).

Che cosa devo fare se sono stato di recente nella Penisola Arabica o nei Paesi vicini e mi sono ammalato?

Se entro dieci giorni dal ritorno da uno dei Paesi della Penisola Araba vi viene la febbre o avvertite qualche sintomo connesso a una patologia delle basse vie respiratorie, ad esempio la tosse o la mancanza di fiato, vi consigliamo di andare dal medico.

Per ulteriori informazioni puoi leggere anche l’articolo SARS e Coronavirus: sintomi, prevenzione e contagio

Fonte Principale: CDC e CDC (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Il nuovo coronavirus è quello che ha provocato la SARS nel 2003?

No. Il coronavirus scoperto di recente non è lo stesso che ha provocato la SARS (sindrome acuta respiratoria severa)

nel 2003, tuttavia, proprio come quello della SARS, il nuovo coronavirus è molto simile a quello che colpisce i

pipistrelli. Il CDC sta compiendo ricerche su questo nuovo ceppo di virus.

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L'articolo SARS (coronavirus): le domande frequenti è stato inizialmente pubblicato su Farmaco e Cura.

SARS e coronavirus: sintomi, prevenzione e contagio

Posted: 17 May 2013 03:25 AM PDT

Introduzione Cause Sintomi Trasmissione e contagio Quando chiamare il medico Pericoli Gravidanza Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La SARS (sindrome respiratoria acuta severa) è una patologia respiratoria contagiosa e in alcuni casi fatale, comparsa per la prima volta in Cina nel novembre del 2002. Nel giro di pochi mesi si è diffusa in tutto il mondo mediante turisti e viaggiatori che non sapevano di essere malati.

La SARS ha fatto capire a tutti che le infezioni, nel nostro mondo globalizzato, possono diffondersi molto velocemente. L’epidemia ha anche dimostrato che la cooperazione internazionale tra gli esperti nel campo della salute può essere efficace per contenere la diffusione delle malattie. Dal 2004 in poi non sono stati documentati casi di trasmissione fino ad oggi, nel 2013, quando purtroppo sono stati segnalati nuovi casi in Arabia Saudita.

Cause

La SARS è causata da un ceppo di coronavirus (coronavirus SARS o SARS-CoV), i virus della famiglia di quelli che provocano il normale raffreddore. Finora questi virus non sono mai stati particolarmente pericolosi negli esseri umani, ma possono causare malattie gravi negli animali. Per questo motivo i ricercatori all’inizio pensavano che il virus della SARS fosse in grado di contagiare sia gli animali sia gli esseri umani. Ora invece sembra probabile che il nuovo ceppo di coronavirus si sia evoluto da uno o più ceppi di virus animali e abbia caratteristiche completamente nuove.

Il coronavirus scoperto di recente non è lo stesso che ha provocato la sindrome acuta respiratoria severa nel 2003, tuttavia, proprio come quello della SARS, il nuovo coronavirus è molto simile a quello che colpisce i pipistrelli.

Sintomi

Il periodo di incubazione di solito dura dai 2 ai 7 giorni, raramente fino a 10

La SARS di norma si manifesta con segni e sintomi simili a quelli dell’influenza stagionale:

Febbre pari o superiore ai 38 °C, brividi, mal di testa, dolori muscolari e malessere generalizzato, lievi problemi respiratori, in alcuni casi, anche diarrea (dal 10 al 20 per cento delle persone colpite).

Dopo circa una 2-7 giorni dall’infezione, i pazienti possono iniziare a soffrire anche di di:

tosse secca (cioè senza catarro), fiato corto e problemi respiratori.

Questi sintomi possono essere connessi a oppure trasformarsi in ipossia (carenza patologica di ossigeno nel sangue nel sangue) e la maggior parte dei pazienti inizierà a soffrire di polmonite.

Trasmissione e contagio

La maggior parte delle patologie respiratorie, compresa la SARS, si diffonde tramite goccioline che rimangono nell’aria quando le persone malate tossiscono, starnutiscono o parlano. La goccioline si diffondono a breve distanza (fino a 1 metro circa) e si possono andare a depositare sulle mucose della bocca, del naso o degli occhi delle persone vicine.

La maggior parte degli esperti ritiene che la SARS si diffonda perlopiù tramite contatto tra le persone, ma potrebbe anche diffondersi tramite contatto con gli oggetti, contaminando ad esempio le maniglie, i telefoni e i pulsanti degli ascensori. Il contagio può quindi avvenire quando una persona tocca una superficie o un oggetto contaminato dalle goccioline e poi si porta le mani sulla bocca, sul naso o sugli occhi.

Inoltre è possibile che il coronavirus SARS sia trasmesso a maggiori distanze per via aerea o in altri modi fino ad ora sconosciuti.

Che cosa significa “contatto ravvicinato”?

Nel caso della SARS può parlare di contatto ravvicinato quando ci si prende cura di, oppure si vive insieme a, una persona a cui è stata diagnosticata la malattia; si corre anche un rischio considerevole quando si viene a contatto diretto con le secrezioni respiratorie e/o con i fluidi corporei di una persona a cui è stata diagnosticata la SARS.

Tra gli esempi di contatto diretto possiamo avere:

baci, abbracci, condivisione di posate, piatti o bicchieri, conversazioni a meno di 1 metro di distanza, visite mediche, …

Tra le situazioni di contatto diretto non sono comprese tutte quelle attività come incrociare una persona per la strada o rimanere per breve tempo nella stessa sala d’aspetto o nello stesso ambiente chiuso.

Fattori di rischio

Il principale fattore di rischio per la SARS è il contatto ravvicinato e diretto con le persone malate, ad esempio con i famigliari e il personale sanitario.

Quando chiamare il medico

Se pensate di essere stati colpiti dalla SARS o di essere stati esposti alla malattia, andate immediatamente al pronto soccorso. La SARS è una patologia grave che può essere fatale.

Segnalo tuttavia che nel momento in cui scrivo, 17 maggio 2013, non sono stati segnalati casi in Italia, quindi un eventuale contagio è possibile solo se provenite da Paesi a rischio.

Pericoli

La maggior parte delle persone affette dalla SARS sviluppa la polmonite. I problemi respiratori possono aggravarsi talmente tanto che il paziente deve ricorrere alla ventilazione assistita.

In alcuni casi la SARS è fatale, perché provoca l’arresto respiratorio.

Tra le altre possibili complicazioni ricordiamo l’arresto cardiaco ed epatico.

Gli over 60, soprattutto se soffrono di diabete o di epatite, sono la categoria di persone che rischia di più di soffrire di complicazioni gravi.

Gravidanza

I pochi studi disponibili nel caso di infezione in gravidanza evidenziano la possibilità che i rischi siano molto elevati per il feto, benchè ci siano segnalazioni di diversi casi in cui tutto è proceduto senza complicazioni.

Fonte: PubMed

Diagnosi

Quando la SARS è stata scoperta, i medici non avevano a disposizione esami specifici per diagnosticarla; attualmente, invece, diversi esami di laboratorio sono in grado di contribuire alla diagnosi del virus.

Cura e terapia

Nonostante lo sforzo globale, gli scienziati devono ancora scoprire una terapia efficace contro la SARS. Gli antibiotici non sono efficaci contro i virus e anche i farmaci antivirali non si sono dimostrati molto utili.

Prevenzione

I ricercatori stanno mettendo a punto diversi tipi di vaccino per la SARS, ma nessuno di essi è stato ancora testato sugli esseri umani.

Se ritenete di avere la SARS o se pensate che un vostro famigliare sia malato, vi consigliamo di:

Avvisare il medico il prima possibile. Avvertitelo prima di presentarvi in ambulatorio, in modo che lui possa prendere le precauzioni per non esporre altre persone al virus. Coprirvi la bocca e il naso con un fazzoletto quando tossite o starnutite. Fare attenzione a non esporre altre persone al virus. Se siete stati esposti alla SARS e avvertite i sintomi, cercate di uscire di casa il meno possibile. Non prendete i mezzi pubblici (bus, treno, taxi, ecc). Non andate al lavoro, a scuola, all’asilo, in chiesa e in altri luoghi pubblici finché il medico non esclude che i vostri sintomi siano collegati alla SARS. Seguire tutte le istruzioni date dalle autorità sanitarie locali.

Se vi è stata diagnosticata la SARS e siete in terapia a domicilio, vi consigliamo di:

Seguire le istruzioni del vostro medico. Uscire di casa solo per le attività indispensabili legate alla vostra salute. Finché non siete guariti, non andate al lavoro o a scuola e non frequentate luoghi pubblici. Se dovete uscire di casa, indossate una maschera se riuscite a sopportarla. Non usate i mezzi di trasporto pubblico. Lavare le mani spesso, soprattutto dopo esservi soffiati il naso. Coprire la bocca e il naso con un fazzoletto quando starnutite o tossite. Se possibile, indossare una mascherina quando ci sono altre persone insieme a voi in casa. Se non la sopportate, fatela indossare agli altri membri della famiglia quando vi stanno vicini. Non condividere le stoviglie, gli asciugamani, le lenzuola e le coperte, finché non stati lavati con acqua calda e sapone. Controllare che tutte le superfici (ripiani, mensole, tavoli, maniglie, sanitari ecc) contaminate dai vostri fluidi corporei (sudore, saliva, muco, vomito, urina ecc) siano pulite con un disinfettante per uso domestico seguendo attentamente le istruzioni sulla confezione. Chi le disinfetta deve usare i guanti usa e getta, e li deve buttare via subito dopo l’uso. Seguire queste precauzioni per dieci giorni dopo la scomparsa della febbre e dei sintomi respiratori oppure finché le autorità sanitarie decretano che potete ritornare alle normali attività.

Se dovete prendervi cura di una persona malata di SARS:

Accertarvi di riuscire a capire e aiutare il paziente seguendo le istruzioni del personale sanitario per la terapia e l’assistenza. Controllare che tutti gli abitanti della casa si lavino spesso le mani con acqua calda e sapone oppure con un gel detergente che contenga alcool. Indossare i guanti usa e getta se entrate in contatto con i fluidi corporei del malato. Ricordate però che i guanti non sostituiscono la corretta igiene delle mani. Dopo il contatto con i fluidi corporei del malato, togliete i guanti, buttateli via e lavatevi le mani. Non riutilizzate i guanti, nemmeno lavandoli. Dire al malato di coprirsi la bocca e il naso con un fazzoletto quando tossisce o starnutisce. Se possibile, il malato dovrebbe indossare una mascherina quando entra in contatto ravvicinato con le altri abitanti della casa. Se non la sopporta, saranno le persone che lo circondano a indossarla quando sono nella sua stessa stanza. Non condividere le stoviglie, gli asciugamani, la biancheria del letto, i vestiti o altri oggetti di uso personale del malato non lavati con sapone e acqua calda. Pulire tutti i giorni le superfici nella camera del malato e i sanitari usati dal malato, usando il disinfettante secondo le istruzioni riportate sulla confezione. Quando fate le pulizie usate guanti usa e getta e buttateli via subito dopo l’uso. In alternativa usate un paio di guanti solo per le pulizie, puliteli bene dopo l’uso e alla fine lavatevi le mani. Limitare il numero di persone presenti in casa a quelle necessarie per aiutare il paziente. Gli altri dovrebbero trasferirsi temporaneamente oppure limitare al minimo i contatti con il paziente nell’ambiente domestico. Questa precauzione è particolarmente utile per chi corre un rischio particolare di soffrire delle complicazioni gravi della SARS (ad esempio chi soffre di patologie cardiache o polmonari, gli anziani o le persone diabetiche). Le persone che non sono mai state esposte al virus e non hanno l’estrema necessità di contatto con il paziente non dovrebbero fargli visita. Vi consigliamo di seguire queste istruzioni ancora per dieci giorni dopo che la febbre e i sintomi respiratori sono scomparsi o finché i medici non stabiliscono che il paziente può ritornare alle normali attività. Per 10 giorni dopo l’ultimo contatto con il malato di SARS fate attenzione alla febbre (misurate la temperatura due volte al giorno), ai sintomi respiratori e agli altri sintomi delle prime fasi della SARS. Tra i sintomi che compaiono nelle prime fasi ricordiamo: i brividi, i dolori simili a quelli dell’influenza e il mal di testa. In alcuni pazienti i dolori parainfluenzali e il mal di testa possono comparire da 12 a 24 ore prima della febbre. Anche la diarrea, il mal di gola e il naso che cola possono essere tra i primi sintomi della SARS. Se non avete nessuno di questi sintomi, non dovete limitare le attività fuori casa: potete andare normalmente a scuola, al lavoro, all’asilo, in chiesa e negli altri luoghi pubblici. Seguite tutte le istruzioni fornite dalle autorità sanitarie locali. Se non vi sentite bene, soprattutto se vi viene la febbre, se avvertite sintomi respiratori o altri sintomi delle prime fasi della SARS, andate immediatamente dal medico, e comunicategli che avete avuto contatti ravvicinati con un malato di SARS. Non mandate a scuola i bambini se hanno la febbre o manifestano sintomi respiratori entro dieci giorni dall’esposizione a un malato di SARS. I bambini possono ritornare a scuola se i sintomi scompaiono nel giro di tre giorni.

Per ulteriori informazioni puoi leggere anche l’articolo SARS (coronavirus): le domande frequenti

Fonti Principali: (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Mayo Clinic (EN) CDC (EN) Rabbia: sintomi, cause e curaInfluenza Aviaria H5N1: sintomi, cura, pericoliInfluenza: sintomi, cura e pericoliFebbre suina (Influenza A) : sintomi, prevenzione e curaQuinta malattia: foto, sintomi, durata e curaMeningite: sintomi, vaccino, profilassi, contagio

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13/05/2013 09:03 Condividi

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Dieta in bianco (leggera): cosa significa realmente?

Posted: 12 May 2013 11:40 PM PDT

Molto spesso capita che il dottore ci suggerisca di “mangiare in bianco”, soprattutto quando ci sono problemi intestinali che causano diarrea.

Ma cosa si intende esattamente?

Ebbene, in realtà non c’è una definizione oggettiva della dieta in bianco: è un modo per evitare di appesantire l’apparato digerente e allo stesso tempo garantire i nutrienti minimi per non debilitare ulteriormente il fisico già provato dalla malattia. Spesso infatti le persone tendono a saltare i pasti per inappetenza se non ci sono delle buone condizioni di salute, meglio quindi puntare su un regime alimentare che risulti sia sostenibile, sia utile per recuperare le forze. Allo stesso tempo, può essere usato in caso si voglia ristabilirsi dopo un’abbuffata che fa sentire pesanti o gonfi, e riprendere i normali ritmi alimentari.

Tipicamente “in bianco” vuol dire poco condito, cose leggere, facili da digerire e allo stesso tempo che non aumentino troppo la motilità intestinale, in modo da contrastare i sintomi. Ingredienti principi di questo tipo di alimentazione sono cereali, riso e pasta, ma anche patate, carne bianca, pesce e poca verdura e frutta.

Lo scopo principale del mangiare in bianco, quindi, è quello di evitare alcuni fastidi. Un esempio può essere dato dalle infezioni intestinali che ogni anno colpiscono molte persone.

Gli stessi sintomi possono essere legati alla sindrome dell’intestino irritabile che, spesso, causa dissenterie. Pur essendo un disturbo che spesso è di carattere quasi esclusivamente psicologico, l’alimentazione può aiutare a lenire la malattia, andando a ridurre o sopprimere l’assunzione di alcuni cibi, ad esempio:

cibi contenenti lattosio (latte, latticini, ma anche alcuni salumi), per evitare la possibilità di fermentazione di questo zucchero che può causare gas, gonfiore, dolore e diarrea; cibi contenenti un alto quantitativo di fibre (verze, cavolfiori, broccoli, ceci, fagioli, piselli, fave), che sostanzialmente potrebbero avere lo stesso effetto del lattosio anche se con un tipo di reazione diversa; cibi grassi (condimenti come olio e burro o alcuni tipi di carne), che facilitano la motilità intestinale, che in questo caso è un effetto non voluto; cibi eccitanti (caffè o bevande zuccherate), che agiscono a livello nervoso stimolando la peristalsi. Riso, classico esempio di piatto per la dieta in bianco

Riso, classico esempio di piatto per la dieta in bianco (Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/francescanocella/2418292881/sizes/m/in/photostream/)

Lo scopo è raggiungere un menù ipocalorico, che può aiutare anche nell’eventualità in cui il giorno prima ci sia stata un’abbuffata, e allo stesso tempo facile da digerire. Purtroppo ne risente un po’ il sapore. Un menù del genere potrebbe essere composto da

Colazione: tè con un paio di fette biscottate integrali, Metà mattina: una mela, Pranzo: riso in bianco, petto di pollo, poca lattuga o verdura cotta tipo zucchine, Merenda: una mela, Cena: un uovo sodo e del purè.

Il riso può essere sostituito da un piatto di pasta o da una pastina in brodo; il pollo dal tacchino, da pesci magri o dall’uovo; al posto del purè si può mangiare del pane.

I condimenti vanno limitati al massimo: niente sale né olio, cottura preferibilmente al vapore, per aggiungere un po’ di sapore si possono utilizzare l’aceto o il limone. Ovviamente un regime del genere non può essere sostenuto a lungo e va concordato con il nutrizionista, in modo da verificare l’adeguatezza personale.

È importante sottolineare che quest’esempio non è l’ideale per tutti, alcuni potrebbero aver bisogno di una dieta più restrittiva che intervenga sugli zuccheri semplici che fermentano nell’intestino chiamata dieta low-FODMAP, (Fermentable, Oligo-, Di-, Mono-saccharides and Polyols, ovvero a basso contenuto di zuccheri fermentabili e polioli), altri di una dieta più blanda per gestire un disturbo meno fastidioso. Rimane quindi fondamentale il consulto con il medico per la diagnosi e con il nutrizionista per la corretta alimentazione, evitando il fai-da-te che, nella migliore delle ipotesi, non serve a nulla.

 

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
riceve a Brescia e Milano
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

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29/04/2013 09:06 Condividi

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AIDS ed HIV: rimanere incinta e gestire la gravidanza

Posted: 28 Apr 2013 10:56 PM PDT

Introduzione Se sono sieropositivo posso diventare genitore? Sono sieropositiva: mio figlio sarà sano? Cura Introduzione

Le coppie sierodiscordanti sono quelle composte da due partner con diverso status HIV: uno dei partner è sieropositivo mentre l’altro è sieronegativo. Essere sierodiscordanti non impedisce di avere una relazione di lungo periodo, di amarsi e di avere rapporti. Per descrivere questo tipo di situazione vengono anche usate altre espressioni:

coppia discordante, coppia sierodivergente, coppie sieropositiva/sieronegativa. Le coppie sierodiscordanti possono avere rapporti sicuri?

Nelle coppie sierodiscordanti la possibilità dell’infezione da HIV è una realtà costante. Il rischio è sempre presente, ma è possibile minimizzarlo.

Se fate parte di una coppia sierodiscordante e avete rapportI sessuali (anali, orali o vaginali) potete proteggervi dall’HIV e dalle altre malattie sessualmente trasmissibili usando il preservativo e il dental dam (diga dentale o fazzoletto di lattice) nel modo corretto e a ogni rapporto.

Se siete sieropositivo e il vostro partner è sieronegativo, potete diminuire il rischio di trasmettere l’HIV al partner se seguite la terapia antiretrovirale. Assumere tutti i farmaci indicati dal medico al momento giusto può essere utile per diminuire il carico virale nei fluidi corporei e quindi il rischio di trasmettere l’HIV al partner. Ricordate, però, che il rischio di trasmettere l’HIV al partner continua a esserci anche quando il carico virale è basso, quindi è fondamentale usare sempre il preservativo e avere rapporti sicuri. Se vi iniettate qualche farmaco, non condividete le siringhe, la soluzione o il materiale che usate con altre persone, perché l’HIV si può trasmettere tramite sangue infetto.

Se siete sieronegativo e il vostro partner è sieropositivo, è fondamentale usare sempre il preservativo e avere rapporti sicuri. Se la relazione con il partner è stabile, potete aiutarlo ricordandogli di assumere tutti i farmaci necessari al momento giusto. Se si attiene alla terapia, infatti, riuscirà a diminuire il carico virale e quindi il rischio di trasmissione dell’HIV. Vi consigliamo inoltre di rimanere aggiornati sugli sviluppi della profilassi pre-esposizione (PrEP). Le ricerche non consigliano ancora di usare la PrEP per prevenire l’infezione da HIV, ma le scoperte più recenti indicano che potrebbe diventare un metodo di prevenzione da affiancare al preservativo, ai rapporti sicuri e agli altri metodi di prevenzione già disponibili. Vi ricordiamo, tuttavia, che i metodi di prevenzione attuali sono e rimarranno fondamentali.

Sono sano e il mio partner è sieropositivo. Devo fare regolarmente gli esami per l’HIV? Con quale frequenza?

Sì. Il CDC consiglia a chi è esposto a un alto rischio di contagio di ripetere l’esame almeno una volta all’anno. Il medico però potrebbe consigliarvi di ripetere l’esame con una frequenza maggiore.

Posso condividere i sex toy con il mio partner?

No. Condividere i sex toy fa aumentare il rischio di contagio per le malattie sessualmente trasmissibili (MST), e quindi anche per il virus HIV. Se scegliete di condividerli, è fondamentale coprirli con un preservativo nuovo, pulirli accuratamente seguendo le indicazioni riportate sulla confezione, e cambiare il preservativo prima di cederli al partner. Se sapete che voi o il vostro partner siete sieropositivi o avete una malattia sessualmente trasmessa, è più facile e più sicuro non condividere nulla.

Se sono sieropositivo posso diventare genitore?

La risposta è sì: anche se siete sieropositivi, l’HIV non vi deve impedire di pensare alla maternità o alla paternità. Sia per gli uomini sieropositivi sia per le donne sieropositive, ci sono diverse possibilità per diventare genitori.

Se siete una donna sieropositiva e aspettate già un figlio, oppure volete avere un bambino, chiedete consiglio al medico. Esistono farmaci da assumere durante la gravidanza e il parto che sono in grado di impedire la trasmissione dell’HIV al bambino. Se siete un uomo sieropositivo e volete avere un figlio, avete diverse possibilità. La più nota è il lavaggio dello sperma. Le altre possibili tecniche sono l’inseminazione artificiale con lo sperma di un donatore e l’adozione. HIV e gravidanza

Se siete sieropositiva e aspettate un figlio, andate dal ginecologo il prima possibile. Se non avete mai assunto i farmaci antiretrovirali, potete iniziare ad assumerli in tutta sicurezza all’inizio del secondo trimestre (alla dodicesima settimana).

Se siete già in terapia antiretrovirale e avete appena scoperto di essere incinta, andate immediatamente dal ginecologo per capire se la vostra terapia è quella più sicura per il bambino. In molti casi potrete continuare con la terapia a cui eravate abituate, ma prima, dovete capire insieme al medico quali possibilità avete e scegliere la terapia migliore.

La cosa migliore da fare è continuare la terapia antiretrovirale per tutta la gravidanza, ma la terapia può continuare durante il travaglio e il parto. Ricordate di dire al personale dell’ospedale in cui partorite che siete sieropositive, così potranno darvi una terapia per proteggere il bambino.

Lavaggio dello sperma

Il lavaggio dello sperma è un processo in cui lo sperma viene privato del virus HIV e poi si procede all’inseminazione artificiale. È un modo per aiutare le coppie sierodiscordanti, quelle cioè in cui uno solo dei partner è sieropositivo, a concepire un figlio senza che il padre contagi la madre o il bambino.

Il lavaggio dello sperma sembra in grado di far diminuire in modo significativo il rischio di contagio da HIV dall’uomo sieropositivo alla donna sieronegativa, tuttavia si tratta di una procedura controversa. Nel 1990 il CDC ha sconsigliato di effettuare il lavaggio dello sperma, citando un caso in cui una donna, che prima era sieronegativa, è stata scoperta essere sieropositiva dopo l’inseminazione con lo sperma sottoposto a lavaggio del marito sieropositivo. Questa notizia non è mai stata smentita.

Ricerche più recenti indicano che il lavaggio dello sperma è sicuro, a patto che sia effettuato da personale medico competente. Per ulteriori informazioni, potete consultare il numero di settembre 2007 di AIDS: Official Journal of the International AIDS Society.

Sono sieropositiva: mio figlio sarà sano?

Le madri sieropositive possono contagiare il figlio con il virus HIV. Questa modalità di contagio è detta trasmissione madre-figlio, trasmissione perinatale o verticale. La madre sieropositiva può contagiare il figlio in tre modi:

durante la gravidanza, durante il parto naturale, con l’allattamento al seno.

Con una terapia adeguata e sotto lo stretto controllo dei medici, le madri sieropositive possono diminuire in modo significativo il rischio di trasmettere il virus HIV ai figli.

Rischi durante la gravidanza e il parto

Se la madre sieropositiva non riceve la terapia contro il virus HIV durante la gravidanza, il travaglio o il parto, ha il 25% di rischio di trasmettere il virus al figlio. 1 bambino su 4, cioè, rischia di diventare sieropositivo.

Tuttavia non bisogna cedere agli allarmismi: esistono infatti i farmaci antiretrovirali in grado di proteggere i bambini dal contagio. Se la madre sieropositiva riceve i farmaci antiretrovirali durante la gravidanza, il travaglio e il parto, mette al mondo il figlio con il parto cesareo e non lo allatta al seno, il rischio di contagiare il bambino diminuisce fino al 2 per cento massimo, cioè meno di 2 bambini su 100 vengono contagiati. I bambini appena nati, poi, devono ricevere terapie particolari che li proteggono dalla trasmissione del virus.

Ovviamente alcune donne scoprono di essere sieropositive solo poco prima del parto, ma esistono comunque terapie che possono aiutarle a proteggere i loro bambini. Se ricevono la terapia antiretrovirale durante il travaglio e il parto, ed evitano di allattare al seno, il rischio di trasmettere l’infezione al bambino può diminuire in modo significativo.

Mio figlio deve fare il test per l’HIV?

Se siete sieropositiva, anche vostro figlio deve fare il test che, però, è leggermente diverso dai test per l’HIV usati per gli adulti.

La maggior parte dei test per l’HIV riesce a individuare gli anticorpi del virus HIV, e non il virus vero e proprio. Questi esami, però, sono inutili per i bambini nati da madri sieropositive, perché gli anticorpi della madre passano nel sangue del bambino durante la gravidanza. Se la madre è sieropositiva, quindi, gli esami del bambino eseguiti con tecnica standard daranno esito positivo, anche quando il bambino in realtà è sano.

I medici usano test per l’HIV speciali sui bambini di età inferiore ai 18 mesi. Questi esami sono in grado di scoprire una minima quantità di virus nel sangue del bambino. Come minimo i figli di madri sieropositive dovrebbero ripetere l’esame tre volte:

Da 14 a 21 giorni dopo la nascita, Da uno a due mesi d’età, Da tre a sei mesi d’età.

In praticamente tutti I casi (95%), l’esame apposito per i bambini è in grado di scoprire se il bambino è stato colpito dall’HIV prima dei tre mesi d’età.

Anche se i risultati degli esami dicono che il bambino è sano e se avete seguito la terapia antiretrovirale durante la gravidanza il bambino deve essere seguito a lungo termine dai medici.

Cura e terapia

Il momento in cui iniziare la terapia contro l’HIV dipende dallo stato di salute generale, dalla compromissione delle funzioni dell’organismo e dalla fase della gravidanza in cui ci si trova.

In generale le donne sieropositive che non aspettano un figlio iniziano ad assumere i farmaci anti-HIV quando la conta dei linfociti T diventa inferiore ai 500/mm3 oppure se iniziano a soffrire di altre infezioni.

Le donne sieropositive che aspettano un figlio dovrebbero anche cercare di capire se hanno bisogno dei farmaci anti-HIV per salvaguardare la loro salute o soltanto per prevenire la trasmissione del virus al figlio. Nel primo caso

probabilmente già sono in terapia da prima della gravidanza, probabilmente devono iniziare ad assumere i farmaci anti HIV quando inizia la gravidanza.

Le donne che invece devono assumere i farmaci anti-HIV solo per prevenire la trasmissione del virus al bambino, normalmente ricevono il consiglio di aspettare la fine del primo trimestre di gravidanza per iniziare la terapia; tuttavia iniziare i farmaci prima può essere più utile per diminuire il rischio di trasmissione madre-figlio.

Tutte le donne sieropositive dovrebbero entrare in terapia anti HIV all’inizio del secondo trimestre di gravidanza, mentre le donne che scoprono di essere sieropositive nelle ultime fasi della gravidanza dovrebbero iniziare la terapia il prima possibile.

Farmaci sicuri in gravidanza

Tutte le gestanti sieropositive dovrebbero ricevere un regime terapeutico (combinazione di farmaci) che comprenda almeno tre farmaci anti-HIV, ma i farmaci specifici da assumere dipendono dalle necessità della paziente. Per scegliere la terapia il medico esaminerà la vostra storia clinica e vi prescriverà gli esami del sangue per capire come state e in che stadio è la malattia. Il medico, inoltre, prenderà in considerazione:

Il motivo per cui dovete ricorrere alla terapia: per la vostra salute o unicamente per prevenire la trasmissione dell’HIV al bambino, I cambiamenti del modo in cui l’organismo assorbe i farmaci durante la gravidanza, I potenziali effetti collaterali dei farmaci anti-HIV sul bambino e in particolare il rischio di problemi del neonato. Sono sieropositiva e in terapia. Ho appena scoperto che aspetto un figlio. Che cosa devo fare?

Le donne sieropositive che stanno seguendo una terapia, quando scoprono di essere incinte devono continuare a seguire la terapia fino a quando il medico non le visiterà. Interrompere la terapia può essere pericoloso sia per la futura madre sia per il bambino.

Se siete nel primo trimestre, dite immediatamente al medico se state assumendo il Sustiva (o l’Atripla, un farmaco anti HIV che contiene il Sustiva). Il Sustiva, da solo o come componente dell’Atripla, può causare malformazioni che si sviluppano durante i primi mesi di gravidanza. Il medico può consigliarvi alternative più sicure a questi farmaci. Dopo il primo trimestre, il Sustiva o l’Atripla possono essere usati senza pericolo di controindicazioni.

Chiedete al medico se sia necessario modificare la terapia: la gravidanza, infatti, può modificare il modo in cui l’organismo assorbe i farmaci, e quindi i dosaggi di alcuni farmaci probabilmente dovranno essere diversi nelle ultime fasi della gravidanza.

Se siete in terapia e il carico virale è superiore alle 500 unità/mL, la terapia che state seguendo potrebbe non essere efficace. Il medico vi consiglierà un esame per vedere se i farmaci fanno davvero effetto sul virus (test di farmacoresistenza) e userà i risultati dell’esame per scoprire quali sono i farmaci più efficaci nel vostro caso.

Sono stata in terapia con i farmaci anti HIV, ma poi l’ho interrotta. Che cosa devo fare?

Comunicate al medico il nome di tutti i farmaci anti HIV che avete usato in passato, i risultati dei test di farmacoresistenza e il motivo per cui avete interrotto la terapia. La vostra storia medica, i risultati dei test di farmacoresistenza passati e un’eventuale ripetizione degli esami aiuterà il vostro medico a scegliere una nuova terapia efficace e sicura.

Sia che abbiate seguito la terapia prima della gravidanza e poi l’abbiate interrotta, sia che stiate iniziandola solo ora, il medico:

vi spiegherà quali sono i rischi e i benefici dell’assunzione di farmaci anti HIV durante la gravidanza, vi ricorderà che è importante assumere i farmaci seguendo scrupolosamente le sue indicazioni, vi aiuterà a trovare tutti gli aiuti, sia sanitari sia di altro genere, di cui potreste avere bisogno per una gravidanza serena.

Fonti: (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

AIDS e gravidanza (AIDS.gov) Coppie sierodiscordanti (AIDS.gov) Gravidanza sicura (AIDS.gov) Terapia in gravidanza (AIDS.gov) Uretrite: sintomi e cura nell’uomo e nella donnaPapilloma virus (HPV): vaccino, sintomi, test, uomoCitomegalovirus: sintomi, gravidanza e curaAIDS e HIV: cura, pericoli, prevenzione e diagnosiAIDS e HIV: sintomi, cause, test e trasmissioneEpatite B: vaccino, sintomi, cause, prevenzione

L'articolo AIDS ed HIV: rimanere incinta e gestire la gravidanza è stato inizialmente pubblicato su Farmaco e Cura.

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22/04/2013 09:08 Condividi

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Trasfusioni di sangue: procedimento e rischi

Posted: 21 Apr 2013 11:08 PM PDT

Introduzione Sangue Banche del sangue Alternative alle trasfusioni Pericoli Tipi di trasfusione Cause di trasfusione Come avviene Introduzione

Le trasfusioni di sangue sono una procedura medica molto diffusa in cui il paziente riceve il sangue tramite una flebo inserita in uno dei vasi sanguigni.

Le trasfusioni vengono usate per reintegrare il sangue perso durante gli interventi chirurgici o in caso di lesioni gravi, oppure possono essere necessarie anche quando l’organismo non riesce a produrre il sangue normalmente a causa di una malattia.

Durante la trasfusione viene usato un piccolo ago per inserire la flebo in uno dei vasi sanguigni: in questo modo il paziente riceve il sangue sano. Per la trasfusione occorrono da 1 a 4 ore, a seconda della quantità di sangue necessaria al paziente.

Le trasfusioni di sangue sono molto diffuse. Ogni anno circa 5 milioni di americani devono ricorrervi. La maggior parte delle trasfusioni si svolge senza problemi, o con al massimo complicazioni molto lievi. Solo in rari casi i pazienti hanno problemi gravi.

Sangue

l cuore pompa il sangue in tutto l’organismo grazie a una rete di arterie e vene. Il sangue ha diverse funzioni vitali, ad esempio trasporta l’ossigeno e le altre sostanze nutritive in tutti gli organi e i tessuti. Il rifornimento costante di sangue sano in tutto l’organismo è fondamentale per lo stato di salute generale del paziente.

Il sangue è composto da diversi tipi di cellule:

i globuli rossi, i globuli bianchi, le piastrine.

La parte liquida del sangue si chiama plasma. Le trasfusioni possono riguardare il sangue intero (cioè tutte le sue parti) o, nella maggior parte dei casi, solo alcune parti.

Gruppi sanguigni

Ognuno ha il proprio gruppo sanguigno. I gruppi sanguigni possibili sono 4:

A B AB 0 (zero)

Inoltre ognuno di noi è Rh-positivo oppure Rh-negativo. Per esempio una persona del gruppo A può essere Rh-positiva oppure Rh-negativa.

Il sangue usato nella trasfusione deve essere compatibile con il gruppo sanguigno del ricevente. Se non lo è, gli anticorpi (proteine) presenti nel sangue attaccano il sangue nuovo e fanno ammalare il paziente.

Il sangue del gruppo 0 è sicuro per quasi tutti i pazienti. Il 40% circa della popolazione ha il sangue di questo gruppo. Chi ha il sangue di questo gruppo è detto donatore universale. Il sangue del gruppo 0 è usato in caso di emergenza, quando non c’è tempo di scoprire il gruppo sanguigno del paziente.

Chi ha il sangue del gruppo AB è detto ricevitore universale, cioè può ricevere il sangue di qualsiasi gruppo.

Se il sangue è Rh-positivo, si può ricevere sangue di qualsiasi tipo. Se invece è Rh-negativo, si deve ricevere solo sangue dello stesso tipo. Il sangue Rh-negativo viene usato in caso di emergenza quando non c’è tempo per controllare l’Rh del paziente.

Banche del sangue

Le banche del sangue raccolgono, esaminano e conservano il sangue. Verificano attentamente tutto il sangue che viene donato per escludere la presenza di agenti infettivi (come i virus) o di altri fattori pericolosi.

Le banche del sangue controllano anche tutto il sangue donato per scoprirne il gruppo e il tipo Rh. Se il paziente riceve sangue di un gruppo sanguigno incompatibile, può avere gravi problemi di salute, quindi è fondamentale che il sangue sia controllato attentamente.

Per preparare il sangue per la trasfusione, alcune banche rimuovono i globuli bianchi. Questo processo è detto leucodeplezione. In rari casi, infatti, il paziente può essere allergico ai globuli bianchi presenti nel sangue da ricevere, quindi, se li si rimuove, diminuisce il rischio di reazioni allergiche.

Non tutte le trasfusioni usano il sangue donato da una persona estranea. Se dovete sottoporvi a un intervento chirurgico, potreste aver bisogno di una trasfusione per reintegrare il sangue perso durante l’intervento. Se l’intervento è programmato, il medico probabilmente vi chiederà se volete usare il vostro sangue, anziché quello di un donatore.

Se scegliete di usare il vostro sangue, dovrete eseguire uno o due prelievi prima dell’intervento. Il sangue sarà conservato in una banca del sangue.

Alternative alle trasfusioni

I ricercatori stanno tentando di mettere a punto tecniche innovative per produrre il sangue. Attualmente non esistono alternative artificiali al sangue umano, tuttavia sono stati sviluppati farmaci che possono in parte integrare le funzioni di alcune parti del sangue.

Ad esempio, alcuni pazienti con problemi ai reni assumono l’eritropoietina che aiuta l’organismo a produrre i globuli rossi. Grazie all’eritroproietina, diminuisce la richiesta di trasfusioni.

I chirurghi, dal canto loro, cercano di minimizzare la quantità di sangue perso durante gli interventi e quindi la necessità di trasfusioni. In alcuni casi riescono a raccogliere e riutilizzare il sangue del paziente.

Pericoli

La maggior parte delle trasfusioni non crea alcuna difficoltà, solo in alcuni casi si verificano piccoli problemi.  Sono invece rarissimi i casi i problemi sono più gravi

Reazioni allergiche

Alcune persone hanno una reazione allergica al sangue ricevuto. La reazione allergica può verificarsi anche quando il sangue nuovo è compatibile con quello del paziente.

Le reazioni allergiche possono essere molto lievi oppure gravi. Tra i sintomi si possono avere:

ansia, mal di schiena o dolore toracico, difficoltà respiratorie, febbre, brividi, vampate di calore e sudori freddi, battito cardiaco accelerato o pressione bassa, nausea, mal di stomaco.

Al primo sintomo di reazione allergica, il medico o l’infermiere interrompono la trasfusione. L’équipe medica valuta la gravità della reazione, le eventuali terapie e se sussistono le condizioni per riprendere la trasfusione in sicurezza.

Virus e malattie infettive

Alcuni agenti infettivi, come l’HIV, possono sopravvivere nel sangue e infettare il paziente che riceve la trasfusione. Le banche del sangue controllano attentamente il sangue donato, per garantirne la sicurezza.

Il rischio di contrarre un virus durante una trasfusione di sangue è molto basso.

HIV. Tutto il sangue donato viene sottoposto all’esame per l’HIV. Per controllare i possibili donatori, vengono presi anche altri provvedimenti. Ai donatori viene chiesto se presentano i sintomi dell’HIV, se assumono comportamenti a rischio o presentano fattori di rischio per l’HIV. La percentuale di possibili donatori infetti in grado di trasmettere l’HIV è di uno su 2 milioni. Epatite B e C. Il rischio di che una donazione di sangue sia compromessa dall’epatite B varia tra 1 su 200.000 e 1 su 360.000. Il rischio di epatite C varia tra 1 su 1 milione e 1 su 2 milioni. Se si riceve del sangue infetto dal virus dell’epatite, probabilmente ci si ammalerà. Variante del morbo di Creutzfeldt-Jakob (vCJD). Questa malattia è la variante umana del morbo della mucca pazza. Si tratta di una patologia cerebrale rara ma fatale. Il rischio di contrarla durante una trasfusione è bassissimo, ma tuttavia sussiste. Chi è stato esposto alla vCJD non può quindi donare il sangue. Febbre

Durante la trasfusione o entro alcuni giorni dalla trasfusione il paziente può iniziare all’improvviso ad avere la febbre. Si tratta di una reazione normale dell’organismo ai globuli bianchi presenti nel sangue donato, e può essere curata con i classici farmaci da banco.

Alcune banche del sangue rimuovono i globuli bianchi o gli altri componenti del sangue, per diminuire il rischio di reazione allergica dopo la trasfusione.

Sovraccarico di ferro

Se si fanno troppe trasfusioni di sangue il ferro si può accumulare nel sangue (sovraccarico di ferro). Chi soffre di talassemia (una malattia del sangue) e ha bisogno di trasfusioni multiple è a rischio di sovraccarico di ferro. Il sovraccarico di ferro può danneggiare il fegato, il cuore e altre parti dell’organismo.

Se soffrite di sovraccarico di ferro, probabilmente dovrete ricorrere alla terapia ferrochelante, in cui viene somministrato un farmaco (tramite iniezione o per via orale) che rimuove il ferro in eccesso dall’organismo.

Lesioni ai polmoni

Anche se è molto improbabile, le trasfusioni di sangue possono danneggiare i polmoni, e causare difficoltà respiratorie. Le lesioni di norma si verificano entro sei ore dalla trasfusione.

La maggior parte dei pazienti si riprende, ma alcuni pazienti con lesioni ai polmoni muoiono, perché di solito sono già molto malati prima della trasfusione.

I medici non sanno con certezza perché le trasfusioni di sangue possono danneggiare i polmoni. Gli anticorpi (proteine) che con maggiore probabilità si trovano nel plasma delle donne che hanno avuto un figlio possono causare malfunzionamenti delle cellule dei polmoni. Proprio perché c’è questo rischio, gli ospedali stanno iniziando a differenziare l’uso del plasma degli uomini e delle donne.

Reazioni immuno-emolitiche acute

Le reazioni immuno-emolitiche sono molto gravi, ma anche molto rare. Si verificano se il tipo di sangue ricevuto durante la trasfusione non è compatibile con il sangue del ricevente. L’organismo attacca i globuli rossi trasfusi, e produce sostanze dannose per i reni.

Tra i sintomi ricordiamo: brividi, febbre, nausea, dolore al torace o alla schiena e colore scuro delle urine. Il medico interromperà la trasfusione al primo sintomo di reazione di questo tipo.

Reazioni emolitiche ritardate

Si tratta di un tipo di reazione molto più lenta rispetto a quelle acute. L’organismo distrugge i globuli rossi così lentamente che il problema può passare inosservato fino a quando la carenza di globuli rossi diventa molto forte.

Le reazioni emolitiche ritardate sono più frequenti tra i pazienti che si sono già sottoposti a trasfusioni.

Malattia del trapianto contro l’ospite

La malattia del trapianto contro l’ospite (GVHD) è una malattia in cui i globuli bianchi del sangue trasfuso attaccano i tessuti del paziente che riceve la trasfusione. La GVHD di norma è letale e colpisce i pazienti con sistema immunitario molto compromesso.

I sintomi iniziano entro un mese dalla trasfusione e comprendono febbre, eruzione cutanea e diarrea. Per scongiurare la GVHD, il sangue trasfuso deve essere trattato in modo che i globuli bianchi non provochino la GVHD.

Tipi di trasfusione

Il sangue può essere trasfuso come sangue intero (cioè composto da tutte le sue parti) o, più frequentemente, sono trasfuse solo le singole parti.

Ad esempio, se una malattia impedisce all’organismo di produrre normalmente una sola parte del sangue, probabilmente avrete bisogno solo della trasfusione di quella parte per curare la malattia.

Trasfusione di globuli rossi

I globuli rossi sono la parte del sangue che viene trasfusa con maggior frequenza. Queste cellule trasportano l’ossigeno dai polmoni agli organi e ai tessuti. I globuli rossi inoltre aiutano l’organismo a eliminare l’anidride carbonica e gli altri prodotti di scarto.

Se avete perso molto sangue a causa di un incidente o di un intervento chirurgico probabilmente avrete bisogno di una trasfusione di globuli rossi. Questo tipo di trasfusione può anche essere utile in caso di anemia grave provocata da una malattia o da un’emorragia.

L’anemia è una patologia in cui il sangue ha carenza di globuli rossi. L’anemia può anche verificarsi se i globuli rossi hanno carenza di emoglobina.

L’emoglobina è una proteina ricca di ferro che dà al sangue il caratteristico colore rosso. Questa proteina trasporta l’ossigeno dai polmoni al resto dell’organismo.

Trasfusione di piastrine e di fattori di coagulazione

Le piastrine e i fattori di coagulazione servono per arrestare le emorragie, comprese quelle interne. Alcune patologie possono impedire all’organismo di produrre una quantità sufficiente di piastrine o di fattori di coagulazione. Se siete affetti da una di queste malattie, probabilmente avrete bisogno di trasfusioni periodiche di piastrine e di fattori di coagulazione per rimanere in buona salute.

Ad esempio se siete emofiliaci probabilmente avete bisogno di un fattore di coagulazione speciale che vada a integrare quello di cui siete carenti. L’emofilia è una patologia del sangue rara ed ereditaria, che impedisce al sangue di coagularsi normalmente.

Se soffrite di emofilia, probabilmente le emorragie dopo un trauma o un incidente durano più a lungo. Inoltre potreste anche avere emorragie interne, soprattutto in corrispondenza delle articolazioni (ginocchia, caviglie e gomiti).

Trasfusioni di plasma

Il plasma è la parte liquida del sangue, costituita perlopiù da acqua, ma anche da proteine, fattori di coagulazione, ormoni, vitamine, colesterolo, zucchero, sodio, potassio, calcio e altre sostanze.

In caso di ustioni gravi, di insufficienza epatica o di infezione grave, potrebbe essere necessaria una trasfusione di plasma.

Cause di trasfusione

Le trasfusioni di sangue sono molto frequenti. Ogni anno, circa 5 milioni di persone negli Stati Uniti hanno bisogno di ricevere una trasfusione. Le trasfusioni sono usate per pazienti di tutte le età.

Alcune persone che si sottopongono a un intervento chirurgico hanno bisogno di trasfusioni perché perdono molto sangue durante l’intervento. Anche chi riporta lesioni molto gravi, ad esempio dovute a incidenti d’auto, ferite di guerra o calamità naturali, può aver bisogno di reintegrare il sangue perso .

Alcune persone hanno bisogno di sangue (sangue intero o parti), perché sono malate. Ad esempio le trasfusioni di sangue possono essere usate per curare:

infezioni o malattie epatiche gravi che impediscono all’organismo di produrre normalmente il sangue o alcune parti del sangue. patologie che provocano l’anemia, ad esempio patologie renali o tumori. Anche la radioterapia e alcuni tipi di farmaci possono causare l’anemia. Esistono diverse forme di anemia, tra cui ricordiamo: l’anemia aplastica, l’anemia di Fanconi, l’anemia emolitica, l’anemia da carenza di ferro, quella falciforme e la talassemia. disturbi della coagulazione del sangue, come l’emofilia o la trombocitopenia. Come avviene Prima della trasfusione

Prima della trasfusione, l’infermiere preleva il sangue del paziente per scoprire il gruppo sanguigno (A, B, AB o 0) e l’Rh. Punge il dito con un ago per raccogliere alcune gocce di sangue oppure preleva il sangue da una delle vene.

Il tipo di sangue usato per la trasfusione deve essere compatibile con il vostro. Se non lo fosse gli anticorpi (proteine) nel sangue attaccherebbero il sangue nuovo e vi farebbero stare male.

Alcuni pazienti manifestano una reazione allergica anche quando il sangue donato è compatibile con il loro. Per prevenirla, il medico può prescrivere un farmaco utile per prevenire le reazioni allergiche.

Se soffrite di allergie o se avete avuto una reazione allergica durante una trasfusione, il medico farà tutto il possibile per garantire la vostra sicurezza.

La maggior parte dei pazienti non deve modificare né la dieta né le proprie attività né prima né dopo la trasfusione. Il medico vi comunicherà se dovete modificare in qualche modo il vostro stile di vita prima della trasfusione.

Durante la trasfusione

Le trasfusioni sono eseguite in ambulatorio o in ospedale. In casi molto rari possono essere effettuate a domicilio. Le trasfusioni sono anche eseguite durante gli interventi chirurgici e al pronto soccorso.

Viene inserita una flebo in uno dei vasi sanguigni. Attraverso di essa si riceve il sangue sano. La trasfusione di solito dura da 1 a 4 ore, a seconda della quantità di sangue necessaria e dal tipo di componente che si riceve.

Durante la trasfusione gli infermieri sorvegliano attentamente il paziente, soprattutto nei primi 15 minuti, cioè nel momento in cui c’è il maggior rischio di reazioni allergiche. Gli infermieri continuano a tenere sotto controllo il paziente per tutta la durata della trasfusione.

Dopo la trasfusione

Dopo la trasfusione vengono controllati i parametri vitali (temperatura, pressione e battito cardiaco). La flebo viene rimossa. Nel punto in cui è entrato l’ago può rimanere un livido o un leggero fastidio per alcuni giorni.

Per scoprire come l’organismo reagisce alla trasfusione, probabilmente dovrete fare gli esami del sangue. Il medico vi farà sapere a quali sintomi dovrete prestare attenzione e in quali casi dovrete rivolgervi al pronto soccorso.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Anticorpi monoclonali per la terapia del tumore

Posted: 14 Apr 2013 11:51 PM PDT

Introduzione Come funzionano Come avviene la terapia Esempi Effetti collaterali Perchè sceglierli, perchè evitarli Introduzione

Gli anticorpi monoclonali sono una terapia contro il tumore relativamente innovativa. Per curare certe forme di tumore sono disponibili diversi tipi di anticorpi monoclonali, ma non sempre è chiarissimo quale sia il modo migliore per usarli.

Se voi e il vostro oncologo pensate di dover ricorrere a un anticorpo monoclonale per la terapia contro il tumore, in quest’articolo vi spiegheremo come funziona questa terapia (immunoterapia), in modo che possiate decidere insieme se fa al caso vostro.

Che cosa sono

Gli anticorpi monoclonali sono molecole di sintesi progettate per sfruttare particolari debolezze delle cellule tumorali; imitano gli anticorpi che l’organismo produce naturalmente come parte della risposta immunitaria ai germi, ai vaccini e ad altre sostanze o corpi estranei.

Come funzionano

Quando l’anticorpo monoclonale si attacca a una cellula tumorale può:

Rendere la cellula tumorale più visibile al sistema immunitario. Il sistema immunitario attacca i corpi estranei che entrano nell’organismo, ma di solito non riconosce le cellule tumorali come “nemiche”. L’anticorpo monoclonale può essere progettato per attaccarsi a determinate parti delle cellule tumorali. In questo modo l’anticorpo contrassegna le cellule tumorali, e le rende più visibili al sistema immunitario. Ad esempio l’anticorpo monoclonale rituximab (Rituxan®) si attacca a una proteina specifica (CD20) presente solo sui linfociti B, un tipo di globuli bianchi. Alcuni tipi di linfomi nascono proprio da questi linfociti B. Quando il rituximab si attacca a questa proteina sui linfociti B, li rende più visibili al sistema immunitario che quindi le attacca. Il rituximab fa diminuire il numero di linfociti B, compresi quelli sani, ma l’organismo ne produce di nuovi per sostituirli. In questo modo diminuisce la probabilità di avere dei linfociti B malati. Bloccare i fattori di crescita. I fattori di crescita sono sostanze chimiche che si attaccano ai recettori delle cellule normali e di quelle tumorali, segnalando alla cellula di crescere. Alcune cellule tumorali hanno molte copie dei recettori del fattore di crescita, e quindi crescono più velocemente delle cellule sane. Gli anticorpi monoclonali sono in grado di bloccare i recettori e impedire ai segnali di crescita di raggiungere la cellula. Il cetuximab (Erbitux®), un anticorpo monoclonale approvato per la terapia del tumore al colon e dei tumori della testa e del collo, si attacca ai recettori sulle cellule tumorali che accettano un certo segnale di crescita (il fattore di crescita dell’epidermide, o EGF). Le cellule tumorali e alcune cellule sane si basano su questo segnale per iniziare a dividersi e moltiplicarsi. Impedendo al segnale di raggiungere il bersaglio sulle cellule tumorali si rallenta o si interrompe la crescita del tumore. Impedire la formazione di nuovi vasi sanguigni. Le cellule tumorali proliferano anche grazie ai vasi sanguigni che le riforniscono dell’ossigeno e delle sostanze nutritive necessarie per la loro crescita. Per attrarre i vasi sanguigni, le cellule tumorali emettono dei segnali di crescita. Gli anticorpi monoclonali che bloccano questi segnali di crescita possono impedire al tumore di essere rifornito dai vasi sanguigni, e quindi impedirgli di crescere. Se invece il tumore è già inserito in una rete di vasi sanguigni e si bloccano i segnali di crescita, i vasi sanguigni possono morire e il tumore può rimpicciolirsi. Il bevacizumab (Avastin®) è un anticorpo monoclonale approvato per la terapia di diversi tipi di tumore, ma non di quello al seno. Il bevacizumab inibisce un segnale di crescita detto fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF) inviato dalle cellule tumorali per attrarre nuovi vasi sanguigni. Il bevacizumab intercetta i segnali VEGF del tumore e impedisce loro di collegarsi ai loro obiettivi. Somministrare radiazioni alle cellule tumorali (radioimmunoterapia). Combinando una particella radioattiva con un anticorpo monoclonale i medici riescono a somministrare le radiazioni direttamente alle cellule malate. In questo modo la maggior parte delle cellule sane circostanti rimane intatta. Gli anticorpi monoclonali con particelle radioattive somministrano una quantità minima di radiazioni per un periodo di tempo maggiore rispetto alle terapie tradizionali: i ricercatori ritengono che questa terapia sia efficace come la radioterapia convenzionale ad alti dosaggi. L’ibritumomab (Zevalin®), approvato per il linfoma non Hodgkin, è una combinazione di un anticorpo monoclonale e di particelle radioattive. L’anticorpo monoclonale si attacca ai recettori delle cellule tumorali presenti nel sangue e somministra la radiazione.

Attualmente sono in commercio molti anticorpi monoclonali diversi per curare diversi tipi di tumore. Le sperimentazioni cliniche stanno studiando l’uso degli anticorpi monoclonali nella terapia di quasi tutte le forme di tumore.

Come avviene la terapia

Gli anticorpi monoclonali vengono somministrati tramite flebo. La frequenza della terapia dipende dal tipo di tumore e dal tipo di terapia. Alcuni anticorpi monoclonali possono essere usati in combinazione con altri tipi di terapie, come la chemioterapia e la terapia ormonale. Altri invece vengono somministrati da soli.

Gli anticorpi monoclonali in passato venivano usati solo per curare i tumori in stadio avanzato che non rispondevano alla chemioterapia oppure le recidive. Ora che ne è stata dimostrata l’efficacia, però, alcune terapie con anticorpi monoclonali attualmente vengono usate già in fasi meno avanzate della malattia. Ad esempio il rituximab può essere usato come terapia di prima linea in alcuni tipi di linfoma non Hodgkin, mentre il trastuzumab (Herceptin®) viene usato per curare alcune forme non avanzate di tumore al seno.

Molte delle terapie con anticorpi monoclonali sono ancora considerate sperimentali. Proprio per questo, sono di norma riservate a tumori in stadio avanzato che non rispondono alle altre terapie standard e ben consolidate.

Esempi Anticorpi monoclonali approvati dalla FDA per la cura dei tumori Nome del Farmaco Tipo di tumore bersaglio Alemtuzumab (Campath®) Leucemia linfatica cronica Bevacizumab (Avastin®) Tumore al cervello
Tumore del colon
Tumore del rene
Tumore del polmone Cetuximab (Erbitux®) Tumore del colon
Tumori della testa e del collo Ibritumomab (Zevalin®) Linfomi non Hodgkin Ofatumumab (Arzerra®) Leucemia linfatica cronica Panitumumab (Vectibix®) Tumore del colon Rituximab (Rituxan®) Leucemia linfatica cronica
Linfoma non Hodgkin Tositumomab (Bexxar®) Linfoma non Hodgkin Trastuzumab (Herceptin®) Tumore al seno
Tumore allo stomaco Effetti collaterali

In generale la terapia con anticorpi monoclonali presenta meno effetti collaterali rispetto alla chemioterapia tradizionale, tuttavia non è esente da problemi e alcuni di essi, sebbene rari, possono essere molto pericolosi. Chiedete al medico quali effetti collaterali sono connessi al tipo di farmaco che dovrete assumere.

Effetti collaterali frequenti

In generale tra gli effetti collaterali più frequenti causati dagli anticorpi monoclonali ricordiamo:

reazioni allergiche, come orticaria o prurito, sintomi parainfluenzali, ad esempio brividi, debolezza, febbre e dolore muscolare, nausea, diarrea, eruzioni cutanee. Effetti collaterali gravi

Tra gli effetti collaterali gravi, ma rari, degli anticorpi monoclonali possiamo ricordare:

Reazioni da infusione. Si possono verificare gravi reazioni allergiche che, in rarissimi casi, possono causare la morte del paziente. Prima di iniziare la terapia con gli anticorpi monoclonali probabilmente vi saranno somministrati farmaci per bloccare le reazioni allergiche. Le reazioni da infusione di solito si verificano durante la somministrazione o subito dopo, quindi il paziente deve essere controllato attentamente dagli infermieri e dai medici. Estrema scarsità di cellule del sangue. La scarsità estrema di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine può provocare complicazioni gravi. Problemi cardiaci. Alcuni anticorpi monoclonali possono causare problemi cardiaci, come l’insufficienza cardiaca, o un rischio minimo di infarto. Problemi della pelle e delle mucose. Le lesioni della pelle e le eruzioni cutanee in alcuni casi possono provocare infezioni gravi. Si possono anche verificare lesioni gravi sul tessuto all’interno della bocca e delle gengive (mucosa orale). Emorragie. Alcuni anticorpi monoclonali impediscono al tumore di formare nuovi vasi sanguigni. Sono stati riportati casi di emorragie causate da questi farmaci. Perchè sceglierli, perchè evitarli

Ovviamente le terapie contro il tumore devono essere discusse con l’oncologo. Insieme potete valutare i rischi e i benefici di ciascuna terapia e decidere se la terapia con anticorpi monoclonali fa al caso vostro.

Tra le domande da rivolgere al medico ricordiamo:

È stata dimostrata chiaramente l’efficacia dell’anticorpo monoclonale? Alcuni anticorpi monoclonali sono approvati per tumori in fase avanzata, anche se non è stato dimostrato che aumentino la speranza di vita del paziente. Altri farmaci, invece, hanno maggiori probabilità di rallentare o interrompere temporaneamente la crescita del tumore. Quali sono i possibili effetti collaterali della terapia con gli anticorpi monoclonali? Insieme al medico potete capire qual è il rapporto tra effetti collaterali attesi e benefici attesi. Quanto costerà la terapia? La terapia con gli anticorpi monoclonali può essere costosissima, anche migliaia di euro a infusione, e non mutuabile. La terapia con anticorpi monoclonali è disponibile in una sperimentazione clinica? Le sperimentazioni cliniche, cioè le ricerche mediche sulle nuove terapie e sui nuovi modi di usare le terapie esistenti, possono rappresentare un’opportunità per il paziente. Nel corso delle sperimentazioni cliniche il costo del farmaco è sostenuto da chi organizza la sperimentazione e il paziente ha un’opportunità di terapia in più. Chiedete all’oncologo quali sperimentazioni cliniche sono disponibili nel vostro caso e dove si svolgono.

Fonte Principale: Mayo Clinic (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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08/04/2013 09:29 Condividi

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Pericardite acuta e cronica: sintomi, terapia e pericoli

Posted: 07 Apr 2013 11:39 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Pericoli Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La pericardite è un disturbo che provoca l’infiammazione della membrana che circonda il cuore, cioè del pericardio.

Il pericardio tiene fermo il cuore e lo aiuta a funzionare correttamente. È costituito da due sottili strati di tessuto che circondano il cuore. Tra i due strati c’è una piccola quantità di liquido, che impedisce l’attrito.

Nella pericardite gli strati di tessuto si infiammano e fanno attrito contro il cuore. Si origina così il dolore toracico, un sintomo frequente della pericardite.

Il dolore toracico provocato dalla pericardite può assomigliare a quello causato dall’infarto. Nella maggior parte dei casi, può essere acuto e peggiorare con l’ispirazione, e alleviarsi quando si è in piedi e chinati in avanti. Se avvertite il dolore toracico, dovreste andare immediatamente al pronto soccorso, perché potreste avere un infarto.

In molti casi la causa della pericardite rimane sconosciuta. Le infezioni virali probabilmente ne sono una causa frequente, anche se il virus potrebbe non essere mai identificato. Anche le infezioni batteriche, micotiche e di altro tipo possono causare la pericardite.

Tra le altre possibili cause ricordiamo l’infarto o gli interventi chirurgici sul cuore, altre patologie e lesioni e alcuni farmaci.

La pericardite può essere acuta o cronica.

“Acuta” significa che si verifica improvvisamente e di solito non dura a lungo. “Cronica” significa che si sviluppa più lentamente e più richiedere più tempo per guarire.

Sia la pericardite acuta sia quella cronica possono alterare il ritmo e il funzionamento normali del cuore e provocare, sebbene di rado, il decesso del paziente. La pericardite, tuttavia, nella maggior parte dei casi è lieve, quindi guarisce da sola, con il riposo e semplici terapie.

In altri casi, invece, sono necessarie terapie più intense per prevenire le complicazioni. Le terapie possono comprendere farmaci, e, con minore frequenza, anche interventi chirurgici o di altro genere.

Cause

In molti casi la pericardite, sia acuta sia cronica, è idiopatica, cioè non si sa con esattezza quale sia la sua causa.

Le infezioni virali probabilmente sono una causa frequente della pericardite, anche se il virus può restare sconosciuto. La pericardite spesso si presenta a seguito di infezioni respiratorie e può anche essere causata dalle infezioni batteriche, micotiche e di altro tipo.

Si pensa che la maggior parte dei casi di pericardite cronica o ricorrente sia causata da malattie autoimmuni, come il lupus, la sclerodermia e l’artrite reumatoide.

Nelle malattie autoimmuni, il sistema immunitario produce anticorpi (proteine) che per errore attaccano i tessuti o le cellule dell’organismo.

Tra le altre possibili cause della pericardite ricordiamo:

Infarto e interventi chirurgici sul cuore, Insufficienza renale, HIV/AIDS, tumori, tubercolosi e altri problemi di salute, Traumi al torace o radioterapia nella zona toracica, Malattie autoimmuni, come la colite ulcerosa, Farmaci come la fenitoina (anticonvulsivamente), il warfarin e l’eparina (anticoagulanti) e la procainamide (usata per curare le aritmie). Fattori di rischio

La pericardite si verifica in pazienti di tutte le età, tuttavia colpisce con maggior frequenza gli uomini dai 20 ai 50 anni.

Chi è in terapia per la pericardite acuta può avere delle ricadute. Le ricadute si verificano dal 15 al 30 per cento delle persone affette dalla malattia. In rari casi le ricadute possono trasformarsi in pericardite cronica.

Sintomi Pericardite acuta

Il sintomo più frequente della pericardite acuta è il dolore toracico acuto e lancinante. Il dolore di solito insorge rapidamente e spesso colpisce il torace al centro o a sinistra oppure tutta la parte anteriore del torace. Il paziente inoltre può avvertire dolore in una o entrambe le spalle, al collo, alla schiena e all’addome.

Il dolore di solito è meno forte quando ci si siede e ci si china in avanti; è invece più forte quando ci si sdraia e si fanno respiri profondi. Alcuni pazienti avvertono un dolore sordo o una sensazione di pressione al torace.

Il dolore al torace, inoltre, può assomigliare a quello provocato dall’infarto. Se il paziente avverte dolore al torace, dovrebbe andare immediatamente al pronto soccorso, perché potrebbe trattarsi di un infarto.

Alcuni pazienti affetti da pericardite acuta hanno la febbre. Tra gli altri sintomi si possono avere: debolezza, palpitazioni, difficoltà a respirare e tosse. Le palpitazioni sono la sensazione che il cuore salti un battito, tremi o batta troppo rapidamente o troppo lentamente.

Pericardite cronica

Il sintomo più frequente della pericardite cronica è il dolore al torace. La pericardite cronica, inoltre, spesso causa stanchezza, tosse e difficoltà a respirare. Nei casi più gravi di pericardite cronica, si può avere gonfiore alla pancia e alle gambe, nonché ipotensione (pressione bassa).

Pericoli

Per guarire dalla pericardite possono volerci da alcuni giorni ad alcuni mesi. Con una terapia tempestiva e corretta, ad esempio con il riposo e la sorveglianza continua, la maggior parte delle persone riesce a riprendersi completamente. Una terapia corretta può anche essere utile per diminuire il rischio di ricadute.

Due gravi complicazioni della pericardite sono

il tamponamento cardiaco, la pericardite costrittiva cronica.

Il tamponamento cardiaco si verifica se nel pericardio si raccoglie un eccesso di liquidi, che iniziano a premere sul cuore, impedendogli di riempirsi normalmente di sangue. Il sangue, quindi, deve uscire dal cuore, e si ha un improvviso abbassamento della pressione. Se non viene curato, il tamponamento cardiaco può essere fatale.

La pericardite costrittiva cronica è una malattia rara che insorge lentamente. Può causare la formazione di tessuto simil-cicatriziale nel pericardio. Il pericardio si irrigidisce e non riesce più a muoversi normalmente. Con il passare del tempo, il tessuto cicatriziale comprime il cuore impedendone il funzionamento normale.

Diagnosi

Il medico diagnostica la pericardite basandosi sull’anamnesi, sulla visita e sui risultati degli esami.

Specialisti coinvolti

La pericardite spesso viene diagnosticata e curata dai medici di base, ad esempio dal medico di famiglia, dall’internista o dal pediatra. Possono essere coinvolti anche altri medici, ad esempio il cardiologo, il cardiologo pediatrico e l’infettivologo.

Il cardiologo è lo specialista che si occupa dei pazienti adulti con problemi cardiaci. Il cardiologo pediatrico cura i bambini affetti da problemi cardiaci. L’infettivologo cura i pazienti che hanno un’infezione.

Anamnesi

Il medico probabilmente vi chiederà se:

siete reduci da un’infezione delle vie respiratorie o da un’influenza, siete reduce da un infarto o da un trauma al torace, avete problemi di salute di altro genere.

Il medico inoltre vi chiederà quali sono i sintomi. Se avete dolore al torace, vi chiederà che caratteristiche a, da dove parte e se peggiora quando vi sdraiate, fate un respiro profondo o tossite.

Visita

Quando il pericardio (la membrana che circonda il cuore) si infiamma, la quantità di liquido tra i due strati di tessuto aumenta. Quindi durante la visita il medico dovrà verificare se c’è un accumulo di liquidi nel torace.

Uno dei segni frequenti è lo sfregamento pericardico, cioè il rumore provocato dall’attrito del pericardio contro la parete esterna del cuore. Il medico ausculterà il torace con lo stetoscopio per escludere la presenza di questo rumore.

Il medico potrebbe anche sentire altri rumori toracici che indicano la presenza di liquidi nel pericardio (effusione pericardica) o nei polmoni (effusione pleurica). Si tratta di problemi più gravi legati alla pericardite.

Esami diagnostici

Il medico può consigliare di eseguire uno o più esami per diagnosticare la patologia e capirne la gravità. Gli esami prescritti con maggior frequenza sono:

ECG (elettrocardiogramma). Questo semplice esame individua e registra l’attività elettrica del cuore. Alcuni tipi di risultato dell’ECG possono indicare la pericardite. Radiografia toracica. La radiografia toracica crea delle immagini delle strutture interne del torace, come il cuore, i polmoni e i vasi sanguigni. Le immagini possono indicare che il cuore è più grande del normale, e questo è un segno dell’accumulo di fluidi nel pericardio. Ecocardiografia. Questo esame indolore usa le onde sonore per creare immagini del cuore. Le immagini indicano quant’è grande il cuore, se ha una forma normale e se funziona bene. L’esame può indicare se si sono accumulati liquidi nel pericardio. TAC (tomografia computerizzata) cardiaca. La TAC cardiaca è un tipo di radiografia che scatta una serie di immagini chiare e dettagliate del cuore e del pericardio. La TAC cardiaca serve ad escludere altre possibili cause del dolore toracico. MRI (risonanza magnetica) cardiaca. Quest’esame usa delle calamite potenti e le onde radio per creare immagini dettagliate degli organi e dei tessuti. La risonanza magnetica cardiaca può servire per evidenziare l’ispessimento o altre alterazioni del pericardio.

Il medico inoltre può prescrivere gli esami del sangue, che sono in grado di aiutarlo a scoprire se avete avuto un infarto, qual è la causa della pericardite e la gravità dell’infiammazione al pericardio.

Cura e terapia

La maggior parte dei casi di pericardite è di lieve entità; il paziente guarisce spontaneamente, con il riposo e con una semplice terapia. In altri casi, invece, è necessaria una terapia più intensa per prevenire complicazioni. La terapia può comprendere farmaci e, con minore frequenza, interventi chirurgici o di altro tipo.

Tra gli scopi della terapia ricordiamo:

diminuire il dolore e l’infiammazione, curare la causa a monte, qualora sia stata diagnosticata, escludere le complicazioni. Terapie specifiche

Come terapia di prima linea, il medico consiglia al paziente di stare a riposo finché non sta meglio e la febbre è passata. Il medico può consigliare al paziente di assumere degli antinfiammatori da banco, come l’aspirina e l’ibuprofene, per far diminuire il dolore e l’infiammazione.

Se il dolore è molto forte, probabilmente dovete ricorrere a farmaci più forti. Se il dolore continua a essere grave, il medico può prescrivervi la colchicina e, forse, anche il prednisone (un cortisonico).

Se la pericardite è causata da un’infezione, il medico prescriverà un antibiotico o un altro farmaco per curare l’infezione.

Durante la terapia per la pericardite, probabilmente dovrete rimanere ricoverati in ospedale, così il medico vi terrà sotto controllo per escludere le complicazioni.

I sintomi della pericardite acuta possono durare da alcuni giorni ad alcune settimane. La pericardite cronica può durare per diversi mesi.

Altri tipi di terapie

Probabilmente dovrete ricorrere alla terapia anche per escludere le complicazioni della pericardite. Due complicazioni gravi sono il tamponamento cardiaco e la pericardite costrittiva cronica.

Il tamponamento cardiaco viene curato con un intervento detto pericardiocentesi. Un tubicino (catetere) viene inserito nella gabbia toracica per rimuovere il liquido in eccesso dal pericardio. Questo intervento serve per far diminuire la pressione sul cuore.

L’unica cura per la pericardite costrittiva cronica è l’intervento chirurgico di rimozione del pericardio, detto pericardiectomia.

Per le terapie di queste complicazioni il paziente deve essere ricoverato in ospedale.

Convivere con la pericardite

Molti casi di pericardite sono di lieve entità e si risolvono spontaneamente. Altri casi invece, se non vengono curati, possono trasformarsi in pericardite cronica e causare problemi seri al cuore. Alcuni di questi problemi possono mettere in pericolo la vita del paziente.

A volte ci possono volere settimane o mesi per guarire dalla pericardite. Si può guarire completamente stando a riposo e tenendo sotto controllo il proprio stato di salute: così facendo, si riesce tra l’altro a diminuire il rischio di ricadute.

Prevenzione

Di norma è impossibile prevenire la pericardite acuta. Si possono però prendere provvedimenti per diminuire il rischio di ricadute, di complicazioni o di pericardite cronica.

Questi provvedimenti sono davvero semplici: bisogna andare immediatamente dal medico o al pronto soccorso ai primi sintomi, seguire scrupolosamente la terapia e tenere sotto controllo il proprio stato di salute, seguendo sempre le indicazioni del medico.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Sindrome di Sjögren: cause, sintomi e cura

Posted: 31 Mar 2013 11:49 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Conseguenze sulla salute Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

Nei primi anni del Novecento il medico svedese Henrik Sjögren descrisse per la prima volta un gruppo di donne in cui l’artrite cronica era accompagnata da secchezza oculare e della bocca. Attualmente i reumatologi conoscono molti dettagli in più sulla sindrome che ha preso il nome da Sjögren e, cosa fondamentale per i pazienti, possono offrire consigli su come convivere con il disturbo.

La sindrome di Sjögren è infatti una malattia infiammatoria che può colpire molte parti diverse dell’organismo, ma nella maggior parte dei casi danneggia le ghiandole lacrimali e salivari. Chi ne è affetto può notare irritazione, secchezza o bruciore agli occhi. Sono anche frequenti la bocca secca (o la difficoltà a mangiare cibi secchi) e il gonfiore delle ghiandole intorno al viso e al collo. Alcuni pazienti hanno il naso, la gola, la vagina e la pelle secca. Piuttosto comuni, inoltre, sono la difficoltà di deglutizione e i sintomi del reflusso acido.

La sindrome di Sjögren primaria si verifica nei pazienti non colpiti da altre malattie reumatiche. La sindrome di Sjögren secondaria, invece, colpisce pazienti già affetti da malattie reumatiche, nella maggior parte dei casi il lupus eritematoso sistemico e l’artrite reumatoide.

La sindrome colpisce soprattutto le donne, di qualsiasi età e di qualsiasi gruppo etnico. È invece rara nei bambini, e nella maggior parte dei casi inizia dopo i 40 anni. La metà circa dei pazienti soffre anche di artrite reumatoide o di altre malattie del tessuto connettivo come il lupus.

Cause

La sindrome di Sjögren è una malattia autoimmune. Il sistema immunitario, che normalmente dovrebbe combattere le malattie uccidendo i virus e i batteri dannosi, quando è colpito da una malattia autoimmune funziona male perché attacca parti dell’organismo.

Nella sindrome di Sjögren il sistema immunitario attacca le ghiandole esocrine, in particolar modo quelle salivari e lacrimali. Quando vengono danneggiate queste ghiandole non funzionano più bene e quindi il paziente inizia ad avere la bocca secca e gli occhi secchi.

I medici non conoscono con esattezza la causa della sindrome di Sjögren, ma ritengono che possa essere causata da una combinazione di due fattori:

fattori genetici, esposizione a un virus o a un batterio. Sintomi

I sintomi principali sono:

secchezza oculare, bocca secca.

La sindrome di Sjögren può anche colpire altre parti del corpo come la pelle, le articolazioni, i polmoni, i nervi, i vasi sanguigni, l’apparato digerente e i nervi. Tra gli altri sintomi possiamo ricordare:

secchezza della pelle, eruzioni cutanee, tosse secca cronica, problemi della tiroide, dolore articolare e muscolare, secchezza vaginale, intorpidimento e formicolio degli arti.

La sindrome di Sjögren, infine, può causare una forte stanchezza.

Conseguenze sulla salute

La stragrande maggioranza dei pazienti affetti dalla sindrome di Sjögren è praticamente sana, e non lamenta nessuna complicazione grave. I pazienti, tuttavia, dovrebbero essere informati del rischio di infezioni dell’occhio e della zona intorno all’occhio e del rischio di problemi dentali dovuti alla scarsità protratta di lacrime e di saliva.

In rari casi i pazienti possono soffrire di complicazioni connesse all’infiammazione di altre parti dell’organismo, ad esempio:

dolore articolare e muscolare connesso ad affaticamento, problemi dei polmoni che assomigliano alla polmonite, alterazioni della funzionalità renale ed epatica che emergono dagli esami del sangue eruzioni cutanee connesse all’infiammazione dei vasi sanguigni minori problemi neurologici che causano debolezza e intorpidimento

In rari casi la sindrome di Sjögren può essere connessa con il linfoma, un tumore delle ghiandole linfatiche.

Pericoli

La maggior parte delle complicazioni della sindrome di Sjögren è dovuta alla secchezza oculare e della bocca. Chi ha gli occhi secchi corre un rischio maggiore di infezioni oculari e può subire lesioni alla cornea.

La bocca secca può causare un aumento delle carie, della gengivite (infiammazione delle gengive) e infezioni del cavo orale dovute ai lieviti (candida o mughetto) che possono provocare dolore o bruciore. In alcuni pazienti le ghiandole salivari si gonfiano iniziano a far male.

Si possono verificare complicazioni anche in altre parti dell’organismo. Alcuni pazienti, anche non affetti dall’artrite reumatoide o dal lupus, possono avere dolore e rigidità articolare. Le eruzioni cutanee sugli arti, connesse all’infiammazione dei vasi sanguigni minori (vasculite) e l’infiammazione dei polmoni, del fegato e dei reni si verificano raramente e possono essere difficili da diagnosticare. In alcuni pazienti, infine, sono stati descritti intorpidimento, formicolio e debolezza.

Diagnosi

La diagnosi dipende da:

anamnesi, visita medica, esami dell’occhio e della bocca, esami del sangue.

La secchezza degli occhi e della bocca può essere uno dei campanelli d’allarme ma richiede ulteriori approfondimenti, perché questi sintomi possono essere causati da molti altri disturbi o anche da diversi farmaci.

Esistono esami in grado di capire se la produzione di lacrime o saliva è minore del normale. Una visita oculistica può essere utile per individuare anomalie dell’occhio dovute alla sindrome. Gli esami del sangue sono in grado di individuare gli anticorpi (proteine del sistema immunitario che servono per distruggere i corpi estranei) tipici della malattia. Tra gli anticorpi tipici ci sono quelli anti nucleo (ANA), gli anti SS-A, gli anti SS-B e il fattore reumatoide. Per arrivare alla diagnosi può anche essere usata la biopsia delle ghiandole salivari, che si trovano intorno alla bocca o sotto la superficie del labbro inferiore.

Cura e terapia

La terapia varia a seconda del paziente, perché ad esempio dipende dalle parti del corpo colpite, e mira a tenere sotto controllo i sintomi e può comprendere:

farmaci per combattere il dolore articolare o muscolare (ad esempio l’aspirina o l’ibuprofene), farmaci che aiutano a produrre più saliva (ad esempio pilocarpina o la cevimulina), antinfiammatori (ad esempio i cortisonici), immunosoppressori (farmaci che riducono l’attività del sistema immunitario).

La terapia per gli occhi secchi può comprendere:

Lacrime artificiali, in vendita in farmacia in diverse concentrazioni. Bisogna provarne diversi tipi per trovare quelle giuste. Creme per gli occhi. Sono più dense delle lacrime artificiali. Proteggono gli occhi e li umidificano per diverse ore. Possono offuscare la vista per qualche minuto subito dopo l’applicazione.

La terapia per la bocca secca può comprendere i provvedimenti seguenti:

Tenere in bocca un chewing gum o una caramella dura aiuta le ghiandole salivari a produrre più saliva (ricordate però che il chewing gum e le caramelle devono essere senza zucchero). Bere spesso acqua o una bibita senza zucchero per idratare la bocca. Usare un burro di cacao o un lucidalabbra idratante per alleviare il fastidio delle labbra secche e screpolate. Usare un sostituto della saliva prescritto dal medico per idratare la bocca. Usare i farmaci che aiutano la bocca a produrre una maggior quantità di saliva.

Se si ha la bocca secca aumenta il rischio di infezioni. Se in bocca avete placche bianche o zone arrossate che bruciano andate dal medico.

Per la secchezza nasale sono utili gli umidificatori e le irrigazioni nasali saline, mentre per alleviare i sintomi del reflusso acido possono essere utili i farmaci antiacidi (come gli inibitori della pompa protonica e gli H2 antagonisti).

Le terapie alleviano in parte la secchezza, ma di solito non riescono a sconfiggerla completamente.

Tutti i pazienti dovrebbero andare regolarmente dal dentista per prevenire le carie e la caduta dei denti che si verificano come complicazione della sindrome di Sjögren. Chi soffre di secchezza oculare dovrebbe andare dall’oculista regolarmente per prevenire le lesioni della cornea. Chi invece ha rossore e dolore eccessivo agli occhi dovrebbe essere valutato per escludere infezioni.

L’idrossiclorochina, un farmaco antimalarico usato anche per il lupus e l’artrite reumatoide, può essere utile ad alcuni pazienti affetti dalla sindrome di Sjögren per ridurre il dolore articolare e le eruzioni cutanee. I pazienti con sintomi sistemici gravi (che però sono rari), come la febbre, le eruzioni cutanee, il dolore addominale o i problemi dei polmoni e dei reni potrebbero aver bisogno di una terapia con i corticosteroidi come il prednisone e/o con gli immunosoppressori, come il metotrexato, l’azatioprina, il micofenolato e la ciclofosfamide.

Infine i ricercatori stanno valutando l’efficacia del rituximab e di altre terapie biologiche per curare i casi di sindrome di Sjögren che colpiscono l’intero organismo.

Secchezza causata dai farmaci

Alcuni farmaci possono provocare secchezza della bocca o degli occhi. Se assumete uno dei farmaci dell’elenco seguente, chiedete al medico se è opportuno interrompere la terapia.

Tra i farmaci che possono causare secchezza ricordiamo:

antistaminici e decongestionanti (usati per le allergie e il raffreddore), diuretici (usati per far espellere all’organismo i liquidi in eccesso), alcuni farmaci per combattere la diarrea, alcuni farmaci usati per tenere sotto controllo la pressione, alcuni antipsicotici, tranquillanti, antidepressivi.

Fonti Principale: NIH e rheumatology.gov (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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25/03/2013 09:32 Condividi

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Strappi muscolari e distorsioni: sintomi, cause e cura

Posted: 25 Mar 2013 01:01 AM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

Le distorsioni e gli strappi sono lesioni piuttosto frequenti che hanno gli stessi sintomi, ma coinvolgono parti diverse dell’organismo.

Si ha una distorsione quando si strappano o si stirano i legamenti, le strisce di tessuto fibroso che collegano le ossa all’interno delle articolazioni. La distorsione più frequente è quella della caviglia.

Si ha uno strappo muscolare quando si strappano o si stirano i muscoli o i tendini. I tendini sono le fasce di tessuto fibroso che collegano i muscoli alle ossa. Gli strappi più frequenti sono quelli nella parte bassa della schiena e del muscolo posteriore della coscia.

Cause Distorsioni

Le distorsioni si verificano quando si distende eccessivamente o si strappa un legamento e contemporaneamente si stressa troppo un’articolazione. Spesso le distorsioni si verificano nelle circostanze seguenti:

Caviglia: Camminare o fare esercizio fisico su una superficie irregolare. Ginocchio: Ruotare il ginocchio durante l’attività sportiva. Polso: Cadere sul polso teso. Pollice: Sciare o usare una racchetta, ad esempio giocando a tennis. Strappi

Esistono due tipi di strappi, quelli acuti e quelli cronici. Gli strappi acuti si verificano quando il muscolo è sottoposto a una tensione o a una trazione troppo intensa; il muscolo può addirittura strapparsi quando si allunga troppo o improvvisamente.

Gli strappi acuti spesso si verificano quando:

si scivola sul ghiaccio, si corre, si salta o si lancia un peso, si solleva un oggetto pesante o si compiono sollevamenti in posizioni non corrette.

Gli strappi cronici sono causati da un movimento prolungato e ripetitivo di un muscolo. Si possono verificare durante le attività sportive come:

Ginnastica, Tennis, Canottaggio, Golf. Fattori di rischio

Tra i fattori di rischio per le distorsioni e gli strappi ricordiamo:

Mancanza di allenamento. Se i muscoli non sono allenati si indeboliscono e diventano più soggetti alle lesioni. Affaticamento. I muscoli stanchi non sono in grado di sostenere al meglio le articolazioni. Quando si è stanchi, si corre un rischio maggiore di sottoporsi a forze in grado di stressare l’articolazione o allungare eccessivamente il muscolo. Riscaldamento non adeguato. Riscaldarsi correttamente prima di un’attività fisica intensa scioglie i muscoli e aumenta la mobilità articolare: sciogliendosi, i muscoli sono meno soggetti ai traumi e agli strappi. Sintomi

I sintomi variano a seconda della gravità della lesione.

Distorsioni Dolore, Gonfiore, Lividi, Ridotta mobilità dell’articolazione colpita, Nel momento della lesione si può sentire distintamente uno schiocco o un rumore sordo che proviene dall’articolazione. Strappi Dolore, Gonfiore, Spasmi muscolari, Ridotta mobilità del muscolo colpito. Quando chiamare il medico

Le distorsioni e gli strappi meno gravi possono essere curati a casa; è invece opportuno andare dal medico se:

non si riescono a fare più di quattro passi senza provare un dolore molto intenso, non si riesce a muovere l’articolazione colpita, una parte della zona colpita rimane intorpidita. Diagnosi

Probabilmente per prima cosa andrete dal medico di famiglia, che però vi indirizzerà verso uno specialista di medicina sportiva o un ortopedico.

Durante la visita il medico controllerà se nell’arto colpito ci sono gonfiori o punti particolarmente doloranti. La zona e l’intensità del dolore possono servire a capire la gravità e la natura della lesione. Il medico, inoltre, può farvi muovere l’articolazione e gli arti in diverse posizioni per riuscire a scoprire quale legamento, tendine o muscolo è stato colpito.

Le radiografie possono essere utili per escludere che il problema sia causato da una frattura o da un’altra lesione ossea. La risonanza magnetica può anche essere usata per diagnosticare la gravità della lesione.

Cura e terapia

La terapia delle distorsioni e degli strappi dipende dall’articolazione colpita e dalla gravità della lesione.

Farmaci. Per le distorsioni e gli strappi lievi, il medico probabilmente vi consiglierà di ricorrere a semplici rimedi casalinghi e a un analgesico da banco come l’ibuprofene (Moment®, Brufen®, Buscofen®, …) o il paracetamolo (Tachipirina®). Terapia. Se la distorsione o o lo strappo è lieve o moderato, mettete la borsa del ghiaccio sulla zona colpita il prima possibile per non far gonfiare. Se la distorsione o lo strappo sono gravi, il medico può immobilizzare la zona con un busto o steccandola. Intervento chirurgico. Se un legamento o un muscolo si è strappato, l’intervento chirurgico può essere una possibilità. Stile di vita e rimedi pratici

Per intervenire subito sulla distorsione e sullo strappo prima di andare eventualmente dal medico potete adottare diverse tecniche. Nella maggior parte dei casi, se la distorsione o lo strappo sono più gravi, vi consigliamo di andare dal medico o dal fisioterapista che vi daranno diversi consigli utili.

Riposo. Evitate le attività fisiche che provocano dolore o gonfiore, ma non rimanete completamente immobili. Se non volete caricare tutto il peso sulla caviglia dolorante, ad esempio, potete fare la cyclette solo con la gamba sana e appoggiare la caviglia su uno sgabello. Ghiaccio. Mettete subito la borsa del ghiaccio sulla zona colpita. Tenetela lì per 15-20 minuti, e ripetete diverse volte al giorno per i primi giorni. Il freddo serve per diminuire il dolore, il gonfiore e gli eventuali lividi. Se la zona impallidisce, togliete subito il ghiaccio. Se soffrite di patologie vascolari, diabete o scarsa sensibilità, prima di mettere il ghiaccio chiedete consiglio al medico. Bende. Per cercare di arrestare il gonfiore, potete comprimere la zona con una benda elastica. Non avvolgete la benda troppo stretta, o potrebbe fermare la circolazione. Iniziate a bendare dalla zona più lontana dal cuore. Allentate il bendaggio se il dolore aumenta, se la zona si intorpidisce o se il gonfiore si sposta nella zona a valle, cioè più lontana dal cuore. Sollevamento. Per diminuire il gonfiore, sollevate la zona colpita sopra il livello del cuore, soprattutto di notte. La gravità aiuta a diminuire il gonfiore, perché permette il drenaggio dei liquidi in eccesso.

Dopo i primi due giorni, iniziate a usare con cautela la zona colpita. Dovreste notare che piano piano migliora la capacità dell’articolazione di sostenere il peso e che riuscite a muovervi senza dolore. Le distorsioni lievi e moderate di solito guariscono nel giro di 3-6 settimane. Il fisioterapista può aiutarvi ad aumentare la stabilità e la forza dell’articolazione o dell’arto colpito.

Prevenzione

Gli esercizi di stretching e di rafforzamento per lo sport, il benessere o il lavoro, nel quadro di un programma di benessere fisico generale, possono aiutarvi a minimizzare il rischio di distorsioni e strappi. Cercate di essere in forma per praticare il vostro sport preferito, e non solo di fare sport per mantenervi in forma! Se il vostro lavoro richiede sforzi fisici, fare esercizio regolarmente può aiutarvi a prevenire le lesioni.

Potete proteggere le articolazioni sul lungo periodo lavorando per rafforzare e mantenere in forma i muscoli intorno all’articolazione danneggiata. Il sostegno migliore che potete avere sono i vostri muscoli! Chiedete al medico quali esercizi fare per migliorare la stabilità e il benessere. Usate inoltre un plantare che offra sostegno e protezione.

Fonte Principale: Mayo Clinic (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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18/03/2013 09:35 Condividi

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Sindrome delle gambe senza riposo: sintomi e cura

Posted: 18 Mar 2013 12:51 AM PDT

Introduzione Cause Sintomi Prognosi Diagnosi Cura Introduzione

La sindrome delle gambe senza riposo (RLS, dall’inglese Restless Legs Syndrome) è un disturbo che provoca un bisogno urgente e incontenibile di muovere le gambe, spesso accompagnato da sensazioni strane e spiacevoli alle gambe. Una volta mosse le gambe, ci si sente riposati e le sensazioni strane scompaiono.

Chi soffre di questa sindrome descrive le sensazioni spiacevoli come crampi, “sensazione di qualcosa che striscia sulle gambe”, “gambe che tirano”, prurito, formicolio, bruciore, dolore o scosse. In alcuni casi possono essere colpite anche le braccia.

Il bisogno di muoversi e le sensazioni spiacevoli si verificano quando si è a riposo e inattivi, quindi tendono ad essere più spiacevoli di sera o durante la notte.

Chi soffre di questa sindrome può avere difficoltà ad addormentarsi e a rimanere addormentato, quindi può sentirsi stanco e assonnato durante il giorno. Le normali attività, come lo studio e il lavoro, possono risultare compromesse. Se non si dorme abbastanza, poi, si può iniziare a soffrire di depressione, sbalzi d’umore e altri problemi di salute.

La gravità della RLS può variare a seconda:

dell’entità dei sintomi e della loro frequenza, della facilità con cui il movimento riesce ad alleviare i sintomi, di quanto i sintomi disturbano il sonno.

Una delle forme della RLS di solito compare prima dei 45 anni e tende ad essere ereditaria. Può addirittura presentarsi già durante l’infanzia e, una volta comparsa, di solito continua per tutta la vita. Con il tempo i sintomi peggiorano gradualmente e tendono a presentarsi con sempre maggior frequenza. Se la forma della sindrome è lieve, si possono avere lunghi periodi liberi da sintomi.

Un’altra forma diversa inizia più tardi, dopo i 45 anni, e di norma non è ereditaria. Questo tipo di sindrome delle gambe senza riposo tende a comparire all’improvviso e i suoi sintomi di norma non peggiorano con il passare del tempo.

La sindrome può essere scatenata da determinati disturbi, patologie e farmaci. Ad esempio sembra connessa all’insufficienza renale, al morbo di Parkinson, al diabete, all’artrite reumatoide, alla gravidanza e alla carenza di ferro. Se è provocata da uno di questi fattori, di solito i sintomi compaiono improvvisamente.

Le malattie o i farmaci spesso causano o fanno peggiorare la forma di RLS a insorgenza tardiva.

Cause Difetti nell’uso del ferro o carenza di ferro

Le ricerche suggeriscono che le cause principali della sindrome delle gambe senza riposo sono i difetti nell’uso che l’organismo fa del ferro o la carenza di ferro nel cervello. Il cervello usa il ferro per produrre la dopamina (sostanza chimica che funge da neurotrasmettitore) e per controllare altre attività cerebrali. La dopamina agisce nelle zone del cervello che controllano il movimento.

Molte patologie e situazioni possono alterare la quantità di ferro presente nel cervello o il modo in cui questo minerale viene usato, tra di esse ricordiamo:

l’insufficienza renale, il morbo di Parkinson, il diabete, l’artrite reumatoide, la gravidanza, la carenza di ferro.

Tutti questi disturbi fanno aumentare il rischio di soffrire della sindrome delle gambe senza riposo.

Chi ha parenti stretti affetti dalla RLS ha maggiori probabilità di soffrire del disturbo: i fattori genetici, quindi, probabilmente contribuiscono ai difetti nell’uso del ferro o alla carenza di ferro nel cervello che provocano la RLS.

Lesioni ai nervi

Le lesioni ai nervi delle gambe o dei piedi, e in alcuni casi anche delle braccia o delle mani, possono causare o far peggiorare la sindrome. Diverse patologie, tra cui il diabete, possono provocare questo tipo di lesioni.

Farmaci ed altre sostanze

La sindrome delle gambe senza riposo può essere scatenata da diversi farmaci, tra cui ricordiamo:

farmaci antinausea, antidepressivi, antipsicotici (farmaci usati per curare alcuni tipi di disturbi mentali), farmaci per il raffreddore e le allergie a base di antistaminici, calcio-antagonisti (usati per curare i problemi cardiaci e l’ipertensione).

I sintomi di norma migliorano o possono addirittura scomparire una volta interrotta la terapia con il farmaco responsabile.

Anche altre sostanze, come l’alcol o il tabacco, possono scatenare o far peggiorare i sintomi della sindrome delle gambe senza riposo.

Fattori di rischio La sindrome delle gambe senza riposo colpisce dal 5 al 15 per cento degli americani. Molti dei pazienti hanno parenti colpiti dallo stesso disturbo. La RLS colpisce tutti i gruppi razziali, ma è più diffusa tra i pazienti di origine nordeuropea. Le più a rischio sono le donne, anche se la malattia colpisce entrambi i sessi. Il numero di casi di RLS aumenta all’aumentare dell’età del paziente. Molte persone ricevono la diagnosi in età adulta. Chi inizia a soffrirne nelle prime fasi della vita tende ad avere precedenti famigliari. Chi è affetto da determinate patologie o da determinati disturbi oppure assume particolari medicine corre un rischio maggiore di ammalarsi. La gravidanza è un fattore di rischio per la RLS. Di solito i sintomi si verificano nel terzo trimestre. Il disturbo di norma è più lieve o scompare dopo il parto, ma alcune donne possono continuare a soffrire dei sintomi anche dopo la nascita del bambino. Altre donne, invece, possono iniziare a soffrire di RLS nelle fasi successive della vita. Sintomi

I 4 sintomi principali della sindrome delle gambe senza riposo (RLS) sono:

Bisogno incontenibile di muovere le gambe accompagnato spesso, ma non sempre, da sensazioni spiacevoli alle gambe. Se il disturbo è grave, il paziente può avere bisogno di muovere anche le braccia. I sintomi si verificano o si aggravano nei momenti di inattività. Il bisogno di muoversi aumenta quando si è seduti o mentre ci si riposa da sdraiati. I sintomi sono alleviati dal movimento. Il movimento, in particolar modo il camminare, aiutano ad alleviare le sensazioni spiacevoli. I sintomi iniziano o sono più intensi di sera o di notte.

Affinché sia diagnosticata la RLS, il paziente deve presentare tutti e quattro i sintomi principali.

Bisogno di muoversi

La RLS si chiama così perché il paziente avverte il bisogno incontenibile di muovere le gambe mentre è seduto o sdraiato. Tra i movimenti che tipicamente alleviano le sensazioni spiacevoli causate dalla RLS ricordiamo

camminare e passeggiare, scrollare le gambe, stirare e flettere le gambe, agitare e girare le gambe, strofinare le gambe. Sensazioni spiacevoli

Chi soffre della sindrome descrive le sensazioni spiacevoli alle gambe come “sensazione di avere qualcosa che si muove o striscia sugli arti”, prurito, “gambe che tirano”, formicolio, bruciore, dolore o scosse. Se la RLS è più grave può causare anche leggero dolore, che di solito è più un fastidio che un dolore vero e proprio.

I sintomi della sindrome delle gambe senza riposo nei bambini possono essere diversi da quelli degli adulti. Nei bambini il disturbo può essere accompagnato dall’iperattività, ma non si sa con certezza il meccanismo che lega i due disturbi.

Le sensazioni spiacevoli causate dalla RLS di solito hanno origine nella parte bassa delle gambe (polpacci), ma in realtà possono colpire qualunque parte delle gambe o dei piedi, e addirittura delle braccia.

Le sensazioni sembrano originarsi dal profondo delle gambe, e non dalla superficie. Di norma colpiscono entrambe le gambe, ma in alcuni casi possono colpire una gamba sola, cambiare gamba o essere più intensi in una gamba.

Chi soffre di sintomi lievi può notarli solo quando è molto stanco o è sveglio da molto tempo, ad esempio durante i viaggi lunghi in aereo o mentre guarda la TV. Se non ha problemi ad addormentarsi, può non avere sintomi durante la notte.

Le sensazioni spiacevoli provocate dalla sindrome delle gambe senza riposo sono diverse dai crampi che molti lamentano durante la notte. I crampi alle gambe spesso sono limitati a determinati gruppi muscolari delle gambe, che possono iniziare a tendersi. I crampi alle gambe causano un dolore più intenso e per alleviarli occorre stirare il muscolo colpito.

In alcuni casi il dolore o il fastidio alle gambe possono essere causati dall’artrite o dall’arteriopatia periferica (PAD). In questi casi, però, muovere le gambe peggiora il fastidio anziché alleviarlo.

Movimenti periodici delle gambe durante il sonno

Molte persone affette dalla RLS soffrono anche dei movimenti periodici delle gambe durante il sonno (PLMS). Questo disturbo provoca scatti o movimenti inconsulti delle gambe ogni 10, 60 secondi durante il sonno. Questi movimenti interrompono il sonno e non fanno riposare bene.

I movimenti periodici delle gambe durante il sonno di norma colpiscono le gambe, ma possono anche colpire le braccia. Chi soffre di PLMS non ha automaticamente anche la sindrome delle gambe senza riposo

Disturbi del sonno

La sindrome delle gambe senza riposo può impedirvi di addormentarvi o può farvi svegliare. Se disturba il sonno, probabilmente durante la giornata vi sentirete molto stanchi.

La mancanza di sonno può rendere difficile la concentrazione nello studio o nel lavoro; può inoltre causare depressione, sbalzi d’umore e altri problemi di salute, come il diabete o l’ipertensione.

Prognosi

I sintomi della sindrome delle gambe senza riposo spesso tendono a peggiorare con il passare del tempo, tuttavia in alcuni pazienti possono scomparire anche per settimane o mesi.

Se la sindrome è provocata da una patologia o da un farmaco, può scomparire se la malattia viene curata o se il fattore scatenante scompare. Ad esempio, la RLS dovuta alla gravidanza tende a scomparire dopo il parto. Il trapianto di reni (ma non la dialisi) allevia la sindrome delle gambe senza riposo dovuta all’insufficienza renale.

Le terapie per la sindrome delle gambe senza riposo comprendono le modifiche dello stile di vita e le terapie farmacologiche. Alcuni semplici modifiche dello stile di vita spesso servono per alleviare le forme più lievi della sindrome ed i farmaci spesso sono in grado di alleviare o di prevenire i sintomi dei casi di RLS più gravi.

Sono in corso ricerche per capire meglio le cause della sindrome della e per mettere a punto terapie più efficaci.

Diagnosi

Il medico diagnostica la sindrome delle gambe senza riposo sulla base dei sintomi, dell’anamnesi personale e familiare, della visita e dei risultati degli esami.

Il medico usa tutte queste informazioni per escludere la presenza di patologie diverse che hanno sintomi simili a quelli della RLS.

Specialisti coinvolti

La diagnosi e la terapia della sindrome delle gambe senza riposo di solito spettano al medico di famiglia, che però in alcuni casi può suggerirvi di rivolgervi a uno specialista del sonno o a un neurologo.

Sintomi

Per la diagnosi di RLS il paziente deve presentare i quattro segni e sintomi fondamentali che abbiamo elencato in precedenza.

Il medico probabilmente vi chiederà se i sintomi influiscono sulla qualità del sonno e se durante la giornata riuscite a rimanere vigili.

Per aiutarlo, probabilmente dovrete tenere un diario del sonno. Usatelo per tenere nota tutti i giorni di eventuali problemi ad addormentarvi o a rimanere vigili, della qualità del sonno durante la notte e di difficoltà a rimanere vigili durante la giornata.

Anamnesi personale e famigliare

Il medico può chiedervi se soffrite delle malattie o dei disturbi che scatenano la RLS, come: l’insufficienza renale, il morbo di Parkinson, il diabete, l’artrite reumatoide, la carenza di ferro. Se aspettate un figlio, la gravidanza potrebbe essere la causa della sindrome delle gambe senza riposo.

Il medico, inoltre, vi domanderà quali farmaci assumete. Alcuni di essi sono in grado di provocare la RLS o di farla peggiorare.

La forma più diffusa di RLS tende ad essere ereditaria; il medico, quindi, vi potrà chiedere se qualcuno dei vostri parenti soffre di RLS.

Visita

Il medico vi visiterà per scoprire se soffrite di disturbi o patologie che potrebbero causare la sindrome delle gambe senza riposo. Cercherà di escludere altre patologie con sintomi simili a quelli della RLS.

Esami

Attualmente non esiste alcun esame in grado di diagnosticare da solo la RLS. Il medico, tuttavia, può consigliarvi gli esami di sangue per controllare i livelli del ferro, oppure può consigliarvi gli esami dei muscoli o della funzionalità nervosa. Questi esami possono indicare se soffrite di un disturbo che può far aggravare la RLS o che ha sintomi simili a quelli della RLS.

In rari casi gli studi del sonno possono contribuire alla diagnosi di RLS. Gli studi del sonno misurano la lunghezza e la qualità del sonno. La RLS può causare deprivazione del sonno, che però non è un sintomo specifico di questa patologia.

I ricercatori stanno continuando a mettere a punto nuove tecniche di diagnosi della RLS.

Sperimentazioni farmacologiche

Se il medico ritiene che soffriate di RLS, può prescrivervi particolari farmaci per alleviare i sintomi. Questi farmaci, usati per curare il morbo di Parkinson, sono anche in grado di alleviare la sindrome delle gambe senza riposo. Se i farmaci alleviano i sintomi, il medico confermerà la diagnosi di RLS.

Cura e terapia

Per la sindrome delle gambe senza riposo non esiste alcuna cura. Se è provocata da un disturbo o da un farmaco, può scomparire o migliorare una volta interrotto o curato il fattore scatenante.

La RLS non può essere curata, ma è possibile effettuare una terapia, i cui scopi sono:

prevenire o alleviare i sintomi, aumentare il tempo dedicato al sonno e migliorare la qualità del sonno, curare o correggere i disturbi e le situazioni che possono scatenare o far peggiorare la sindrome delle gambe senza riposo.

I casi più lievi di RLS spesso vengono affrontati modificando lo stile di vita e, a volte, anche con l’uso periodico di farmaci. I casi più gravi, invece, di norma richiedono l’assunzione quotidiana di farmaci.

Modifiche dello stile di vita

Modificando lo stile di vita si può prevenire o alleviare i sintomi della RLS. Nei casi più lievi di sindrome delle gambe senza riposo, le modifiche dello stile di vita possono essere l’unica terapia necessaria.

Prevenzione dei sintomi Molte sostanze di uso frequente, come l’alcol e il tabacco, sono in grado di provocare i sintomi della RLS. Evitandole, si può limitare o prevenire i sintomi. Alcuni farmaci, anche quelli senza obbligo di ricetta, possono causare o far peggiorare i sintomi della sindrome delle gambe senza riposo. Informate il medico di tutti i farmaci che state assumendo: vi consiglierà di smettere o eventualmente di cambiare la terapia. Adottare buone abitudini per quanto riguarda il sonno può essere utile per addormentarsi e per avere una buona qualità del sonno, problemi diffusi tra i pazienti affetti dalla RLS. Tra le buone abitudini riguardanti il sonno ricordiamo: Tenere la zona dove si dorme non troppo calda, tranquilla, comoda e più scura possibile. Eliminare tutte le distrazioni che possono interferire con il sonno, come la TV, il computer o il telefono. Andare a dormire e alzarsi alla stessa ora tutti i giorni. Alcune persone affette dalla RLS trovano utile andare a letto più tardi di sera e svegliarsi più tardi al mattino. Cercare di non stare troppo a lungo svegli nel letto alla sera o durante la notte. Dedicarsi ad attività che impegnano la mente prima di dormire, ad esempio fare le parole crociate, può alleviare i sintomi della RLS: questi passatempi aiutano ad addormentarsi. Per addormentarsi più facilmente potete anche concentrarvi sulla respirazione e usare altre tecniche di rilassamento. Anche l’attività fisica regolare e moderata può limitare o prevenire i sintomi della sindrome delle gambe senza riposo. Spesso, i pazienti colpiti dalla RLS riferiscono che, aumentando l’attività durante il giorno, i sintomi diminuiscono. Attività per alleviare i sintomi

Tra le attività in grado di alleviare i sintomi della RLS ricordiamo:

camminare o fare stretching, fare un bagno caldo o freddo, massaggiare l’arto colpito, usare la borsa dell’acqua calda o la borsa del ghiaccio sull’arto colpito, dedicarsi ad attività che impegnano la mente.

Quando andate al cinema, prendete l’aereo o il treno, scegliete un posto che si affaccia sul corridoio, così, in caso di necessità, potrete sgranchirvi le gambe.

Farmaci

Se le modifiche dello stile di vita, da sole, non riescono ad alleviare la RLS dovrete ricorrere ai farmaci. Molti farmaci sono in grado di alleviare o prevenire i sintomi della RLS.

Non esiste un unico farmaco efficace per tutti i pazienti affetti dalla RLS. Possono essere necessarie diverse modifiche del tipo di terapia e dei dosaggi per trovare la terapia migliore. In alcuni casi un farmaco può essere efficace per un po’ e poi smettere di funzionare.

Alcuni dei farmaci usati per curare la RLS sono anche usati per curare il morbo di Parkinson: producono la dopamina o la imitano nelle zone del cervello che controllano il movimento. (La dopamina è un neurotrasmettitore, cioè una sostanza chimica coinvolta nell’elaborazione cerebrale del movimento.)

Se i farmaci per il Parkinson non prevengono né alleviano i sintomi, il medico può prescrivervene di altro tipo. Per la terapia della RLS può essere necessario assumere diversi farmaci contemporaneamente.

Prima di assumere un qualsiasi farmaco chiedete sempre consiglio al medico, che vi illustrerà gli effetti collaterali dei farmaci per la RLS. Gli effetti collaterali possono comprendere:

nausea, mal di testa, sonnolenza diurna.

In alcuni casi, i farmaci per la RLS potrebbero far peggiorare i problemi di gioco d’azzardo compulsivo, shopping compulsivo o attività sessuale compulsiva. In altri casi, invece, l’uso continuo di farmaci per la RLS può far peggiorare i sintomi.

Contattate il medico se avete uno di questi problemi. Potrà modificare la terapia per prevenire gli effetti collaterali.

Convivere con la sindrome delle gambe senza riposo

La sindrome delle gambe senza riposo è nella maggior parte dei casi una patologia cronica. I sintomi possono essere intermittenti oppure scomparire per lunghi periodi, ma spesso peggiorano con il passare del tempo.

Se la RLS è provocata da una patologia o da un farmaco, può scomparire una volta alleviata o interrotta la causa scatenante; ad esempio la RLS causata dalla gravidanza tende a scomparire dopo il parto.

Per la sindrome delle gambe senza riposo non esiste alcuna cura, ma le terapie sono in grado di alleviare o prevenire i sintomi. I casi più lievi di norma sono affrontati modificando lo stile di vita e, in certe situazioni, con l’uso periodico di farmaci. I casi più gravi di RLS di solito vengono trattati con l’assunzione quotidiana di farmaci.

Sorveglianza continua

Se soffrite della sindrome delle gambe senza riposo, andate regolarmente dal medico per tenere sotto controllo eventuali cambiamenti nei sintomi: così capirete se la terapia funziona e se continuerà a funzionare con il passare del tempo.

Andate dal medico se vedete che la terapia non è più efficace o se avvertite sintomi nuovi.

Alcuni consigli Cercate di programmare i lunghi tragitti in macchina e altri lunghi periodi di inattività nei momenti della giornata in cui i sintomi sono meno gravi. Concedetevi delle pause per fare stretching o per sgranchire le gambe. Quando andate al cinema o prendete l’aereo o il treno sedetevi nei posti vicino al corridoio così, se necessario, potrete muovervi. Cercate di trovare un lavoro da poter eseguire in piedi o stando in movimento. Sostegno emotivo

Convivere con la RLS può essere fonte di ansia e stress. È importante che il paziente parli apertamente del suo stato d’animo con i medici che lo seguono.

Partecipare a un gruppo di auto-aiuto può aiutarvi ad abituarvi a convivere con la sindrome delle gambe senza riposo. Potete vedere come gli altri pazienti con il vostro stesso problema affrontano i sintomi. Chiedete al medico o al personale sanitario di segnalarvi gruppi di questo genere presenti nella vostra zona.

Anche l’aiuto dei famigliari e degli amici può contribuire ad alleviare lo stress e l’ansia. Parlate del vostro stato d’animo alle persone che vi stanno vicino e suggerite loro come fare per aiutarvi.

 

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Glucosamina e condroitina: funzionano davvero?

Posted: 10 Feb 2013 11:59 PM PST

Che cos’è il GAIT?

Il GAIT (Glucosamine/chondroitin Arthritis Intervention Trial) è il primo esperimento clinico su larga scala effettuato negli Stati Uniti per capire quali sono gli effetti degli integratori alimentari glucosamina (glucosamina idrocloridrato) e solfato di condroitina (condroitin solfato sodico) per la terapia dell’osteoartrite del ginocchio. La ricerca ha messo alla prova l’efficacia della glucosamina e del solfato di condroitina, usati separatamente o combinati, per la diminuzione del dolore nei pazienti affetti da osteoartrite del ginocchio.

La ricerca è stata condotta dal Dipartimento di Medicina dell’Università dello Utah, in 16 centri di ricerca reumatologica in tutti gli Stati Uniti e finanziata dal National Center for Complementary and Alternative Medicine (NCCAM) e dal National Institute of Arthritis and Musculoskeletal and Skin Diseases (NIAMS), entrambi facenti parte del National Institutes of Health (NIH).

Obiettivi

Le precedenti ricerche nella letteratura medica hanno ottenuto risultati contraddittori sull’efficacia della glucosamina e del solfato di condroitina come terapie per l’osteoartrite. Il GAIT è stato progettato per verificare l’efficacia sul breve periodo (6 mesi) della glucosamina e del solfato di condroitina per la diminuzione del dolore in un ampio gruppo di partecipanti affetti da osteoartrite ossea.

Progetto

Nel GAIT i partecipanti sono stati assegnati casualmente a uno di cinque gruppi:

terapia con sola glucosamina, terapia con solo solfato di condroitina, terapia combinata, celecoxib, placebo (sostanza inattiva che assomiglia al principio attivo impiegato nella ricerca).

La glucosamina, il solfato di condroitina e la loro combinazione sono stati messi a confronto con un placebo, per valutare se riescono ad alleviare in modo significativo il dolore articolare. Anche il celecoxib, un farmaco con obbligo di ricetta efficace per gestire il dolore dell’osteoartrite, è stato messo a confronto con il placebo per validare la ricerca.

Per diminuire la probabilità di ottenere risultati distorti, la ricerca è stata effettuata in doppio cieco, cioè né i ricercatori né i partecipanti sapevano a quale dei cinque gruppi erano assegnati i pazienti. Ai pazienti è stata somministrata la terapia per 24 settimane; i partecipanti sono stati valutati all’inizio della ricerca, e poi alla quarta, all’ottava, alla sedicesima e alla ventiquattresima settimana, per valutare eventuali miglioramenti nei sintomi ed eventuali reazioni avverse ai principi attivi. A tutti i partecipanti era stata diagnosticata l’osteoartrite, documentata tramite radiografia. I partecipanti, inoltre, sono stati segmentati in due sottogruppi a seconda del grado di dolore riferito: 1.229 partecipanti (il 78%) riferivano un dolore lieve, mentre 354 pazienti (22%) lamentavano un dolore da moderato a grave.

Al termine della ventiquattresima settimana è stata misurata la riduzione del dolore: se è stata di almeno il 20 per cento rispetto all’inizio dell’esperimento, si può parlare di risposta positiva alla terapia. Per tutta la durata della ricerca (tranne che nelle 24 ore prima dell’esame del ginocchio), tutti i partecipanti hanno avuto la possibilità di usare fino a 4.000 mg di paracetamolo (Tachipirina) per alleviare l’eventuale dolore dovuto all’osteoartrite. Il ricorso al paracetamolo, però, è stato molto limitato: in media i partecipanti hanno usato meno di due compresse da 500 mg al giorno.

Costi

La ricerca GAIT principale è costata poco più di 12,5 milioni di dollari (pari a circa 9,5 milioni di euro).

Fondamenti della ricerca Che cos’è l’osteoartite?

Si stima che negli Stati Uniti circa 27 milioni di adulti debbano convivere con l’osteoartrite, il tipo di artrite più diffuso.

L’osteoartite, anche detta malattia articolare degenerativa, è causata dalla lacerazione della cartilagine, cioè del tessuto connettivo che fa da cuscinetto tra l’estremità delle ossa all’interno dell’articolazione. È caratterizzata da dolore, lesioni all’articolazione e limitazione della mobilità. Questa patologia di norma compare in età avanzata e nella maggior parte dei casi colpisce le mani e le articolazioni più grandi su cui si scarica il peso corporeo, ad esempio quelle delle ginocchia. I fattori di rischio per questo disturbo sono l’età avanzata, il sesso femminile e l’obesità.

Che cosa sono la glucosamina e il solfato di condroitina?

La glucosamina e il solfato di condroitina sono sostanze naturali che si trovano all’interno e intorno alle cellule delle cartilagini. La glucosamina è uno zucchero amminico che l’organismo produce e distribuisce nelle cartilagini e negli altri tessuti connettivi, mentre il solfato di condroitina è un carboidrato complesso che aiuta le cartilagini ad assorbire l’acqua. Negli Stati Uniti, come in Italia, la glucosamina e il solfato di condroitina sono in commercio come integratori alimentari, e sono quindi sottoposti alla legislazione alimentare anziché a quella riguardante i farmaci.

Che cos’è il celecoxib?

Il celecoxib (nome commerciale: Celebrex®) è un farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS), inibitore della COX-2. Esattamente come i FANS tradizionali, il celecoxib inibisce l’enzima COX-2 che stimola l’infiammazione. Diversamente dai FANS tradizionali, però, il celecoxib non inibisce l’azione dell’enzima COX-1, che protegge le pareti gastriche: quindi questo farmaco è in grado di diminuire il dolore articolare e l’infiammazione, con un rischio ridotto di ulcere e sanguinamenti gastrointestinali. Ricerche recenti hanno sottolineato che ci potrebbe essere un legame tra i COX-2 inibitori ed effetti collaterali di natura cardiovascolare. Anche se il GAIT non è stato progettato per studiare la sicurezza del celecoxib, i suoi partecipanti sono stati tenuti sotto controllo per possibili effetti collaterali, che però non sono aumentati in modo significativo.

Dosaggi

I dosaggi usati nel corso del GAIT erano basati sui dosaggi comuni nella letteratura scientifica.

Sola glucosamina: 1.500 mg/dì, in tre dosi da 500 mg Solo solfato di condroitina: 1.200 mg/dì, in tre dosi da 400 mg Glucosamina e solfato di condroitina combinati: rispettivamente 1.500 mg e 1.200 mg/dì. Celecoxib: 200 mg/dì. Paracetamolo: i partecipanti potevano assumere fino a 4.000 mg (in compresse da 500 mg) al giorno per tenere sotto controllo il dolore, tranne nelle 24 precedenti l’esame Chi ha fornito le materie prime per la glucosamina e il solfato di condroitina?

La glucosamina è stata in parte donata dai Ferro Pfanstiehl Laboratories, Inc, di Waukegan (Illinois) mediante Wilke Resources.

Il solfato di condroitina è stata donato dalla Bioiberica S.A. di Barcellona.

I principi attivi usati nella ricerca sono state prodotti dal Programma cooperativo di ricerche cliniche farmacologiche del Dipartimento per gli affari dei veterani di Albuquerque.

Chi ha fornito gli altri prodotti necessari per la ricerca?

Il paracetamolo è stato donato dalla McNeil Consumer and Specialty Pharmaceuticals di Fort Washington.

Il celecoxib è commercializzato dalla Pfizer.

Dove si è svolta la ricerca?

Il Dipartimento di medicina dell’Università dello Utah di Salt Lake City è stato il centro di coordinamento, con funzioni di supervisione sulla ricerca e sul reclutamento dei 16 centri. Il responsabile della ricerca è il dott. Daniel O. Clegg, Professore di Medicina e reumatologia presso il reparto di Reumatologia del dipartimento di Medicina dell’Università dello Utah. Il biostatistico del GAIT è il dott. Domenic J. Reda, del programma di studio cooperativo del Dipartimento per gli affari dei veterani, che si è occupato della gestione e dell’analisi dei dati. Il farmacista clinico del GAIT è la dott.ssa Crystal L. Harris (programma di studio cooperativo, sezione di farmacia clinica, del Dipartimento per gli affari dei veterani di Albuquerque) che ha fabbricato, confezionato, distribuito e fornito i test analitici delle sostanze coinvolte nella ricerca, sotto la supervisione del GAIT. Elenchiamo i 16 centri di ricerca, con i relativi responsabili:

Università dell’Alabama di Birmingham (dott. Larry W. Moreland) Università dell’Arizona di Tucson (dott. David Yocum) Centro medico Cedars-Sinai di Los Angeles (dott. Michael Weisman) Università della California di Los Angeles (dott. Daniel Furst) Università della California di San Francisco (dott.ssa Nancy Lane) Northwestern University di Chicago (dott. Thomas J. Schnitzer) Indiana University di Indianapolis (dott. John Bradley) Centri clinici e di ricerca per l’artrite di Wichita (dott. Frederick Wolfe) Centro medico dell’università del Nebraska di Omaha (dott. James O’Dell) Clinica per le patologie articolari di New York (dott. Clifton Bingham) Case Western Reserve University di Cleveland (dott. Michele Hooper) Università della Pennsylvania di Philadelphia (dott. Ralph Schumacher) Università di Pittsburgh (dott. Chester Oddis) Ospedale presbiteriano di Dallas (dott. John J. Cush) Università dello Utah di Salt Lake City (dott. Christopher G. Jackson) Virginia Mason Medical Center di Seattle (dott. Jerry Molitor) Risultati Risultati principali

I ricercatori hanno scoperto che:

Coloro che facevano parte del gruppo di controllo positive (quello del celecoxib) hanno riferito una diminuzione significativa del dolore rispetto a coloro che hanno assunto il placebo: il 70 per cento circa di coloro che hanno assunto il celecoxib ha riportato una diminuzione del dolore di almeno il 20 per cento, contro il 60 per cento circa del placebo. In generale non sono state registrate differenze significative tra le altre terapie sperimentate e il placebo. Per un sottoinsieme di partecipanti con dolore da moderato a grave, la glucosamina combinata con il solfato di condroitina è riuscita ad alleviare il dolore in modo significativo rispetto al placebo: il 79 per cento circa presentava una riduzione del dolore di minimo il 20 per cento, contro il 54 per cento riferito dai pazienti trattati con il placebo. Secondo i ricercatori, questi risultati sono da considerarsi provvisori perché i sottogruppi erano troppo piccoli: i risultati, quindi, dovranno essere confermati da ulteriori ricerche. Per i pazienti compresi nel sottogruppo del dolore lieve, la glucosamina e il solfato di condroitina, da soli o in combinazione, non hanno dimostrato un effetto analgesico statisticamente significativo. Quanti e quali pazienti hanno partecipato alla ricerca?

Alla ricerca hanno partecipato 1.583 persone in totale. I requisiti per la partecipazione erano l’età pari o superiore ai 40 anni e precedenti personali di osteoartrite al ginocchio, documentati con le radiografie. I partecipanti non dovevano aver usato la glucosamina nei 3 mesi precedenti e il solfato di condroitina nei 6 mesi precedenti. I pazienti, in media, avevano 59 anni e circa i due terzi erano di sesso femminile. Dei 1.583 partecipanti alla ricerca, il 78 per cento (1.229) apparteneva al sottogruppo con dolore lieve e il 22 per cento (354) al sottogruppo con dolore da moderato a grave.

Le terapie hanno provocato effetti collaterali?

Durante la ricerca sono stati riportati 77 casi di effetti collaterali gravi. Tra di essi, solo 3 sono stati attribuiti alle terapie sperimentate durante la ricerca. La maggior parte degli effetti collaterali è stata di lieve entità, ad esempio semplici mal di stomaco, e ha colpito con percentuali uguali i diversi gruppi. Inoltre, anche se il GAIT non è stato progettato per la valutazione di questi rischi, non è stata riportata alcuna alterazione della tolleranza al glucosio per la glucosamina né una maggior incidenza di eventi cardiovascolari con la somministrazione del celecoxib.

Informazioni per il consumatore e sviluppo della terapia Chi soffre di osteoartrite potrà usare senza rischi la glucosamina e il solfato di condroitina?

Chi soffre di osteoartrite dovrebbe parlare con il proprio medico per elaborare un piano di controllo del dolore: è opportuno seguire una dieta sana, perdere il peso in eccesso e usare antidolorifici efficaci e sicuri. Se il dolore è da moderato a grave, il paziente dovrebbe chiedere al medico se la combinazione di glucosamina e solfato di condroitina è un’opzione terapeutica corretta.

I responsabili del GAIT hanno condotto altre ricerche sulla glucosamina e sul solfato di condroitina?

Sì: la ricerca GAIT originaria comprende una ricerca addizionale o secondaria che mira a comprendere se i due integratori alimentari sono in grado di diminuire i danni strutturali derivanti dall’osteoartrite del ginocchio. Nella ricerca secondaria, i pazienti interessati coinvolti nel GAIT hanno la possibilità di continuare la terapia della ricerca originaria per ulteriori 18 mesi, per un totale di 2 anni. Alla fine della ricerca secondaria, l’équipe ha raccolto i dati relativi a 581 pazienti. Dopo aver verificato le radiografie, i ricercatori hanno concluso che la glucosamina e il solfato di condroitina, in combinazione o singolarmente, in apparenza non sembravano comportarsi meglio del placebo quando si trattava di rallentare il deterioramento della cartilagine nell’osteoartrite del ginocchio; tuttavia l’interpretazione dei risultati della ricerca è difficile, poiché i partecipanti che hanno assunto il placebo presentano un deterioramento della cartilagine o dello spazio intra-articolare minore del previsto. I risultati sono stati riportati nel numero dell’ottobre del 2008 di Arthritis & Rheumatism: potete leggerli nel comunicato stampa dell’NCCAM.

Fonte: NIH (traduzione a cura di Elisa Bruno)

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04/02/2013 09:16 Condividi

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Linfocitopenia o linfopenia: cause e rimedi

Posted: 03 Feb 2013 11:44 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Diagnosi Cura Introduzione

La linfocitopenia è il disturbo in cui l’organismo presenta una carenza di linfociti, un particolare tipo di globuli bianchi.

I linfociti sono fabbricati all’interno del midollo osseo, come altri tipi di cellule del sangue. Servono per proteggere l’organismo dalle infezioni quindi, se non ce ne sono a sufficienza, il rischio di infezioni tende ad aumentare.

La linfocitopenia è anche detta linfopenia.

I linfociti, da soli, rappresentano una percentuale variabile tra il 20% e il 40% dei globuli bianchi. Negli esami del sangue gli adulti sani hanno tra i 1.000 e i 4.800 linfociti per microlitro di sangue, mentre i bambini hanno tra i 3.000 e i 9.500 linfociti per microlitro di sangue.

Il termine “linfocitopenia” si riferisce alla situazione in cui i linfociti sono meno di 1.000 per microlitro di sangue (negli adulti) o meno di 3.000 per microlitro (nei bambini).

Esistono tre tipi di linfociti:

linfociti B, linfociti T, linfociti NK (natural killer).

Tutti aiutano a proteggere l’organismo dalle infezioni. La maggior parte dei pazienti affetti da linfocitopenia presenta una carenza di linfociti T. In alcuni casi può esserci carenza di linfociti degli altri tipi.

Prognosi

La linfocitopenia può essere lieve oppure molto grave. Se si presenta senza altri disturbi che l’accompagnano può rimanere asintomatica, cioè non presentare alcun sintomo o problema grave.

La durata della malattia dipende dalla causa scatenante. La terapia dipende dalla causa e dalla gravità del disturbo. Per la maggior parte dei casi di linfocitopenia non è necessaria alcuna terapia. Se si cura il disturbo a monte della malattia, la linfocitopenia probabilmente tenderà a regredire.

Se la linfocitopenia provoca infezioni gravi, probabilmente dovrete ricorrere ai farmaci o ad altri tipi di terapie

Cause

In generale la linfocitopenia si verifica perché:

L’organismo non produce abbastanza linfociti. L’organismo produce abbastanza linfociti, che però poi vengono distrutti. I linfociti rimangono intrappolati nella milza o nei linfonodi. La linfocitopenia può anche essere provocata da una combinazione dei fattori sopraelencati.

Il meccanismo esatto con cui la singola malattia o disturbo influisce sul numero dei linfociti non è noto con esattezza. Alcuni pazienti soffrono di linfocitopenia senza alcuna causa apparente.

Cause acquisite

La linfocitopenia può essere causata da molti disturbi, patologie e fattori, tra cui ricordiamo:

Malattie infettive AIDS, epatite virale, tubercolosi, tifo. Malattie autoimmuni, come il lupus (nelle malattie autoimmuni il sistema immunitario attacca per errore le cellule e i tessuti dell’organismo) Terapia steroidea (cortisone). Tumori del sangue e altre malattie del sangue, ad esempio il linfoma di Hodgkin e l’anemia aplastica. Radioterapia e chemioterapia (cure contro i tumori). Cause ereditarie

La linfocitopenia può essere provocata da malattie e da disturbi ereditari, come:

sindrome di Di George,

sindrome di Wiskott-Aldrich,

l’immunodeficienza combinata grave,

l’atassia telangiectasia.

Questi disturbi ereditari sono piuttosto rari.

Sintomi

La scarsità di linfociti, se non è accompagnata da altri disturbi, può rimanere asintomatica, cioè non presentare alcun segno o sintomo. La patologia di norma viene diagnosticata durante gli esami per altre malattie o disturbi, ad esempio negli esami per l’AIDS.

Se soffrite di infezioni insolite o ripetute e/o di infezioni che non guariscono, il medico potrebbe essere indirizzato verso la diagnosi di linfocitopenia. Il sintomo più comune delle infezioni è la febbre.

Diagnosi

Il medico diagnosticherà la linfocitopenia basandosi sull’anamnesi (cioè sulla vostra storia medica), sulla visita e sui risultati degli esami.

La scarsità di linfociti, se si presenta da sola, può rimanere asintomatica, cioè non causare alcun sintomo, quindi il disturbo spesso viene diagnosticato durante gli esami per altre patologie o disturbi.

Specialisti coinvolti

l vostro medico di famiglia probabilmente noterà che siete colpiti da infezioni insolite o ripetute e/o da infezioni che stentano a guarire. Le infezioni possono essere un segno della linfocitopenia. Il medico di famiglia può indirizzarvi presso uno specialista infettivologo, per scoprire qual è la causa delle infezioni.

Probabilmente sarete anche visitati da un ematologo (specialista nelle malattie del sangue) o da un immunologo (specialista dei disturbi del sistema immunitario). La linfocitopenia, infatti, può essere causata da malattie del sangue o del sistema immunitario.

Anamnesi

Per capire quali probabilità ci sono che soffriate di linfocitopenia, il medico potrà chiedervi:

Se siete a rischio per l’AIDS, cioè se: siete stati sottoposti a trasfusioni, vi siete esposti al contagio tramite contatto sessuale, fate uso di droghe iniettabili e vi siete esposti in passato o vi esponete attualmente al sangue o ai fluidi corporei infetti sul posto di lavoro. Se in passato vi siete dovuti sottoporre alla radioterapia o alla chemioterapia (terapie antitumorali) Se in passato vi sono stati diagnosticati patologie del sangue o disturbi immunitari, oppure se nella vostra famiglia ci sono precedenti di questi tipi di malattie. Visita

Il medico vi visiterà per controllare se sono presenti sintomi di infezione, ad esempio la febbre. Controllerà l’addome, alla ricerca di eventuali gonfiori nella milza, e il collo, per escludere l’ingrossamento dei linfonodi.

Il medico, inoltre, controllerà se sono presenti sintomi di patologie e disturbi in grado di influire sulla quantità dei linfociti, ad esempio l’AIDS e i tumori del sangue.

Esami diagnostici

Per giungere alla diagnosi di linfocitopenia, il medico potrà consigliarvi uno o più degli esami seguenti.

Emocromo con formula leucocitaria

L’emocromo completo misura diverse componenti del sangue: controlla la quantità di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, e quindi è in grado di scoprire se c’è carenza di globuli bianchi.

I linfociti, da soli, rappresentano una percentuale variabile tra il 20 e il 40 per cento dei globuli bianchi. L’emocromo completo è in grado scoprire la quantità complessiva dei globuli bianchi, ma non è in grado di far capire al medico se c’è carenza di linfociti.

Probabilmente dovrete eseguire un esame più dettagliato, l’emocromo con formula leucocitaria, per scoprire se c’è carenza di linfociti. Quest’esame è in grado di evidenziare se soffrite di carenza di determinati tipi di globuli bianchi, ad esempio di linfociti. I risultati dell’esame, quindi, possono aiutare il medico a diagnosticare la linfocitopenia.

Citometria a flusso

La citometria a flusso esamina i diversi tipi di globuli bianchi ed è più dettagliata dell’emocromo con formula leucocitaria. La citometria a flusso è in grado di misurare le quantità dei diversi tipi di linfociti: linfociti T, linfociti B e linfociti NK (natural killer).

Quest’esame è in grado di contribuire alla diagnosi di linfocitopenia. La carenza di linfociti T può essere provocata da diverse patologie. Altre patologie possono causare la carenza di linfociti B o di linfociti NK.

Esami per le patologie a monte

La linfocitopenia può essere provocata da diverse patologie e disturbi. Il medico vorrà scoprire la causa del disturbo a monte. Probabilmente dovrete svolgere gli esami per l’HIV/AIDS, la tubercolosi, le malattie del sangue e i disturbi immunitari.

Probabilmente, quindi, dovrete sottoporvi agli esami del sangue, a quelli del midollo osseo e agli esami dei linfonodi.

I linfonodi fanno parte del sistema immunitario e si trovano in diverse zone dell’organismo. Durante la visita, il medico può scoprire se i linfonodi sono gonfi o meno. In caso di linfocitopenia, i linfonodi probabilmente trattengono troppi linfociti anziché rilasciarli nel sangue.

Il linfonodo, per essere esaminato, deve essere rimosso. L’asportazione dei linfonodi comporta un semplice intervento chirurgico.

Cura e terapia

In caso di linfocitopenia lieve senza causa apparente, probabilmente non dovrete sottoporvi ad alcuna terapia. Il disturbo potrebbe migliorare da solo, con il passare del tempo.

In caso di infezioni insolite o ripetute e/o di infezioni che stentano a guarire causate dalla linfocitopenia, dovrete curare l’infezione che vi ha colpito.

Se soffrite di una patologia o di un disturbo che provoca la linfocitopenia, il medico vi prescriverà una terapia per il disturbo. Risolvendo il problema a monte, probabilmente riuscirete a curare anche la carenza di linfociti.

Terapia per le infezioni

Se l’organismo ha carenza di linfociti, ha maggiori difficoltà a combattere le infezioni. Probabilmente sarete maggiormente soggetti alle infezioni provocate dai virus, dai funghi, dai parassiti o dai batteri.

La terapia dell’infezione dipende dalla causa. Probabilmente dovrete anche ricorrere alla terapia quando l’infezione sarà ormai guarita, per prevenirne le ricadute.

I bambini che soffrono di infezioni batteriche continue e gravi possono avvalersi delle immunoglobuline, anticorpi che aiutano a rafforzare il sistema immunitario e a combattere le infezioni.

Terapia per le patologie a monte

La linfocitopenia può essere causata da patologie e disturbi di diversa natura, ad esempio dalle malattie infettive come l’AIDS, dalle malattie del sangue, come l’anemia aplastica, o dai disturbi ereditari, come la sindrome di Wiskott-Aldrich.

La terapia dipende dalla patologia o dal disturbo che provoca la linfocitopenia.

Nuove terapie

I ricercatori stanno sperimentando nuove terapie per aumentare la produzione di linfociti nei pazienti affetti da linfocitopenia provocata da patologie gravi.

Alcune ricerche, ad esempio, stanno mettendo a punto tecniche di trapianto delle cellule staminali del sangue e del midollo osseo. Questi trapianti potrebbero aiutare a curare o alleviare alcune delle malattie che provocano la linfocitopenia.

Altre ricerche, invece, sono dedicate all’elaborazione di farmaci e altri prodotti in grado di aiutare l’organismo a produrre una maggior quantità di linfociti.

Prevenzione

Prevenire la linfocitopenia ereditaria è impossibile, tuttavia è possibile tenerla sotto controllo usando speciali accorgimenti: seguite scrupolosamente la terapia e assumete tutte le medicine prescritte dal medico.

La diagnosi precoce può essere utile per tenere sotto controllo la linfocitopenia. Negli Stati Uniti i neonati vengono sottoposti a esami di routine per escludere un disturbo immunitario che potrebbe provocare la linfocitopenia. Questo esame permette di diagnosticare il disturbo prima che insorgano problemi più gravi.

Convivere con la linfocitopenia

Se soffrite di linfocitopenia lieve senza alcuna causa apparente, probabilmente non sarà necessaria alcuna terapia, perché il disturbo tenderà a risolversi spontaneamente.

Se invece la linfocitopenia è causata da una qualche patologia, dovrete curare la patologia che la scatena. Dovrete inoltre risolvere le infezioni, se il vostro organismo non è in grado di combatterle da solo per via della carenza di linfociti.

Curare e prevenire le infezioni

Il rischio principale connesso alla linfocitopenia sono le infezioni insolite, ripetute e/o le infezioni che stentano a guarire. Se soffrite di linfocitopenia, dovrete farvi curare per prevenire le infezioni o per guarire quelle che già vi hanno colpito.

È anche possibile prendere alcuni provvedimenti per prevenire le infezioni. Vi consigliamo ad esempio di:

Evitare le persone malate e i luoghi affollati. Evitare gli alimenti che potrebbero contenere batteri, ad esempio gli alimenti crudi o non ben cotti. Lavarvi spesso le mani. Lavarvi i denti, passare il filo interdentale e andare regolarmente dal dentista, per diminuire il rischio di infezioni della bocca e della gola. Chiedere al medico se è opportuno farvi vaccinare contro l’influenza e contro la polmonite. Imparate a riconoscere i sintomi delle infezioni, ad esempio la febbre. Contattate immediatamente il medico se pensate di essere stati colpiti da un’infezione. Curare le patologie a monte

Le malattie che provocano la linfocitopenia vanno curate e risolte.

Probabilmente dovrete sottoporvi con regolarità agli esami per capire se la terapia sta funzionando; ad esempio dovrete fare regolarmente gli esami del sangue per controllare la quantità di linfociti nel sangue.

Se le terapie per le patologie a monte funzionano, il numero di linfociti nel sangue con ogni probabilità aumenterà.

Attività fisica

Chiedete al medico quali tipi di attività fisica sono indicati nel vostro caso, e con quale intensità potete praticarli. Vi consigliamo di evitare tutte le attività che potrebbero provocare traumi o far aumentare il rischio di infezioni.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Prolasso della valvola mitrale: sintomi e conseguenze

Posted: 27 Jan 2013 11:49 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Gravidanza Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

Il prolasso della valvola mitrale è il disturbo che impedisce il corretto funzionamento della valvola mitrale. I lembi della valvola sono meno elastici del normale e non riescono a chiudersi perfettamente: la valvola mitrale, quindi, non rimane né ben chiusa né ben aperta.

Per la maggior parte del tempo il prolasso della valvola mitrale non causa alcun problema, in rari casi, tuttavia, il sangue può scorrere nel verso opposto a quello normale perché la valvola non si chiude bene: si hanno quindi palpitazioni, fiato corto, dolore al torace e altri sintomi (Le palpitazioni sono la sensazione che il cuore perda un battito o batta troppo forte o troppo veloce).

Quando la valvola mitrale funziona bene

La valvola mitrale controlla la circolazione tra l’atrio e il ventricolo sinistri del cuore (l’atrio è la cavità superiore, mentre il ventricolo è quella inferiore).

La valvola mitrale fa circolare il sangue dall’atrio verso il ventricolo, ma non viceversa. Il cuore ha anche un atrio e un ventricolo destri, separati dalla valvola tricuspide.

Quando il cuore batte, gli atri si contraggono e spingono il sangue nei ventricoli: i lembi della valvola mitrale e della tricuspide si aprono per lasciar passare il sangue. Poi i ventricoli si contraggono per pompare il sangue fuori dal cuore. Quando i ventricoli si contraggono, i lembi della valvola mitrale e della tricuspide si chiudono formando un sigillo perfetto, e quindi impediscono al sangue di ritornare indietro negli atri.

Prolasso della valvola mitrale

In caso di prolasso della valvola mitrale, quando il ventricolo sinistro si contrae uno o più lembi della valvola mitrale rimangono molli o non restano in posizione perché si incurvano verso l’atrio sinistro. La valvola quindi, non riesce a sigillarsi perfettamente.

Il sangue, perciò, può iniziare a scorrere dal ventricolo verso l’atrio (rigurgito), in senso opposto al normale.

Non sempre il prolasso della valvola mitrale causa il rigurgito. In realtà, la maggior parte dei pazienti che soffrono di prolasso della valvola mitrale non presenta il rigurgito e non ha problemi né sintomi ad esso connessi, perché la valvola mitrale riesce ancora a sigillarsi bene.

Il rigurgito può causare problemi respiratori, aritmie (irregolarità nel battito cardiaco) o dolore al torace è può aggravarsi con il passare del tempo. Può alterare le dimensioni del cuore e far aumentare la pressione nell’atrio sinistro e nei polmoni. Il rigurgito, inoltre, fa aumentare il rischio di infezioni della valvola cardiaca.

I farmaci sono in grado di curare i sintomi più fastidiosi del prolasso della valvola mitrale e di prevenire le complicazioni. Alcuni pazienti, però, dovranno ricorrere all’intervento chirurgico per riparare o sostituire la valvola.

In passato si riteneva che il prolasso della valvola mitrale colpisse dal 5 al 15 per cento della popolazione, ma i ricercatori attualmente ritengono che molti dei pazienti a cui in passato è stato diagnosticato questo disturbo non fossero in realtà malati.

Probabilmente questi pazienti soffrivano di un leggero prolasso dei lembi della valvola causato da altre patologie, ad esempio dalla disidratazione (carenza di liquidi dell’organismo) o dalla malattia del cuore piccolo. Tuttavia le valvole, nel loro caso, erano perfettamente normali e il rigurgito, se presente, era minimo.

La diagnosi di prolasso della valvola mitrale attualmente è più precisa perché effettuata con un esame detto ecocardiografia o ecocardiogramma, che permette ai medici di identificare facilmente il prolasso e di scoprire eventuali rigurgiti.

Attualmente, quindi, i ricercatori ritengono che meno del 3 per cento della popolazione soffra di prolasso della valvola mitrale e che una percentuale ancora inferiore manifesti le complicazioni gravi di questo disturbo.

Prognosi

La maggior parte delle persone che soffrono di prolasso della valvola mitrale non ha alcun sintomo né alcun problema medico e non ha bisogno di alcuna terapia: è pertanto in grado di condurre una vita normale e attiva e può non essere consapevoli di soffrire del disturbo.

In rarissimi casi chi soffre di prolasso della valvola mitrale può aver bisogno di farmaci per alleviare i sintomi. In casi rarissimi chi soffre di prolasso della valvola mitrale deve eseguire un intervento di riparazione della valvola mitrale.

In rari casi il prolasso della valvola mitrale può causare problemi come l’aritmia (irregolarità del battito cardiaco) o l’endocardite infettiva. L’endocardite è l’infezione della parete interna delle cavità del cuore e delle valvole cardiache. I batteri che entrano in circolo possono causare l’infezione.

Cause

La causa esatta del prolasso della valvola mitrale rimane sconosciuta. La maggior parte dei pazienti ne soffre dalla nascita e il disturbo tende a essere ereditario. Si manifesta con maggior frequenza nei pazienti con disturbi congeniti dei tessuti connettivi come la sindrome di Marfan.

Nei pazienti che soffrono di prolasso della valvola mitrale, le anomalie della valvola possono essere diverse:

I lembi della valvola possono essere troppo grandi e spessi. I lembi della valvola possono essere troppo “molli”. I tessuti dei lembi e le corde tendinee che li sostengono sono troppo elastici e parti della valvola ricadono o sporgono all’indietro nell’atrio. L’apertura della valvola può essere troppo tesa.

Questi problemi possono impedire alla valvola di sigillarsi. In alcuni pazienti le valvole presentano diverse anomalie contemporaneamente.

Fattori di rischio

Il prolasso della valvola mitrale colpisce persone di tutte le età e di entrambi i sessi. Il prolasso della valvola mitrale con complicazioni o sintomi gravi si verifica, nella maggior parte dei casi, in pazienti di sesso maschile e di età superiore ai 50 anni.

Il rischio di prolasso della valvola mitrale aumenta in presenza di determinate patologie, tra cui ricordiamo:

patologie del tessuto connettivo, come la sindrome di Marfan, scoliosi o altri problemi dello scheletro, alcune forme di distrofia muscolare, malattia di Graves. Sintomi

La maggior parte dei pazienti con prolasso della valvola mitrale non avverte il disturbo, perché non presenta alcun sintomo né soffre di rigurgito.

Tra gli eventuali sintomi del prolasso della valvola mitrale possiamo avere:

palpitazioni (sensazione che il cuore perda un battito o che batta più forte o più veloce del solito), fiato corto, tosse, affaticamento, capogiro o ansia, emicrania, fastidio al torace.

I sintomi del prolasso della valvola mitrale variano a seconda del paziente. In genere sono lievi ma possono peggiorare con il passare del tempo, soprattutto quando si verificano complicazioni.

Quando chiamare il medico Pericoli

Le complicazioni del prolasso della valvola mitrale sono piuttosto rare e sono causate nella maggior parte dei casi dal rigurgito di sangue attraverso la valvola.

Il rigurgito di sangue attraverso la valvola mitrale è diffuso soprattutto tra gli uomini e tra i pazienti che soffrono di ipertensione. Chi soffre di rigurgito grave può trovarsi nella necessità di sottoporsi all’intervento chirurgico per prevenire le complicazioni.

Il rigurgito è la situazione in cui il sangue scorre nel verso opposto al normale, e cioè dal ventricolo sinistro verso l’atrio sinistro. Il sangue può addirittura rifluire fino ai polmoni, provocando problemi respiratori.

Il rigurgito provoca una tensione eccessiva nei muscoli dell’atrio e del ventricolo. Con il passare del tempo, la tensione può causare le aritmie. Il rigurgito, inoltre, fa aumentare il rischio di endocardite infettiva (infezione della parete interna delle cavità del cuore e delle valvole).

Aritmie

Le aritmie sono problemi della frequenza o del ritmo cardiaco. I tipi di aritmia più diffusi non sono pericolosi. Altri tipi di aritmia, come l’aritmia ventricolare, invece, possono essere gravi o mettere addirittura in pericolo la vita del paziente.

Se il battito è troppo lento, troppo veloce o irregolare, il cuore può non essere in grado di pompare una quantità sufficiente di sangue nell’organismo. La carenza di sangue può danneggiare il cervello, il cuore e gli altri organi.

Il prolasso della valvola mitrale può causare un tipo di aritmia problematico: la fibrillazione atriale (FA). Nella fibrillazione atriale, le pareti degli atri battono troppo debolmente, quindi gli atri non sono in grado di pompare una quantità sufficiente di sangue nei ventricoli.

La fibrillazione atriale è fastidiosa, ma solo in rari casi diventa pericolosa, quando gli atri si contraggono troppo velocemente o si formano trombi al loro interno. I trombi si possono formare perché il sangue “ristagna” negli atri anziché passare nei ventricoli. Se un coagulo si sposta ed entra in circolo, può raggiungere il cervello e provocare un ictus.

Infezione della valvola mitrale

Un lembo deformato della valvola mitrale può attirare i batteri presenti nel sangue. I batteri si attaccano alla valvola e possono provocare un’infezione grave, detta endocardite infettiva. Tra i sintomi delle infezioni batteriche ricordiamo:

febbre, brividi, dolori articolari, mal di testa.

L’endocardite infettiva è piuttosto rara, ma, quando colpisce, è un disturbo grave. Il prolasso della valvola mitrale è la patologia cardiaca che ha le maggiori probabilità di mettere i pazienti a rischio per l’endocardite.

Se soffrite di prolasso della valvola mitrale, potete prendere diversi provvedimenti per prevenire l’endocardite infettiva. Lavate sempre i denti e passate regolarmente il filo interdentale. Le carie e le infezioni gengivali possono causare l’endocardite infettiva.

Gravidanza Diagnosi

Il prolasso della valvola mitrale viene quasi sempre diagnosticato durante una visita di routine. Nel corso della visita, il medico ausculta il cuore con lo stetoscopio.

Se i lembi della valvola sono prolassati, ci può essere un rumore simile a uno scatto quando si chiudono. Se la valvola fa refluire il sangue nell’atrio sinistro, il medico può sentire una specie di sibilo, detto soffio al cuore.

Questi rumori anomali, tuttavia, possono essere intermittenti. Il medico può non sentirli durante la visita, anche se il paziente ha la valvola prolassata. Per diagnosticare il prolasso della valvola mitralica, quindi, il paziente dovrà eseguire ulteriori esami.

Esami diagnostici Ecocardiografia o ecocardiogramma

L’ecocardiografia o ecocardiogramma è l’esame più utile per la diagnosi del prolasso della valvola mitrale. È un esame indolore che usa le onde sonore per creare un’immagine in movimento del cuore.

L’ecocardiografia visualizza le dimensioni e la forma del cuore e permette di capire se le cavità e le valvole funzionano normalmente. Quest’esame, inoltre, evidenzia le zone del muscolo cardiaco che non si contraggono normalmente perché raggiunte da un flusso di sangue insufficiente o perché il muscolo cardiaco ha subito lesioni.

L’ecografia può visualizzare il prolasso della valvola mitrale e il rigurgito di sangue attraverso la valvola difettosa.

Esistono diversi tipi di ecocardiografia, tra cui l’ecocardiografia da sforzo, eseguita prima e dopo la prova da sforzo. Nella prova da sforzo, si fa un esercizio fisico o si assumono farmaci (somministrati dal medico) per far lavorare di più il cuore e farlo battere più rapidamente.

L’ecocardiografia da sforzo può essere eseguita per scoprire se il paziente presenta una diminuzione del flusso di sangue diretto al cuore (sintomo di una coronaropatia).

L’ecocardiografia può essere eseguita collocando una minuscola sonda nell’esofago (tubicino che collega la bocca con lo stomaco), per vedere più da vicino la valvola mitrale.

La sonda usa le onde sonore per creare immagini del cuore. Questa forma di ecocardiografia è detta ecocardiografia transesofagea (ETE).

Ecodoppler

L’ecodoppler fa parte dell’ecocardiografia e serve per visualizzare la velocità e la direzione del flusso di sangue che attraversa la valvola mitrale.

Altri esami

Tra gli altri esami utili per diagnosticare il prolasso della valvola mitrale ricordiamo:

Radiografia toracica, usata per capire se ci sono liquidi nei polmoni e per capire se il cuore è più grande del normale. Elettrocardiogramma (ECG). È un semplice esame che registra l’attività elettrica del cuore; indica la velocità del battito cardiaco ed evidenzia eventuali anomalie del ritmo. Quest’esame registra la forza e la frequenza degli impulsi elettrici che attraversano il cuore. Cura e terapia

La maggior parte dei pazienti che soffrono di prolasso della valvola mitrale non ha bisogno di alcuna terapia, perché il disturbo è asintomatico e non presenta complicazioni.

Anche per i pazienti che presentano i sintomi può non essere necessaria la terapia, ma la presenza dei sintomi non è necessariamente indice di un rigurgito significativo.

Chi soffre di prolasso della valvola mitrale e ha problemi o fastidi causati dal rigurgito di norma viene avviato alla terapia. La terapia del prolasso della valvola mitrale è farmacologica e/o chirurgica.

Le finalità della terapia del prolasso della valvola mitrale comprendono:

prevenzione dell’endocardite infettiva, delle aritmie e delle altre complicazioni, diminuzione dei sintomi, se necessario, correzione del problema della valvola mitrale. Terapia farmacologica

Per curare le palpitazioni e il fastidio toracico nei pazienti senza rigurgito o con rigurgito lieve, possono essere usati i betabloccanti.

Se i sintomi e il rigurgito sono significativi, il medico può prescrivere:

I vasodilatatori che fanno dilatare i vasi sanguigni e diminuiscono il carico di lavoro del cuore. Tra i vasodilatatori ricordiamo l’isosorbide dinitrato e l’idralazina. La digossina per aumentare la forza del battito cardiaco. I diuretici per rimuovere i liquidi in eccesso dai polmoni. Farmaci come la flecainide e la procainamide per regolare il ritmo cardiaco. Gli anticoagulanti per diminuire il rischio di formazione di trombi in caso di fibrillazione atriale. Tra gli anticoagulanti ricordiamo: il warfarin (Coumadin®), il dabigatran, l’eparina e l’aspirina. Terapia chirurgica

L’intervento chirurgico viene eseguito solo se il prolasso della valvola mitrale è molto grave e il sangue rifluisce nell’atrio. Lo scopo principale dell’intervento è quello di migliorare i sintomi e diminuire il rischio di insufficienza cardiaca.

È importante eseguire l’intervento al momento giusto. Se è eseguito con troppo anticipo, quando ancora la valvola funziona abbastanza bene, il paziente corre un rischio chirurgico inutile. Se invece è eseguito troppo tardi, il paziente può rischiare di subire danni cardiaci irreversibili.

Tecniche chirurgiche

Tradizionalmente i cardiochirurghi riparano o sostituiscono la valvola mitrale praticando un’incisione (taglio) nello sterno ed eseguendo un intervento a cuore aperto, cioè esponendo il cuore.

Sempre più chirurghi (per ora ancora una minoranza) usano una tecnica diversa, che comporta una o più piccole incisioni ai lati dello sterno. Questo tipo di intervento provoca meno cicatrici, fa perdere meno sangue e prevede un ricovero più breve, tuttavia non è praticato in tutti gli ospedali.

Riparazione della valvola e sostituzione della valvola

L’intervento sulla valvola mitrale comporta la riparazione oppure la sostituzione della valvola. Se possibile, i chirurghi preferiscono la riparazione, perché presenta un rischio minore di indebolimento del cuore e di infezioni. Riparando la valvola, inoltre, il paziente ha meno probabilità di dover usare per tutto il resto della vita i farmaci anticoagulanti.

Se non si può riparare la valvola, si può pensare di sostituirla con una valvola meccanica oppure biologica.

Le valvole meccaniche sono artificiali e possono durare per tutta la vita. I portatori di valvole artificiali devono assumere gli anticoagulanti per tutta la vita.

Le valvole biologiche, invece, provengono dai maiali o dalle mucche oppure sono realizzate con tessuti di origine umana. Molti dei pazienti portatori di valvole biologiche non devono assumere gli anticoagulanti. Lo svantaggio maggiore di questo tipo di valvola è che si indebolisce nel tempo e spesso dura circa un decennio al massimo.

Dopo l’intervento, probabilmente il paziente deve rimanere ricoverato in terapia intensiva per 2-3 giorni. In generale, chi si sottopone a un intervento alla valvola mitrale deve trascorrere una o due settimane in ospedale. La guarigione completa può richiedere da alcune settimane ad alcuni mesi, a seconda dello stato di salute del paziente prima dell’intervento.

Se la valvola mitrale è stata riparata o sostituita, il paziente probabilmente dovrà sottoporsi alla terapia antibiotica prima degli interventi dentistici, perché questi interventi potrebbero far entrare in circolo i batteri. Gli antibiotici servono per prevenire l’endocardite infettiva, una grave infezione delle valvole cardiache. Chiedete al medico se è opportuno assumere gli antibiotici prima di questo tipo di intervento.

Tecniche sperimentali

I ricercatori stanno mettendo a punto una tecnica sperimentale in cui si cerca di riparare la valvola mitrale usando un catetere (tubicino) inserito in uno dei vasi sanguigni maggiori.

Questa tecnica è meno invasiva e può evitare l’intervento chirurgico a cuore aperto, tuttavia viene eseguita in pochissimi centri specializzati. Le ricerche non ne hanno finora dimostrato la superiorità rispetto alle tecniche tradizionali.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Ossigenoterapia ed ossigeno

Posted: 20 Jan 2013 11:28 PM PST

Introduzione

L’ossigenoterapia è una terapia che introduce nell’organismo del paziente una quantità supplementare di ossigeno: l’ossigeno serve all’organismo per funzionare bene e, in condizioni normali, sono i polmoni che lo assorbono dall’aria, tramite la respirazione. Esistono però alcune patologie e alcuni disturbi che impediscono al paziente di assorbire una quantità sufficiente di questo gas.

L’ossigenoterapia può aiutare il paziente a sentirsi meglio e a essere più attivo. L’ossigeno viene fornito in bombole di metallo oppure in altri tipi di contenitori. Attraversa un tubicino e raggiunge i polmoni in uno dei modi seguenti:

tramite cannula nasale, formata da due piccoli beccucci di plastica, collocati uno per narice, tramite maschera facciale, che copre il naso e la bocca, tramite un tubicino inserito nella trachea alla base del collo (il medico pratica un’incisione per inserire il tubicino. La terapia che somministra l’ossigeno in questo modo è detta ossigenoterapia transtracheale).

L’ossigenoterapia può essere praticata in ospedale, in ambulatorio oppure a domicilio. Se il paziente ha bisogno di questa terapia per patologie o disturbi cronici, probabilmente l’ossigenoterapia sarà domiciliare.

Apparato respiratorio

Per capire come funziona l’ossigenoterapia, può essere utile conoscere il funzionamento dell’apparato respiratorio, cioè dell’insieme di organi e tessuti che servono per respirare. L’apparato respiratorio comprende le vie respiratorie e i polmoni.

Le vie respiratorie permettono il passaggio dell’aria ricca di ossigeno diretta verso i polmoni. Attraverso di esse passa anche l’anidride carbonica (il gas di rifiuto) che esce dai polmoni.

L’aria entra nell’organismo attraverso il naso o la bocca, che la umidificano e la riscaldano; poi attraversa la laringe e la trachea. La trachea si divide in due tubi più piccoli, detti bronchi, che sono collegati ai polmoni.

All’interno dei polmoni, i bronchi si diramano in migliaia di tubicini più piccoli e più stretti, detti bronchioli. Al termine dei bronchioli troviamo tanti grappoli di minuscole sacche (gli alveoli).

Ciascun alveolo è ricoperto da una rete di minuscoli vasi sanguigni (capillari), collegati a una rete di arterie e di vene che fanno circolare il sangue in tutto l’organismo.

Quando l’aria raggiunge gli alveoli, l’ossigeno in essa contenuto attraversa le pareti degli alveoli e va a finire nel sangue che circola nei capillari.

Il sangue ricco di ossigeno, poi, raggiunge il cuore, attraversando la vena polmonare e le sue diramazioni. Il cuore pompa il sangue ricco di ossigeno verso i vari organi.

Alcune patologie e alcuni disturbi acuti (di breve periodo) e cronici (di lungo periodo) possono influire negativamente sullo scambio dell’ossigeno tra gli alveoli e il sangue: tra di essi ricordiamo la polmonite e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Il medico deciderà se il paziente deve sottoporsi all’ossigenoterapia a seconda dei risultati degli esami, ad esempio dell’emogasanalisi (EGA) e della pulsiossimetria. Questi esami servono per misurare la quantità di ossigeno presente nel sangue: se il livello di ossigeno è troppo basso, il paziente deve ricorrere all’ossigenoterapia.

L’ossigeno è considerato un farmaco, quindi per riceverlo è necessaria la prescrizione del medico.

Prognosi

L’ossigenoterapia aiuta molti pazienti a vivere una vita più piena e più attiva. Può inoltre essere utile per:

diminuire la sensazione di mancanza di fiato e l’affaticamento, migliorare la qualità del sonno nei pazienti che soffrono di disturbi del sonno connessi alla respirazione, aumentare la speranza di vita nei pazienti affetti da BPCO.

L’ossigenoterapia può essere necessaria sul lungo periodo, tuttavia non deve limitare le attività quotidiane del paziente. Le bombole di ossigeno portatili possono rendere più facili gli spostamenti e lo svolgimento delle normali attività.

L’ossigenoterapia in generale è sicura, ma può presentare il di rischio di incendio: per usare l’ossigeno in sicurezza, seguite le istruzioni che vi verranno impartite dagli infermieri a domicilio.

Per chi è indicata

Il medico può consigliarvi l’ossigenoterapia se il livello dell’ossigeno nel sangue è molto basso.

Disturbi e patologie acuti

I pazienti possono ricevere l’ossigenoterapia se sono ricoverati in ospedale per una patologia grave che impedisce loro di ricevere una quantità sufficiente di ossigeno nel sangue. Una volta guariti, probabilmente la terapia sarà interrotta.

Tra i disturbi e le patologie per cui può essere necessaria l’ossigenoterapia ricordiamo:

Polmonite grave. La polmonite è l’infezione di uno o di entrambi i polmoni. Se è grave, causa l’infiammazione profonda degli alveoli, che quindi non riescono a scambiare una quantità sufficiente di ossigeno con il sangue. Attacchi di asma gravi. L’asma è una patologia polmonare che infiamma e fa restringere i bronchi. La maggior parte dei pazienti che soffre di asma, compresi molti bambini, riesce a gestire i sintomi in tutta sicurezza, tuttavia, se gli attacchi d’asma sono gravi, il paziente può aver bisogno del ricovero in ospedale per l’ossigenoterapia. Sindrome da distress respiratorio o displasia broncopolmonare nei bambini nati prematuri. I neonati prematuri possono soffrire di una o di entrambe queste gravi malattie polmonari. Come parte della terapia, possono ricevere l’ossigeno tramite un ventilatore o una mascherina nasale a pressione positiva continua, oppure tramite cannula nasale. Disturbi e patologie cronici

L’ossigenoterapia può essere usata sul lungo periodo per curare alcuni disturbi e alcune patologie, ad esempio:

BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva). La BPCO è una malattia progressiva in cui le lesioni agli alveoli impediscono il passaggio di una quantità sufficiente di ossigeno nel sangue. L’aggettivo “progressiva” significa che la patologia tende a peggiorare con l’andare del tempo. Insufficienza cardiaca grave. In questo disturbo il cuore non è in grado di pompare una quantità sufficiente di sangue ricco di ossigeno per soddisfare le necessità dell’organismo. Fibrosi cistica. La fibrosi cistica è una malattia ereditaria delle ghiandole esocrine, tra cui quelle che producono il muco e il sudore. Nei pazienti che soffrono di fibrosi cistica le vie respiratorie si riempiono di muco denso e appiccicoso, che facilita la proliferazione dei batteri, causando infezioni polmonari gravi e ricorrenti. Con il passare del tempo, le infezioni possono danneggiare gravemente i polmoni. Disturbi respiratori connessi al sonno che fanno abbassare il livello di ossigeno durante il sonno, ad esempio l’apnea nel sonno. Come funziona

L’ossigenoterapia fornisce al paziente una quantità supplementare di ossigeno, un gas indispensabile per il corretto funzionamento dell’organismo. L’ossigeno è disponibile in diverse forme e può essere somministrato in diversi modi.

Modalità di conservazione

L’ossigeno è conservato in tre modi: come gas compresso, come liquido o come forma concentrata ricavata dall’aria.

L’ossigeno compresso è immagazzinato in bombole di metallo di diverse dimensioni. Alcune di esse sono abbastanza piccole e quindi il paziente le può portare tranquillamente con sé, in un carrellino, in una borsa o in uno zainetto.

L’ossigeno liquido è molto freddo. Quando esce dal contenitore, si trasforma in gas. L’ossigeno liquido viene consegnato a domicilio del paziente, in un contenitore grande, da cui è possibile travasarlo in contenitori più piccoli.

Il vantaggio dell’ossigeno liquido è che i contenitori occupano meno spazio rispetto a quelli dell’ossigeno compresso o concentrato, tuttavia l’ossigeno liquido costa di più ed evapora facilmente, quindi non lo si può conservare troppo a lungo.

I concentratori di ossigeno filtrano gli altri gas presenti nell’aria e immagazzinano soltanto l’ossigeno. Sono di dimensioni diverse, e alcuni di essi sono anche portatili.

I concentratori di ossigeno costano meno rispetto agli tipi di ossigenoterapia, anche perché non hanno bisogno della ricarica di ossigeno, funzionano tuttavia a energia elettrica, quindi il paziente deve avere con sé una scorta di ossigeno in caso di blackout.

Sistemi di somministrazione

Nella maggior parte dei casi l’ossigeno viene somministrato tramite cannula nasale, un dispositivo formato da due tubicini di plastica che si inseriscono in entrambe le narici.

Per tenere la cannula in posizione, il paziente può sistemare le estremità più lunghe dietro le orecchie oppure attaccarle a una specie di mascherina a forma di occhiale che serve per nascondere i tubicini. I tubicini, poi, fanno il giro dietro le orecchie e si uniscono sotto il mento, dove sono attaccati al tubo che esce dal contenitore dell’ossigeno.

Al posto della cannula nasale può essere usata la mascherina che copre la bocca e il naso. Questo metodo è usato soprattutto nei casi in cui il paziente ha bisogno dell’ossigenoterapia ad alto flusso o se il naso è chiuso a causa di un raffreddore.

La mascherina facciale è tenuta in posizione da un elastico che cinge il capo o da tubicini che passano dietro le orecchie. L’ossigeno viene somministrato attraverso un tubicino collegato alla parte anteriore della maschera.

L’ossigeno può anche essere somministrato mediante un tubicino inserito nella trachea, tramite incisione praticata nella parte anteriore del collo. Per posizionare il tubicino, il medico praticherà un’incisione col bisturi. Questa modalità di somministrazione dell’ossigeno è detta ossigenoterapia transtracheale.

I pazienti che ricevono l’ossigenoterapia transtracheale devono avere un umidificatore collegato al sistema di somministrazione dell’ossigeno, perché il gas non attraversa il naso o la bocca come nelle altre modalità di somministrazione. L’umidificatore serve per umidificare l’ossigeno e impedire che le vie respiratorie si secchino troppo.

L’ossigeno, inoltre, può essere somministrato mediante dispositivi che aiutano la respirazione, come il ventilatore a pressione positiva continua (CPAP).

Prima della terapia

Se vi trovate in una situazione d’emergenza (incidente grave, sospetto infarto o altri eventi che possono mettere in pericolo la vostra vita) con ogni probabilità dovrete iniziare immediatamente l’ossigenoterapia.

Negli altri casi, invece, il medico deciderà se avete bisogno dell’ossigeno terapia in base ai risultati degli esami. L’emogasanalisi e la pulsiossimetria sono in grado di misurare la quantità di ossigeno presente nel sangue.

Durante l’emogasanalisi viene inserito un piccolo ago in un’arteria, di solito in quella del polso: viene prelevato un campione di sangue inviato poi in laboratorio, dove viene misurato il livello dell’ossigeno.

Nella pulsiossimetria viene collegato un piccolo sensore alla punta di un dito delle mani o dei piedi. Il sensore usa la luce per stimare la quantità di ossigeno contenuta nel sangue.

Se gli esami indicano che la quantità di ossigeno nel sangue è troppo bassa, il medico può prescrivervi l’ossigenoterapia. Nella prescrizione il medico indicherà il numero di litri di ossigeno al minuto necessari al paziente (flusso) e la frequenza d’uso dell’ossigeno.

La frequenza d’uso comprende il momento in cui dovrete usare l’ossigeno e la durata della terapia. A seconda delle condizioni del paziente e del livello di ossigeno nel sangue, potreste aver bisogno dell’ossigeno solo in certi momenti, ad esempio durante il sonno o l’esercizio fisico.

Se il medico vi prescrive l’ossigenoterapia, vi aiuterà a trovare chi vi fornirà a domicilio l’ossigeno e le apparecchiature necessarie.

Durante la terapia

In caso di emergenza, ad esempio dopo un incidente, un presunto infarto o altri eventi che potrebbero mettere in pericolo la vostra vita, con ogni probabilità dovrete iniziare immediatamente l’ossigenoterapia.

Durante il ricovero in ospedale, il medico vi visiterà e vi controllerà, per accertarsi che stiate ricevendo la giusta quantità di ossigeno. Durante l’ossigenoterapia sarete assistiti dagli infermieri o dai terapisti della respirazione.

Se dovete ricevere l’ossigenoterapia a domicilio, chi vi fornisce l’ossigeno vi aiuterà ad allestire tutte le apparecchiature.

Infermieri specializzati vi insegneranno come usare le apparecchiature e come prendervi cura di esse; vi forniranno l’ossigeno e vi insegneranno come maneggiarlo in condizioni di sicurezza.

L’ossigeno è infiammabile, quindi dovrete seguire particolari precauzioni di sicurezza. Pur non essendo esplosivo, è comunque infiammabile, quindi, in presenza di ossigeno, un piccolo incendio può andare velocemente fuori controllo. Le bombole d’ossigeno compresso, inoltre, possono esplodere se esposte a fonti di calore.

Chi vi consegna l’ossigeno a domicilio vi darà un elenco di precauzioni da osservare in casa e nei luoghi pubblici. Ad esempio, se avete con voi l’ossigeno:

non dovete fumare o stare vicini a persone che fumano, non dovete usare i diluenti per vernici, i detersivi, il gasolio, gli spray e altri materiali infiammabili, dovete stare ad almeno un metro e mezzo di distanza dalle stufe a gas, dalle candele e dalle altre fonti di calore.

Quando l’ossigeno è inutilizzato, va tenuto in luoghi ampi e areati. Non conservate mai le bombole di ossigeno compresso e di ossigeno liquido in luoghi piccoli e non areati, ad esempio negli sgabuzzini, dietro le tende o vicino ai tappeti o ai tessuti infiammabili.

Dai contenitori dell’ossigeno fuoriescono sempre piccole quantità di gas che si possono accumulare e diventare quindi pericolose se l’ossigeno viene conservato in luoghi troppo ristretti.

Complicazioni ed effetti collaterali

L’ossigenoterapia può causare complicazioni ed effetti collaterali, ad esempio:

secchezza nasale, sangue dal naso, irritazione cutanea dovuta alla cannula o alla mascherina, affaticamento e mal di testa mattutini.

Se i problemi continuano, avvisate il medico e gli infermieri. A seconda del problema, il medico può modificare la quantità di ossigeno o la durata della terapia.

Se avete il naso troppo secco, il medico vi può consigliare uno spray nasale, oppure può aggiungere un umidificatore all’apparecchiatura di somministrazione.

Se la cannula o la mascherina sono scomode, gli infermieri vi possono aiutare a trovarne di più comode, oppure vi possono consigliare gel e dispositivi utili per diminuire l’irritazione.

Le complicazioni dell’ossigenoterapia transtracheale possono essere più gravi. In questo tipo di ossigenoterapia, l’ossigeno viene somministrato tramite un tubicino inserito direttamente nella trachea tramite una piccola incisione praticata nella parte anteriore del collo.

Nell’ossigenoterapia transtracheale:

Si possono formare accumuli di catarro nella trachea, perché l’ossigeno secca le vie respiratorie. Il muco può provocare la tosse e ostruire la trachea. Il tubicino può scivolare o rompersi. C’è il pericolo di infezioni. C’è il pericolo di lesioni alle pareti della trachea.

Il rischio di complicazioni diminuisce maneggiando correttamente e con cura il tubicino e le altre apparecchiature.

Sorveglianza continua

Per essere certi di ricavare il massimo beneficio dall’ossigenoterapia, dovete andare dal medico regolarmente. Il medico controllerà i vostri progressi e, se necessario, modificherà la terapia.

Non prendete mai iniziative per modificare la quantità di ossigeno che state assumendo o il flusso di ossigeno. Parlate sempre dei problemi o degli effetti collaterali con il medico: solo lui è in grado di consigliarvi come modificare la terapia.

Chiedete al medico quando è opportuno contattare lui e quando il pronto soccorso, in caso di emergenza. Il medico può darvi consigli su che cosa fare se:

Avete il respiro più corto del solito, soffrite di dispnea o il respiro è diverso dal solito. Avete la febbre, avete più catarro del solito o presentate i sintomi di un’infezione in corso. Avete le dita delle mani o le labbra bluastre. Sono sintomi del fatto che il vostro organismo non sta ricevendo una quantità sufficiente di ossigeno. Siete in stato confusionale, siete irrequieti o più ansiosi del solito.

In caso d’emergenza, recatevi immediatamente al pronto soccorso oppure chiamate il 118.

Fonte: NIH (traduzione a cura di Elisa Bruno)

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Sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD)

Posted: 13 Jan 2013 11:44 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Diagnosi differenziale Diagnosi Cura Prevenzione

Nota importante: [Il presente testo è frutto di traduzione dalle fonti indicate al termine dell'articolo; pur avendolo riportato per completezza, non condivido tutte le indicazioni riportate, consiglio di valutare sempre ciascun punto con lo specialista che segue il bambino, in quanto il disturbo è tutt'ora oggetto di ricerche e manca l'unanimità di vedute nel mondo scientifico]

Introduzione

La sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è un insieme di comportamenti riscontrabile in molti bambini e adulti. Chi ne soffre ha problemi a prestare attenzione e a concentrarsi a scuola, a casa o sul posto di lavoro. Anche se cerca di concentrarsi, può avere molte difficoltà.

I bambini possono essere molto più attivi e/o impulsivi rispetto ai loro coetanei. Questi comportamenti causano problemi significativi nella vita di relazione, nell’apprendimento e nel comportamento. Per questo motivo i bambini che soffrono di ADHD in alcuni casi sono considerati “difficili” oppure si ritiene che abbiano problemi comportamentali.

Chi soffre di ADHD ha molte difficoltà a organizzarsi, ad ascoltare le istruzioni, a ricordare i dettagli e a controllare il proprio comportamento, quindi spesso ha problemi di relazione in casa, a scuola o sul posto di lavoro.

Non si sa invece molto sull’ADHD negli adulti, dove spesso la diagnosi avviene quando si scopre che il figlio è affetto dallo stesso disturbo, probabilmente ereditario.

La sindrome da deficit di attenzione e iperattività colpisce con maggior frequenza i maschi.

L’ADHD guarisce crescendo?

Un tempo si pensava che l’ADHD guarisse spontaneamente con la crescita. Ora si sa che, per la maggior parte dei bambini, questo discorso non è vero. I sintomi dell’ADHD spesso migliorano quando il bambino cresce e impara a gestirli. L’iperattività di norma scompare nella tarda adolescenza, tuttavia circa la metà dei bambini affetti da ADHD continua a distrarsi facilmente, ha sbalzi d’umore, è aggressiva e non è in grado di portare a termine i compiti assegnati. I bambini che hanno genitori che vogliono loro bene e che li sostengono concretamente, anche insieme alle figure di riferimento scolastico, con gli psicologi e i medici, hanno migliori probabilità di diventare adulti sani ed equilibrati.

Cause

Chi soffre della sindrome da deficit di attenzione e iperattività non produce una quantità sufficiente di sostanze chimiche nelle zone del cervello responsabili dell’organizzazione del pensiero. Senza una quantità sufficiente di queste sostanze chimiche i centri organizzativi del cervello non riescono a lavorare bene e quindi si verificano i sintomi dell’ADHD.

Quando a un bambino viene diagnosticata l’ADHD, i genitori spesso iniziano ad avere sensi di colpa, ma le cause del disturbo probabilmente hanno più a che vedere con fattori ereditari che non con le scelte dei genitori. L’ADHD ha ancora molti lati oscuri, però si ritiene che possa essere causata da diversi fattori:

Anomalie della funzionalità e dell’anatomia cerebrali. La causa esatta dell’ADHD rimane un mistero, ma gli esami di scansione del cervello hanno scoperto differenze importanti nella struttura e nell’attività cerebrale dei pazienti colpiti dall’ADHD. Ad esempio sembrerebbe che, in tali pazienti, le aree del cervello deputate al controllo dei livelli di attività e dell’attenzione siano meno attive del normale. Ereditarietà. L’ADHD tende ad essere ereditaria. Attualmente sono in corso ricerche su diversi geni che potrebbero essere connessi a questo disturbo. Fumo durante la gravidanza, uso di droghe ed esposizione alle tossine. Le gestanti che fumano corrono un rischio maggiore di mettere al mondo un figlio affetto dall’ADHD. L’abuso di alcol o di droghe durante la gravidanza probabilmente fa diminuire l’attività dei neuroni (cellule nervose) che producono i neurotrasmettitori. Anche le gestanti esposte alle tossine ambientali potrebbero correre un rischio maggiore di mettere al mondo figli affetti dall’ADHD. Esposizione del bambino alle tossine ambientali. I bambini in età prescolare esposti a determinate tossine presentano un rischio maggiore di soffrire di problemi comportamentali e dello sviluppo. L’esposizione al piombo, che si trova soprattutto nelle vernici e nei tubi degli edifici vecchi è stata connessa ai comportamenti distruttivi e persino violenti e alla diminuzione della capacità di concentrazione. Additivi alimentari. Gli additivi alimentari, come i coloranti e i conservanti artificiali, probabilmente contribuiscono al comportamento iperattivo. Lo zucchero è da più parti sospettato di causare l’iperattività, ma finora non c’è alcuna prova attendibile a sostegno di questa tesi. Fattori di rischio Esposizione della madre alle tossine durante la gravidanza. Fumo, abuso di alcol o uso di droghe durante la gravidanza. Precedenti famigliari di ADHD o di determinati altri disturbi del comportamento e dell’umore. Basso peso alla nascita.

L’ADHD spesso si presenta insieme ad altri disturbi (comorbilità), tra cui ricordiamo:

disturbi dell’apprendimento, disturbo opposizionale (ODD), Ansia e depressione, uso di droghe. Sintomi

Il paziente che soffre della sindrome da deficit di attenzione e iperattività presenta almeno sei dei sintomi qui elencati:

Ha difficoltà a seguire le istruzioni. Ha difficoltà a fare attenzione durante le attività di studio, lavoro o gioco, a scuola, sul posto di lavoro e a casa Perde il materiale necessario per la scuola, il lavoro e l’attività domestica. Sembra sempre “nelle nuvole” e sembra che non ascolti mai quando gli si parla. Non presta attenzione ai dettagli. Sembra disorganizzato. Ha problemi con i compiti che richiedono una pianificazione. Dimentica le cose. Si distrae facilmente.

Chi soffre di ADHD ed è iperattivo/impulsivo presenta almeno 6 dei sintomi seguenti:

È irrequieto. Corre o si arrampica quando non dovrebbe. Non riesce a fare giochi tranquilli. Risponde senza riflettere. Interrompe chi sta parlando. Non riesce a stare seduto. Parla troppo. È sempre in movimento. Ha problemi ad attendere il proprio turno.

Si può sospettare che il comportamento del bambino sia causato dall’ADHD se si notano disattenzione, iperattività o comportamenti impulsivi ripetuti che:

Durano per più di sei mesi. Si verificano in diverse situazioni (di solito sia a casa sia a scuola). Interrompono o turbano regolarmente le attività scolastiche, il gioco e le altre attività. Causano problemi relazionali con gli adulti e con gli altri bambini.

I comportamenti connessi all’ADHD possono essere diversi a seconda del sesso del bambino:

I maschi tendono a essere soprattutto iperattivi, mentre alle femmine, in molti casi, non viene diagnosticato il disturbo perché tendono a essere disattente ma calme. I maschi tendono a ribellarsi di più agli insegnanti e agli adulti, quindi il loro comportamento viene notato con maggior facilità. Le femmine che hanno problemi di attenzione spesso sognano ad occhi aperti, mentre i maschi disattenti tendono a giocare o a muoversi senza sosta. Qual è il confine tra il comportamento normale e l’ADHD?

La maggior parte dei bambini sani è disattenta, iperattiva o impulsiva di tanto in tanto. Ad esempio i genitori potrebbero preoccuparsi se il figlio di tre anni non riesce a prestare attenzione dall’inizio alla fine quando gli si racconta una storia; tuttavia è normale che i bambini in età prescolare si distraggano facilmente e non siano in grado di concentrarsi troppo a lungo su un’attività. Anche nei bambini più grandi e negli adolescenti la capacità di concentrarsi dipende spesso dall’interesse che si prova per l’attività. La maggior parte degli adolescenti è perfettamente in grado di ascoltare la musica o di parlare con gli amici per ore, ma può essere molto meno concentrata sui compiti.

Lo stesso discorso vale per l’iperattività. I bambini piccoli normalmente sono pieni di energie e riuscirebbero a esaurire le energie di qualsiasi adulto prima di stancarsi. Inoltre possono diventare ancor più attivi quando sono stanchi, hanno fame, sono ansiosi o si trovano in un ambiente nuovo. Alcuni bambini, infine, sono più attivi dei loro coetanei. Non si dovrebbe mai giungere alla diagnosi di ADHD solo perché un bambino è diverso dagli amici o dai fratelli.

I bambini che hanno problemi scolastici ma se la cavano bene sia a casa sia con gli amici probabilmente si trovano ad affrontare un disturbo diverso dall’ADHD. Lo stesso discorso vale per i bambini che hanno problemi di iperattività e disattenzione a casa, ma sono perfettamente a loro agio sia a scuola sia con gli amici.

Quando chiamare il medico

Se sospettate che vostro figlio manifesti i sintomi dell’ADHD, ad esempio le difficoltà di concentrazione, i problemi a rimanere seduto o l’incapacità di controllare il suo comportamento, andate dal pediatra o dal medico di famiglia. Il medico può indirizzarvi verso uno specialista, ma è fondamentale escludere eventuali patologie fisiche che potrebbero essere la causa delle difficoltà del bambino.

Se vostro figlio è già in terapia per l’ADHD, dovrebbe essere portato regolarmente dal medico, almeno due volte all’anno se i sintomi rimangono stabili. Ricordate di chiedere al medico quale dovrebbe essere la frequenza delle visite. Chiamate il medico se il bambino presenta effetti collaterali dovuti ai farmaci, ad esempio ha poco appetito, ha problemi a dormire o è più irritabile del solito. Alcuni bambini in terapia con gli stimolanti possono perdere l’appetito e avere problemi a mantenere il tasso di crescita (di peso e altezza) che avevano prima dell’inizio della terapia. Tuttavia molto probabilmente riusciranno a raggiungere il potenziale di crescita entro l’età adulta.

Pericoli

L’ADHD può rendere difficile la vita del bambino.

I bambini affetti dall’ADHD:

Fanno molti sforzi in classe: possono essere bocciati e giudicati male dagli altri bambini e dagli adulti. Tendono ad avere più incidenti e traumi di tutti i generi rispetto ai bambini sani. Hanno maggiori probabilità di avere problemi di interazioni con i coetanei e gli adulti. Corrono un rischio maggiore di dipendenza dall’alcol e dalle droghe e di manifestare altri comportamenti a rischio.

L’ADHD non è la causa diretta di altri problemi psicologici o di sviluppo, tuttavia i bambini che ne soffrono corrono un rischio maggiore di soffrire contemporaneamente anche di altri disturbi come:

Disturbo opposizionale (ODD). Questo disturbo è definito come un insieme di comportamenti negativi, di sfida e di ostilità di fronte alle figure dell’autorità. Disturbo della condotta. Si tratta di un disturbo più grave rispetto all’ODD, caratterizzato da comportamenti antisociali, come furti, litigi, distruzione di oggetti altrui e lesioni a persone e animali. Depressione e disturbo bipolare. La depressione è frequente tra i bambini affetti da ADHD. Alcuni bambini possono soffrire di disturbo bipolare, che comprende sia la depressione sia comportamenti maniacali. Disturbi d’ansia. I disturbi d’ansia tendono a presentarsi abbastanza spesso nei bambini affetti dall’ADHD e possono causare preoccupazione eccessiva, nervosismo e peggioramento dei sintomi dell’ADHD. Una volta curata e riportata sotto controllo l’ansia, i bambini riusciranno più facilmente a gestire i sintomi dell’ADHD. Disturbi dell’apprendimento. I disturbi dell’apprendimento sono frequenti tra i bambini affetti dall’ADHD; tuttavia l’ADHD può colpire anche bambini molto dotati. I bambini colpiti sia dall’ADHD sia da disturbi dell’apprendimento possono aver bisogno di un insegnante di sostegno o di aiuti specifici. Sindrome di Tourette. Molti bambini colpiti dall’ADHD soffrono anche della sindrome di Tourette, un disturbo neurologico caratterizzato da tic muscolari o vocali incontrollati. Diagnosi differenziale

Si può essere iperattivi o distratti per molti motivi diversi. Quando fa la diagnosi, il medico probabilmente prende in considerazione anche alcuni dei problemi di salute qui elencati:

Depressione o problemi d’umore, Ansia o attacchi di panico, Effetti collaterali di farmaci (anche da banco) o di integratori erboristici, Problemi alla tiroide o altri problemi di natura ormonale, Alcolismo o abuso di sostanze, Esposizione al piombo. Diagnosi

Molte persone tentano l’autodiagnosi usando i test o gli elenchi di sintomi visti sui giornali, alla TV o su Internet. Gli elenchi di sintomi possono essere utili ma, se pensate di soffrire di ADHD, è opportuno andare dal medico. Il medico probabilmente vi rivolgerà domande di questo genere:

Ha problemi di concentrazione e di iperattività? Li ha da quando era piccolo? Le risulta difficile rimanere calmo o di buon umore? L’organizzazione e la puntualità le creano problemi? Ha questi problemi sia a casa sia sul posto di lavoro? I suoi famigliari e gli amici le fanno notare che ha problemi di questo tipo? Ha problemi fisici o psicologici che possono influire sul suo comportamento?

Il medico probabilmente vi visiterà e vi farà gli esami per scoprire se soffrite di problemi di salute con sintomi simili a quelli dell’ADHD.

Vi potrà infine rivolgere domande sul passato, sulla vita attuale e sulla vita di relazione e probabilmente vi sarà richiesto di compilare un questionario.

 Bambini

Si può giungere alla diagnosi di ADHD soltanto assemblando le informazioni sul comportamento di vostro figlio provenienti dalle diverse persone che interagiscono con lui. Il pediatra vi porrà diverse domande e, con ogni probabilità, vorrà ottenere qualche informazione in più dagli insegnanti e chiunque altro possa essere informato sul comportamento del bambino. Potrà consegnarvi questionari appositi che compilerete direttamente o che farete compilare agli insegnanti. In questo modo riuscirete a confrontare il comportamento di vostro figlio con quello degli altri bambini suoi coetanei.

Se vostro figlio non ha eseguito di recente gli esami della vista e dell’udito, il pediatra probabilmente glieli prescriverà.

Potrebbe consigliarvi di ricorrere alla terapia farmacologica, ma la diagnosi dell’ADHD non può comunque mai basarsi sulla risposta a un determinato farmaco, anche se può essere un fattore importante per la valutazione del bambino se si sospetta che soffra di ADHD.

Per il pediatra può essere molto difficile dire se vostro figlio soffre di ADHD. Molti bambini con questo problema, infatti, rimangono molto tranquilli durante la visita. Proprio per questo, il pediatra può indirizzarvi verso una figura specializzata nell’aiuto dei bambini con problemi comportamentali, ad esempio uno psicologo.

Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association

La diagnosi di ADHD è un processo in diversi stadi. Non esiste un unico esame per diagnosticare l’ADHD; inoltre molti altri problemi, come l’ansia, la depressione e determinati tipi di disturbi dell’apprendimento, possono causare sintomi simili.

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (Diagnostic and statistical manual of mental disorders, indicato con la sigla DSM-IV TR) è usato dai medici specialisti come strumento per la diagnosi dell’ADHD. Questo protocollo diagnostico è utile per essere sicuri di arrivare a una diagnosi e a una terapia corrette. L’uso dello stesso protocollo in tutta la comunità scientifica è utile per capire la diffusione dell’ADHD e il suo impatto sulla salute pubblica.

Criteri per la diagnosi dell’ADHD

A. Sei o più dei sintomi seguenti del deficit di attenzione sono presenti da almeno sei mesi e ostacolano o sviluppo cognitivo:

Disattenzione Il paziente spesso non presta attenzione ai dettagli o fa errori di sbadataggine a scuola, al lavoro o durante le altre attività. Spesso ha problemi a prestare attenzione a scuola, al lavoro o durante il gioco. Sembra distratto quando ci si rivolge direttamente a lui. Non segue le istruzioni e i comandi e non riesce a portare a termine i lavori a scuola, in casa o sul posto di lavoro (non si tratta di un comportamento opposizionale e il paziente riesce benissimo a capire ciò che gli viene detto o ordinato di fare). Ha spesso problemi a organizzare le proprie attività. Spesso evita, non ama o non vuole dedicarsi alle attività che richiedono uno sforzo mentale intenso e prolungato (come i compiti a casa o le attività scolastiche). Perde spesso ciò che gli serve per portare a termine i compiti e le attività (ad esempio i giocattoli, il diario, le matite, i libri o altri oggetti). Tende a distrarsi facilmente. Nella vita di tutti i giorni è spesso distratto.

B. Sono presenti da almeno sei mesi sei o più dei sintomi di iperattività/impulsività qui elencati, in misura tale da disturbare la vita del paziente e in modalità non appropriate per il livello di sviluppo del paziente:

Iperattività Il paziente gesticola, muove i piedi o si agita sulla sedia quando dovrebbe stare seduto tranquillo. Si alza anche quando dovrebbe stare seduto. Corre o si arrampica anche in situazioni non appropriate (gli adolescenti e gli adulti possono sentirsi molto irrequieti). Ha problemi a giocare o a divertirsi tranquillamente. Sembra in perenne movimento o agisce come se fosse in moto perpetuo. In molti casi parla troppo. Impulsività Risponde spesso d’impulso, prima che gli altri abbiano concluso la domanda. Spesso ha problemi ad aspettare il suo turno. Interrompe o si intromette nelle attività altrui (ad esempio nelle conversazioni o nei giochi). Alcuni sintomi che provocano disabilità compaiono prima dei 7 anni. Alcuni problemi dovuti ai sintomi si verificano in due o più situazioni (ad esempio a scuola/al lavoro E a casa) Ci devono essere prove chiare di una menomazione significativa nel funzionamento sociale, scolastico o lavorativo. I sintomi non sono dovuti a un disturbo pervasivo dello sviluppo, alla schizofrenia o ad altri disturbi psicotici. I sintomi non possono essere descritti più correttamente come conseguenze di un altro disturbo (ad esempio: disturbo dell’umore, disturbo d’ansia, disturbo dissociativo o disturbo di personalità)

Basandosi su questi criteri, vengono poi identificate tre forme di ADHD.

Fonte: American Psychiatric Association: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fourth Edition, Text Revision. Washington, DC, American Psychiatric Association, 2000.

Cura e terapia Farmaci

Alcuni dei farmaci usati per combattere l’ADHD appartengono alla categoria degli psicostimolanti. Tra di essi figurano

metilfenidato, dextroanfetamina, atomoxetina, clonidina, desipramina, imipramina, bupropione, e un farmaco che combina la dextroanfetamina e l’anfetamina (miscela racemica di l-anfetamina e d-anfetamina).

Anche se questi farmaci hanno un effetto stimolante sulla maggior parte delle persone, hanno un effetto calmante in chi è affetto da ADHD. Servono per migliorare l’attenzione e la concentrazione, e per diminuire i comportamenti impulsivi e iperattivi. Per curare l’ADHD possono anche essere usati altri farmaci: chiedete al medico qual è il più adatto nel vostro caso.

È importante ricordare che i farmaci psicostimolanti usati per la cura dell’ADHD sono farmaci sottoposti ad una legislazione restrittiva e severa

Effetti collaterali

Tutti i farmaci hanno effetti collaterali. I psicostimolanti possono far diminuire l’appetito e causare mal di stomaco o mal di testa. La perdita di appetito può causare perdita di peso in alcuni pazienti.

Questi effetti collaterali sembrano essere più comuni tra i bambini.

Alcuni pazienti iniziano a soffrire di insonnia. Tra gli altri possibili effetti collaterali ricordiamo:

accelerazione del battito cardiaco, dolore al torace, vomito.

Ecco alcuni consigli per evitare gli effetti collaterali quando si assumono gli psicostimolanti:

Usate la dose minima possibile per il controllo dell’iperattività. Il medico vi dirà qual è la dose minima. Se il farmaco vi dà problemi allo stomaco, assumetelo durante i pasti. Chiedete al medico se potete saltare il farmaco durante i fine settimana, cioè non prenderlo al sabato e alla domenica. Offrite snack e merende sane ai bambini che dimagriscono durante la terapia contro l’ADHD. Modalità di assunzione

È importante assumere il farmaco nel modo prescritto dal medico. Seguite i consigli del medico anche se pensate che il farmaco non stia facendo effetto; se ritenete che il farmaco non sia efficace, parlatene sempre con il medico.

I farmaci contro l’ADHD andrebbero sempre assunti da 30 a 45 minuti prima dei pasti, ad esempio prima di colazione e prima di pranzo (se è necessaria una seconda dose). Alcuni bambini possono assumere la dose prima del pranzo in orario scolastico. Se vostro figlio non può portare i farmaci a scuola, chiedete consiglio al medico, che probabilmente vi suggerirà un farmaco a rilascio prolungato. Il farmaco a rilascio prolungato deve essere assunto solo una volta al giorno, prima di colazione: questo tipo di farmaco non va rotto né masticato.

I farmaci contro l’ADHD sono anche utili per altri problemi?

I farmaci usati per curare l’ADHD si sono dimostrati in grado di migliorare l’abilità di svolgere compiti specifici, come il prestare attenzione o avere un maggiore autocontrollo in determinate situazioni. Non si sa con certezza se questi farmaci possano migliorare settori più ampi della vita quotidiana, come la vita di relazione o le abilità di apprendimento e lettura, tuttavia, nel caso di bambini affetti da ADHD che non riescono a mettere pienamente a frutto le loro potenzialità a scuola, la terapia farmacologica può essere utile per ottenere voti e comportamenti migliori.

Quanto dura la terapia?

Siamo tutti diversi, quindi la durata della terapia contro l’ADHD dipende dal paziente. Alcune persone dovranno assumere il farmaco per un anno o due, mentre altre dovranno ricorrere alla terapia per molti più anni. In alcune persone, l’ADHD continua anche durante l’adolescenza e l’età adulta.

Chi soffre di ADHD dovrebbe fare controlli regolari dal medico. Durante i controlli, il medico vorrà sentire il parere dei genitori sul comportamento del bambino e anche i commenti degli insegnanti saranno tenuti nella dovuta considerazione. Se vostro figlio soffre di ADHD, il medico probabilmente consiglierà di interrompere di tanto in tanto la terapia, per capire se il farmaco è ancora necessario. Chiedete al medico qual è il momento migliore per interrompere: probabilmente vi consiglierà di farlo durante le vacanze o nei mesi estivi.

Che cosa posso fare per aiutare mio figlio?

Lo sforzo di squadra dei genitori, degli insegnanti e dei medici è il modo migliore per aiutare vostro figlio. I bambini che soffrono di ADHD possono essere figli problematici; possono avere difficoltà a capire le istruzioni e la loro iperattività può essere difficile da gestire per gli adulti. Chi soffre di ADHD tende ad avere un maggiore bisogno di regole chiare, gli si dovrebbe spiegare chiaramente e semplicemente che cosa ci si aspetta da lui. Probabilmente dovrete fare piccole modifiche alla vostra routine quotidiana per aiutare vostro figlio. Ecco alcuni consigli che vi potranno essere utili:

L’ADHD è un disturbo complesso e ciascun paziente è unico, quindi è molto difficile dare suggerimenti che valgano per tutti i bambini. Potrebbero tuttavia essere utili alcuni dei consigli seguenti.

In casa Siate molto affettuosi con vostro figlio. I bambini hanno bisogno di sentirsi amati e apprezzati. Concentrarsi soltanto sugli aspetti negativi del comportamento del bambino può danneggiare la vostra relazione e avere ripercussioni negative sulla fiducia in sé e sull’autostima del bambino. Se vostro figlio ha difficoltà ad accettare le espressioni di affetto verbali, potete sempre dedicargli un sorriso, dargli una pacca sulla spalla o abbracciarlo, per fargli sentire che gli volete bene. Cercate il modo giusto per dimostrare con regolarità a vostro figlio che gli volete bene. Siate pazienti. Cercate di rimanere calmi e pazienti quando affrontate vostro figlio, anche se vi sembra controllare che il suo comportamento sia incontrollabile. Se rimanete calmi, è più probabile che anche il bambino riesca a calmarsi. Siate realistici. Siate realistici nelle aspettative di miglioramento, sia vostro sia di vostro figlio. Prendetevi il tempo per apprezzare vostro figlio. Fate uno sforzo per accettare e apprezzare gli aspetti non problematici della personalità di vostro figlio. Uno dei modi migliori per realizzare quest’obiettivo è trascorrere un po’ di tempo insieme, da soli, senza altri bambini o adulti. Cercate di dare ogni giorno a vostro figlio più attenzioni positive che negative. Cercate di stabilire un orario fisso per i pasti, i sonnellini e il sonno. Usate un calendario per annotare le attività speciali alle quali dovrete dedicarvi. Per i bambini affetti dall’ADHD è difficile accettare e adeguarsi ai cambiamenti. Evitate di passare bruscamente da un’attività a un’altra. Assicuratevi che vostro figlio sia riposato. Cercate di impedire che vostro figlio si stanchi troppo, perché la stanchezza può far peggiorare i sintomi dell’ADHD. Cercate di capire quali sono le situazioni difficili. Cercate di evitare le situazioni troppo difficili per vostro figlio, come il rimanere seduti a lungo a una conferenza o fare la spesa in un supermercato troppo grande, in cui la quantità di merce riuscirebbe a distrarre anche un adulto sano. Per cercare di disciplinare vostro figlio, concedetegli una pausa oppure usate le punizioni. Per i bambini colpiti dall’ADHD, possono rivelarsi molto utili le pause dagli stimoli sociali. Le pause dovrebbero essere brevi, ma abbastanza lunghe da permettere a vostro figlio di riprendere l’autocontrollo. L’idea è quella di interrompere e di disinnescare il comportamento incontrollato. Le pause non sono efficaci in tutte le situazioni, ma molti genitori riferiscono che sono uno degli strumenti migliori per gestire il comportamento dei bambini iperattivi o impulsivi. Aiutatelo a organizzarsi. Aiutate vostro figlio a organizzarsi e a tenere un’agenda delle attività quotidiane e assicuratevi che abbia un posto tranquillo per studiare. Raggruppate gli oggetti nella sua camera e metteteli in scatole o luoghi chiaramente contrassegnati. Cercate di tenere il suo ambiente organizzato e ordinato. Cercate modi per migliorare l’autostima e il senso di disciplina del bambino. I bambini affetti dall’ADHD di solito sono molto bravi in campo artistico, nella musica, nel ballo o nelle arti marziali, soprattutto nel karate o nel taekwondo. Non forzateli a intraprendere attività troppo difficili per loro. L’autostima si può costruire con una serie di piccoli successi ripetuti, anziché con grandi successi meno frequenti. Quando date istruzioni a vostro figlio, usate parole semplici e concrete. Parlate a bassa voce e lentamente, e siate il più specifici e concreti possibile. Date un’istruzione alla volta. Prima e durante il discorso, fate diverse pause e guardate sempre vostro figlio negli occhi. Prendetevi cura di voi stessi. Quando siete esauriti e stressati, siete meno utili come genitori. A scuola

Chiedete quali sono i programmi di sostegno adottati dalla scuola. Approfittate di tutti gli eventuali programmi di sostegno per i bambini affetti dall’ADHD. Come avviene per altri disturbi, la legge prevede che le scuole adottino misure di sostegno per aiutare i bambini con problemi che interferiscono con l’apprendimento. Tra le misure di sostegno più frequenti ricordiamo l’adeguamento dei programmi, le modifiche dell’arredo o della sistemazione della classe, le modifiche delle tecniche di insegnamento, i consigli su come sviluppare le abilità di studio e la migliore collaborazione tra i genitori e gli insegnanti.

Parlate con gli insegnanti. Rimanete in stretto contatto con gli insegnanti, e aiutateli ad aiutare vostro figlio in classe. Accertatevi che gli insegnanti controllino il lavoro di vostro figlio, apprezzino i suoi sforzi e i suoi miglioramenti, siano flessibili e pazienti. Chiedete loro di essere molto chiari quando danno istruzioni al bambino o quando gli dicono che cosa si aspettano che lui faccia.

Chiedete se vostro figlio può usare un computer in classe. I bambini affetti dall’ADHD, spesso hanno problemi a scrivere a mano, quindi possono trarre un grande beneficio dall’uso del computer.

Altri consigli pratici

Molti genitori individuano regolarità nel comportamento dei figli e nelle loro reazioni: ad esempio il bambino può iniziare a fare i capricci tutte le sera prima di cena e il genitore può dargli qualcosa da mangiare per riuscire a finire di preparare la cena tranquillamente. Anche se non lo si fa apposta, si finisce così per incoraggiare e rinforzare il comportamento del bambino.

Sia il bambino sia il genitore dovrebbero agire diversamente, ma cambiare le abitudini non è una cosa semplice, perché richiede molta consapevolezza e molto lavoro. È importante porsi obiettivi realistici e non sovraccaricare vostro figlio di aspettative per lui mentalmente o fisicamente irrealizzabili. Stabilite obiettivi realistici sia per voi stessi sia per il bambino e non cercate di cambiare tutto in una volta.

Ecco alcuni consigli che aiuteranno voi e vostro figlio a gestire l’ADHD:

Strutturate la vita del bambino. Riuscirete a gestire i cambiamenti con maggior facilità, se strutturerete la vita del bambino. Strutturare non significa organizzare tutto in modo rigido né dare una disciplina ferrea; significa piuttosto programmare in anticipo la vita del bambino, per farla diventare più prevedibile, calma e organizzata possibile. I bambini affetti dall’ADHD non riescono a gestire bene i cambiamenti e la routine li aiuta a sentirsi sicuri e a migliorare i loro comportamenti. Quando dovete spostarvi o vostro figlio deve cambiare attività, avvertitelo con qualche minuto d’anticipo e fate il conto alla rovescia. Disciplina positiva. Uno dei modi migliori per instillare le nuove abitudini è quello di realizzare una disciplina ferma e amorevole che incoraggi i comportamenti corretti e scoraggi quelli distruttivi. I bambini affetti dall’ADHD di solito reagiscono bene al rinforzo positivo, se riescono a guadagnarselo. All’inizio vi consigliamo di rinforzare o ricompensare un nuovo comportamento ogni volta che si verifica. Dopo un breve periodo, probabilmente non sarà più necessario agire così, ma dovrete continuare a far sapere a vostro figlio che prendete sul serio il fatto di incoraggiare le nuove abitudini. Alcuni genitori criticano le ricompense perché, sostengono, “sembra di comprare o viziare il bambino”. Tuttavia cambiare le abitudini è molto difficile e le ricompense non sono altro che un modo concreto per riconoscere e premiare gli sforzi del bambino. Rimanete calmi e date il buon esempio. Date il buon esempio, comportandovi come vorreste che vostro figlio si comportasse. Cercate di rimanere pazienti e padroni della situazione, anche se il bambino sembra dare di matto. Se parlate con un tono di voce calmo e basso, è più probabile che vostro figlio si calmi. Cercate di realizzare relazioni sane all’interno della famiglia. Le relazioni famigliari sono fondamentali per gestire e modificare il comportamento del bambino iperattivo. Per le coppie molto legate spesso è più facile affrontare le sfide della genitorialità rispetto alle coppie in cui il legame è più debole. Questo è uno dei motivi per cui è importante che i partner si prendano tutto il tempo necessario per coltivare la loro relazione. Concedetevi una pausa. Se avete un figlio affetto dall’ADHD, ricordatevi di concedervi una pausa di tanto in tanto. Non sentitevi in colpa se trascorrete qualche ora lontano dal bambino. Riposandovi e rilassandovi, infatti, riuscirete a essere genitori migliori. Non vergognatevi di chiedere aiuto agli amici, ai nonni e ai parenti. Assicuratevi che chi si prende cura del bambino (baby sitter, parenti, ecc.) sappia come affrontare l’ADHD e sia sufficientemente maturo per affrontare il compito. Diete speciali

La maggior parte delle diete anti ADHD elimina gli alimenti sospettati di far aumentare l’iperattività, come lo zucchero e la caffeina, e gli allergeni più comuni, come il grano, il latte e le uova. Alcune diete consigliano di eliminare i coloranti e gli additivi artificiali. Finora le ricerche non hanno dimostrato l’esistenza di una connessione tra la dieta e il miglioramento dei sintomi dell’ADHD, però un piccolo gruppo di studi sembrerebbe dimostrare che le modifiche della dieta potrebbero essere utili. Limitare gli zuccheri, tuttavia, non sembra di nessuna utilità.

Integratori vitaminici o multiminerali

Alcune vitamine e alcuni minerali sono fondamentali per la salute, tuttavia non c’è alcuna prova del fatto che gli integratori siano in grado di far regredire i sintomi dell’ADHD. Le “megadosi” di vitamine (cioè le dosi superiori alla dose giornaliera consigliata o RDA) possono essere pericolose.

Integratori erboristici

Non c’è alcuna prova che dimostri che gli integratori erboristici, come l’iperico, siano utili per combattere l’ADHD.

Acidi grassi essenziali

Questi grassi, tra cui ricordiamo gli omega 3, sono necessari per un corretto funzionamento cerebrale. I ricercatori stanno indagando sugli eventuali benefici derivanti dalla loro assunzione nel caso dei pazienti che presentano i sintomi dell’ADHD.

Che cosa posso fare per gestire i sintomi?

È possibile imparare e mettere in pratica alcune modifiche dell’ambiente lavorativo per minimizzare le distrazioni. Esistono molti strumenti organizzativi che servono per imparare a concentrarsi sia sul luogo di lavoro sia nelle attività domestiche.

Molte persone che soffrono di ADHD trovano beneficio dalla terapia psicologica. I sintomi e i problemi dovuti all’ADHD possono far abbassare l’autostima e provocare problemi relazionali. Il counseling individuale e i gruppi di aiuto possono aiutarvi a superare questi problemi.

Prevenzione

Non esiste un modo sicuro per prevenire l’ADHD, tuttavia si possono prendere alcuni provvedimenti per prevenire i problemi causati dall’ADHD e garantire che il bambino sia il più sano possibile, sia dal punto di vista fisico, sia da quello mentale ed emotivo:

Durante la gravidanza evitate tutte le sostanze che potrebbero far male al bambino. Non bevete alcolici, non fumate e non fate uso di droghe. Proteggete il bambino dall’esposizione agli agenti inquinanti e alle tossine, come il fumo di sigaretta, le sostanze chimiche usate in agricoltura e nell’industria e le vernici al piombo (usate in alcuni vecchi edifici). Siate coerenti, ponete dei limiti e stabilite punizioni chiare per i comportamenti scorretti. Stabilite una routine chiara per il bambino, con indicazioni chiare sull’ora di andare a dormire, sull’ora in cui svegliarsi, sull’orario dei pasti, sul tipo di aiuto da dare in casa e sull’uso della televisione. Cercate di non dedicarvi ad altro mentre state parlando con vostro figlio; quando gli date qualche istruzione o gli chiedete qualcosa, guardatelo negli occhi. Prendetevi alcuni minuti ogni giorno per dimostrargli che gli volete bene e che apprezzate i suoi sforzi. Lavorate in sinergia con gli insegnanti e con chi si prende cura di vostro figlio, e cercate di identificare immediatamente i problemi. Se vostro figlio soffre di ADHD o un altro problema che interferisce con l’apprendimento o con la vita sociale, l’immediato ricorso alla terapia può evitare che il disturbo abbia conseguenze gravi.

Fonte Principale:

FamilyDoctor Mayo Clinic CDC

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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07/01/2013 09:35 Condividi

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Trombofilia e trombi: sintomi, diagnosi, gravidanza, cure

Posted: 06 Jan 2013 11:41 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Pericoli Gravidanza Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La coagulazione eccessiva è un disturbo in cui il sangue si coagula con eccessiva facilità o i coaguli non si dissolvono normalmente. In condizioni normali il sangue si coagula per sigillare le ferite e le piccole lesioni delle pareti dei vasi sanguigni e quindi per arrestare le emorragie.

I coaguli o trombi si possono formare perché la circolazione è troppo lenta; ad esempio, quando un vaso sanguigno si restringe, la circolazione del sangue al suo interno può rallentare.

La trombofilia ha molte cause diverse, può essere provocata da

problemi del sangue, anomalie dei vasi sanguigni, altri fattori.

Indipendentemente dalla causa i trombi possono limitare o ostruire la circolazione, danneggiando quindi gli organi e causando addirittura il decesso del paziente.

È un disturbo che può essere acquisito o genetico, ma le prime sono più diffuse di quelle ereditarie.

“Acquisita” significa che il disturbo è provocato da un’altra patologia o da altri fattori, ad esempio l’aterosclerosi può danneggiare i vasi sanguigni, causando la formazione dei trombi. L’aterosclerosi è una patologia in cui si accumulano placche di sostanza grassa all’interno delle arterie. Tra le altre cause acquisite dell’ipercoagulazione ricordiamo il fumo, il sovrappeso, l’obesità e l’immobilità prolungata (ad esempio dovuta alla degenza in ospedale dopo un intervento chirurgico). Se l’ipercoagulazione è di natura genetica, significa che è causata da un gene difettoso. La maggior parte delle anomalie genetiche che causano la trombofilia si verifica a livello delle proteine necessarie per la coagulazione. Si possono anche verificare anomalie nelle sostanze che rallentano la formazione dei coaguli o li dissolvono.

Le cause acquisite e quelle genetiche non sono connesse, ma possono coesistere in una stessa persona. I pazienti più a rischio presentano cause di entrambi i tipi.

Cause

Per capire quali sono le cause della trombofilia, può essere utile capire come funziona il processo di coagulazione del sangue:  in condizioni normali il sangue si coagula per sigillare le lesioni o le piccole ferite delle pareti dei vasi sanguigni e per arrestare le emorragie. Quando l’emorragia si ferma e il vaso sanguigno guarisce, l’organismo distrugge i coaguli e li smaltisce.

La coagulazione del sangue è un processo complesso, che coinvolge:

La parete interna delle cellule che rivestono i vasi sanguigni. Queste cellule hanno un ruolo fondamentale nella formazione dei coaguli. I fattori di coagulazione. Queste proteine servono per creare una rete di fibrina (un altro tipo di proteina) che si comporta come una specie di colla che tiene insieme i coaguli. Le piastrine. Sono piccole cellule del sangue che si uniscono per formare i coaguli.

La coagulazione può essere eccessiva se il processo di coagulazione presenta delle anomalie, oppure ha inizio anche in situazioni diverse dalla norma. I trombi si possono formare all’interno delle arterie o le vene del cervello, del cuore, dei reni, dei polmoni e degli arti. (Le arterie e le vene sono i vasi sanguigni che portano il sangue verso il cuore e l’organismo.)

La coagulazione eccessiva può essere causata da disturbi e patologie, da mutazioni genetiche, da farmaci e da altri fattori.

Disturbi e patologie

Molti disturbi e patologie possono causare problemi di ipercoagulazione, oppure impedire ai coaguli di dissolversi correttamente.

Sindrome da anticorpi antifosfolipidi. Malattie del midollo osseo, ad esempio Policitemia vera, Trombocitosi. Porpora trombotica trombocitopenica e coagulazione intravascolare disseminata. Problemi nella disgregazione dei trombi. Coagulazione eccessiva con alto rischio per il cervello e il cuore Aterosclerosi. L’aterosclerosi è un disturbo in cui una sostanza cerosa si accumula nella arterie sottoforma di placche. Con il passare del tempo, le placche possono disgregarsi. Le piastrine si aggregano e formano trombi nella zona della lesione. L’aterosclerosi è una delle cause principali delle lesioni delle pareti dei vasi sanguigni. Vasculite. La vasculite è un disturbo che causa l’infiammazione dei vasi sanguigni. Le piastrine possono aderire alle zone in cui i vasi sanguigni sono danneggiati e formare così i trombi. La vasculite, inoltre, è una delle cause principali delle lesioni delle pareti dei vasi sanguigni. Diabete. Il diabete fa aumentare il rischio di accumulo di placche nelle arterie e quindi di formazione di trombi pericolosi. L’80 per cento circa delle persone che soffrono di diabete muore per cause connesse alla trombosi. Molti di questi decessi sono connessi alle complicazioni relative al cuore e ai vasi sanguigni. Insufficienza cardiaca. L’insufficienza cardiaca è una patologia che danneggia o indebolisce il cuore che quindi non riesce a pompare una quantità sufficiente di sangue per soddisfare le esigenze dell’organismo. L’insufficienza cardiaca rallenta la circolazione e perciò aumenta il rischio di formazione di trombi. Fibrillazione atriale. La fibrillazione atriale (FA) è il tipo di aritmia più diffuso. L’aritmia è un problema del ritmo o del battito cardiaco. La fibrillazione atriale può far ristagnare il sangue negli atri, cioè nelle due cavità superiori del cuore, dove quindi si possono formare i trombi. Sovrappeso ed obesità. Il sovrappeso e l’obesità sono due disturbi in cui il peso è superiore a quello considerato sano. Possono causare l’aterosclerosi, che a sua volta fa aumentare il rischio di formazione di trombi. Sindrome metabolica. Alcune ricerche indicano che chi soffre di sindrome metabolica presenta un rischio maggiore di coagulazione eccessiva. “Sindrome metabolica” è il nome di un gruppo di fattori di rischio che fanno aumentare il rischio di soffrire di patologie cardiache e di altri problemi di salute. Coagulazione eccessiva con alto rischio per gli arti I trombi si possono formare nelle vene profonde degli arti: questo disturbo è detto trombosi venosa profonda (TVP). La trombosi venosa profonda normalmente colpisce le vene profonde delle gambe. Il trombo che si forma in una vena profonda può staccarsi e entrare in circolo. Se raggiunge i polmoni e blocca la circolazione, si ha l’embolia polmonare (EP). La coagulazione eccessiva a carico delle vene profonde degli arti può essere scatenata da particolari disturbi, patologie o fattori. Ricovero in ospedale per interventi chirurgici maggiori, patologie gravi, traumi o lesioni ossee. Se si rimane inattivi per lunghi periodi, la circolazione venosa rallenta, quindi si possono formare trombi nelle gambe. Sindrome della classe economica. Quest’espressione si riferisce alle situazioni in cui si deve rimanere fermi per molto tempo, ad esempio in auto o sull’aereo. Rimanere fermi può rallentare la circolazione e provocare la formazione di trombi nelle gambe. Tumore e terapia antitumorale Mutazioni genetiche: le cause genetiche della coagulazione eccessiva sono connesse nella maggior parte dei casi a una mutazione genetica, cioè all’anomalia di un gene. Tra le mutazioni più diffuse figurano quella del fattore V di Leiden e del gene protrombina G20210A. Tra quelle più rare ricordiamo le carenze di proteina C ed S e la carenza di proteina antitrombina III. Assunzione di farmaci: alcuni farmaci possono disturbare il normale processo di coagulazione. I farmaci a base di estrogeni (ormoni femminili) sono connessi a un aumento del rischio di formazione di trombi: tra di essi ricordiamo la pillola anticoncezionale e la terapia ormonale sostitutiva. L’eparina è un farmaco usato comunemente per la prevenzione della trombosi, tuttavia in alcuni pazienti può causare la formazione di trombi e l’abbassamento del livello delle piastrine. Questo disturbo è detto trombocitopenia indotta da eparina (HIT). Questo disturbo si verifica quasi sempre in ospedale, perché di norma l’eparina viene somministrata durante il ricovero. Nella trombocitopenia indotta da eparina, il sistema immunitario attacca l’eparina e una proteina sulla superficie delle piastrine: dopo l’attacco le piastrine iniziano a formare i trombi. Altri fattori che influiscono sulla coagulazione Fumo. Il fumo fa aumentare il rischio di trombosi e aumenta il rischio di adesione delle piastrine. Inoltre danneggia le pareti dei vasi sanguigni e quindi fa formare i trombi. Eccesso di omocisteina. L’omocisteina è un amminoacido connesso a un forte rischio di patologie vascolari. Se il livello di questa sostanza è eccessivo, può danneggiare le pareti interne delle arterie. Gravidanza. Le donne presentano un rischio maggiore di trombosi durante la gravidanza, perché, in questa fase, aumentano le piastrine e i fattori di coagulazione. Durante la gravidanza, inoltre, l’utero comprime le vene, quindi la circolazione rallenta. HIV e terapie anti-HIV. Il rischio di formazione di trombi è massimo nei pazienti HIV-positivi colpiti da infezioni, che assumono determinati farmaci, sono ricoverati o hanno più di 45 anni. Disidratazione. La disidratazione è la carenza di liquidi dell’organismo: i vasi sanguigni si restringono e il sangue diventa più denso, quindi aumenta il rischio di formazione di trombi. Trapianto di organi e impianto di dispositivi, come il catetere venoso centrale e gli accessi vascolari per la dialisi. Gli interventi chirurgici o l’impianto di dispositivi nei vasi sanguigni possono danneggiare le pareti dei vasi sanguigni e quindi far formare i trombi. I cateteri e gli accessi vascolari, inoltre, hanno una superficie sintetica che può provocare la formazione di trombi. Fattori di rischio

Il rischio massimo per l’ipercoagulazione si ha quando sono contemporaneamente presenti fattori acquisiti e fattori genetici. Ad esempio, se il paziente fuma, soffre di aterosclerosi e ha il fattore V di Leiden mutato, è maggiormente a rischio rispetto a chi presenta soltanto uno di questi fattori di rischio.

Fattori di rischio genetici

Il rischio di avere una causa genetica è maggiore se:

si hanno famigliari che in passato hanno sofferto di trombofilia, ci sono precedenti personali di ipercoagulazione prima dei 40 anni, ci sono precedenti di aborti con cause non diagnosticate.

Quella del fattore V di Leiden è una delle mutazioni genetiche più frequenti, in grado di alterare il processo di coagulazione: da sola causa il 40-50% dei casi di disturbi genetici della coagulazione, nei pazienti di etnia caucasica.

Sintomi

I segni e i sintomi dell’ipercoagulabilità dipendono dalla zona in cui si formano i trombi; ad esempio i sintomi di un trombo nel cuore o nei polmoni possono comprendere:

dolore al torace, fiato corto, fastidio alle braccia, alla schiena, al collo e alla mascella.

Questi sintomi, però, possono indicare anche un infarto o un’embolia polmonare.

I sintomi dei trombi nelle vene profonde delle gambe possono comprendere:

dolore, arrossamento, sensazione di calore e gonfiore nella parte bassa della gamba.

Questi sintomi possono indicare una trombosi venosa profonda (TVP).

Tra i sintomi di un trombo nel cervello si possono avere:

mal di testa, modo di parlare diverso dal solito, paralisi (impossibilità di muoversi), giramento di testa e problemi a parlare o a capire le parole degli altri.

Questi sintomi possono indicare che è in corso un ictus.

Se si presentano i sintomi dell’infarto, dell’embolia polmonare o dell’ictus, chiamate immediatamente il 118. Se soffrite dei sintomi della trombosi venosa profonda, chiamate immediatamente il medico: la causa della formazione del trombo deve essere scoperta e curata il prima possibile.

Pericoli

La prognosi e la terapia della trombofilia dipendono dalla causa della patologia, dalla gravità dei trombi e dalla possibilità di tenerli sotto controllo.

I trombi che mettono in pericolo la vita del paziente rappresentano un’emergenza, mentre per i problemi di coagulazione di routine sono usati farmaci che diluiscono il sangue. Alcuni pazienti devono assumere questi farmaci per tutta la vita.

Con i farmaci e con la sorveglianza continua, molti pazienti riescono a tenere sotto controllo efficacemente la coagulazione eccessiva.

Complicazioni

I trombi possono formarsi nelle o spostarsi verso le arterie o le vene del cervello, del cuore, dei reni, dei polmoni e degli arti. Possono limitare o bloccare completamente la circolazione, danneggiando gli organi interni e causando molti problemi. In alcuni casi, i trombi possono arrivare a provocare il decesso del paziente.

Ictus: Si può verificare un ictus se la circolazione diretta al cervello si interrompe. Se la circolazione si interrompe per più di alcuni minuti, le cellule cerebrali iniziano a morire, causando menomazioni nelle parti del corpo da esse controllate. L’ictus può provocare lesioni cerebrali e disabilità a lungo termine, paralisi (incapacità di muoversi) o addirittura il decesso del paziente.

Infarto: La formazione di un trombo in un’arteria coronarica può causare un infarto. L’infarto si verifica quando la circolazione diretta a una zona del cuore si interrompe. Se la circolazione non viene ripristinata velocemente, la zona del muscolo cardiaco subisce lesioni dovute alla mancanza d’ossigeno e inizia a morire. La lesione al cuore può non essere evidente oppure può causare problemi gravi e di lungo periodo, come l’insufficienza cardiaca o le aritmie (irregolarità nel battito cardiaco).

Problemi ai reni e insufficienza renale: Un trombo nei reni può causare problemi ai reni o l’insufficienza renale. L’insufficienza renale si verifica quando i reni non sono più in grado di smaltire i liquidi e le sostanze di rifiuto dall’organismo. Si hanno, quindi, un accumulo di queste sostanze, ipertensione e altri problemi di salute.

Embolia polmonare: Se il trombo raggiunge una vena profonda dei polmoni, si ha un’embolia polmonare. L’embolia polmonare è una patologia grave, in grado di danneggiare i polmoni e altri organi e di far abbassare il livello dell’ossigeno nel sangue.

Trombosi venosa profonda: Un trombo in una delle vene profonde degli arti può causare dolore, gonfiore, arrossamento o sensazione di calore nell’arto colpito. Questo tipo di problema è detto trombosi venosa profonda (TVP): i trombi possono spostarsi (in questo caso sono detti emboli), raggiungere i polmoni e provocare un’embolia polmonare.

Gravidanza

I trombi possono provocare aborti, nascita di bambini morti e altri problemi, come la preeclampsia, cioè l’ipertensione durante la gravidanza.

Diagnosi

Se il medico, basandosi sui segni e sui sintomi, sospetta che soffriate di trombofilia, andrà alla ricerca della causa del disturbo.

Vi rivolgerà diverse domande sulla storia medica vostra e dei vostri famigliari, vi visiterà e controllerà i risultati degli esami.

Il medico di famiglia potrà consigliarvi di farvi seguire da un ematologo, cioè da un medico specializzato nella diagnosi e nella terapia dei disturbi e delle patologie del sangue.

Anamnesi personale e famigliare

Il medico vi può rivolgere domande dettagliate sulla storia medica vostra e della vostra famiglia. Vi può chiedere se voi o un vostro consanguineo:

avete avuto precedenti di ipercoagulazione prima dei 40 anni, avete avuto problemi di trombosi durante la gravidanza o durante l’assunzione della pillola anticoncezionale, avete avuto aborti con cause non accertate, avete precedenti di ipercoagulazione (ad esempio nelle vene del fegato o dei reni). Visita

Il medico vi visiterà per capire la gravità del problema di coagulazione e per cercare una possibile causa.

Esami diagnostici

Il medico può prescrivervi gli esami del sangue per capire la composizione del sangue e indagare sul processo di coagulazione. Se sospetta che soffriate di una patologia genetica, vi farà eseguire esami più approfonditi.

Prima di eseguire gli esami approfonditi per capire la causa dell’ipercoagulazione, il paziente probabilmente dovrà iniziare la terapia: potrebbero passare anche settimane o mesi tra l’inizio della terapia e la diagnosi della causa.

Emocromo completo

Il primo esame da eseguire comprende l’emocromo completo, cioè la misurazione del numero di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine presenti nel sangue.

Il medico, inoltre, vorrà conoscere il numero di piastrine nel sangue. Le piastrine sono i frammenti cellulari che si attaccano insieme per far coagulare il sangue.

Esami dei fattori di coagulazione e del tempo di coagulazione

Probabilmente dovrete anche eseguire gli esami che controllano da un lato le proteine attive nel processo di coagulazione e, dall’altro, il tempo necessario perché queste proteine riescano a far coagulare il sangue.

I fattori (o proteine) di coagulazione reagiscono tra di loro seguendo due vie, una intrinseca e una estrinseca (La via è una serie di reazioni chimiche che si verifica sempre nello stesso ordine.) Le due vie, poi, confluiscono in una via unica, per realizzare una rete di fibrina che tiene insieme i coaguli.

Tempo di protrombina (tempo di Quick o PT). Questo esame riguarda la via estrinseca e la via comune e misura la velocità di coagulazione del sangue. Chi soffre di ipercoagulazione probabilmente dovrà assumere il warfarin per prolungare il tempo di coagulazione.

Tempo di tromboplastina parziale (PTT). Questo esame riguarda la via intrinseca e quella comune e misura la velocità di coagulazione del sangue. Per prolungare il tempo di coagulazione può essere necessario assumere gli anticoagulanti, come l’eparina.

Esami di follow-up

Se il medico sospetta che le cause dell’ipercoagulazione siano genetiche, potreste dover eseguire altri esami del sangue. Ad esempio, potreste eseguire gli esami di controllo:

delle mutazioni genetiche che potrebbero causare l’ipercoagulazione, degli anticorpi connessi alla sindrome da anticorpi antifosfolipidi, una delle cause dell’ipercoagulazione, dei livelli di omocisteina (se siete a rischio per le patologie vascolari). Cura e terapia

La trombofilia è curata con terapie farmacologiche. A seconda delle dimensioni e della posizione del trombo (o dei trombi), il paziente deve sottoporsi a una terapia d’emergenza oppure a una terapia di routine.

Terapia d’emergenza

I trombi possono essere molto pericolosi, perché possono danneggiare l’organismo e causare problemi gravi, come l’ictus, l’infarto, l’insufficienza renale, la trombosi venosa profonda o l’embolia polmonare. I trombi, inoltre, possono provocare aborti ripetuti, nascita di bambini morti o problemi durante la gravidanza.

La terapia d’emergenza per la prevenzione di questi problemi spesso comprende farmaci in grado di dissolvere velocemente i trombi.

Questi farmaci, detti trombolitici, sono usati per dissolvere i trombi più grandi che provocano sintomi gravi. Possono causare emorragie improvvise, quindi sono usati solo nelle situazioni di emergenza.

Terapia di routine Anticoagulanti

Gli anticoagulanti sono i farmaci usati nella terapia di routine per l’ipercoagulazione. Impediscono la formazione dei trombi e non fanno ingrandire quelli già esistenti.

Gli anticoagulanti sono somministrati sottoforma di compresse, di iniezioni sottocutanee o tramite endovena (flebo inserita in una vena).

Il warfarin e l’eparina sono due tipi di anticoagulanti. Il warfarin è in vendita sottoforma di compresse (uno dei marchi più diffusi è Coumadin®). L’eparina viene somministrata tramite iniezione o flebo.

Le terapie con l’eparina e il warfarin possono essere somministrate contemporaneamente. Il warfarin impiega 2 o 3 giorni prima di iniziare a fare effetto. Quando il warfarin inizia a fare effetto, viene interrotta l’eparina.

Le gestanti devono essere curate con l’eparina, perché il warfarin potrebbe danneggiare il feto.

In alcuni casi, il warfarin è affiancato dall’aspirina, mentre in altri può essere usata l’aspirina in monoterapia. Anche l’aspirina, infatti, è un anticoagulante che serve per prevenire la formazione di trombi.

Alcuni pazienti devono assumere gli anticoagulanti per tutta la vita, se il rischio di formazione di trombi rimane elevato.

L’effetto collaterale più frequente degli anticoagulanti è l’emorragia, che si verifica se gli anticoagulanti diluiscono troppo il sangue e può mettere in pericolo la vita del paziente. L’emorragia può essere interna o esterna, cioè può colpire gli organi interni o la superficie della pelle. Per chiedere aiuto il prima possibile, è fondamentale conoscere i segni premonitori dell’emorragia, tra cui ricordiamo:

sanguinamento dalle gengive e dal naso, senza cause evidenti, ciclo mestruale più abbondante del solito, vomito di colore rosso vivo o color caffè, feci con sangue rosso vivo o feci nere e catramose, mal di pancia o mal di testa molto forti, alterazioni improvvise della visione, paralisi improvvisa degli arti, perdita di memoria o stato confusionale.

Gli altri sintomi della diluizione eccessiva del sangue sono: il sanguinamento troppo abbondante dopo una caduta o una lesione, la formazione troppo frequente di lividi o il sanguinamento troppo frequente. Se notate uno qualsiasi di questi sintomi, chiamate immediatamente il medico.

Chi è in terapia con gli anticoagulanti di norma deve fare esami del sangue regolari per controllare come si coagula il sangue: i due esami fondamentali sono il tempo di protrombina e il tempo di tromboplastina.

Questi esami servono anche per scoprire se il paziente sta assumendo la giusta dose di farmaco. Il medico controlla gli esami per accertarsi che il paziente stia assumendo una dose di anticoagulante sufficiente per prevenire la formazione di trombi ma non tale da causare emorragie.

Altre terapie

Le terapie di breve periodo possono comprendere il fattore antitrombinico e la proteina C. Il fattore antitrombinico può essere utile nei pazienti in cui è stata accertata la carenza di antitrombina. Questa terapia è usata in situazioni speciali, ad esempio prima degli interventi chirurgici, se c’è un trombo molto pericoloso o ci sono diversi precedenti di formazione di trombi.

Alcuni pazienti con carenza di antitrombina possono aver bisogno di questa terapia perché l’eparina nel loro caso non è efficace.

La proteina C può essere somministrata ai pazienti con carenze di proteina C prima della terapia con il warfarin. La proteina C viene somministrata per proteggerli dalla necrosi cutanea, un grave effetto collaterale del warfarin. (La necrosi cutanea distrugge e danneggia le cellule della pelle.)

Convivere con la trombofilia

Se soffrite di coagulazione eccessiva, vi consigliamo di:

informarvi sui sintomi e sui segni premonitori dei problemi di coagulazione, assumere tutti i farmaci prescritti dal medico al momento giusto, rimanere in contatto col medico, e farvi seguire con costanza. Affrontare i sintomi

Sapere quali sono i segni e i sintomi dei problemi di coagulazione è fondamentale, perché, se si manifestano, ci si dovrebbe rivolgere immediatamente al medico. La causa dei trombi deve essere scoperta e curata il prima possibile: nei casi d’emergenza può essere necessario recarsi al pronto soccorso.

Farmaci

Il medico può prescrivervi gli anticoagulanti per prevenire la formazione dei trombi o per evitare che quelli già presenti si ingrandiscano. Questi farmaci vanno assunti seguendo scrupolosamente la prescrizione medica.

Informate il medico delle altre terapie che state seguendo, comprese quelle che prevedono l’assunzione di farmaci da banco. Alcuni farmaci, infatti, potrebbero far aumentare il rischio di emorragie.

Le donne sessualmente attive che seguono la terapia con il warfarin dovrebbero usare un anticoncezionale, perché il warfarin può causare malformazioni fetali.

Se dovete sottoporvi a un intervento chirurgico, il medico può adeguare la quantità di farmaco prima, durante e/o dopo l’intervento, per prevenire le emorragie. Lo stesso discorso vale, ma più raramente, per gli interventi dentistici.

Se assumete farmaci anticoagulanti, informate tutti i medici che vi seguono.

Sorveglianza continua

Fate tutti gli esami del sangue prescritti dal medico, perché aiutano a tenere traccia della velocità e della capacità di coagulazione del sangue.

I farmaci usati per la terapia dell’ipercoagulazione potrebbero causare emorragie interne (all’interno dell’organismo) oppure esterne (sottopelle o sulla superficie della pelle). È fondamentale riconoscere i segni premonitori delle emorragie per cercare immediatamente aiuto se si verificano (vedi sopra).

Chiedete al medico come modificare il vostro stile di vita per renderlo più sano. Chiedetegli se la vostra alimentazione può interferire con i farmaci che assumete. Se assumete il warfarin, alcuni alimenti e bevande possono influire sulla sua efficacia.

Chiedete al medico qual è la quantità di alcool permessa durante la terapia. Se fumate, chiedete al medico un consiglio sui programmi e sui prodotti che vi possono aiutare a smettere; cercate, inoltre, di evitare il fumo passivo.

Se non riuscite a smettere di fumare da soli, potete partecipare a un gruppo di aiuto. Molti ospedali, molte aziende e aziende sanitarie locali offrono incontri per aiutarvi a smettere di fumare.

Prevenzione

Non è possibile prevenire le cause genetiche della trombofilia, tuttavia si possono prendere alcuni provvedimenti per tenere sotto controllo o per evitare alcuni dei fattori di rischio acquisiti.

Curare le patologie che possono causare l’ipercoagulazione, come il diabete o le patologie cardiache e vascolari. Modificare lo stile di vita, ad esempio smettendo di fumare o dimagrendo. Evitare i farmaci a base di estrogeni (ormoni femminili), in presenza di fattori di rischio per l’ipercoagulazione. In questo caso è opportuno chiedere al medico quali sono le alternative più sicure. Rimanere il più attivi possibile. Durante i viaggi lunghi, muovere, flettere e stirare le gambe, in modo da far circolare bene il sangue nelle caviglie. Chiedere al medico come si fa per abbassare il livello di omocisteina. Potrebbe essere necessario assumere integratori di vitamina B6, di vitamina B12 o di folati.

Il medico può prescrivere gli anticoagulanti prima, durante e/o dopo gli interventi chirurgici per prevenire l’ipercoagulazione.

 

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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Sindrome da fatica cronica: sintomi, diagnosi e terapia

Posted: 30 Dec 2012 11:31 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

Chi è colpito dalla sindrome da fatica cronica si sente esaurito e stanchissimo. La stanchezza estrema rende difficile dedicarsi alle normali attività che la maggior parte di noi svolge senza pensare, ad esempio vestirsi, fare la doccia o mangiare. Anche se si dorme o ci si riposa, la stanchezza non scompare: può aumentare quando ci si muove, si fa esercizio fisico o semplicemente si pensa.

La sindrome da fatica cronica può comparire lentamente oppure all’improvviso. I pazienti in cui compare lentamente diventano progressivamente sempre più stanchi nell’arco di alcune settimane od alcuni mesi. I pazienti in cui compare all’improvviso si sentono improvvisamente stanchissimi da un giorno all’altro.

Chi è affetto dalla sindrome da fatica cronica può soffrire di dolori muscolari, problemi di concentrazione o insonnia. La stanchezza profonda deve durare per almeno sei mesi per poter essere diagnosticata come sindrome da fatica cronica.

La sindrome da fatica cronica può anche essere definita fatica cronica, encefalomielite mialgica od anche in altro modo.

Cause

Nessuno sa con certezza quali siano le cause della sindrome da fatica cronica.

In molti pazienti la sindrome da fatica cronica si presenta dopo un’infezione, ad esempio dopo un raffreddore o un’influenza intestinale, oppure dopo essere stati contagiati dal virus Epstein-Barr, lo stesso virus che provoca la mononucleosi infettiva. Alcuni pazienti affetti dalla sindrome da fatica cronica affermano che il disturbo si è presentato dopo un periodo di forte stress, dovuto ad esempio al decesso di una persona cara o a un intervento chirurgico importante.

Tra i fattori che sono stati studiati ricordiamo:

Infezioni virali. In alcuni pazienti la sindrome da fatica cronica compare dopo un’infezione virale, quindi i ricercatori si sono chiesti se la patologia possa essere provocata da determinati virus. Tra i virus presi in consideraizone ricordiamo: l’Epstein-Barr, l’herpesvirus umano 6 e i virus della leucemia dei topi. Non è finora stata evidenziata alcuna connessione certa tra questi virus e la sindrome da fatica cronica. Problemi del sistema immunitario. Il sistema immunitario dei pazienti affetti dalla sindrome da fatica cronica sembra essere leggermente più debole rispetto a quello dei pazienti sani, ma non è chiaro se questa debolezza basti, da sola, a causare la malattia. Squilibri ormonali. Chi è affetto dalla sindrome da fatica cronica a volte presenta anche anomalie nei livelli degli ormoni prodotti nell’ipotalamo, nell’ipofisi o nelle ghiandole surrenali. L’importanza di queste anomalie è ancora sconosciuta.

Può essere molto difficile diagnosticare la sindrome da fatica cronica, perché la forte stanchezza è un sintomo comune a molte patologie.

Anche alcune terapie, come la chemioterapia, possono causare una forte stanchezza.

Incidenza e fattori di rischio

Gli esperti stimano che almeno un milione di americani soffra della sindrome da fatica cronica, tuttavia meno del 20% dei casi viene diagnosticato.

Le donne corrono un rischio quadruplo di ammalarsi rispetto agli uomini. La fascia d’età più a rischio è quella tra i 40 e i 59 anni, anche se chiunque si può ammalare. La sindrome da fatica cronica colpisce con minore frequenza i bambini. Le ricerche indicano infatti che la patologia colpisce con maggior frequenza gli adolescenti che i bambini sotto i 12 anni. Chi è in sovrappeso e non fa attività fisica corre un rischio maggiore di ammalarsi. Anche lo stress sembra avere un qualche ruolo.

La sindrome da fatica cronica colpisce tutti i gruppi etnici, ed è diffusa in tutto il mondo; può colpire tutte le fasce di reddito, però alcune ricerche sembrerebbero dimostrare che è più diffusa tra le fasce a basso reddito. In alcuni casi può colpire diversi membri della stessa famiglia, ma non c’è alcuna prova che sia contagiosa: potrebbe però essere trasmessa per via ereditaria. Sulle modalità di trasmissione ereditaria sono necessarie ulteriori ricerche.

Sintomi

I sintomi della sindrome da fatica cronica possono essere continui oppure intermittenti. All’inizio il paziente si può sentire come se avesse l’influenza. Oltre alla stanchezza e alla debolezza gravi, tra i sintomi della sindrome da fatica cronica possiamo avere:

Stanchezza protratta per più di 24 ore, dopo l’esercizio fisico o mentale, Dimenticare le cose o avere difficoltà di concentrazione, Sentirsi stanchi anche dopo aver dormito, Dolori muscolari, Dolori articolari, senza gonfiore o rossore, Mal di testa diverso dal solito o più forte del solito, Dolore ai linfonodi del collo o dell’ascella, Mal di gola.

I sintomi sopraelencati sono quelli principali, ma tra i sintomi della sindrome da fatica cronica possiamo anche avere:

Disturbi visivi (vista offuscata, sensibilità alla luce, male agli occhi), Sintomi psicologici (irritabilità, sbalzi d’umore, attacchi di panico, ansia), Brividi e sudorazione notturna Febbre lieve o temperature corporea bassa Colon irritabile Allergie e intolleranze agli alimenti, agli odori, alle sostanze chimiche ai farmaci e ai suoni/rumori Intorpidimento, formicolio o bruciore al volto, alle mani o ai piedi Difficoltà a sedersi o ad alzarsi velocemente, vertigini, problemi di equilibrio e svenimenti

I sintomi della sindrome da fatica cronica variano considerevolmente a seconda del paziente e possono essere gravi oppure molto lievi. La maggior parte dei sintomi non è evidente e quindi gli amici, i familiari e le persone diverse dal paziente possono avere difficoltà a capire le sfide che il paziente deve affrontare.

Se pensate di essere affetti dalla sindrome da fatica cronica, chiedete consiglio al vostro medico.

Pericoli

Tra le possibili complicazioni della sindrome da fatica cronica ricordiamo:

depressione, isolamento sociale, limitazioni nella vita quotidiana, aumento delle assenze dal lavoro. Diagnosi

Diagnosticare la sindrome da fatica cronica può essere difficile perché non esistono esami di laboratorio in grado di scoprirla. Molti dei sintomi della sindrome da fatica cronica sono comuni anche ad altre patologie, oppure sono effetti collaterali di particolari terapie. La diagnosi si basa sulla definizione data nel 1994 dal CDC (Centers for Disease Control), anche definita con l’espressione “criteri di Fukuda” dal nome di un famoso ricercatore. La diagnosi in età pediatrica può essere effettuata con nuovi criteri pediatrici, diversi da quelli per l’età adulta.

Se pensate di soffrire della sindrome da fatica cronica, andate dal medico che:

Vi rivolgerà diverse domande sul vostro stato di salute fisica e mentale, Vi visiterà, Vi prescriverà gli esami del sangue e delle urine, per cercare di escludere altre patologie con sintomi analoghi a quelli della sindrome da fatica cronica, Vi prescriverà altri esami, se quelli del sangue e delle urine non diagnosticano la causa dei sintomi..

Vi diagnosticherà la sindrome da fatica cronica se si verificano entrambe le seguenti situazioni:

Siete molto stanchi da almeno sei mesi e gli esami non evidenziano alcuna causa dei sintomi. Soffrite di almeno 4 dei sintomi elencati nel paragrafo “Sintomi”.

La diagnosi può richiedere molto tempo (addirittura anni!), quindi cercate di aver pazienza. Quando avrete effettuato gli esami, chiedete al medico come fare per alleviare i sintomi. La sindrome da fatica cronica non è una forma di depressione, tuttavia molti pazienti iniziano a soffrire di depressione perché si ritrovano a dover convivere con una malattia cronica.

Cura e terapia

Attualmente non esiste alcuna cura per la sindrome da fatica cronica, tuttavia si possono adottare alcuni accorgimenti per sentirsi meglio. Chiedete al medico come alleviare i sintomi e gestire la stanchezza e seguite questi semplici consigli.

Modifiche dello stile di vita

Può essere utile ricorrere a questi semplici rimedi pratici:

Diminuite lo stress. Cercate di prendere provvedimenti per evitare di esaurirvi, per affaticarvi di meno ed evitare o limitare lo stress emotivo. Ogni giorno prendetevi un po’ di tempo per rilassarvi, imparando, ad esempio, a dire di no. Migliorate l’approccio al sonno. Andate a dormire e svegliatevi ogni giorno alla stessa ora. Cercate di non dormire durante la giornata e di evitare la caffeina, l’alcol e la nicotina. Siate regolari. Cercate di essere regolari. Se, nei giorni in cui state bene, vi affaticate troppo, ci vorranno più giorni per recuperare.

Cercate di evitare o limitare le attività che sembrano provocare la stanchezza. Per una settimana o due tenete un diario delle vostre attività. Annotate i momenti in cui vi sentite molto stanchi ed alla fine esaminate l’elenco per capire quali attività tendono a farvi esaurire le forze. Un terapeuta occupazionale può aiutarvi a esaminare le vostre attività e suggerirvi come modificare lo stile di vita per risparmiare energie.

Alla fine della giornata provate a pensare a quanta energia ritenete di aver avuto e a quanta energia in realtà avete usato. Se, nel tempo, queste due quantità di energia tendono a rimanere simili, lentamente comincerete a riguadagnare forza ed energia. Riflettete su quali sono le attività più importanti e a quali attività potete rinunciare di tanto in tanto. Ricordatevi di comunicare alle persone che vi circondano qual è la quantità di energia che siete in grado di usare ogni giorno, così potranno aiutarvi a non strafare. È importante ricordare che, con la parola energia, si intendono le energie mentali, emotive e fisiche.

Farmaci

Gli analgesici in vendita in farmacia senza ricetta, come il Moment®, possono aiutarvi a combattere il dolore, il mal di testa e i dolori muscolari e articolari.

Gli antistaminici che non inducono sonnolenza possono essere utili per i sintomi dell’allergia, come il naso che cola e gli occhi che prudono.

Alcuni farmaci con obbligo di prescrizione possono essere utili per migliorare la qualità del sonno.

Alcuni pazienti riferiscono che i sintomi della sindrome da fatica cronica regrediscono se si ricorre alle terapie complementari o alternative, come la massoterapia (massaggi), l’agopuntura, la chiropratica, lo yoga, lo stretching o l’autoipnosi. Ricordate che le terapie alternative, gli integratori alimentari e i rimedi erboristici che affermano di poter curare la sindrome da fatica cronica sono molti, però in alcuni casi potrebbero fare più male che bene. Prima di iniziare una nuova terapia, tradizionale o alternativa, chiedete sempre consiglio al vostro medico.

Ricordate inoltre che il vostro medico potrebbe non essere sufficientemente preparato sulla sindrome da fatica cronica, e quindi potrebbe non essere in grado di aiutarvi. Se pensate che non sia preparato o se intuite che non considera la sindrome da fatica cronica una “vera” malattia, chiedete un secondo parere. Contattate una clinica specializzata o un centro di eccellenza per trovare un medico in grado di curare la sindrome da fatica cronica.

Convivere con la sindrome da fatica cronica

Quando si soffre di una patologia come la sindrome da fatica cronica, è normale sentirsi malati, tristi, arrabbiati o depressi. Per riuscire a stare meglio, potete seguire questi consigli:

Prendete in considerazione l’idea di ricorrere alla psicoterapia che vi aiuti a gestire ciò che provate. Partecipate a un gruppo di aiuto. A volte può essere utile parlare con altre persone che si trovano a convivere con lo stesso problema. Chiedete al vostro medico se nella vostra zona esistono gruppi di aiuto per le persone affette dalla sindrome da fatica cronica.

Fonte Principale:

WomensHealth Mayo Clinic

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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17/12/2012 09:54 Condividi

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Sindrome delle apnee notturne: sintomi, cause, terapia

Posted: 16 Dec 2012 11:31 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

La sindrome delle apnee notturne è un disturbo abbastanza diffuso, in cui la respirazione del paziente si interrompe una o più volte oppure rallenta eccessivamente durante il sonno.

Le pause possono durare da pochi secondi ad alcuni minuti. Possono essere anche più di 30 in un’ora. Di solito la respirazione riprende, in alcuni casi con un russare sonoro.

L’apnea nel sonno di solito è una patologia cronica (continua) che disturba il sonno e quando la respirazione si interrompe o rallenta spesso il paziente passa dal sonno profondo a un sonno più leggero.

La qualità del sonno, quindi, è molto scarsa, per questo motivo ci si sente stanchi durante il giorno. L’apnea nel sonno è una delle cause più frequenti dell’eccessiva sonnolenza diurna.

E’ un disturbo che in molti casi non viene diagnosticato e i medici di base, di solito, non sono in grado di individuarla durante le visite di routine e non esistono esami del sangue utili per diagnosticarla.

La maggior parte dei pazienti che soffrono di apnea notturna non sa di essere malato, perché il disturbo si presenta soltanto durante il sonno. In genere sono i famigliari o il partner a notare per primi i sintomi.

La tipologia più comune è l’apnea ostruttiva, in cui le vie respiratorie collassano o si ostruiscono durante il sonno, rallentando o interrompendo la respirazione: quando si cerca di respirare l’aria che attraversa l’ostruzione può causare un forte russamento. L’apnea ostruttiva del sonno è più diffusa tra i pazienti in sovrappeso, ma può colpire chiunque; ad esempio i bambini che hanno le tonsille ingrossate possono soffrire di apnea ostruttiva.

L’apnea centrale nel sonno è invece un tipo di apnea nel sonno meno diffuso: la zona del cervello che controlla la respirazione non invia i segnali corretti ai muscoli addetti alla respirazione, quindi, per brevissimi istanti, l’organismo “si dimentica” di respirare.

L’apnea centrale nel sonno può colpire chiunque, tuttavia è più diffusa tra i pazienti che soffrono di alcune patologie o usano determinati farmaci.

L’apnea centrale nel sonno può colpire il paziente insieme all’apnea ostruttiva, oppure può presentarsi da sola. Normalmente l’apnea centrale del sonno non provoca il russamento.

Cause

Durante la veglia i muscoli del collo sostengono le vie respiratorie tenendole aperte, quindi l’aria può arrivare senza problemi nel polmoni. Durante il sonno questi muscoli si rilassano, quindi le vie respiratorie si restringono.

In condizioni normali il restringimento non impedisce all’aria di entrare e uscire dai polmoni tuttavia, se si soffre di apnea nel sonno, le vie respiratorie possono rimanere ostruite, in tutto o in parte, per questi motivi:

i muscoli del collo e la lingua si rilassano più del normale; la lingua e le tonsille (le masse di tessuto nella parte posteriore della bocca) sono troppo grandi rispetto all’ampiezza delle vie respiratorie; il paziente è in sovrappeso, quindi il tessuto adiposo in eccesso può far ispessire le pareti della trachea (canale dove passa l’aria); la forma della testa e del collo (struttura ossea) può causare un restringimento delle vie respiratorie nella bocca e nel collo; il processo dell’invecchiamento limita la capacità degli impulsi nervosi di mantenere rigidi i muscoli del collo durante il sonno, le vie respiratorie corrono quindi un maggior rischio di restringersi o di collassare.

Se le vie respiratorie sono bloccate in tutto o in parte durante il sonno, i polmoni non ricevono una quantità sufficiente di aria, quindi si possono avere un forte russamento e un abbassamento improvviso del livello di ossigeno nel sangue.

Se i livelli dell’ossigeno si abbassano troppo il cervello inizia a disturbare il sonno, perché manda impulsi nervosi per cercare di irrigidire i muscoli delle vie aeree superiori e di tenere aperta la trachea. La respirazione, quindi, ritorna alla normalità, spesso russando in modo rilevante.

Gli abbassamenti frequenti del livello di ossigeno nel sangue e la cattiva qualità del sonno possono provocare il rilascio degli ormoni dello stress che fanno aumentare la frequenza cardiaca e il rischio di ipertensione, infarto, ictus e aritmie (anomalie del battito cardiaco). Questi ormoni, inoltre, fanno aumentare il rischio di insufficienza cardiaca, o aggravano un’insufficienza cardiaca preesistente.

Se l’apnea nel sonno non viene curata può causare alterazioni del metabolismo, e quindi far aumentare il rischio di obesità e diabete.

Fattori di rischio

L’apnea ostruttiva nel sonno è una patologia diffusa e circa la metà dei pazienti che ne soffrono è in sovrappeso.

Gli uomini sono più a rischio delle donne.

L’apnea ostruttiva nel sonno può colpire a qualsiasi età, ma il rischio aumenta proporzionalmente al passare degli anni.

Il rischio, inoltre, aumenta se ci sono precedenti nella famiglia.

Se le vie aeree del naso, della gola o della bocca sono piccole, il rischio di soffrire di apnea nel sonno è più elevato. Le vie aeree possono essere piccole per cause anatomiche, a causa di allergie o di altre patologie che provocano la congestione.

I bambini piccoli possono avere le tonsille ingrossate e quindi correre un rischio maggiore di soffrire di apnea nel sonno. Anche i bambini in sovrappeso sono a rischio.

La metà circa dei pazienti con apnea nel sonno soffre anche di ipertensione.

L’apnea nel sonno, inoltre, è connessa al fumo, alla sindrome metabolica e al diabete, ed è un fattore di rischio per l’ictus e l’insufficienza cardiaca.

La razza e il gruppo etnico potrebbero influire come fattori di rischio per l’apnea nel sonno, tuttavia sono necessarie ulteriori ricerche in proposito.

Sintomi

Uno dei sintomi più frequenti dell’apnea ostruttiva del sonno è il russamento, forte e cronico (continuo). Può essere interrotto da pause: dopo le pause, il paziente può ansimare o boccheggiare.

Il russamento di solito è più forte quando si dorme supini e può essere meno rumoroso quando ci si gira su un lato. Il paziente può russare solo qualche notte ogni tanto; con il passare del tempo, tuttavia, inizia a russare più forte e con maggior frequenza.

Quando si russa o si boccheggia, non ci si sveglia. Con ogni probabilità non ci si rende conto di avere problemi di respirazione e non si è in grado di stimare la gravità del disturbo. Spesso sono i famigliari o il partner a notare per primi che c’è qualcosa che non va.

Russare non significa necessariamente soffrire di apnea nel sonno.

Un altro sintomo frequente dell’apnea nel sonno è la sonnolenza diurna, sul posto di lavoro o quando si è alla guida. In molti casi ci si ritrova ad addormentarsi velocemente nei momenti tranquilli della giornata quando non si è attivi. Anche se non si soffre di sonnolenza diurna, è opportuno parlare con il medico se si sospetta di avere problemi di respirazione durante il sonno.

Altri segni e sintomi

Tra gli altri segni e sintomi dell’apnea nel sonno ricordiamo:

mal di testa al mattino, problemi di memoria e di apprendimento, incapacità di concentrarsi., irritabilità, depressione, sbalzi d’umore o alterazioni della personalità, svegliarsi spesso e alzarsi per urinare, bocca secca o mal di gola quando ci si sveglia.

Nei bambini, l’apnea nel sonno può causare iperattività, problemi scolastici, collera o comportamento ostile. I bambini che soffrono di apnea nel sonno possono respirare con la bocca anziché col naso durante le ore diurne.

Pericoli

L’apnea del sonno, se non viene curata, può aumentare il rischio di:

ipertensione, infarto, ictus, obesità e diabete, insufficienza cardiaca, o peggiorare un’insufficienza cardiaca preesistente, aritmie o anomalie del battito cardiaco, incidenti sul lavoro o alla guida di veicoli.

L’apnea nel sonno è una patologia cronica che deve essere gestita e curata sul lungo periodo. Nella maggior parte dei pazienti può essere curata modificando lo stile di vita, ricorrendo all’intervento chirurgico e agli ausili per la respirazione.

Diagnosi

I medici diagnosticano l’apnea nel sonno basandosi sull’anamnesi del paziente e sui precedenti di apnea in famiglia, sui risultati della visita e dello studio del sonno. In alcuni casi il primo a notare i sintomi è il medico di famiglia, che poi può decidere se è opportuno consultare uno specialista per una diagnosi.

Gli specialisti in medicina del sonno sono medici che diagnosticano e curano le persone affette da disturbi del sonno: tra di essi figurano pneumologi, neurologi e otorinolaringoiatri ma anche altre categorie di medici.

Anamnesi personale e famigliare

Se pensate di soffrire di un disturbo respiratorio del sonno, potete tenere un diario del sonno per una, due settimane e portarlo con voi alla prima visita.

Prendete nota degli orari in cui andate a dormire, in cui vi svegliate e in cui fate i pisolini. Scrivete quanto riuscite a dormire per notte, quanto vi sentite vigili e riposati al mattino e quanto avvertite la sonnolenza nei vari momenti della giornata. Queste informazioni aiuteranno il medico a capire se soffrite di un disturbo del sonno.

Durante la visita il medico vi farà diverse domande sulla qualità del sonno e su come vi sentite durante la veglia.

Il medico, inoltre, vorrà sapere se russate, quanto spesso russate e a che volume russate oppure se, durante il sonno, producete singulti o rumori come di soffocamento. Spesso il paziente non è consapevole di questi sintomi e deve chiedere a un famigliare o al partner se davvero sono presenti.

Ricordate di dire al medico se qualche vostro famigliare ha ricevuto la diagnosi di apnea nel sonno, oppure ha sofferto dei sintomi di questo disturbo.

Se ritenete che vostro figlio soffra di apnea nel sonno, informate il pediatra dei segni e dei sintomi che avete osservato.

Visita

Il medico controllerà la bocca, il naso e la gola per escludere eventuali gonfiori o ingrossamenti dei tessuti. I bambini che soffrono di apnea nel sonno, infatti, potrebbero avere le tonsille ingrossate. Potrebbero essere sufficienti solo la visita medica e l’anamnesi per diagnosticare l’apnea nel sonno nei bambini.

Gli adulti che soffrono di apnea nel sonno potrebbero avere l’ugola o il palato molle ingrossati. L’ugola è il tessuto che sporge nella parte centrale posteriore della bocca. Il palato molle è la parte superiore della bocca, che va indietro verso la gola.

Studi del sonno

Gli studi del sonno sono esami che misurano la qualità del sonno e la risposta dell’organismo ai problemi del sonno. Questi esami possono aiutare il medico a scoprire se soffrite di un disturbo del sonno e la gravità di tale disturbo. Gli esami del sonno sono gli esami più attendibili per la diagnosi di apnea nel sonno.

Esistono diversi tipi di esami del sonno. Se il medico ritiene che soffriate di apnea notturna, può consigliarvi la polisonnografia o un monitor portatile per lo studio a domicilio.

Polisonnografia

La polisonnografia è il tipo di esame del sonno più usato per diagnosticare l’apnea nel sonno: registra l’attività cerebrale, i movimenti oculari, il battito cardiaco e la pressione.

La polisonnografia registra anche la quantità di ossigeno presente nel sangue, il movimento dell’aria nel naso mentre si respira, il russamento e i movimenti del torace. I movimenti del torace indicano se il paziente sta facendo uno sforzo per respirare.

L’esame di norma viene eseguito in ospedale o in una clinica specializzata, è del tutto indolore e il paziente può addormentarsi normalmente, ma gli vengono attaccati diversi sensori sul cuoio capelluto, sul volto, sul torace, sugli arti e su un dito. Gli infermieri e i medici usano i sensori per controllare il paziente per tutta la notte.

Lo specialista, al termine dell’esame, controlla i risultati per verificare se il paziente soffre di apnea nel sonno e la gravità del disturbo. I risultati dell’esame vengono usati per programmare la terapia.

Il medico, inoltre, può usare la polisonnografia per adeguare la terapia con il ventilatore a pressione positiva continua (CPAP). La ventilazione a pressione positiva continua è la terapia più diffusa per l’apnea del sonno, in grado di creare una lieve pressione dell’aria per tenere aperte le vie respiratorie mentre il paziente dorme.

Se la polisonnografia indica che il paziente soffre di apnea nel sonno, questi sarà esposto al ventilatore a pressione positiva continua durante la seconda metà della notte. Gli infermieri modificheranno il flusso d’aria dell’apparecchiatura per trovare le impostazioni più adatte al paziente.

Monitor a domicilio

Il medico può consigliarvi un esame del sonno a domicilio con un monitor portatile. Il monitor portatile registrerà alcune delle informazioni ricavabili anche dalla polisonnografia, ad esempio:

la quantità di ossigeno nel sangue, il movimento dell’aria nel naso durante la respirazione, il battito cardiaco, i movimenti del torace che indicano che si sta facendo uno sforzo per respirare.

Lo specialista può usare i risultati dell’esame del sonno a domicilio per diagnosticare l’apnea nel sonno e anche per decidere se è necessario eseguire la polisonnografia in un centro specializzato.

Cura e terapia

L’apnea nel sonno può essere curata modificando lo stile di vita, con apparecchi ortodontici, con dispositivi per la respirazione e con l’intervento chirurgico. I farmaci di solito non vengono usati.

Chi invece soffre di apnea moderata o grave può aver bisogno di un ventilatore o dell’intervento chirurgico.

La terapia dell’apnea nel sonno mira a:

ripristinare la respirazione normale durante il sonno, alleviare i sintomi, come il russamento forte e la sonnolenza diurna.

La terapia può migliorare altri problemi di salute connessi all’apnea nel sonno, ad esempio l’ipertensione. Può inoltre diminuire il rischio di patologie cardiache, ictus e diabete.

Se nonostante la terapia il paziente continua ad avvertire sonnolenza diurna, il medico gli può chiedere se dorme a sufficienza. Gli adulti dovrebbero dormire almeno 7-8 ore per notte, mentre i bambini e gli adolescenti hanno bisogno di più ore (approfondimento).

Se la terapia e la durata ottimale del sonno non alleviano la sonnolenza diurna, il medico prenderà in considerazione altre possibili terapie.

Modifiche dello stile di vita

Se soffrite di apnea nel sonno lieve, probabilmente tutto ciò che dovrete fare per curarvi sarà modificare leggermente le abitudini o le attività quotidiane.

Evitate l’alcol e i farmaci che provocano sonnolenza, perché causano difficoltà nel tenere la gola aperta durante il sonno. Se siete in sovrappeso o obesi, cercate di dimagrire. Dimagrire anche solo di poco può alleviare di molto i sintomi. Dormite sdraiati su un lato anziché supini per avere meno difficoltà a tenere aperte le vie respiratorie. Potete usare cuscini o pigiami speciali che vi impediscono di dormire supini. Di notte, se necessario, tenete aperto il naso usando gli spray nasali o i farmaci contro le allergie (ma non vasocostrittori!). Chiedete al medico se queste terapie possono esservi utili. Smettete di fumare. Chiedete al medico di indicarvi programmi e prodotti utili per smettere. Apparecchi ortodontici

Indossare l’apparecchio ai denti può essere utile per alcuni dei pazienti che soffrono di apnea nel sonno lieve. Il medico, inoltre, può consigliarvi di mettere l’apparecchio se russate molto ma non soffrite di apnea nel sonno.

Il dentista o l’ortodontista possono realizzare un apparecchio di plastica su misura per curare l’apnea nel sonno. L’ortodontista è specializzato nella correzione dei problemi dei denti e delle mandibole. L’apparecchio rimetterà in posizione la mandibola e la lingua e vi aiuterà a tenere aperte le vie respiratorie durante il sonno.

Se usate l’apparecchio e trovate che è scomodo o vi fa male, avvertite il medico. Con ogni probabilità dovrete effettuare visite periodiche per regolarlo in modo che vi stia bene.

Ventilatore a pressione positiva continua

La ventilazione a pressione positiva continua è la terapia più frequente per l’apnea nel sonno da moderata a grave nei pazienti adulti. Il ventilatore a pressione positiva continua (CPAP) usa una maschera che copre il naso e la bocca, oppure solo il naso.

Maschera per sindrome da apnea notturna

Maschera per sindrome da apnea notturna (Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/11921146@N03/6981941985/)

Il ventilatore soffia delicatamente l’aria nella gola del paziente. La pressione dell’aria aiuta a tenere aperte le vie respiratorie mentre si dorme.

Se l’apnea nel sonno viene curata, il paziente probabilmente smetterà di russare; tuttavia, se non russa, non significa automaticamente che le apnee nel sonno siano cessate o che può smettere di usare il ventilatore L’apnea nel sonno, infatti, può ripresentarsi se non si usa il ventilatore a pressione positiva continua oppure se non lo si usa correttamente.

Di norma il ventilatore a pressione positiva continua viene consegnato a domicilio da un tecnico che lo installa e lo tara a seconda della prescrizione medica. Dopo l’installazione, è comunque necessario farlo tarare di tanto in tanto per ottenere risultati ottimali.

La ventilazione a pressione positiva continua può causare effetti collaterali in alcuni pazienti; tra di essi ricordiamo:

secchezza nasale o naso che cola, irritazione della pelle del volto, bocca secca, mal di testa.

Se il ventilatore non è tarato correttamente, si può soffrire di gonfiore di stomaco e di mal di stomaco quando si indossa la maschera.

Se avete problemi con il ventilatore, chiedete consiglio allo specialista, agli infermieri e al tecnico: insieme potete prendere provvedimenti per diminuire gli effetti collaterali. Ad esempio può essere necessario modificare le impostazioni del ventilatore oppure le dimensioni della mascherina. Per alleviare la secchezza nasale o non avere più il naso che cola, può essere utile umidificare l’aria che attraversa la maschera oppure usare uno spray nasale.

Esistono diversi tipi di ventilatori e di maschere. Se quello che state usando non vi soddisfa, chiedete consiglio al medico che può suggerirvi di cambiare tipo, passando a uno più comodo.

Chi soffre di sintomi gravi dell’apnea nel sonno di norma si sente molto meglio una volta iniziata la ventilazione a pressione positiva continua

Intervento chirurgico

Alcuni pazienti che soffrono di apnea nel sonno possono trarre beneficio dall’intervento chirurgico. Il tipo di intervento e la sua efficacia dipendono dalla causa dell’apnea.

L’intervento chirurgico è effettuato per allargare le vie respiratorie, di norma vengono rimossi, irrigiditi o ristretti i tessuti in eccesso nella bocca o nella gola, oppure viene risistemata la mandibola.

L’intervento chirurgico per irrigidire o atrofizzare il tessuto in eccesso viene effettuato in ambulatorio oppure in ospedale. Per far contrarre leggermente il tessuto possono essere necessarie piccole iniezioni o altre terapie locali. Per farlo restringere di più, invece, può essere utile una terapia ripetuta. Per irrigidire il tessuto, il medico pratica una piccola incisione al suo interno e inserisce una placca di plastica rigida.

Per rimuovere il tessuto in eccesso, l’intervento chirurgico va effettuato in ospedale in anestesia. Dopo l’intervento, si può continuare ad avere mal di gola per una, due settimane.

L’intervento chirurgico di rimozione delle tonsille può essere utile in alcuni bambini, se sono le tonsille a bloccare la respirazione. Il pediatra può suggerire di aspettare per vedere se i tessuti si atrofizzano spontaneamente, durante la crescita del bambino.

Convivere con l’apnea nel sonno

L’apnea nel sonno può essere molto grave, tuttavia è possibile migliorare almeno un po’ la qualità della vita seguendo una terapia efficace.

La terapia può essere utile per migliorare la qualità del sonno e alleviare la sonnolenza diurna. Può inoltre far diminuire il rischio di ipertensione, patologie cardiache e altri problemi di salute connessi all’apnea nel sonno.

La terapia può migliorare lo stato di salute generale, il benessere del paziente, la qualità del sonno del paziente e anche quella dei famigliari.

Sorveglianza continua

Per essere certi che la terapia sia efficace, dovete farvi visitare regolarmente dal medico. Se la terapia causa effetti collaterali fastidiosi, dovete tenerlo informato.

La sorveglianza continua è importante se siete in terapia con la ventilazione a pressione positiva continua. Prima di adattarsi a questa terapia può volerci un po’ di tempo.

Se il ventilatore è scomodo o se non vi sembra efficace, informate il medico. Probabilmente sarà necessario passare a un ventilatore o a una mascherina diversi; in alternativa potrebbe essere necessaria una terapia per alleviare gli effetti collaterali.

Cercate di non ingrassare. Se ingrassate, l’apnea nel sonno può peggiorare e può essere necessario modificare il ventilatore. Se dimagrite, invece, potreste riuscire ad alleviare i sintomi dell’apnea nel sonno.

Finché l’apnea nel sonno non viene curata, dovete essere consapevoli del rischio derivante dalla guida o dall’uso di macchinari pericolosi.

Se dovete sottoporvi a un intervento chirurgico sotto anestesia, comunicate al chirurgo e ai medici che soffrite di apnea nel sonno. Potrebbero essere necessari particolari accorgimenti per mantenere aperte le vie respiratorie durante l’intervento.

Se usate l’apparecchio per curare l’apnea nel sonno, dovrete andare regolarmente dal dentista

Supporto dei famigliari

In molti casi chi soffre di apnea nel sonno non lo sa. Non è consapevole che la respirazione si interrompe e riprende molte volte durante il sonno. Di solito sono i famigliari o il partner i primi a scoprire i sintomi dell’apnea nel sonno.

I famigliari possono fare molto per aiutare chi soffre di apnea nel sonno.

Far sapere al paziente che russa intensamente o che, durante il sonno, la respirazione si arresta e poi riprende. Consigliare al paziente di rivolgersi al medico. Aiutare il paziente a seguire la terapia, compresa quella con il ventilatore a pressione positiva continua. Offrire un adeguato sostegno emotivo.

 

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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07/12/2012 09:29 Condividi

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Dermatite seborroica: cause e rimedi

Posted: 06 Dec 2012 11:46 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Crosta lattea Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La dermatite seborroica è un disturbo dermatologico molto diffuso che colpisce perlopiù il cuoio capelluto, causando prurito, desquamazione, rossore e forfora persistente. Nei neonati la dermatite seborroica del cuoio capelluto è detta crosta lattea.

La malattia può anche colpire il volto, il torace, la schiena e le altre zone dell’organismo in cui la concentrazione di ghiandole sebacee è maggiore.

La dermatite seborroica non ha alcuna conseguenza sullo stato di salute del paziente, ma può metterlo a disagio e creare imbarazzo quando si sviluppa su parti del corpo visibili.

Non è contagiosa e non è sintomo di una scarsa igiene personale.

E’ un disturbo che tende a cronicizzare, ma si può imparare a gestirne le fasi acute riconoscendone i sintomi e combinando semplici accorgimenti pratici con l’uso di farmaci da banco.

Cause

I medici non conoscono ancora con esattezza la causa della dermatite seborroica. Tra i fattori che potrebbero avere un ruolo di qualche tipo ricordiamo:

Malassezia. Questo lievito (fungo) è una delle forme di vita microscopiche che, in condizioni normali, crescono insieme a certi batteri nel sebo, cioè nella secrezione oleosa della pelle. Le creme, i prodotti da bagno o le lozioni che contengono un agente antimicotico come il ketoconazolo spesso sono in grado di alleviare le ricadute, e questo fa pensare che la Malassezia sia uno dei fattori scatenanti. La dermatite seborroica, però, non è considerata un’infezione e non è contagiosa. Cambio di stagione. Gli episodi spesso sono più gravi durante l’inverno. Patologie neurologiche. La dermatite seborroica può colpire con maggior frequenza i pazienti affetti dal morbo di Parkinson e da altri tipi di patologie neurologiche. Stress e affaticamento. Gli eventi e le situazioni stressanti possono scatenare l’episodio di dermatite o farlo peggiorare, in base a meccanismi che finora rimangono sconosciuti. Probabilmente sono gli effetti sul sistema nervoso che collegano i disturbi neurologici e lo stress. HIV/AIDS. La dermatite seborroica può colpire con particolare frequenza e maggior gravità i pazienti affetti da HIV/AIDS. Sintomi

Tra i sintomi frequenti della dermatite seborroica ricordiamo:

infiammazione (arrossamento) della pelle, formazione di squame irregolari o di croste spesse sul cuoio capelluto, forfora (squame giallastre o biancastre) sul cuoio capelluto, sulle sopracciglia, nella barba o nei baffi, pelle arrossata ed untuosa coperta di squame biancastre o giallastre in altre parti del corpo, ad esempio: sul petto, sulle ascelle, nell’inguine o sullo scroto, prurito o dolore.

La dermatite seborroica nella maggior parte dei casi colpisce il cuoio capelluto, ma può colpire anche le pieghe della pelle o la pelle delle zone ricche di ghiandole sebacee.

Può presentarsi su

sopracciglia, ai lati del naso e dietro le orecchie, sullo sterno, nell’inguine sotto le ascelle.

Nella maggior parte dei pazienti è un disturbo cronico. Quasi sempre il paziente alterna periodi di miglioramento dei sintomi ad altri in cui i sintomi peggiorano.

Nei neonati la dermatite seborroica del cuoio capelluto è detta crosta lattea: le squame possono essere spesse e giallastre, oppure formare delle croste o delle zone untuose. La crosta lattea dei neonati può anche presentarsi sul volto o nella zona del pannolino. Nella maggior parte dei bambini, tuttavia, scompare entro il primo anno di vita.

Quando chiamare il medico

Andate dal medico se:

la dermatite è talmente dolorosa o pruriginosa da impedirvi di dormire o da distrarvi dalle vostre normali attività, la dermatite causa imbarazzo e ansia, credete di avere un’infezione cutanea, avete tentato diversi rimedi pratici senza alcun successo. Pericoli Crosta lattea

La crosta lattea di solito scompare da sola nel giro di alcuni mesi.

Nel frattempo, lavate i capelli del bambino una volta al giorno con uno shampoo apposito non aggressivo. Staccate le squame con una spazzola morbida prima di risciacquare.

Se le squame non si staccano facilmente, strofinate alcune gocce di olio minerale o di olio d’oliva sul cuoio capelluto. Lasciatelo agire per alcuni minuti, poi spazzolate e fate lo shampoo al bambino come al solito.

Se la crosta lattea non scompare o sembra aggravarsi, il pediatra può consigliarvi uno shampoo o una lozione medicati o un’altra terapia.

Diagnosi

I medici normalmente diagnosticano la dermatite seborroica facendo un’anamnesi completa, ascoltando attentamente la descrizione dei sintomi ed esaminando le zone di pelle che danno problemi.

I passaggi che conducono alla diagnosi sono i seguenti:

Anamnesi. Il medico vi chiederà di quali sintomi soffrite, quali farmaci assumete (sia da banco sia con prescrizione medica) e se avete altri problemi di salute. Visita. Il medico esaminerà il cuoio capelluto e le zone del volto o del corpo in cui si presentano i sintomi. Biopsia cutanea. IL medico eventualmente preleverà alcune cellule della pelle e le esaminerà al microscopio oppure preleverà un campione di pelle (biopsia) da inviare in laboratorio per un’analisi più accurata. Questi esami potranno essere utili per confermare la diagnosi, escludendo altri disturbi cutanei con sintomi simili. Diagnosi differenziale

Tra i disturbi cutanei con sintomi simili a quelli della dermatite seborroica ricordiamo:

Psoriasi. Anche questo disturbo provoca rossore e desquamazione cutanea. Le squame, però, sono di colore argenteo e di solito si presentano anche in zone diverse dal cuoio capelluto: possono essere pochissime oppure formare vere e proprie chiazze che coprono ampie zone del corpo. Le parti del corpo soggette alla psoriasi possono essere diverse da quelle colpite di solito dalla dermatite seborroica. Anche la psoriasi, come la dermatite seborroica, può causare la forfora. Dermatite atopica (eczema). Questa eruzione cutanea provoca prurito e infiammazione. Colpisce perlopiù la piega del gomito, il retro delle ginocchia o la parte anteriore del collo. Ricompare di tanto in tanto, e poi si calma per un po’ di tempo, anche per diversi anni. Tigna (Tinea capitis). Si tratta di un’infezione micotica, che colpisce con particolare frequenza i neonati e i bambini in età scolare. Provoca rossore, prurito e chiazze sul cuoio capelluto. Cura e terapia

La dermatite seborroica tende a cronicizzare e di solito non c’è alcuna strategia per liberarsene definitivamente: tuttavia le terapie, comprese i vari rimedi che potete tentare a casa, sono in grado di tenere sotto controllo i sintomi durante gli episodi acuti.

L’approccio migliore nel vostro caso dipende dal vostro tipo di pelle, dalla gravità del disturbo e dall’eventuale presenza dei sintomi in zone diverse dal cuoio capelluto.

Le creme e le lozioni da applicare sulle zone colpite e gli shampoo medicati sono le basi della terapia. Nei casi molto gravi i medici possono prescrivere farmaci per uso orale che hanno effetto sull’intero organismo. I prodotti in commercio contengono diversi principi attivi. Alcuni preparati comprendono principi attivi di diversi tipi.

Principi attivi antimicotici

Questi principi attivi diminuiscono la quantità di Malassezia nelle zone colpite. Tra i principi attivi antimicotici usati normalmente per curare la dermatite seborroica ricordiamo:

Il ketoconazolo si trova negli shampoo, nei docciaschiuma, nei gel e nelle creme. È in vendita in farmacia senza ricetta, con concentrazione dell’1 per cento e del 2 per cento (per esempio gli shampoo Triatop® e Nizoral®). Alcune ricerche indicano che la concentrazione del 2 per cento potrebbe essere più efficace. In una piccola percentuale di pazienti, il ketoconazolo può provocare irritazione, prurito e bruciore. La ciclopiroxolamina si trova negli shampoo e nei prodotti per la pelle. Può causare irritazioni, prurito e bruciore in una piccola percentuale di pazienti. La terbinafina in alcuni casi viene prescritta sottoforma di compresse per gli episodi gravi, anche se gli studi sulla sua efficacia sono ancora limitati. La maggior parte dei dottori è restia a prescrivere farmaci antimicotici per uso orale per la dermatite seborroica, perché questi farmaci possono avere effetti collaterali gravi e la dermatite seborroica tende a cronicizzare. Tra gli effetti collaterali della terbinafina si possono avere reazioni allergiche gravi e problemi al fegato. Corticosteroidi

Questi principi attivi (cortisone) alleviano i sintomi, diminuendo l’infiammazione, il prurito e il fastidio. In generale sono consigliati per l’uso occasionale e di breve periodo perché l’uso sul lungo periodo su ampie zone dell’organismo può provocare effetti collaterali significativi. Gli effetti collaterali possono essere locali, perché il farmaco può causare danni alla pelle e irsutismo, oppure coinvolgere l’intero organismo, con aumento del rischio di infezioni, iperglicemia e soppressione di determinati ormoni.

Tra i corticosteroidi ricordiamo:

L’idrocortisone è disponibile nelle creme con varie concentrazioni, che possono essere usate anche su parti del corpo diverse dal cuoio capelluto. Il betametasone è disponibile sottoforma di crema o lozione da usare sul cuoio capelluto e su altre parti del corpo. È uno steroide particolarmente potente, quindi il suo uso va limitato a periodi di poche settimane alla volta. Inibitori della calcineurina

Queste creme in vendita in farmacia con obbligo di ricetta sono farmaci derivati che hanno effetto su tutto l’organismo, perché diminuiscono l’attività del sistema immunitario. Le ricerche e l’esperienza clinica indicano che sono efficaci come i farmaci antimicotici e i corticosteroidi.

L’esposizione protratta ai farmaci che hanno effetto su tutto l’organismo può far aumentare il rischio di tumore alla pelle o di linfoma, quindi la FDA (Food and Drug Administration) consiglia di usare questo tipo di farmaco solo se le altre terapie non si sono dimostrate efficaci, o se il paziente non ha tollerato le altre terapie. La FDA inoltre sconsiglia di usare questi farmaci sul lungo periodo.

Tra gli inibitori della calcineurina ricordiamo:

il tacrolimus il pimecrolimus. Altri principi attivi degli shampoo

Tra gli altri principi attivi presenti negli shampoo ricordiamo:

Il solfato di selenio: alcune persone che usano questi prodotti lamentano irritazione del cuoio capelluto o schiarimento dei capelli. Lo zinco piritione si trova nei prodotti in vendita in farmacia o al supermercato. Può causare irritazioni. Il carbone minerale è il principio attivo della Neutrogena T/Gel e di diversi altri prodotti di altre marche. L’acido salicilico è un principio attivo poco potente che serve per far staccare le squame dal cuoio capelluto.

È importante usare i prodotti per la dermatite seborroica seguendo attentamente la prescrizione medica e le istruzioni presenti sulla confezione. Se un tipo di shampoo funziona per un certo periodo e poi sembra perdere efficacia, provate ad alternare tra due tipi diversi.

Ricordate di lasciar agire lo shampoo per tutto il tempo consigliato, in modo che gli ingredienti abbiano il tempo di fare effetto.

Se vi siete lavati i capelli con cura per diverse settimane e avete ancora prurito e desquamazione, andate dal medico. Potreste aver bisogno della ricetta per uno shampoo o una lozione più incisivi.

Stile di vita e rimedi pratici

Per tenere sotto controllo la dermatite seborroica vi consigliamo i seguenti prodotti e rimedi pratici:

Lavatevi i capelli con uno shampoo antiforfora medicato, seguendo i consigli riportati sulla confezione. Se non vedete alcun risultato, provate uno shampoo con un principio attivo diverso. Usate una pomata antimicotica in vendita in farmacia senza ricetta. Può essere utile una crema con ketoconazolo all’1 per cento. In genere si fanno cicli di terapia, continuare troppo a lungo espone al rischio di resistenza. Applicate sulla zona colpita una crema o una lozione antiprurito. Per alleviare temporaneamente il prurito potete seguire una breve terapia con una pomata idrocortisonica, con idrocortisone all’1 per cento. Evitate i saponi e i detergenti aggressivi. Ricordate di risciacquare bene il sapone dal corpo e dal cuoio capelluto. Indossate abiti morbidi di cotone. In questo modo l’aria potrà circolare intorno alla pelle ed eviterete le irritazioni. Radetevi. La dermatite seborroica può essere più grave sotto la barba o i baffi. Se vi radete, probabilmente riuscirete ad alleviare i sintomi. Cercate di non grattarvi. Il prurito può far aumentare l’irritazione, darvi ancora più fastidio e peggiorare il rischio di infezioni. Medicina alternativa

Una teoria sul ruolo del lievito Malassezia nella dermatite seborroica afferma che i processi vitali del lievito causano uno squilibrio nelle secrezioni sebacee della pelle. Le persone più fragili, quindi, possono sviluppare una reazione cutanea. Sembrerebbe che l’applicazione di determinati oli che idratano e ammorbidiscono la pelle (emollienti) possa alleviare parzialmente i sintomi.

Olio di tea tree

Una ricerca sembrerebbe dimostrare che l’olio di tea tree sia più efficace contro la dermatite seborroica del cuoio capelluto rispetto a un placebo (sostanza dall’aspetto simile, ma inefficace); tuttavia, in questa ricerca, la dermatite seborroica è scomparsa completamente solo in una persona che usava il tea tree oil e in una persona che usava il placebo. Nessun paziente coinvolto nella ricerca ha lamentato effetti collaterali connessi all’uso del tea tree oil, ma altri studi indicano che questo prodotto a volte può scatenare reazioni allergiche. Il tea tree oil, inoltre, potrebbe avere anche altri effetti collaterali.

Integratori a base di olio di pesce

Alcune ricerche sembrano indicare che gli integratori a base di olio di pesce che contengono gli acidi grassi omega 3 potrebbero essere utili contro la dermatite seborroica.

Assumere fino a 3 grammi di olio di pesce al giorno è considerato sicuro, ma l’olio di pesce può causare alito cattivo, nausea e diarrea. In dosi maggiori può far rallentare la coagulazione del sangue e aumentare il rischio di emorragie interne.

Prima di ricorrere a una qualsiasi terapia alternativa, è sempre quindi opportuno chiedere consiglio al proprio medico.

Fonte Principale: Mayo Clinic (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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03/12/2012 09:29 Condividi

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Fenilchetonuria (PKU): alimentazione e dieta, sintomi, diagnosi, gravidanza

Posted: 02 Dec 2012 11:17 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Gravidanza Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La fenilchetonuria (PKU) è una problema genetico che si presenta fin dalla nascita e causa l’accumulo di un aminoacido (la fenilalanina) nell’organismo. La fenilchetonuria è causata dalla mutazione del gene che serve per creare l’enzima che smaltisce la fenilalanina.

Gli aminoacidi sono i “mattoncini” che costituiscono le proteine, ma l’eccesso di fenilalanina può causare molti problemi di salute diversi. Chi è affetto dalla fenilchetonuria, indipendentemente dall’età, deve seguire una dieta che limita l’apporto di fenilalanina, che si trova principalmente negli alimenti che contengono le proteine.

Negli Stati Uniti e in molti altri paesi si effettua lo screening neonatale per la fenilchetonuria: si tratta di una malattia rara, ma la diagnosi precoce può essere utile per prevenire problemi di salute gravi.

Cause

La fenilchetonuria è causata da una mutazione genetica: il gene difettoso contiene le istruzioni per produrre l’enzima necessario per smaltire la fenilalanina (un aminoacido, cioè uno dei “mattoncini” che formano le proteine). Nei pazienti affetti dalla PKU il gene è difettoso, quindi l’enzima è carente o quasi del tutto mancante. Senza l’enzima necessario per smaltire la fenilalanina, questo aminoacido può accumularsi e causare rischi quando il paziente affetto dalla PKU consuma alimenti ricchi di proteine, come il latte, i formaggi, la frutta a guscio o la carne. Alla fine l’eccesso di fenilalanina può causare gravi problemi di salute.

Il bambino eredita la PKU dai genitori se entrambi hanno il gene difettoso e glielo trasmettono. L’ereditarietà di questo tipo è detta autosomica recessiva. Può anche succedere, però, che il genitore sia portatore del gene difettoso, e tuttavia non sia malato. Nella maggior parte dei casi, i bambini ereditano la PKU da genitori portatori sani, che non sanno di avere questo problema.

Fattori di rischio

Per trasmettere la malattia al figlio, entrambi i genitori devono trasmettergli una copia del gene mutate. Se un solo genitore possiede il gene della PKU, non c’è alcun rischio di trasmissione al bambino.

L’anomalia genetica si verifica perlopiù nelle persone originarie dell’Europa e degli Stati Uniti. La malattia ha un’incidenza molto minore tra gli asiatici e i sudamericani. L’Africa è il continente meno colpito in assoluto.

Possono essere colpiti anche i figli di donne malate che non hanno seguito la dieta speciale durante la gravidanza. L’incidenza tra questi bambini è piuttosto scarsa, però le conseguenze dell’eccesso di fenilalanina nel sangue materno sono piuttosto gravi.

Sintomi

I neonati affetti dalla fenilchetonuria all’inizio non presentano alcun sintomo. Se non vengono curati, tuttavia, di norma iniziano a manifestare i sintomi della PKU nel giro di alcuni mesi. I sintomi  sono di varia entità e possono comprendere:

ritardo mentale, problemi comportamentali o sociali, convulsioni, tremori o spasmi degli arti, iperattività, ritardo della crescita, reazioni cutanee (eczema), microcefalia (dimensioni ridotte della testa), odore di muffa dell’alito, della pelle o delle urine, causato dall’eccesso di fenilalanina nell’organismo, pelle pallida e occhi azzurri, causati dal fatto che la fenilalanina non si trasforma in melanina, il pigmento responsabile del colore dei capelli e della pelle.

La forma più grave del disturbo è detta fenilchetonuria classica. I bambini colpiti che non vengono curati di solito iniziano a soffrire di ritardo mentale conclamato e permanente.

Le forme meno gravi di PKU, spesso definite fenilchetonuria lieve o moderata, presentano un rischio inferiore di lesioni cerebrali permanenti, ma la maggior parte dei bambini affetti da queste forme ha comunque bisogno di seguire una dieta speciale per prevenire il ritardo mentale e altre complicazioni.

Quando chiamare il medico

Vi consigliamo di andare dal medico in questi casi:

Neonati. Se le visite di routine del neonato indicano che il bambino potrebbe soffrire di PKU, il pediatra gli farà iniziare immediatamente la dieta speciale per prevenire i problemi sul lungo periodo. I neonati affetti dalla PKU devono essere nutriti con un latte in polvere speciale. Il pediatra può invitarvi a fare un colloquio con un genetista e con un dietologo che vi daranno tutte le informazioni necessarie sulla dieta per la PKU. Adulti. La visita potrebbe rivelarsi utile anche per gli adulti affetti dalla PKU che hanno interrotto la dieta speciale durante l’adolescenza. In passato i medici consigliavano agli adolescenti malati di interrompere la dieta, invece adesso raccomandano di continuarla per tutta la vita. Il ritorno alla dieta può migliorare l’attività cerebrale e il comportamento, nonché rallentare la degenerazione del sistema nervoso centrale negli adulti che presentano un eccesso di fenilalanina. Donne. Per le donne che sanno di essere affette dalla PKU il consiglio è valido a maggior ragione: i medici consigliano di ritornare alla dieta speciale prima del concepimento. La PKU materna, anche se molto lieve, può comportare rischi gravi per la salute del feto. Le gestanti che soffrono di PKU e non seguono la dieta speciale presentano un rischio di aborto maggiore della norma. Pericoli

Se non viene curata, la fenilchetonuria può causare:

danni cerebrali irreversibili e ritardo mentale pronunciato entro i primi mesi di vita, problemi comportamentali e convulsioni nei bambini più grandi. Gravidanza

Le gestanti che soffrono di PKU sono a rischio per quanto concerne un’altra forma di fenilchetonuria, detta fenilchetonuria materna. In passato, a chi soffriva di PKU poteva essere consigliato di smettere di seguire la dieta a basso tenore di fenilalanina una volta compiuti i 10 anni. Attualmente, invece, i medici sanno che se la gestante non segue la dieta prima della gravidanza e durante la gravidanza, i livelli di fenilalanina nel sangue possono innalzarsi troppo e causare problemi al feto. Per questo e per altri motivi i medici consigliano di seguire la dieta a basso tenore di fenilalanina per tutta la vita.

I figli delle gestanti con livelli di fenilalanina alti possono presentare complicazioni già subito dopo la nascita, ma la maggior parte di essi non eredita il disturbo e non deve seguire la dieta speciale. Questi bambini, tuttavia, presentano un rischio maggior di essere colpiti già alla nascita da:

ritardo mentale, microcefalia (dimensioni della testa troppo piccole), malformazioni cardiache, basso peso alla nascita, problemi comportamentali. Diagnosi

La fenilchetonuria è quasi sempre diagnosticata tramite gli esami di screening sul sangue dei neonati (in molti paesi si tratta di esami obbligatori).

Se soffrite di PKU o qualcuno in famiglia ne soffre, il medico potrebbe consigliarvi di effettuare gli esami di screening preconcezionali o prenatali, perché si possono individuare i portatori sani con l’esame del sangue.

Screening neonatale

L’esame per la fenilchetonuria viene effettuato a uno o due giorni dalla nascita. L’infermiera o il tecnico di laboratorio preleva alcune gocce di sangue dal tallone o dalla piega del gomito del neonato usando una siringa o il bisturi. Il sangue viene controllato in laboratorio per escludere diversi disturbi metabolici, come la PKU. Per ottenere un risultato preciso, l’esame non va effettuato nelle prime 24 ore di vita né prima che il bambino abbia ingerito proteine. Se il parto non è avvenuto in ospedale, o siete state dimesse subito dopo il parto, dovrete prenotare gli esami dal pediatra o dal medico di famiglia.

Se viene diagnosticata la PKU, il bambino dovrà eseguire ulteriori esami, del sangue e delle urine, per confermare la diagnosi. Voi e il bambino probabilmente dovrete anche eseguire test genetici per identificare le mutazioni genetiche.

Se il campione di sangue del bambino indica un eccesso di fenilalanina, dovrete nutrirlo con un latte in polvere speciale. Il medico e il dietologo potranno aiutarvi a individuare il tipo di latte giusto per lui.

Cura e terapia

La terapia principale per la fenilchetonuria è una dieta molto stretta con un apporto di fenilalanina limitatissimo. La fenilalanina è un aminoacido che si trova perlopiù negli alimenti che contengono proteine. Un tempo i medici ritenevano le persone malate potessero abbandonare la dieta speciale già durante l’adolescenza, ma oggi invece consigliano di seguirla per tutta la vita. Senza questa dieta speciale, che ha un apporto bilanciato di sostanze nutritive, il paziente non riceve una quantità sufficiente di aminoacidi, sostanze nutritive necessarie per la crescita e per la salute in generale. Ad esempio l’aminoacido tirosina, in condizioni normali, è un sottoprodotto del metabolismo della fenilalanina, ma questo processo non si verifica nei pazienti affetti dalla PKU.

La quantità sicura di fenilalanina varia a seconda del paziente. Il medico deciderà qual è quella giusta per voi controllando a cadenza regolare la dieta, i grafici di crescita e i livelli di fenilalanina nel sangue. Per controllare i livelli di questa sostanza nel sangue e la loro variazione nel tempo saranno necessari esami del sangue frequenti, soprattutto durante gli scatti di crescita del bambino e durante la gravidanza. In generale i medici consigliano di consumare al massimo la quantità di fenilalanina necessaria per la crescita e per i processi normali dell’organismo.

Un’altra terapia complementare alla dieta speciale è l’uso di integratori, in polvere o in compresse. Gli integratori sono in grado di bloccare parzialmente l’assorbimento della fenilalanina. Questa terapia, però, è entrata in voga solo di recente e non è ancora stata ben studiata. Chiedete al medico o al dietologo se potete inserire l’integratore nella vostra dieta.

Alimenti permessi fecola di mais, tapioca, alimenti ipoproteici, la maggior parte della frutta e della verdura, oli, burro, margarina, bevande commerciali, tè, caffè, succhi di frutta, zucchero, miele, marmellate, spezie, sale, caramelle. Alimenti da consumare con moderazione: cereali, riso, mais, patate, piselli, soia, avocado, banana, maracuja, broccoli, cavoletti di Bruxelles, asparagi, spinaci, panna. Alimenti da evitare

La quantità di fenilalanina sicura per gli adulti è molto bassa, quindi è fondamentale evitare tutti gli alimenti ad alto contenuto di proteine, ad esempio:

farine, pane, pasta e biscotti normali, legumi secchi (tutti), yogurt, formaggio, tutti i tipi di carne e pesce, tutti i tipi di uova, tutti i tipi di molluschi e crostacei, frutta secca (tra cui le noci), latte, soia, cioccolato, piselli, birra.

I bambini e gli adulti dovrebbero inoltre evitare i farmaci e gli alimenti che contengono l’aspartame, ad esempio la maggior parte delle bevande light. Questa sostanza, che si trova in molti dolcificanti artificiali, rilascia la fenilalanina quando viene digerita.

Gli adulti e i bambini affetti dalla PKU devono inoltre limitare le porzioni di alimenti a basso contenuto proteico, ad esempio:

frutta, verdura, dolci.

Il riso, la pasta e i cracker a ridotto contenuto proteico quasi sempre possono essere consumati senza calcolare il contenuto di fenilalanina.

È fondamentale ricordare che tutti gli eccessi sono dannosi. Anche se consumate un alimento permesso dalla dieta, mangiarne troppo in una volta sola può essere pericoloso. Quando pianificate la dieta, tenete in considerazione la quantità totale di fenilalanina contenuta in tutto ciò che mangiate.

Latte in polvere per neonati

Probabilmente a questo punto vi chiederete come si fa, e come fanno ad esempio i neonati, ad assumere le sostanze nutritive necessarie con tutte queste restrizioni. La risposta sta negli integratori, cioè bevande o polveri speciali per le persone affette dalla PKU. Gli integratori non contengono la fenilalanina, ma le proteine e altre sostanze nutritive essenziali in una forma sicura per chi è affetto dalla PKU.

I tipi di latte in polvere normali e il latte materno contengono la fenilalanina, quindi i neonati affetti dalla fenilchetonuria devono consumare un latte speciale senza fenilalanina. Il dietologo può calcolare con sicurezza la quantità di latte materno o di latte in polvere normale da mescolare con quello senza fenilalanina. I genitori possono svezzare il bambino malato con alimenti a basso tenore di fenilalanina negli stessi momenti previsti per lo svezzamento degli altri bambini. Questi alimenti vanno a sostituire la fenilalanina che il bambino assume tramite il latte materno o il latte in polvere e devono essere conteggiati con precisione nel consumo di fenilalanina giornaliero.

Integratori per bambini e adulti

I bambini più grandicelli e gli adulti devono continuare ad assumere il sostituto delle proteine tutti i giorni, seguendo le indicazioni del medico o del dietologo. La dose quotidiana di integratore deve essere distribuita tra pasti e spuntini, e non deve essere consumata tutta in una volta. L’integratore non ha la stessa composizione del latte in polvere usato per i neonati, ma funziona seguendo lo stesso principio. È un sostituto essenziale e deve essere assunto vita natural-durante.

Seguire la dieta speciale può essere difficile, soprattutto se al bambino non piace l’integratore e sopporta male la limitazione nella scelta degli alimenti, tuttavia è l’unico modo per prevenire problemi di salute gravi che possono colpire chi soffre di PKU. Le famiglie devono impegnarsi a fondo per modificare il proprio stile di vita: cambiare è difficile, ma non impossibile!

Farmaci

La Food and Drug Administration (FDA) ha approvato la sapropterina per la terapia della PKU. Questo farmaco fa aumentare la tolleranza alla fenilalanina e deve essere usato in combinazione con la dieta speciale, tuttavia non è efficace per tutti i pazienti. Quando l’ha approvato, la FDA ha richiesto di svolgere ulteriori ricerche, perché non esistono ancora ricerche affidabili sulla sua efficacia e sulla sua sicurezza di lungo periodo.

Stile di vita e consigli pratici Diario alimentare e misurazione

Se voi o vostro figlio seguite una dieta a ridotto apporto di fenilalanina, dovrete tenere traccia ogni giorno della quantità di fenilalanina assunta con la dieta, per essere sicuri di attenervi alla dieta specifica e personalizzata consigliata dal dietologo.

Per riuscire a svolgere questo compito, potete usare un’agenda o un programma che elencano la quantità di fenilalanina negli alimenti per i bambini, negli alimenti solidi, nel latte in polvere speciale e negli ingredienti più diffusi. Per essere più precisi possibile potete misurare le porzioni, usando contenitori e cucchiai standard e una bilancia da cucina che indica i grammi.

Prodotti a ridotto apporto proteico

Per variare la dieta è possibile comprare alcuni dei prodotti a ridotto contenuto di proteine, come la pasta, il riso, la farina e il pane, in vendita nei negozi di alimentari specializzati.

Questi prodotti servono per variare la dieta e permettono alle persone che soffrono di fenilchetonuria di consumare pasti che assomigliano di più a quelli “normali”. Esattamente come il latte in polvere speciale, questi prodotti possono essere cari, però potete pensare all’idea di comprarne qualcuno con i soldi che avete risparmiato dai prodotti caseari e dalle carni.

Idee per cucinare

Sia che compriate alimenti a ridotto contenuto proteico, sia che invece prepariate tutto con gli alimenti normali, potete girare per il supermercato con occhio creativo. Ecco alcune idee per servire tre pasti e uno spuntino al giorno, tutti a ridotto apporto di fenilalanina.

Colazione. Al mattino insieme all’integratore potete preparare una tazza di cereali a ridotto contenuto di fenilalanina, come i corn-flakes o il riso soffiato, diluendo il latte in polvere con l’acqua. Oppure potete fare un frullato a base di frutta fresca o scongelata con cubetti di ghiaccio, succo di frutta e aroma di vaniglia o di mandorla. Pranzo. Portate con voi piccole porzioni di torta di riso, uva, mele cotte, limonata e gelatina. Oppure preparate una zuppa di zucca o di verdura a ridotto contenuto proteico. Spuntino. Integratore e un frutto. Cena. Potete preparare un’ottima cena con verdure al vapore, insalata, kebab vegetariano con vinaigrette piccante o marinata. Potete anche preparare patate bollite con broccoli e fughi e i peperoni ripieni di patate dolci o carote. A cena di solito è prevista anche un’altra porzione di integratore.

È possibile trasformare le verdure a in un menu completo con diversi piatti usando un po’ di creatività e tanti condimenti. Erbe e spezie a basso apporto di fenilalanina possono dare molto gusto in più. Ricordate però di misurare sempre le porzioni e adeguare i consigli di massima alla dieta individuale. Se avete domande, ponetele al medico o al dietologo. Se soffrite anche di altri problemi di salute, dovete tenerli in considerazione quando mettete a punto la dieta.

Convivere con la malattia

La vita di chi soffre di fenilchetonuria può essere difficile. Ci possono essere momenti difficili e stressanti per via della dieta stretta, del costo degli alimenti speciali, degli esami del sangue da eseguire con regolarità, del fatto che bisogna tenere un diario di che cosa si mangia e recarsi regolarmente dal medico. Se avete un figlio affetto dalla fenilchetonuria può essere difficile spiegargli perché non può mangiare come tutti gli altri bambini. I pasti e le merende possono trasformarsi in un’impresa. Per facilitarvi la vita, potete seguire questi consigli:

Informatevi. Conoscere meglio la PKU può essere utile per affrontarla meglio. Esponete tutti i dubbi al pediatra, al medico di famiglia o al genetista. Leggete libri e libri di ricette pensati specificamente per le persone affette dalla fenilchetonuria. Fatevi aiutare dalle altre famiglie. Chiedete al medico se ne nella vostra zona esistono gruppi di aiuto per affrontare la PKU. Parlare con altre persone che hanno affrontato sfide simili alle vostre può rivelarsi davvero importante. Fatevi ispirare per il menu. Un dietologo esperto di PKU potrà aiutarvi a preparare pasti deliziosi a ridotto apporto di fenilalanina. Potrà inoltre consigliarvi qualche piatto particolare per le occasioni speciali. Andate qualche volta a mangiare fuori. Mangiare al bar o in pizzeria vi permette di non faticare sempre in cucina ed è divertente per tutta la famiglia. Nella maggior parte dei locali potrete trovare piatti che si adattano alla dieta speciale, fossero anche solo patatine e insalata. In alternativa potete giocare d’anticipo,informandovi sul menu o portandovi qualcosa da mangiare da casa. Se vi mettete d’accordo in anticipo, alcuni ristoranti accetteranno di riscaldare i vostri piatti a basso contenuto di proteine. Trovate un aiuto economico. Chiedete al medico o al dietologo se gli alimenti a ridotto apporto di proteine e il latte in polvere speciale sono mutuabili. Controllate se la mensa scolastica può soddisfare le esigenze di vostro figlio. Distraetevi. I bambini affetti dalla PKU non dovrebbero concentrarsi solo ed esclusivamente su ciò che possono o non possono mangiare, ma anche sull’attività sportiva, sulla musica e sulle attività che preferiscono svolgere nel tempo libero. Cercate di creare momenti di aggregazione durante le vacanze che non prevedano soltanto pranzi e cene. A Pasqua, anziché dedicarvi solo al classico agnello, potete fare una caccia alle uova con i bambini. Incoraggiate vostro figlio a gestire la dieta il prima possibile. I bambini piccoli possono scegliere il tipo di cereale, frutta o verdura che gradiscono di più, oppure aiutarvi a pesare le porzioni. Possono inoltre mangiare qualcosa di pronto. I bambini più grandicelli possono aiutarvi a pensare il menu, a preparare qualcosa da portare a scuola e a tenere il diario alimentare. Fate la lista della spesa e preparate i pasti tenendo a mente le esigenze di tutta la famiglia. Se la dispensa è piena di alimenti sconsigliati, il bambino o l’adulto malato possono sentirsi frustrati o cadere in tentazione. Cercate di non tenere in casa troppi alimenti sconsigliati. Cercate di non preparare un piatto a parte per il bambino malato; inventate un menu valido per tutti, anche se poi il bambino non potrà gustarlo integralmente. Preparate piatti unici di verdure cotte al vapore con carne, riso e anacardi come contorno, oppure preparate un’insalata in due versioni, una ricca e una povera di proteine. In alternativa potete preparare un minestrone o un curry vegetariano per tutta la famiglia. Pensate in anticipo ai picnic, alle grigliate e agli snack per i viaggi. Giocate d’anticipo, in modo da prevedere sempre un’alternativa a basso contenuto di fenilalanina. Per i lunghi viaggi in macchina, preparate della frutta secca e dei crackers. Se spiegate le restrizioni alla dieta, gli altri genitori, gli amici e i parenti saranno pronti a venire incontro alle vostre necessità. Informate gli insegnanti e il personale della scuola di vostro figlio. Gli insegnanti e il personale della mensa potranno esservi di grande aiuto con la dieta speciale, se spiegherete loro perché è importante e come funziona. Lavorando insieme agli insegnanti di vostro figlio, potrete pensare in anticipo agli eventi scolastici e alle feste in modo che vostro figlio abbia sempre qualcosa di buono e appetitoso da mangiare. Cercate di avere sempre un atteggiamento positivo nei confronti del cibo. Se i bambini non sentono nessuno che si lamenta del cibo o della dieta speciale, saranno sorprendentemente pronti ad accettarla, soprattutto se i loro genitori riescono a risolvere i problemi in modo positivo e creativo. Prevenzione

Seguite una dieta a ridotto contenuto di fenilalanina. Le donne affette dalla fenilchetonuria possono prevenire le malformazioni neonatali seguendo, o ritornando a seguire, una dieta a ridotto apporto di fenilalanina prima del concepimento. Anche se la fenilchetonuria è lieve, infatti, possono mettere il feto a rischio, se non seguono la dieta speciale. Se soffrite o avete sofferto di fenilchetonuria, chiedete consiglio al medico prima di cercare il concepimento.

Chiedete consiglio a un genetista. Se avete sofferto di fenilchetonuria, se un vostro parente stretto ne soffre o se avete un figlio malato, potrebbe esservi utile il counseling genetico preconcezionale. Il genetista potrà aiutarvi a capire meglio come avviene la trasmissione ereditaria della PKU; potrà aiutarvi inoltre a capire quando rischiate di mettere al mondo un figlio malato e aiutarvi in materia di pianificazione famigliare.

Fonte Principale: Mayo (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Consulenza alimentare:

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
riceve a Brescia e Milano
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

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30/11/2012 09:56 Condividi

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Isterosalpingografia: preparazione, dolore, costo…

Posted: 29 Nov 2012 11:36 PM PST

Introduzione Perchè viene effettuata Preparazione Attrezzatura Come avviene l’isterosalpingografia E’ doloroso? Rapporti Risultati Vantaggi e limiti Introduzione

L’isterosalpingografia è l’esame radiologico dell’utero e delle tube che si avvale della fluoroscopia e di un mezzo di contrasto.

Le radiografie sono esami non invasivi che aiutano a diagnosticare e curare determinate patologie: le tecniche di diagnostica per immagini che si avvalgono dei raggi X espongono una parte dell’organismo a una dose minima di radiazioni ionizzanti per produrre immagini dell’interno dell’organismo.

La fluoroscopia è una tecnica radiografica particolare che permette di vedere gli organi interni in movimento: durante l’isterosalpingografia l’utero e le tube sono riempiti con un mezzo di contrasto idrosolubile e il radiologo può usare il fluoroscopio per vedere ed esaminare l’anatomia e la funzionalità degli organi.

Il costo dell’isterosalpingografia è molto variabile dal una struttura all’altra, a meno che non venga effettuata attraverso il Sistema Sanitario Nazionale in strutture pubbliche dove si paga esclusivamente un eventuale ticket; indicativamente in forma privata il costo varia tra i € 200 e € 300, ma con eccezioni anche sensibilmente più costose in alcuni centri avanzati.

Perchè viene effettuata

L’isterosalpingografia viene usata soprattutto come esame per le donne che hanno difficoltà a concepire, perché il radiologo può valutare la forma e la struttura dell’utero, l’apertura delle tube e le eventuali lesioni della cavità uterina o peritoneale (addominale).

Quest’esame può essere usato in caso di aborti ripetuti causati da problemi congeniti o acquisiti dell’utero, e per capire la gravità di questi problemi, ad esempio:

masse tumorali, aderenze, fibromi uterini.

L’isterosalpingografia è anche usata per valutare l’apertura delle tube e per controllare gli effetti degli interventi chirurgici sulle tube, ad esempio:

blocco delle tube dovuto a infezioni o lesioni, legatura delle tube, chiusura delle tube durante l’intervento di sterilizzazione e di sterilizzazione inversa, riapertura delle tube dopo la sterilizzazione o ostruzioni dovute a determinate patologie. Preparazione

Si consiglia di eseguire l’isterosalpingografia una settimana dopo il ciclo, ma prima dell’ovulazione, per essere sicuri che la paziente non sia incinta durante l’esame.

L’esame non deve essere eseguito se si soffre di una patologia infiammatoria attiva, quindi se soffrite di un’infezione pelvica cronica o di una malattia sessualmente trasmessa non curata è opportuno informare il medico prima dell’esame.

La sera prima dell’esame dovrete assumere un lassativo o fare un clistere per svuotare l’intestino, in modo che durante l’esame si possano vedere chiaramente l’utero e le strutture circostanti.

Prima dell’esame vi sarà somministrato un leggero sedativo per minimizzare gli eventuali disagi. Alcuni medici prescrivono un antibiotico da assumere prima e/o dopo l’esame.

Dovete comunicare al medico tutti i medicinali che assumete e se soffrite di allergie, specialmente quelle al bario o ai mezzi di contrasto iodati. Informate anche il medico delle malattie di cui avete sofferto recentemente e delle altre eventuali patologie croniche.

Durante l’esame vi potrà essere richiesto di spogliarvi, in parte o completamente, e di indossare un camice. Dovrete anche togliere i gioielli, le protesi dentali, gli occhiali e qualsiasi oggetto di metallo o abito che potrebbe interferire con le immagini radiografiche.

È fondamentale informare il medico e il radiologo se c’è la possibilità di essere incinta, perché molti esami di diagnostica per immagini non vengono eseguiti durante la gravidanza per evitare di esporre il feto alle radiazioni. Se è necessaria una radiografia, verranno prese precauzioni per minimizzare l’esposizione del bambino alle radiazioni.

Attrezzatura

Per quest’esame vengono usati:

un tavolo radiografico, un tubo radiografico e un monitor, simile a un televisore, tutti collocati nell’ambulatorio.

Per vedere e guidare l’esame è impiegato il fluoroscopio, che converte i raggi X in immagini video. Il video è prodotto dal monitor e dal demodulatore sospeso sul tavolo su cui il paziente è sdraiato

Come funziona

I raggi X sono un tipo di radiazione, esattamente come la luce visibile o le onde radio. I raggi X sono in grado di attraversare gran parte degli oggetti, compreso il corpo umano. Quando l’attrezzatura concentra i raggi X sulla parte del corpo da esaminare, un leggero fascio di radiazioni attraversa l’organismo, registrando un’immagine su una pellicola fotografica o su un monitor apposito.

Il fluoroscopio impiega un fascio di raggi X continuo o pulsate per creare una sequenza di immagini proiettata su uno schermo a fluorescenza o su un monitor simile a un televisore. Se viene usata con un mezzo di contrasto, che definisce chiaramente la zona sotto esame facendola apparire più scura, questa speciale tecnica radiografica permette al medico di visualizzare le articolazioni o gli organi interni in movimento. Vengono inoltre catturate immagini statiche che vengono poi salvate su pellicola o su computer.

Fino a poco tempo fa le radiografie venivano conservate e consegnate su una pellicola, esattamente come avveniva per i negativi delle fotografie. Attualmente la maggior parte delle immagini viene salvata e consegnata al paziente in formato digitale. Le immagini in questo formato sono più accessibili e possono essere confrontate con più facilità con i risultati degli esami precedenti, per semplificare la diagnosi e la gestione della malattia.

Come avviene l’isterosalpingografia

Di solito quest’esame viene effettuato in ambulatorio.

L’isterosalpingografia assomiglia a una visita ginecologica, la paziente è sdraiata supina sul tavolo, con le gambe piegate e i piedi tenuti in alto da staffe e lo speculum inserito in vagina. Il collo dell’utero viene pulito e al suo interno è inserito un catetere. Lo speculum viene rimosso e la paziente viene collocata sotto il fluoroscopio. Il mezzo di contrasto inizia a riempire la cavità uterina, le tube e la cavità peritoneale, attraversando il catetere, e a questo punto vengono scattate le immagini fluoroscopiche.

In alcuni casi, se si evidenziano anomalie, la paziente viene lasciata a riposo per una mezz’ora, in modo da poter scattare altre immagini in un secondo momento. Questa seconda serie di immagini può essere fondamentale per capire la patologia se le prime immagini con il mezzo di contrasto si rivelano inutili. In alcuni casi può essere necessario ripetere l’esame il giorno successivo per controllare che non ci siano problemi alle ovaie.

Al termine dell’esame, il catetere viene rimosso e la paziente può sedersi.

Alla fine dell’esame, la paziente dovrà aspettare finché il radiologo non le comunicherà di aver acquisito tutte le immagini necessarie.

L’isterosalpingografia di solito dura circa mezz’ora.

E’ doloroso?

L’esame non è doloroso e di solito causa soltanto fastidi molto leggeri.

La paziente può avvertire un lieve disagio e leggeri crampi quando viene inserito il catetere e viene iniettato il mezzo di contrasto, ma di solito i fastidi sono di breve durata.

Ci può inoltre essere una lieve irritazione del peritoneo (la parte della cavità addominale) che provoca un dolore sopportabile al basso ventre: il fastidio comunque è minimo e di breve durata. La maggior parte delle donne presenta spotting vaginale per alcuni giorni dopo l’esame. Non allarmatevi: è normale!

Rapporti E’ possibile avere rapporti dopo l’isterosalpingografia? Quanto tempo serve aspettare?

Consiglio di valutare le risposte a queste domande con il ginecologo; secondo alcuni specialisti non è necessaria alcuna attesa (se non qualche ora per evitare di irritare le mucose) ed anzi avere rapporti immediatamente dopo l’esame può favorire una gravidanza, mentre altri ritengono che anche con la seppur bassa dose di radiazioni sia preferibile aspettare almeno il ciclo successivo prima di cercare nuovamente la gravidanza.

Risultati Risultato isterosalpingografia

Risultato isterosalpingografia (http://www.flickr.com/photos/jemsweb/36702769/)

Le immagini sono analizzate dal radiologo, lo specialista in grado di esaminare e interpretare i risultati delle radiografie. Il radiologo consegna l’esito firmato al medico di famiglia o al medico di riferimento, con cui potrete parlare dei risultati.

Potrebbero essere necessari esami di follow-up: il medico vi spiegherà perché dovrete eseguirli. In alcuni casi viene eseguito un esame di follow-up per chiarire con ulteriori immagini o con un’altra tecnica di diagnostica per immagini risultati sospetti o non chiari.

In altri casi può servire per tenere sotto controllo i cambiamenti di un problema nel tempo.

Gli esami di follow-up sono quasi sempre il modo migliore per capire se la terapia funziona o se il problema di cui soffrite rimane stabile.

Vantaggi e limiti Vantaggi L’isterosalpingografia è un esame poco invasivo che presenta complicazioni solo in rari casi. E’ un esame relativamente breve che può fornire informazioni utili su un’ampia gamma di problemi che causano infertilità o aborti spontanei. L’isterosalpingografia, in alcuni casi, può aprire le tube bloccate, permettendo alla paziente di concepire. Dopo la radiografia non rimangono radiazioni nell’organismo della paziente. I raggi X di solito non hanno effetti collaterali nel range diagnostico tipico di quest’esame. L’esposizione eccessiva alle radiazione provoca un leggero aumento del rischio di tumore, tuttavia i benefici ottenuti tramite la diagnosi accurata sono molto superiori ai rischi. Svantaggi In caso di patologie infiammatorie croniche, infezioni pelviche o malattie a trasmissione sessuale non curate, ricordate di informare il medico o il radiologo prima dell’esame per evitare che l’infezione peggiori. In caso di sospetta gravidanza, è fondamentale informare il medico o il radiologo. Minimizzare l’esposizione alle radiazioni

Durante le radiografie si presta particolare cautela a usare la dose di radiazioni minima per ottenere immagini più accurate possibili. Organismi nazionali e internazionali rivedono e aggiornano costantemente gli standard usati dai radiologi professionisti.

Le moderne apparecchiature radiografiche hanno la possibilità di controllare attentamente i fasci di radiazioni e la loro dose per minimizzare la dispersione delle radiazioni: in questo modo le parti del corpo della paziente che non vengono esaminate ricevono un’esposizione minima alle radiazioni.

Limiti

L’isterosalpingografia serve soltanto per visualizzare l’interno del’utero e delle tube; le anomalie delle ovaie, delle pareti uterine e delle altri organi della zona pelvica devono essere esaminate con la risonanza magnetica o con l’ecografia.

I problemi di infertilità possono essere dovuti a cause non diagnosticabili con l’isterosalpingografia, come ad esempio le anomalie nello spermiogramma o l’impossibilità dell’ovulo fecondato di impiantarsi nell’utero.

Fonte Principale: Radiology.info (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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26/11/2012 09:57 Condividi

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Listeriosi: sintomi, incubazione, gravidanza e prevenzione

Posted: 25 Nov 2012 11:57 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Gravidanza Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La listeriosi è un’infezione grave causata di solito dall’ingestione di alimenti contaminati dal batterio Listeria monocytogenes: si tratta di un grave problema per la sanità pubblica.

La patologia colpisce soprattutto gli anziani, le gestanti, i neonati e gli adulti con sistema immunitario depresso; tuttavia, in rari casi, possono essere colpiti anche pazienti che non presentano questi fattori di rischio.

Il tempo di incubazione è variabile, ma si stima che sia possa variare tra i 3 ed i 70 giorni (mediamente 3 settimane); per i sintomi gastrointestinali si stima invece un’incubazione di poco superiore alle 12 ore (massimo 3 giorni).

È comunque possibile diminuire il rischio seguendo alcune semplici precauzioni.

Cause

Il Listeria monocytogenes, è un batterio diffuso nel suolo e nell’acqua: gli animali possono essere portatori del batterio senza ammalarsi e possono contaminare gli alimenti di origine animale, come le carni e i prodotti caseari.

Il contagio avviene consumando carne, pollame, pesce e prodotti caseari freschi contaminati dalla Listeria monocytogenes. Si può contrarre la listeriosi anche consumando alimenti contaminati conservati o confezionati in condizioni igieniche precarie, oppure consumando verdure contaminate dalla terra o dal letame usato come fertilizzante.

I neonati possono presentare la listeriosi alla nascita se la loro madre ha ingerito alimenti contaminati durante la gravidanza, mentre una persona sana NON in gravidanza può spesso consumare alimenti contaminati senza ammalarsi.

Chi è a rischio può prevenire la listeriosi evitando determinati alimenti ad alto rischio e imparando a conservare gli alimenti nel modo corretto.

Trasmissione

La maggior parte dei casi di infezione avviene a seguito del consumo di alimenti contaminati. Sono stati riferiti rari casi di trasmissione nosocomiale (in ospedale).

Se il batterio Listeria entra in un’azienda alimentare può riuscire a sopravvivere per anni, contaminando in alcuni casi i prodotti. Il batterio è stato individuato in un’ampia gamma di alimenti crudi, come la carne e le verdure, ma anche in alimenti contaminati dopo la cottura o la trasformazione, come i formaggi molli, le carni trasformate (hot dog e prodotti gastronomici, sia in confezioni sigillate sia in vendita in gastronomia) e il pesce affumicato. Il latte crudo, i formaggi non pastorizzati e gli alimenti a base di latte non pastorizzato sono particolarmente a rischio di contenere il batterio.

Listeriosi e frigorifero

Listeriosi e frigorifero (Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/lollaping/2374662751/)

La Listeria non sopravvive alla pastorizzazione e alla cottura tuttavia, in alcuni alimenti pronti, come gli hot dog e i piatti delle gastronomie, la contaminazione si può verificare dopo la cottura e prima del confezionamento. Diversamente dalla maggior parte dei batteri la Listeria può crescere e moltiplicarsi anche in alcuni alimenti conservati in frigorifero.

Fattori di rischio

I gruppi più a rischio di contagio sono:

Gestanti. Le gestanti sono circa 13 volte più a rischio rispetto al resto della popolazione di contrarre la listeriosi. Circa un caso su sei di listeriosi (17%) si verifica tra le gestanti. Neonati. I neonati soffrono degli effetti più gravi dell’infezione durante la gravidanza. Persone con sistema immunitario indebolito da trapianti o da malattie, terapie o farmaci. Pazienti affetti da: tumore, diabete, alcolismo, patologie epatiche o renali. Pazienti sieropositivi. Sono circa 300 volte più a rischio di contrarre la listeriosi rispetto alle persone con sistema immunitario sano. Anziani.

La Listeria colpisce raramente i bambini e gli adulti sani, che ancor più raramente si ammalano in modo grave.

Sintomi

I sintomi possono comparire entro alcuni giorni o settimane dal consumo dell’alimento contaminato: chi soffre di listeriosi di solito ha la febbre e dolori muscolari, in alcuni casi preceduti dalla diarrea o da altri sintomi gastrointestinali.

Quasi tutti i pazienti a cui è diagnosticata la listeriosi presentano un’infezione invasiva, in cui il batterio si diffonde anche in zone diverse dall’apparato digerente. I sintomi variano da paziente a paziente.

In gravidanza è particolarmente subdola, perchè tipicamente le gestanti avvertono sintomi lievi, di tipo influenzale.

Tra le altre persone i sintomi, oltre alla febbre e ai dolori muscolari, comprendono:

mal di testa, torcicollo, stato confusionale, perdita dell’equilibrio, convulsioni.

Negli anziani e nelle persone affette da patologie che compromettono il sistema immunitario, la setticemia e la meningite sono le presentazioni cliniche più frequenti.

Quando chiamare il medico

Se il paziente appartiene a una categoria ad alto rischio e avverte sintomi di tipo influenzale entro due mesi dal consumo di alimenti contaminati dovrebbe andare immediatamente dal medico e dirgli che sospetta di aver consumato alimenti contaminati.

Se il paziente ha consumato alimenti contaminati dalla Listeria e non presenta alcun sintomo, la maggior parte degli esperti ritiene che non siano necessari né esami né terapie, anche se il paziente è ad alto rischio per la listeriosi.

Se siete incinte e avete la febbre e i brividi oppure se state male, avete dolori muscolari o torcicollo, chiamate immediatamente il medico. L’esame del sangue e/o del liquido spinale (per cercare il batterio) vi diranno se soffrite di listeriosi.

Pericoli

Anche con una terapia tempestiva, alcuni casi di listeriosi possono provocare la morte del paziente; le categorie più a rischio sono gli anziani e i pazienti affetti da altri problemi di salute gravi.

Gravidanza

Le gestanti hanno un rischio circa 20 volte maggiore di contrarre la listeriosi rispetto agli altri adulti sani e si stima che un terzo dei casi di listeriosi si verifichi  in gravidanza.

Le infezioni di listeriosi contratte in gravidanza possono nei casi più gravi provocare aborti spontanei, parto prematuro o infezioni fatali per il neonato.

Se nel primo trimestre la listeriosi può causare l’aborto spontaneo, nel terzo trimestre la più a rischio è la madre. I bambini che contraggono infezioni nell’ultima fase della gravidanza possono soffrire di molti problemi di salute diversi, come il ritardo mentale, la paralisi, la cecità, problemi cerebrali, cardiaci o renali. Nei neonati la Listeria monocytogenes può infine provocare infezioni del sangue e la meningite.

Diagnosi

La diagnosi diventa effettiva solo dopo che è stato isolato il batterio Listeria monocytogenes da un sito normalmente sterile, come il sangue, il liquido amniotico o la placenta nelle prime fasi della gravidanza.

La Listeria monocytogenes può essere isolata velocemente nei siti normali, ma bisogna fare attenzione a distinguerla dagli altri batteri a bastoncello gram-positivi, soprattutto dai difteroidi. I terreni di arricchimento selettivo migliorano le percentuali di isolamento dai campioni contaminati. Gli esami sierologici non sono attendibili, e attualmente non sono consigliati.

Cura e terapia

La listeriosi viene curata con gli antibiotici.

Prevenzione

Le linee guida generali per la prevenzione della listeriosi sono simili a quelle usate per gli altri tipi di contaminazione alimentare come la salmonellosi.

Inoltre ci sono consigli specifici per le persone ad alto rischio per la listeriosi.

Consigli della FDA per il lavaggio e il trattamento degli alimenti Risciacquate accuratamente tutti i prodotti crudi, come la frutta e la verdura, sotto l’acqua del rubinetto prima di mangiarli, tagliarli o cuocerli. Anche se avete intenzione di sbucciarli o pelarli, prima vi consigliamo di lavarli. Strofinate la frutta e la verdura dura comprata al supermercato, come i meloni e le zucche, con una spazzola pulita. Asciugatele con un asciugamano pulito o con lo scottex. Tenete lontani la carne e il pollame crudi dalla verdure, dagli alimenti cotti e da quelli comprati in gastronomia. Tenete pulite e sicure la cucina e la casa. Lavate le mani, i coltelli, le superfici e i taglieri dopo aver maneggiato e preparato gli alimenti crudi. Ricordate che la Listeria monocytogenes può crescere anche negli alimenti in frigorifero. Usate un termometro, ad esempio quello del frigo, per controllare la temperatura interna. Il frigo dovrebbe essere tenuto a una temperatura inferiore ai 4 °C e il freezer a una temperatura inferiore ai -17 °C. Pulite immediatamente il frigo quando c’è qualcosa che cola: prestate particolare attenzione agli hot dog e ai cibi confezionati, alla carne e al pollame crudi. Pulite le pareti interne e i ripiani del frigo con acqua calda e sapone liquido, poi risciacquate bene. Fate cuocere bene la carne e il pollame. Fate cuocere bene tutti gli alimenti di origine animale, ad esempio il vitello, il maiale e le carni bianche, fino a raggiungere una temperatura interna sicura. Conservate gli alimenti in condizioni di sicurezza ed usate la regola delle due ore: eliminate gli alimenti lasciati a temperatura ambiente per più di due ore, se la temperatura ambientale supera i 32 °C, il tempo di tolleranza cala a un’ora. Consumate gli alimenti precotti o confezionati il prima possibile; non tenete gli alimenti scaduti nel frigorifero; seguite questi consigli per la conservazione nel frigorifero: Hot dog: conservate le confezioni aperte per una settimana al massimo e le confezioni chiuse per non più di due settimane. Piatti gastronomici e freschi. Conservate in frigorifero le confezioni sigillate per al massimo 2 settimane. Conservate i pacchetti aperti e gli affettati per 3-5 giorni massimo. Dividete gli avanzi in piccoli contenitori per farli riscaldare in fretta e bene. Conservateli in contenitori ermetici, oppure copriteli con la pellicola o l’alluminio. Consumateli entro 3-4 giorni. Scegliete gli alimenti più sicuri. Non bevete il latte crudo (non pastorizzato) e non consumate alimenti che lo contengono.

Tra i consigli per le persone più a rischio, come le gestanti, i pazienti con sistema immunitario compromesso e gli anziani, ricordiamo:

Carni Non consumate gli hot dog, i piatti pronti, gli affettati, i piatti freschi o i salumi fermentati o stagionati a meno che non siano stati cotti a una temperatura interna di 75 °C immediatamente prima di essere serviti. Cercate di non far colare liquidi dagli hot dog o dai cibi confezionati su altri alimenti, sugli utensili e sulle superfici di preparazione dei pasti, e lavatevi le mani dopo aver toccato gli hot dog, i piatti pronti e i piatti della gastronomia. Fate attenzione alle etichette. Non consumate il pâté fresco o salse fresche a base di carne comprati in gastronomia o al supermercato. Gli alimenti che al supermercato non si trovano nel banco freschi, come il pâté conservato e le salse confezionate a base di carne, sono sicuri: ricordatevi di tenerli in frigorifero una volta aperti. Formaggi Non consumate i formaggi molli come la feta, la ricotta, il brie, il camembert, il gorgonzola, a meno che sull’etichetta ci sia scritto espressamente “prodotto con latte pastorizzato”. Controllate sempre l’etichetta! Pesce Non consumate il pesce affumicato in vendita nel banco freschi, a meno che non sia l’ingrediente di un piatto cotto, oppure sia in scatola. Il pesce affumicato in vendita nel banco freschi, come il salmone, la trota, il coregone, il merluzzo, il tono e il maccarello, spesso è etichettato come: “affumicato” o “essiccato”. Questi tipi di pesce di solito si trovano nel banco frigo dei supermercati e delle gastronomie. Il salmone, il tonno e gli altri tipi di pesce in scatola sono sicuri. Meloni I consumatori e chi prepara i meloni dovrebbero lavarsi le mani con acqua tiepida e sapone per almeno 20 secondi prima e dopo aver maneggiato il melone o l’anguria interi. Strofinate la superficie dei meloni e delle angurie con una spazzola pulita sotto l’acqua corrente e asciugateli con un asciugamano pulito o con lo scottex prima di tagliarli. Ricordate di disinfettare la spazzola dopo l’uso, per evitare di trasferire i batteri tra i vari frutti. Consumate le angurie e i meloni tagliati il prima possibile, o metteteli in frigorifero il prima possibile. Tenete i meloni e le angurie tagliati in frigorifero a una temperatura massima di 4 gradi (l’ideale sarebbe tenerli a zero gradi al massimo), al massimo per una settimana. Non consumate i meloni o le angurie lasciati a temperatura ambiente per più di 4 ore.

 

Fonti Principali:

ISS CDC FDA

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Alimenti vietati e cibi da evitare in gravidanzaSalmonella e salmonellosi: sintomi, terapia e gravidanzaEscherichia Coli: sintomi, cure, causa e trasmissioneEscherichia Coli: sintomi, cure, causa e trasmissioneDiarrea: cause, sintomi, dieta e bambiniDieta ed alimentazione in gravidanzaBotulino e botulismo: sintomi, cause, prevenzione e curaBotulino e botulismo: sintomi, cause, prevenzione e cura You are subscribed to email updates from Farmaco e Cura
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23/11/2012 09:56 Condividi

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Dieta per calcoli renali, insufficienza renale ed altre nefropatie

Posted: 22 Nov 2012 11:45 PM PST

Introduzione Calcoli renali Sindrome nefrosica Glomerulonefrite Pressione alta Insufficienza renale Introduzione

I reni sono due organi situati nella regione lombare, la loro funzione è quella di

filtrare il sangue, eliminare le scorie, riassorbire nutrienti. Reni

Reni (Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/61056899@N06/5748568363/sizes/q/in/photostream/)

Sono importanti anche come organi secretori, agiscono infatti come ghiandole producendo alcuni ormoni, inoltre hanno il compito di mantenere l’equilibrio idrosalino del corpo (regolando anche la pressione sanguigna).

Viste queste importanti funzioni, è normale che ci sia una stretta correlazione tra l’alimentazione e il funzionamento renale, soprattutto quando vengono a presentarsi problemi: in alcuni casi una dieta scorretta può peggiorare situazioni di malfunzionamento, è fondamentale quindi conoscere le azioni corrette da adottare in caso di patologie renali.

Le patologie più frequenti del rene comprendono:

calcolosi (o litiasi) renale; insufficienza renale; sindrome nefrosica; glomerulonefrite; ipertensione. Calcoli renali

La litiasi renale è la formazione di calcoli all’interno del rene o delle vie urinarie, questi possono essere di varia natura (fosfato di calcio, ossalato di calcio, acido urico…) ma il motivo della formazione di queste pietre non è ancora del tutto chiaro. Le indicazioni alimentari sono spesso insufficienti e inutili: si consiglia di non esagerare con i cibi che contengono i minerali che causano il calcolo (se si hanno calcoli di ossalato di calcio, ad esempio, si dovrebbe evitare di esagerare con i cibi ricchi di calcio), ma le indicazioni più valide rimangono quelle di

bere molta acqua (anche tre litri al giorno), variare l’alimentazione, evitare o trattare per tempo eventuali cistiti o infezioni urinarie. Sindrome nefrosica

La sindrome nefrosica è una condizione particolare (e piuttosto rara) caratterizzata dall’alta presenza di proteine nell’urina e bassa nel sangue: può dare pressione alta, frequenti infezioni, aumento del colesterolo e dei trigliceridi nel sangue e varie complicazioni.

La dieta deve essere stilata da un nutrizionista e deve prevedere un elevato apporto calorico ma, a seconda delle condizioni del rene, un dosaggio normale o basso delle proteine. È importante per evitare edemi che il sodio sia controllato, ovviamente non va aggiunto sale ai piatti e la dieta dovrebbe apportare (a seconda delle condizioni del paziente) anche meno di 500 mg di sodio: per fare un esempio, in un cucchiaino da tè di sale (6 g) ci sono 2,36 g di sodio, la quantità massima giornaliera può arrivare quindi a quasi cinque volte meno di un solo cucchiaino. Vanno assolutamente evitati quindi tutti i cibi in cui ci sia sale aggiunto, ad esempio salumi, affettati e formaggi stagionati.

Glomerulonefrite

La glomerulonefrite è una infiammazione del glomerulo, ovvero la parte del rene che si occupa di filtrare il sangue. Può essere causata da alcune patologie congenite o esserlo essa stessa. Non è possibile stilare delle linee guida in poche righe per l’alimentazione in questa condizione perché è quanto mai varia, dipende dalle condizioni del paziente, dalla sua età, dall’anamnesi, può comprendere restrizione idrica, ridotto apporto proteico, ridotto apporto di alcuni minerali e altro.

Pressione alta

L’ipertensione è una condizione molto comune, si tratta dell’aumento della pressione arteriosa la cui causa può essere di varia natura, anche renale. Il rene infatti si occupa anche dell’equilibrio idrico del corpo, ovvero conserva acqua o si libera di quella in eccesso tramite le diverse concentrazioni dell’urina (se è limpida, l’urina è molto diluita, quindi si perde più acqua, se è giallo paglierino invece è più concentrata, quindi stiamo trattenendo acqua).

L’acqua conservata dal rene viene reimmessa nel circolo sanguigno, aumentando il volume del sangue, di conseguenza può aumentare la pressione. Un tipo di farmaci per il trattamento dell’ipertensione, infatti, è rappresentato da diuretici.

Il trattamento alimentare per l’ipertensione è rappresentato da una dieta varia e dalla riduzione di sale, che è il primo fattore importante da guardare. Per l’ipertensione è stata studiata anche una dieta apposita, la DASH, che ha dimostrato una buona efficacia.

Insufficienza renale

L’insufficienza renale è una grave condizione tale per cui il rene non riesce più a espletare i suoi compiti, può essere acuta, quindi di breve durata, o cronica. In quest’ultimo caso la condizione è irreversibile e va trattata a livello ospedaliero, con terapie mediche (dialisi e farmaci), chirurgiche (trapianto) e alimentari.

La dieta in questi casi è stilata in maniera molto precisa dal nutrizionista e normalmente prevede le caratteristiche elencate tra poco. Ovviamente in questi casi il fai da te è assolutamente sconsigliato.

Un elevato livello energetico

L’alimentazione deve essere ricca in modo da evitare la malnutrizione, molto frequente in caso di IRC (insufficienza renale cronica). In caso di necessità si può ricorrere a preparati appositi, molto calorici con contenuto apporto di proteine, sodio e potassio.

Carboidrati

I carboidrati devono rappresentare la maggioranza dell’apporto quotidiano di nutrienti, preferibilmente complessi.

Lipidi

I lipidi vengono assunti in quantità regolare, devono essere controllati a livello qualitativo ed è quindi importante non esagerare con i grassi saturi (prodotti animali), meglio favorire gli oli, soprattutto l’olio extravergine d’oliva, perché è molto frequente che all’insufficienza renale sia associata una condizione di rischio cardiocircolatorio molto alto.

Proteine

Le proteine sono l’elemento critico dell’alimentazione per l’insufficienza renale.

Devono essere in quantità ridotta, soprattutto se l’insufficienza è media o grave, e spesso una dieta aproteica (priva di proteine) deve essere integrata per raggiungere gli standard nutritivi richiesti.

Le proteine devono essere ad alto valore biologico (quindi in teoria derivare da prodotti animali), ma sono state presentate con successo anche soluzioni vegetariane, con l’accurata selezione di integratori e alimenti quali cereali e legumi per dare l’intero spettro amminoacidico in quantità limitata ma sufficiente.

Sali minerali e vitamine

Il vantaggio di una dieta vegetariana/vegana con integratori piuttosto che una dieta comprendente prodotti animali è la facilità di gestione anche dei minerali, altro importante fattore da tenere sotto controllo, soprattutto sodio, potassio e fosforo.

Il sodio va controllato strettamente, anche in questo caso come per la sindrome nefrosica, e si può arrivare a dosaggi molto bassi per evitare di affaticare il rene.

Il potassio è presente in discrete quantità negli alimenti vegetali ed è un minerale che va ridotto. Il modo migliore per ridurre il contenuto di potassio nella dieta è quello di limitare gli alimenti che ne sono ricchi, ad esempio:

caffè solubile, lievito secco, farina di soia, latte in polvere, pepe,

mentre sono particolarmente poveri di potassio:

olio d’oliva, amido di riso, maionese, maccheroni, spaghetti.

Un modo per eliminare il potassio (e in genere i minerali) dalle verdure può essere quello di bollirle due volte gettando ogni volta l’acqua di cottura. In questo modo le verdure risultano impoverite ma più accettabili dal punto di vista renale.

Ferro e vitamine, a seconda delle condizioni del paziente e della dieta, potrebbero venire integrati con prodotti specifici.

Il fosforo, al pari del potassio, va controllato accuratamente, è bene quindi evitare i formaggi.

Fibra

La fibra andrebbe consumata in quantità normali (ovvero 20-30 g al giorno), per questo frutta e verdura sono importanti.

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
riceve a Brescia e Milano
340 418.93.93
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19/11/2012 09:58 Condividi

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Dieta ed alimentazione per i diverticoli

Posted: 18 Nov 2012 11:23 PM PST

I diverticoli sono delle escrescenze, delle piccole sacche che crescono lungo il colon, ovvero la parte finale dell’intestino. Nella maggior parte dei casi la presenza di diverticoli non causa nessun disagio, può capitare a volte però che si manifestino dolori e bruciori, stitichezza, gonfiori.

In caso i problemi siano assenti o sporadici si parla di diverticolosi, se invece è presente una infiammazione si parla di diverticolite, una condizione potenzialmente molto grave che può portare anche a peritonite, una infiammazione diffusa dell’addome che se non trattata chirurgicamente può essere anche fatale.

La causa principale dei diverticoli è l’aumento della pressione all’interno dell’intestino (cosa diversa dalla pressione sanguigna): una dieta povera di fibre protratta nel tempo porta alla formazione di materia fecale dura, compatta, l’intestino fatica di più a contrarsi, i muscoli che lo circondano si contraggono maggiormente e così la pressione all’interno aumenta. Il risultato iniziale è la stipsi, mentre con la cronica mancanza di fibre c’è la possibilità di sviluppare diverticoli.

Come può la fibra aiutare il transito intestinale e abbassarne la pressione, evitando così lo sviluppo della patologia? Esistono due tipi di fibre: solubili e insolubili.

Le fibre solubili derivano da verdura e frutta, hanno la capacità di assorbire l’acqua e vengono fermentate dai batteri dell’intestino tenue (il primo tratto dell’intestino). Questo porta a sviluppare una flora intestinale favorevole alla salute umana. La fibra insolubile deriva principalmente dai cereali integrali, al contrario della fibra solubile trattiene meno acqua nel tenue, ma non venendo fermentata si porta questo carico idrico fino all’intestino crasso (colon), rendendo le feci più voluminose e morbide, di fatto favorendo il transito intestinale.

È evidente come i due tipi di fibra vadano a interagire positivamente su una condizione di diverticolosi: una migliore flora intestinale causerà meno gonfiori, e un più veloce transito intestinale abbasserà la pressione, combatterà la stitichezza ed eviterà il sopraggiungere di una diverticolite.

A tal proposito, c’è da sottolineare che nel momento dell’infiammazione la dieta deve essere diversa: esagerare con le fibre potrebbe peggiorare la situazione, quindi finché la situazione non è stabilizzata (ovvero si è passati dalla diverticolite alla diverticolosi) la quantità di frutta, verdura, cereali integrali e legumi va ridotta e secondo alcuni esperti azzerata.

La dieta per la diverticolosi quindi deve essere ricca di fibra per favorire il transito intestinale.

Tra i cibi ad alto contenuto di fibre possiamo ricordare, ad esempio:

Diverticoli e fibra

Diverticoli e fibra (http://www.flickr.com/photos/zigazou76/6250883660/sizes/s/in/photostream/)

pasta e riso integrali, pere, kiwi, fagioli, ceci, fave, mandorle, soia, carciofi, cavoletti di bruxelles, broccoli, cavolfiori.

In linea generale è possibile dire che ogni alimento vegetale contiene fibre, quindi la chiave per assumere sufficienti quantità di questo importante elemento dal cibo è la varietà della dieta. Unica accortezza, nell’alimentazione per presenza di diverticoli è preferibile evitare i semi: se non ben masticati e digeriti possono andare ad annidarsi all’interno di un diverticolo e questo potrebbe causare una infiammazione. Quindi alimenti come lenticchie, semi di girasole, semi di sesamo e altri di piccole dimensioni vanno presi con cautela, regolando l’assunzione a seconda delle indicazioni del medico.

Il cibo in generale (soprattutto cibi come le arachidi o il mais) va masticato molto bene per evitare di avere piccoli frammenti che possono dare problemi.

Bere tanta acqua aiuta il lavoro delle fibre nel facilitare l’intestino, da limitare invece le bevande eccitanti, che potrebbero avere effetti avversi.

Non ci sono limitazioni per alimenti carnei (carne, pesce, formaggi, uova, latte…) né per pasta e pane, tranne quelle date da una dieta varia ed equilibrata.

Ovviamente, anche lo stile di vita incide sullo sviluppo dei diverticoli: una vita attiva porta a un migliore funzionamento dell’intestino, con meno possibilità di sviluppare la malattia.

Infine, salvo diversa disposizione medica sarebbe meglio evitare i lassativi: essi abituano l’intestino a lavorare poco, nel momento in cui vengono a mancare si manifesta spesso stitichezza, con i conseguenti problemi che abbiamo già discusso precedentemente.

Dott. Giuliano Parpaglioni
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16/11/2012 09:00 Condividi

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Dieta per i calcoli biliari (alla coleciste)

Posted: 15 Nov 2012 11:56 PM PST

Introduzione Prevenzione Alimenti consigliati o concessi Alimenti vietati Introduzione

I calcoli biliari sono delle formazioni solide, spesso di colesterolo, che si trovano all’interno della colecisti e che, se ostruiscono il dotto biliare, possono causare coliche.

Tra le cause della formazione dei calcoli (colelitiasi) ci sono il diabete di tipo II e il sovrappeso, ma anche diete veloci, fortemente ipocaloriche, che hanno fatto perdere troppo peso in troppo poco tempo.

Le persone più comunemente colpite sono donne intorno ai 40 anni, ma è abbastanza diffusa anche in età più giovane e tra gli uomini. La maggior parte delle volte la malattia è asintomatica, a volte può causare dolore a causa dell’ostruzione del dotto biliare.

La terapia in caso di evento acuto è medica, con farmaci e, se necessario, la chirurgia, ma l’alimentazione può giocare un ruolo importante nella prevenzione e nel ridurre il rischio che si formino.

La bile è un liquido prodotto dal fegato e immagazzinato nella colecisti (o cistifellea), esso è importante per l’assimilazione dei grassi ingeriti con la dieta: i composti che formano la bile infatti funzionano da emulsionanti, interagiscono con i grassi e aiutano l’intestino ad assorbirli. È quindi fondamentale avere una produzione di bile sufficiente in modo da poter assimilare il giusto apporto di questo tipo di macronutriente che, se non assimilato, può dare diarrea e diminuire di molto l’apporto energetico della dieta.

Prevenzione

Per la prevenzione, in caso si abbiano già avuto episodi, le indicazioni sono relativamente generiche ma sempre e comunque valide per una buona condotta alimentare:

se in presenza di sovrappeso o obesità, ridurre gradualmente il peso con una dieta ipocalorica, equilibrata e graduale; fare pasti piccoli e numerosi, in modo da frazionare nel tempo l’escrezione della bile, diminuendo così la possibilità di depositi di colesterolo; bere almeno 1,5 l d’acqua al giorno; aumentare il consumo di frutta e verdura in modo da facilitare la motilità intestinale e velocizzare quindi il passaggio del cibo nell’intestino; limitare il consumo di bevande e alimenti dolci o troppo elaborati, privilegiando una alimentazione a basso tenore di grassi.

Sempre e comunque è consigliata l’attività fisica, che anche sotto forma di camminata a passo svelto, svolta costantemente almeno 30 minuti al giorno, contribuisce ad abbassare il rischio di colelitiasi.

Alimenti consigliati o concessi Pasta, pane, riso, cereali in genere, soprattutto integrali, latte e yogurt parzialmente scremati, carne magra, privata del grasso, formaggi con moderazione (una o due volte a settimana), affettati sgrassati, olio extravergine d’oliva, frutta e verdura. Alimenti vietati Latte intero, formaggi grassi stagionati, insaccati, uova, frutta secca e olive (per l’altissima percentuale di grassi, anche se di buona qualità), dolci, creme, salse, alcolici.

Con i calcoli biliari sono da evitare gli alcolici

Con i calcoli biliari sono da evitare gli alcolici (Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/umbrialovers/4244183670/sizes/q/in/photostream/)

È ovvio che gli alimenti sconsigliati siano da limitare il più possibile, in questo caso mi sento di dire che tra tutti uno in particolare andrebbe abolito: l’alcol è una tossina che semplicemente affatica il fegato, in caso si abbiano già problemi epatici (come è questo della colelitiasi) andare ad aggiungerci un carico maggiore e oltretutto inutile è decisamente una pessima idea.

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12/11/2012 09:26 Condividi

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Dieta vegetariana e vegana: è davvero possibile?

Posted: 11 Nov 2012 11:07 PM PST

Introduzione La piramide alimentare vegetariana Nutrienti Ultimi consigli Conclusione Introduzione

Un sondaggio EURISPES del 2010 ci dice che, nella popolazione italiana, il 10% delle persone è vegetariano e, all’interno di questo gruppo, il 10% è vegano.

Il vegetarismo (o vegetarianismo) è quel tipo di alimentazione che rinuncia alla carne e al pesce, preferendo risorse alimentari che non prevedono l’uccisione di animali; i vegani (che adottano ciè il veganismo) sono persone che rinunciano anche ai derivati dell’allevamento animale come latte, uova, formaggi, miele.

Le motivazioni possono essere le più varie:

c’è chi lo fa sotto una spinta etica o religiosa, chi sceglie questa strada per motivi salutistici, oppure chi vuole avere meno impatto ambientale possibile.

Qualunque sia la ragione, è bene che le persone sappiano scegliere con cognizione di causa quali sono gli alimenti e gli accorgimenti da adottare per questa scelta: essere vegetariani o vegani e condurre una vita sana nonostante la rinuncia ad alcuni alimenti è possibile e auspicabile, l’importante è avere coscienza di quello che si fa.

La piramide alimentare vegetariana

La Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana ha stilato uno schema alimentare piramidale, in modo da aiutare la popolazione italiana ad avere il corretto apporto di nutrienti tramite una alimentazione basata su cibi vegetali.

Piramide Alimentare Vegetariana

Piramide Alimentare Vegetariana (Photo Credit: http://www.vegpyramid.info/)

La piramide è composta da alcuni spicchi che rappresentano i gruppi alimentari, colorati in maniera diversa e di diverse dimensioni. Da sinistra a destra possiamo vedere

cereali, alimenti proteici, verdura, frutta, grassi.

C’è poi un gruppo trasversale, una piccola piramide all’interno di quella principale: gli alimenti ricchi di calcio.

Alla base, l’area grigia rappresenta le calorie discrezionali, chiamate così perché danno la concessione di alimenti liberi rispetto al monte calorico totale: ad esempio su una dieta da 1600 kcal si possono tenere rigide 1450 kcal circa, lasciando una finestra ai gusti personali e a eventuali sgarri, per aumentare la piacevolezza e la sostenibilità della dieta.

Nei prossimi paragrafi andremo a vedere in dettaglio questi gruppi, in modo da descriverne le proprietà e le caratteristiche.

Cereali

Il gruppo dei cereali è quello più ampio, è alla base dell’alimentazione vegetariana oltre cge di quella tradizionale ed è composto da moltissimi alimenti. I più comuni sono:

pasta, pane, riso, mais, orzo, farro.

All’interno di questo gruppo però ci sono alimenti meno conosciuti, soprattutto alle persone “onnivore”, si tratta di:

bulgur, un prodotto del grano germogliato, essiccato e frammentato grossolanamente; cous-cous, un derivato dello sfarinato di vari tipi di cereale; pseudocereali, un ampio gruppo di vegetali assimilabile ai cereali in ambito alimentare ma non derivato da graminacee. Tra questi troviamo: Grano saraceno, è utilizzato sia come chicco sia come farina (alla base di piatti come i pizzoccheri della Valtellina). Estremamente nutriente, ha una qualità proteica pari a quella dell’albume d’uovo e contiene molti minerali importanti come calcio e fosforo, è inoltre privo di glutine. Amaranto, è utilizzato come condimento perché i chicchi sono molto piccoli e tendono a formare una pastina gelatinosa. È ricco di lisina, l’aminoacido limitante (ovvero quello meno presente) dei cereali, perciò utilizzato insieme a essi (riso, pasta…) dà uno spettro amminoacidico completo. Anche l’amaranto è privo di glutine. Quinoa, molto ricca di proteine e minerali importanti come ferro, fosforo, magnesio e zinco, priva di glutine e molto nutriente. Derivati dei cereali, come il seitan (secondo piatto principalmente composto di glutine), il latte di riso o di avena, prodotti proteici mescolati ad altri vegetali come il muscolo di grano (una sorta di prosciutto composto da glutine e proteine della soia) o gli hamburger e le polpette vegetali.

È un gruppo molto ampio, se sfruttato correttamente e nella sua interezza assicura l’apporto di fibre (tramite i prodotti integrali), proteine (con l’uso degli pseudocereali), vitamine e minerali molto importanti, è per questo che è alla base dell’alimentazione vegetariana.

Alimenti proteici

Gli alimenti proteici dell’alimentazione vegetariana sono:

legumi, frutta secca, semi oleaginosi (semi di sesamo, di lino, di girasole, …), derivati della soia, latte di soia, tofu, un panetto derivato dalla cagliatura del latte di soia, tempeh, un panetto derivato dalla fermentazione dei fagioli di soia, miso, un condimento derivato da soia fermentata e cereali, latte e formaggi, uova.

Ovviamente gli ultimi due non sono contemplati in una dieta vegana ma legumi, frutta secca e derivati della soia sono estremamente nutrienti, apportano proteine con alto valore biologico (quelle della soia sono paragonabili a quelle dell’albume d’uovo) e sono fonte di minerali importanti come calcio, fosforo, potassio, ferro, oltre che di grassi omega-3.

Come per i cereali, una varietà nella dieta permette una più facile assimilazione dei nutrienti essenziali per una buona forma fisica, è quindi importante non privarsi di questi tipi di alimenti.

Verdure e frutta

Sono due gruppi distinti nella piramide vegetariana, in questo modo è possibile sottolineare l’importanza di entrambi i tipi di alimento, senza trascurare uno a favore dell’altro.

Le verdure sono ottime fonti di fibre e minerali, la frutta eccelle in vitamine ed entrambi i gruppi sono capaci di apportare nutrienti essenziali per la salute umana. Inoltre, a discapito di quel che si crede, sono anche una discreta fonte proteica: la qualità delle proteine è buona, il problema sorge quando si va a pesare il contenuto proteico in grammi. Ma proviamo invece a calcolare l’ammontare proteico rispetto al totale delle calorie ingerite: considerando 100 kcal (quindi non 100 g di prodotto) assunte dai vegetali, la percentuale è piuttosto alta in genere, in media il 36% delle calorie date dalle verdure sono proteiche. Addirittura, se andiamo a confrontare una classica fonte di proteine come il pollo arrosto con una pianta che ne è particolarmente ricca come il cavolfiore, ci si accorge che, in percentuale, il cavolfiore dà più calorie derivate da proteine (51% contro 46%).

Una verdura spesso ignorata è l’alga di mare, che può apportare acidi grassi omega-3 e iodio (alcune alghe sono estremamente ricche di questo minerale, vanno quindi assunte con cautela per evitare intossicazioni).

Grassi

Le fonti di grassi nell’alimentazione vegetariana sono soprattutto gli oli e le margarine (se proprio se ne sente la necessità), il burro ovviamente non è consumato dai vegani.

È indubbio che i grassi migliori siano quelli dell’olio extravergine d’oliva, ma un altro olio è estremamente importante in questo tipo di alimentazione: l’olio di semi di lino. Questo rappresenta la fonte principale di grassi omega-3, per questo deve essere costantemente presente nelle abitudini alimentari di vegetariani e vegani. È importante sottolineare che quest’olio va tenuto sotto i 20°C (meglio in frigo), va gettato se non consumato entro trenta giorni dall’apertura, va usato solo a crudo e non va comprato se il negozio non lo tiene in frigo, questo perché gli omega-3 sono estremamente sensibili al calore e rischiano di rovinarsi.

Altri oli (girasole, mais, soia) possono essere accettati ma mi sento di sconsigliarli. Un’altra fonte di grassi infatti è la frutta secca, la quale è già molto ricca del tipo di acidi grassi dati da questi oli, per non esagerare quindi è importante concentrarsi su olio d’oliva e di lino.

Alimenti ricchi di calcio

È un gruppo trasversale che taglia praticamente tutta la piramide, è composto principalmente da legumi, ma altre parti importanti sono rappresentate dai cereali e dalla verdura.

Il calcio nella dieta vegetariana, e ancor più nella dieta vegana, è un elemento critico, per questo è messo in evidenza nella vegpyramid.

Molti nutrizionisti ancora sono convinti che le fonti principali, praticamente esclusive, di calcio siano latte e latticini (forse per il colore bianco?), ma la realtà è diversa. Se è vero che il latte è una buona fonte di calcio, è però falso il fatto che sia indispensabile in una dieta ben bilanciata. Il regno vegetale offre fonti molto ricche di questo minerale, basti pensare alle mandorle (il latte di mandorla apporta naturalmente lo stesso quantitativo di calcio del latte vaccino, senza bisogno di aggiungerne), ma ovviamente non ci si limita a esse. Una breve lista di alimenti ricchi di calcio (non esaustiva) comprende:

salvia, pepe nero, rughetta/rucola, soia, tofu, ceci, crema di sesamo, semi di sesamo.

Altra fonte importante e spesso sottovalutata di calcio è l’acqua. Le acque minerali possono essere usate alla stregua di integratori, esistono marche estremamente ricche di calcio, bevendone due litri al giorno si copre il fabbisogno minimo e ogni altra aggiunta derivante dai cibi solidi è una ottimizzazione.

Nutrienti

Dopo una carrellata degli alimenti presenti nella dieta vegetariana, è importante anche fare un elenco dei nutrienti e di alcune strategie per sfruttare al meglio le risorse alimentari vegetali.

Possiamo dividere i nutrienti in

macronutrienti (proteine, carboidrati e grassi) e micronutrienti (vitamine e minerali).

La suddivisione è meramente quantitativa: i primi si misurano in grammi al giorno, i secondi in milligrammi o addirittura in microgrammi (millesimi di milligrammo).

Oltre a questi ci sono acqua e fibre, che come quantità andrebbero messe nei macronutrienti, ma non apportando energia (calorie) sono considerati un po’ esterni a essi.

Carboidrati

I carboidrati, o zuccheri, sono l’elemento principe degli alimenti vegetali: la fa da padrone l’amido, uno polisaccaride (una catena di zuccheri) che compone la maggior parte delle calorie date da cereali e legumi, al secondo posto c’è il fruttosio, lo zucchero presente nella frutta, che è un monosaccaride (ovvero uno zucchero semplice, non concatenato ad altri zuccheri).

Molti zuccheri non sono invece digeribili e, insieme ad altri composti, vanno a costituire la fibra alimentare, importante per la regolarizzazione intestinale.

Data l’abbondanza e la facilità di reperimento negli alimenti vegetali, il fabbisogno di carboidrati è facilmente soddisfatto anche in una dieta vegana.

Grassi

I grassi sono un gruppo molto eterogeneo dal punto di vista chimico, molecole molto diverse sono raggruppate sotto lo stesso nome e hanno ovviamente effetti diversi.

I principali grassi dell’alimentazione vegetariana sono (o dovrebbero essere) gli acidi grassi polinsaturi, i cosiddetti omega-6 e omega-3, derivati dagli oli di semi, dalla frutta secca e, in minor parte, dai legumi. Hanno azioni diverse, è quindi importante avere una buona fonte di entrambi i tipi di grassi.

C’è poi l’acido oleico, l’acido grasso dell’olio extravergine d’oliva, che è monoinsaturo, importante per la regolazione del colesterolo del sangue, e gli acidi grassi saturi derivati dai prodotti animali tipo latte, uova, formaggi (ovviamente non presenti nei vegani), dalle margarine e da oli di cocco o di palma. Questi ultimi grassi vanno limitati, perché si sono dimostrati efficaci nell’aumentare i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue.

Una piccola digressione: olio di cocco e di palma sono spesso mascherati nell’etichetta dei prodotti preconfezionati sotto la voce “oli di origine vegetale” o “oli vegetali”. Se un produttore usa olio di girasole, o di mais, o d’oliva (che sono comunque oli vegetali) ha tutto l’interesse nel far sapere ai clienti che usa prodotti di qualità, quindi li segnalerà a dovere, diversamente si maschererà sotto la dicitura detta prima per indicare l’uso di grassi scadenti.

Proteine

Le proteine sono i mattoni del nostro corpo, sono gli ingredienti principali di quasi tutte le reazioni biochimiche cellulari, costituiscono la parte attiva dei muscoli, hanno funzioni di difesa dell’organismo e svolgono molte altre funzioni.

Sono formate da venti composti chimici diversi ma con uno scheletro iniziale comune (un po’ come attaccare bandiere diverse allo stesso pennone) chiamati amminoacidi. Di questi venti amminoacidi solo dodici siamo in grado di sintetizzarli da soli, mentre i restanti otto dobbiamo ricavarli necessariamente dal cibo, in caso contrario la sintesi delle proteine diventerebbe difficoltosa e l’organismo ne risentirebbe in modo rilevante. Questi otto amminoacidi sono detti essenziali.

Le proteine sono abbondanti nel regno vegetale, ma bisogna stare attenti alla loro composizione: i cereali hanno una buona quantità proteica ma sono carenti in lisina, uno degli amminoacidi essenziali, il mais è carente sia in lisina che in triptofano, altro amminoacido essenziale, il che lo rende assolutamente insufficiente per una corretta nutrizione se preso come singolo o principale alimento (cosa che capita in alcune popolazioni); i legumi hanno una ottima quantità di proteine ma sono carenti in metionina e cisteina (quest’ultima deriva dalla metionina stessa), due amminoacidi essenziali contenenti zolfo.

La presenza contemporanea nell’alimentazione vegetariana sia di cereali sia di legumi  garantisce invece la presenza di tutti gli amminoacidi nelle giuste quantità, è quindi impossibile che una dieta correttamente stilata possa essere carente in proteine, anche se vegana.

Le varie verdure hanno inoltre tutte un amminoacido essenziale carente, ma è spesso diverso, perciò, ancora una volta, la varietà della dieta è la chiave per avere tutto ciò di cui si ha bisogno per vivere bene.

Infine, alimenti come soia, grano saraceno e secondi vegetali, garantiscono da soli la corretta composizione amminoacidica delle proteine presenti, quindi non c’è alcun problema che riguardi le proteine.

Minerali

I minerali che più danno dubbi riguardo all’alimentazione vegetariana e vegana sono il calcio, il ferro e lo zinco. Del calcio abbiamo parlato poco sopra, è presente in molti tipi di alimento e non è un problema.

È importante sapere che è possibile stilare una dieta per anemici totalmente priva di alimenti animali, perché è possibile aumentare di molto la quantità di ferro nel menù semplicemente giocando con gli alimenti vegetali. Alcuni alimenti particolarmente ricchi di ferro sono:

prezzemolo, semi di sesamo, pistacchi, fagioli, lenticchie, soia, piselli, ceci, crusca di frumento, germe di grano, grano saraceno.

Lo zinco è un elemento a cui bisogna prestare particolarmente attenzione, ma non è critico. La presenza di cereali integrali, legumi, ma soprattutto frutta secca, ne assicura una quantità sufficiente nella dieta.

Vitamine

Il regno vegetale permette di avere quasi tutte le vitamine che servono in abbondanza: dai cereali integrali prendiamo le vitamine del gruppo B, dalla frutta le vitamine antiossidanti C ed E, e così via.

C’è però una vitamina che non esiste, almeno nel mercato europeo, negli alimenti vegetali: la B12.

La vitamina B12 è l’unico nutriente critico per l’alimentazione vegana, ed è comunque da controllare per i vegetariani.

Le fonti affidabili per la vitamina B12 sono solo animali, per i vegetariani principalmente le uova e, in misura molto minore, latte e latticini. In caso si rinunci del tutto ai cibi animali, questa vitamina va necessariamente assunta tramite integratore. Normalmente si preferisce utilizzare integratori da 1000 o 2000 microgrammi, prendendoli rispettivamente due o una volta a settimana.

Questo è fondamentale, perché la B12 è importante per la salute mentale e del sangue, e se è vero che viene accumulata nel fegato e che le scorte possono durare anni, è anche vero che prima o poi le scorte finiscono, e questo è meglio che non succeda. Ribadisco ancora una volta: non importa il livello di B12 nel sangue, anche in assenza di carenze se si segue una alimentazione vegana la B12 va integrata.

Va detto però che la B12 non è un problema specifico dei vegani, anche i vegetariani possono avere necessità di integratori a seconda di quante uova mangiano. E perfino gli onnivori: per essere assimilata la B12 ha bisogno di una molecola chiamata fattore intrinseco che viene prodotta dallo stomaco, in età avanzata (dopo i 50 anni) o in presenza di farmaci come la metformina (un farmaco per diabetici) il fattore intrinseco non è più prodotto a sufficienza, quindi c’è bisogno di integrazione.

Altra vitamina da considerare è la vitamina D, che è difficilmente reperibile negli alimenti (tutti, non solo quelli vegetali), ma è sintetizzata da noi stessi: per farlo basta una decina di minuti al sole, la pelle la produce fisiologicamente.

Ultimi Consigli

Se l’assunzione dei macronutrienti non è problematica, può esserlo invece quella dei micronutrienti. Nel regno vegetale infatti sono presenti alcune molecole che rendono difficoltosa l’assimilazione di minerali e vitamine, per questo è importante seguire alcune condotte che li rendano maggiormente biodisponibili.

I minerali sono spesso ostacolati da quelli che vengono chiamati fitati, sono acidi a base di fosforo e legano i minerali impedendone l’assimilazione a livello intestinale. Così possiamo mangiare tutta la soia del mondo, ma avremmo comunque carenza di calcio. Il modo migliore per contrastare questa azione dei fitati è affidarsi alla germogliazione dei chicchi (cereali o legumi) o all’ammollo:

8 ore per i cereali, 12 ore per i legumi, 10 minuti per il grano saraceno.

In questo modo l’azione dei fitati è annullata.

Oltre ai fitati va considerata anche la specie chimica di alcuni minerali. Il ferro è presente in due forme diverse negli animali o nei vegetali: nei primi viene chiamato “ferro eme”, perché legato all’emoglobina, ed è facilmente assimilabile; nei secondi viene chiamato “ferro non-eme”, è di difficile assimilazione e praticamente andrebbe completamente sprecato se non si adottassero misure specifiche. Una di queste è l’utilizzo della vitamina C nello stesso pasto della fonte di ferro, così una merenda a base di pistacchi e succo d’arancia è l’ideale per questo minerale.

Conclusione

In conclusione voglio citare un estratto dal parere dell’American Dietetic Association (Position of the American Dietetic Association: vegetarian diets) riguardo le diete vegetariane e vegane, sottolineando il fatto che si parla di diete ben bilanciate ma allo stesso tempo che vengono considerate idonee per qualunque momento della vita (dalla nascita alla vecchiaia) e qualunque condizione fisiologica (gravidanza, allattamento, sport).

È parere dell’American Dietetic Association che le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete totalmente vegetariane o vegane, siano salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale, e possano conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Le diete vegetariane ben pianificate sono appropriate per individui in tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia e adolescenza, e per gli atleti.

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
riceve a Brescia e Milano
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

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Farmaco e Cura

05/11/2012 09:28 Condividi

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Il vaccino per la varicella

Posted: 04 Nov 2012 11:04 PM PST

Introduzione Quando si è contagiosi Vaccino Chi dovrebbe valutare il vaccino Chi non deve farsi vaccinare Pericoli Dosi Vaccino post-esposizione Contatto intenzionale con i malati Introduzione

La varicella è una malattia molto contagiosa, causata dal virus varicella-zoster.

Il virus si diffonde facilmente, perché chi è malato contagia chi non è mai stato malato o non è mai stato vaccinato. Il virus si diffonde nell’aria quando la persona infetta tossisce o starnutisce. Si può inoltre diffondere toccando o inspirando le particelle di virus che si liberano dalle vescicole.

La varicella può anche essere diffusa dai pazienti che soffrono di fuoco di Sant’Antonio, perché il virus che provoca entrambe la malattie è lo stesso. Chi ha il fuoco di Sant’Antonio può passare il virus a chi non ha mai fatto la varicella o a chi non ha mai ricevuto il vaccino antivaricella. In questi casi, il paziente che si espone al virus può essere colpito dalla varicella.

Quando si è contagiosi

Chi ha la varicella può essere contagioso da 1-2 giorni prima della comparsa dell’eruzione cutanea, fino a quando tutte le vescicole hanno formato le croste.

Dopo l’esposizione al virus di norma passano da 10 a 21 giorni prima di ammalarsi, mediamente sono due settimane (periodo di incubazione).

Se un paziente vaccinato contro la varicella si ammala, può comunque contagiare chi lo circonda.

Nella maggior parte delle persone contrarre la malattia significa diventarne immuni tuttavia, in rari casi, una stessa persona può fare la varicella due volte nel corso della vita.

Vaccino vaccino varicella

Vaccino per la varicella (Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/andresrueda/2983149263/)

Il CDC consiglia la somministrazione di due dosi di vaccino antivaricella per i bambini, gli adolescenti e gli adulti. I bambini dovrebbero la prima dai 12 ai 15 mesi, e la seconda dai 4 ai 6 anni.

Il vaccino protegge da una malattia molto fastidiosa e in alcuni casi anche grave. Negli Stati Uniti, in passato, la varicella era molto diffusa: si ammalavano circa 4 milioni di persone all’anno; circa 10.600 persone venivano ricoverate in ospedale e si registravano da 100 a 150 decessi all’anno dovuti alla malattia. Fortunatamente il vaccino antivaricella ha migliorato di molto la situazione.

Il vaccino ha il 98% circa di efficacia.

Protegge chi lo riceve e le altre persone della comunità, è quindi fondamentale anche per chi non può farsi vaccinare, ad esempio per le persone con problemi al sistema immunitario o per le gestanti.

Alcuni pazienti vaccinati vengono comunque contagiati, ma in questi casi la varicella è più lieve, con meno vescicole e con febbre lievissima oppure senza febbre.

Chi dovrebbe valutare il vaccino

Il vaccino anti-varicella è importante soprattutto per:

medici e infermieri, persone che si occupano, anche professionalmente, dei pazienti con sistema immunitario compromesso, insegnanti, educatori e persone che entrano in contatto coi bambini, residenti e personale delle strutture che ospitano bambini, studenti delle superiori e dell’università, ospiti e personale dei riformatori, militari, donne in età fertile, ma non incinte, adolescenti e adulti che entrano in contatto coi bambini, persone che compiono viaggi internazionali.

Alcuni pazienti con sistema immunitario compromesso e che non sono immuni dalla varicella possono essere sottoposti al vaccino previo parere positivo del medico; tra di essi ricordiamo i pazienti:

colpiti dal virus HIV, affetti da tumore in fase di remissione, che assumono cortisonici, a basse o alte dosi. Chi non deve farsi vaccinare

Non è necessario fare il vaccino antivaricella se siete certi di averla già fatta.

Alcuni pazienti non devono farsi vaccinare contro la varicella, oppure devono aspettare per sicurezza; non è consigliabile farsi vaccinare se in passato si è manifestata una grave reazione allergica a una dose di vaccino antivaricella o a uno qualsiasi dei componenti del vaccino, compresa la gelatina o l’antibiotico neomicina.

Se il paziente è affetto da una malattia lieve o grave nel momento in cui è programmato il vaccino, dovrebbe aspettare di guarire completamente prima di farsi vaccinare.

Le gestanti non dovrebbero farsi vaccinare contro la varicella. Dovrebbero aspettare fino a dopo il parto.

Tra il vaccino antivaricella è il concepimento si consiglia di lasciar passare almeno un mese.

I pazienti affetti da una delle malattie seguenti dovrebbero chiedere al medico se sia opportuno farsi vaccinare:

HIV/AIDS o altre malattie del sistema immunitario. Pazienti in terapia con farmaci che agiscono sul sistema immunitario, come i cortisonici, da 2 o più settimane. Pazienti colpiti da tumore (di qualsiasi tipo). Pazienti in terapia antitumorale (radioterapia o chemioterapia). I pazienti che hanno subito di recente una trasfusione o hanno ricevuto emoderivati dovrebbero consultare il medico per capire quando farsi vaccinare. Pericoli

Ricevere il vaccino anti-varicella è molto più sicuro rispetto ad essere contagiati dalla malattia; la maggior parte delle persone che si fanno vaccinare non ha alcun problema, tuttavia, come avviene per tutti i vaccini, c’è sempre un rischio minimo di effetti collaterali. Gli effetti collaterali del vaccino sono molto rari e di solito sono più probabili dopo la prima dose, che non dopo la seconda.

Tra le possibili reazioni al vaccino ricordiamo:

Dolore, rossore o gonfiore nella zona dell’iniezione. Febbre. Lieve eruzione cutanea o comparsa di diverse vescicole dopo il vaccino. Se dopo il vaccino compare l’eruzione cutanea, siete contagiosi, tuttavia si tratta di un’eventualità molto rara. In caso di eruzione cutanea, dovreste evitare il contatto con i pazienti con problemi al sistema immunitario. Convulsioni, che possono essere causate dalla febbre.

Gli effetti collaterali gravi del vaccino anti-varicella sono estremamente rari, possono comprendere reazioni cerebrali gravi e valori dell’emocromo bassi. Questi effetti collaterali sono cosi rari che gli esperti non sono in grado di stabilire se siano causati dal vaccino.

Aspirina e possibili effetti collaterali dopo il vaccino

Per 6 settimane dopo il vaccino anti-varicella non si dovrebbe assumere l’aspirina, perché, dopo l’esposizione al virus della varicella l’aspirina ha maggior probabilità di causare la sindrome di Reye (una malattia potenzialmente letale che colpisce il cervello).

Se compaiono effetti collaterali gravi dopo il vaccino:

Chiamate immediatamente il medico, Prendete nota di ciò che succede e del momento esatto in cui succede, Contattate il vostro medico o l’ASL per riferire l’effetto collaterale. Dosi

I bambini di età inferiore ai 13 anni dovrebbero ricevere due dosi di vaccino:

la prima dose tra i 12 e i 15 mesi di vita la seconda dose tra i 4 e i 6 anni

La seconda dose può essere somministrata prima, ma comunque ad almeno 3 mesi di distanza dalla prima.

Gli adulti di età superiore ai 13 anni che non hanno mai fatto la varicella né ricevuto il vaccino dovrebbero ricevere due dosi, ad almeno 28 giorni di distanza l’una dall’altra.

Vaccino post-esposizione

Se non siete immuni alla varicella e siete entrati in contatto con una persona che ha la varicella o il fuoco di Sant’Antonio chiedete al medico se sia opportuno farvi vaccinare.

La prima dose di vaccino andrebbe eseguita al più tardi da 3 a 5 giorni dopo l’esposizione.

Se in passato avete già ricevuto una dose di vaccino anti-varicella, dovreste ricevere la seconda.

Farsi vaccinare dopo l’esposizione può essere utile per:

prevenire la malattia o renderla meno forte, proteggervi da eventuali esposizioni future al virus. Contatto intenzionale con i malati

Alcuni adulti organizzano feste in cui i bambini vengono fatti esporre volontariamente al virus della varicella, ad esempio a casa di un compagno d’asilo malato, perché ritengono che sia meglio esporre il proprio figlio al virus quando è ancora piccolo.

La varicella, soprattutto per i neonati ma anche per alcuni bambini, può essere molto pericolosa, quindi non vale la pena di esporli volontariamente al virus. Il modo migliore per proteggere i neonati e i bambini dalla varicella è quello di farli vaccinare.

Le gestanti e i pazienti con sistema immunitario compromesso corrono un rischio maggiore di complicazioni gravi della varicella, dovrebbero quindi evitare del tutto il contatto accidentale od intenzionale con i malati.

Fonti Principali:

Vaccinazione varicella Trasmissione varicella

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Varicella e gravidanzaVaricella e gravidanzaVaccino per Herpes Zoster (fuoco di S. Antonio)Vaccino per Herpes Zoster (fuoco di S. Antonio)Varicella: foto, sintomi, durata e curaVaricella: foto, sintomi, durata e curaFuoco di S. Antonio o herpes Zoster: foto, contagio, gravidanza, terapiaFuoco di S. Antonio o herpes Zoster: foto, contagio, gravidanza, terapiaMorbillo: foto, sintomi, vaccino e curaMorbillo: foto, sintomi, vaccino e curaBambiniBambini You are subscribed to email updates from Farmaco e Cura
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Farmaco e Cura

26/10/2012 09:29 Condividi

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Agorafobia e paura della folla: sintomi, rimedi e cure

Posted: 25 Oct 2012 11:46 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Cura Introduzione

Il termine agorafobia deriva dal greco e significa “paura (phobia) della piazza (agorà)”, infatti coloro che ne soffrono hanno paura degli spazi aperti o dei luoghi affollati.

Secondo il DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) l’agorafobia può essere classificata tra i disturbi d’ansia, poiché la sua caratteristica essenziale è proprio l’ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dalle quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, come ad esempio essere in coda al supermercato o su un mezzo di trasporto pubblico.

L’agorafobia di solito si manifesta a seguito di un attacco di panico, anche se tuttavia esistono persone con agorafobia senza anamnesi di disturbo di panico. È quindi necessario distinguere tra Agorafobia con disturbo di panico e Agorafobia senza disturbo di panico.

Agorafobia e paura della folla

Agorafobia e paura della folla (http://www.flickr.com/photos/billward/3398754230/sizes/n/in/photostream/)

Cause

L’agorafobia spesso si manifesta a seguito degli attacchi di panico perché le persone che li sperimentano conservano nella memoria un ricordo molto vivido dei luoghi in cui si è verificato l’attacco. Di conseguenza la paura di quei luoghi è talmente forte che viene generalizzata a tutti i posti simili.

I risultati di alcuni studi rivelano che le convinzioni personali relative al controllo dei sintomi di panico giocano un ruolo importante nello sviluppo degli attacchi. Ciò significa che se, ad esempio, la persona si convince che recarsi al supermercato senza accompagnatore potrebbe provocare l’insorgere dei sintomi temuti, l’attacco di panico potrebbe manifestarsi anche solo al pensiero di trovarsi da solo al supermercato.

Una delle cause possibili dell’agorafobia può essere riconducibile alla paura di essere abbandonati o ad un’aggressività molto forte, che però è stata rimossa e di cui quindi il soggetto non è consapevole.

Spesso esiste un conflitto tra il desiderio d’indipendenza e quello di dipendenza dagli altri, è possibile che la persona voglia essere accompagnata quando esce perché non riesce più a svolgere le sue attività in autonomia. Allo stesso tempo però questa condizione di dipendenza può provocare rabbia e scatenare il bisogno d’indipendenza, che naturalmente in questi casi si fatica a raggiungere.

Sintomi

Ciò che accomuna entrambi i tipi di agorafobia è che il soggetto mette in atto strategie per evitare le situazioni temute, ad esempio eviterà di recarsi in luoghi affollati o di uscire di casa da solo.

Nei casi più gravi la persona non riesce ad allontanarsi da casa nemmeno se in compagnia di una persona fidata.

Evitare i luoghi o le situazioni temute riduce l’ansia rinforzando il comportamento d’evitamento, questo porta la persona a confinarsi nei luoghi che considera sicuri compromettendo significativamente la sua vita sociale.

Agorafobia con Disturbo di Panico

Le persone con Disturbo di Panico soffrono di episodi caratterizzati da intenso terrore, conosciuti come attacchi di panico, in cui si sentono travolti dall’ansia e hanno un forte impulso a fuggire o a chiedere aiuto.

La conseguenza del susseguirsi degli attacchi di panico spesso è l’insorgenza dell’agorafobia, il soggetto manifesta ansia quando si trova in luoghi affollati ed è intensamente spaventato all’idea di avere un attacco di panico improvviso.

Nella mente dell’agorafobico si scatenano pensieri legati alla paura di morire per non essere stato soccorso in tempo ed è così che insorge la paura di avere paura, manifestazione tipica di questo disturbo.

Solitamente la persona che soffre di agorafobia ha paura ad uscire di casa da sola, ed è proprio quando si è da soli che i sintomi si manifestano con maggior intensità, perché vengono a mancare i propri punti di riferimento, come ad esempio la casa o una persona di fiducia.

I sintomi relativi all’agorafobia con Disturbo di Panico sono:

ansia intensa, sensazione di essere sospesi, come se venisse a mancare la terra sotto i piedi, senso di smarrimento, dispnea, vertigini.

In caso di attacco di panico vero e proprio invece la persona manifesta almeno quattro dei seguenti sintomi:

Palpitazioni o tachicardia, sudorazione, tremori, sensazione di mancanza di respiro o di oppressione, sensazione di soffocamento, dolore al torace, nausea o disturbi addominali, sensazione di vertigini, instabilità, testa leggera o svenimento, derealizzazione (senso di irrealtà) o depersonalizzazione (di essere staccati da se stessi), paura di impazzire o di perdere il controllo, paura di morire, parestesie (alterazioni della sensibilità soggettiva che si manifestano in assenza di stimoli, come ad esempio formicolii, sensazione di essere punti da uno spillo, sensazione di freddo, calore o acqua che scorre all’interno del corpo), brividi o vampate. Agorafobia senza Disturbo di Panico

I sintomi dell’agorafobia senza Disturbo di Panico sono simili a quelli dell’agorafobia con Disturbo di Panico, la differenza è che ciò che la persona teme non è l’attacco di panico, ma il manifestarsi di sintomi inabilitanti o estremamente imbarazzanti. Tra le situazioni più temute vi è perdita del controllo della vescica, un attacco di diarrea improvvisa, vomitare in pubblico, il soggetto inoltre può avere paura di un attacco cardiaco in un contesto in cui nessuno è in grado di aiutarlo.

Cura e terapia Cognitivo-comportamentale

Questo approccio terapeutico indica un metodo di trattamento il cui obiettivo è modificare il comportamento e le credenze disadattive della persona.

Il terapeuta aiuta il paziente a controllare le reazioni emotive disturbanti, nel caso dell’agorafobia aiuta a gestire l’ansia associata alle situazioni temute, insegnando al paziente modi più efficaci per interpretare le loro esperienze e riflettere su di esse.

Il terapeuta “addestra” quindi il paziente al pensiero positivo, insieme all’esposizione dal vivo, ossia uscite con un accompagnatore che portino l’individuo progressivamente più lontano da casa. Il paziente imparerà inoltre a sostituire i dialoghi interni autodistruttivi (sono sicuro che sverrò nell’esatto momento in cui entrerò al supermercato) con auto-istruzioni positive (sarò in grado di gestire la situazione).

Sistemico

Nella terapia sistemica il terapeuta è considerato come un sistema che entra in contatto con un altro sistema (il paziente) che è stato portato lontano dal suo stato di equilibrio e quindi necessita di riorganizzazione.

L’incontro dei due sistemi (paziente e terapeuta) crea un’area di contatto che consente di individuare quali atteggiamenti e concetti sono aperti al mutamento, senza però minacciare l’identità dell’individuo.

Psicodinamico

L’obiettivo di questa terapia è portare alla coscienza i conflitti (emozioni e motivazioni rimosse) in modo che possano essere affrontati più razionalmente e realisticamente. Le terapie psicodinamiche includono la psicoanalisi freudiana classica, che però è un percorso lungo e intenso, il quale spesso non è tollerato da chi soffre di agorafobia poiché manca un sollievo immediato dei sintomi. In risposta alla necessità dei pazienti di avere un miglioramento più rapido, le terapie psicodinamiche più recenti tendono ad essere più strutturate e a breve termine rispetto alla psicoanalisi tradizionale.

Una di queste è la terapia interpersonale, durante la quale avviene una discussione diretta riguardo alle questioni critiche per il paziente. Le ricerche hanno verificato l’utilità di questa terapia per il trattamento dell’agorafobia.

Psicofarmaci

Nei casi più acuti lo psichiatra potrebbe decidere di prescrivere gli psicofarmaci, ma questo non può e non deve sostituire la psicoterapia, che è assolutamente necessaria per comprendere le cause del problema e riuscire quindi ad affrontarlo con strumenti adeguati.

I farmaci che si sono rivelati più efficaci per il trattamento dell’agorafobia sono gli Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina (SSRI), che agiscono aumentando in modo selettivo i livelli di serotonina nel cervello bloccandone il riassorbimento da parte dei neuroni.

A cura della Dott.ssa Sara Veneziani

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