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Farmaco e Cura

23/09/2011 09:50 Condividi

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Dermatite e candida da pannolino: sintomi, cause e cura

Posted: 22 Sep 2011 11:40 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il pediatra Cura Prevenzione Introduzione

La dermatite da pannolino è una forma di infiammazione cutanea (dermatite) che si manifesta con un insieme di chiazze di colore rosso acceso sul sederino del bambino.

La dermatite da pannolino di solito è causata da un pannolino sporco, dal fatto che il bambino venga cambiato troppo raramente o per una spiccata sensibilità della cute; altre possibili cause sono la diarrea o l’uso delle mutandine di plastica a protezione del pannolino.

La dermatite da pannolino può anche iniziare dopo l’introduzione di alimenti solidi alla dieta del bambino, oppure se la mamma mangia determinati cibi durante l’allattamento o se il bambino è in terapia con gli antibiotici.

E’ un disturbo che fa preoccupare i genitori e dà molto fastidio ai bambini però, nella maggior parte dei casi, può scomparire facilmente se si adottano accorgimenti molto semplici.

Cause

Le cause della dermatite da pannolino possono essere fatte risalire a diversi fattori, tra cui ricordiamo:

Irritazione dovuta all’urina e alle feci. L’esposizione prolungata all’urina e alle feci può irritare la pelle sensibile del bambino, che può essere maggiormente soggetto alla dermatite da pannolino se sporca spesso il pannolino, perché le feci causano un’irritazione maggiore rispetto all’urina. Introduzione di nuovi alimenti. Quando i bambini iniziano ad assumere alimenti solidi, di solito tra i 4-6 e i 12 mesi, cambia anche il contenuto delle feci, e quindi aumentano le probabilità di soffrire di dermatite da pannolino. Quando il bambino cambia dieta può iniziare a sporcare il pannolino con maggior frequenza, e quindi si può presentare più spesso il problema. Se state allattando vostro figlio può iniziare a soffrire di dermatite da pannolino come reazione a qualcosa che avete mangiato, ad esempio ad alimenti a base di pomodoro. Irritazione dovuta all’uso di un prodotto nuovo. Le salviette usa e getta, un nuovo tipo di pannolini, oppure un detergente, una candeggina o un ammorbidente usato per lavare i pannolini di stoffa possono irritare la pelle delicata del bambino. Anche altre sostanze, ad esempio alcuni ingredienti delle lozioni, del talco e degli oli, possono aggravare il problema. Infezioni batteriche o micotiche (funghi). Quella che all’inizio è una semplice infezione cutanea può diffondersi nell’area circostante. La zona coperta dal pannolino (sedere, cosce e genitali) è particolarmente vulnerabile, perché è calda e umida e quindi rappresenta un ottimo terreno per la proliferazione dei batteri e dei funghi. Le eruzioni cutanee di norma iniziano con la formazione di piaghe nella pelle e, in alcuni casi, con puntini rossastri intorno alla piaga. Pelle sensibile. I bambini affetti da malattie cutanee, come la dermatite atopica o l’eczema, possono essere maggiormente soggetti alla dermatite da pannolini, anche se la dermatite atopica e l’eczema colpiscono principalmente zone diverse da quella del pannolino. Attrito e sfregamento. I pannolini troppo stretti o i vestitini che fanno attrito contro la pelle possono provocare o peggiorare la manifestazione cutanea. Terapia antibiotica. Gli antibiotici uccidono i batteri, sia quelli buoni sia quelli dannosi, tuttavia senza la giusta quantità di batteri buoni si può contrarre un’infezione da funghi. Questo tipo di infezioni si può verificare se il bambino è sotto terapia antibiotica, oppure se la madre assume gli antibiotici durante l’allattamento. Sintomi

La dermatite da pannolino è caratterizzata dai sintomi seguenti:

Segni sulla pelle. E’ caratterizzata da arrossamento, gonfiore e dolore nella pelle della zona del pannolino, cioè del sederino, delle cosce e dei genitali. Cambiamenti d’umore del bambino. Probabilmente noterete che vostro figlio è più irritabile del solito, soprattutto quando gli cambiate il pannolino. I bambini che soffrono di dermatite da pannolino si agitano o piangono quando la zona del pannolino viene lavata o toccata.

La dermatite da pannolino può essere intermittente e presentarsi solo quando vostro figlio indossa il pannolino; si manifesta con maggior frequenza nei bambini fino a 15 mesi, e soprattutto tra gli 8 e i 10 mesi.

Quando chiamare il pediatra

La dermatite da pannolino di solito può essere curata con facilità e migliora entro alcuni giorni dall’inizio della cura, anche se non si ricorre ad alcun farmaco. Se la pelle del bambino non ritorna alla normalità entro alcuni giorni dall’inizio della terapia con pomate in vendita in farmacia e cambi più frequenti del pannolino, vi consigliamo di rivolgervi al pediatra.

In alcuni casi, infatti, potrebbe provocare infezioni secondarie per le quali potrebbe essere necessaria una terapia farmacologica.

Portate vostro figlio dal pediatra se:

L’eruzione cutanea è molto grave, L’eruzione cutanea peggiora nonostante le precauzioni che avete preso.

Inoltre portate vostro figlio dal pediatra se la dermatite è accompagnata da uno qualsiasi dei sintomi seguenti:

febbre, vesciche, eruzione cutanea che si estende anche oltre la zona del pannolino, formazione di pus o di essudato. Cura e terapia

La miglior terapia è quella di tenere la pelle del bambino il più asciutta e pulita possibile, se il disturbo continua anche dopo aver preso questa semplice precauzione il pediatra potrà prescrivere:

Una pomata antimicotica (ad esempio Canesten®) Una pomata idrocortisonica poco aggressiva (ad esempio Topsyn®)

Usate le creme o le pomate a base di cortisone solo se vi sono stati consigliati dal pediatra o dal dermatologo, l’assunzione di steroidi troppo forti oppure troppo frequentemente potrebbe causare ulteriori problemi.

La dermatite da pannolino di norma impiega diversi giorni per guarire e può continuare per settimane. Se l’eruzione non viene sconfitta dai farmaci, il pediatra può consigliarvi di portare vostro figlio dal dermatologo.

Stile di vita e rimedi pratici

In farmacia sono disponibili diversi prodotti per la dermatite da pannolino, acquistabili senza ricetta medica, ma chiedete sempre consiglio al medico o al farmacista prima di utilizzarli.

L’ossido di zinco è un principio attivo contenuto in diverse pomate e paste per l’eritema da pannolino o da usare semplicemente ad ogni cambio del pannolino per prevenire la dermatite da pannolino sulla pelle sana.. Questi prodotti di solito vengono applicati sulla zona irritata in uno strato sottile, per idratare e proteggere la pelle del bambino.

Le paste e le creme probabilmente sono meno irritanti rispetto alle lozioni o alle soluzioni liquide, però le paste creano una barriera che impedisce alla pelle di respirare anche se permette la protezione dallo sfregamento con il pannolino. Le creme, invece, si seccano sulla pelle permettendo la traspirazione.

Il medico può dirvi se nel caso di vostro figlio sia più indicata una crema o una pomata. Come regola generale, vi consigliamo di acquistare solo prodotti pensati appositamente per i bambini.

Migliorare l’aerazione

Per facilitare la guarigione dell’eritema da pannolino, fate tutto il possibile per migliorare l’aerazione della zona del pannolino. I consigli seguenti vi potranno essere utili:

Ogni tanto lasciate vostro figlio senza pannolino, Evitate le mutandine di plastica o molto strette, Usate pannolini di una taglia più grande finché l’eritema non scompare.

Finché l’eritema non guarisce, non lavate la zona colpita con saponi e salviette usa e getta profumati. L’alcol e i profumi contenuti in questi prodotti possono irritare la pelle del bambino, aggravando l’eritema o ritardandone la guarigione.

In passato molte madri usavano il borotalco per proteggere la pelle del bambino e assorbire l’umidità in eccesso, attualmente i pediatri sconsigliano il borotalco, perché, se inalato, potrebbe essere pericoloso per i polmoni del bambino.

Prevenzione

Con poche semplici precauzioni riuscirete a diminuire la probabilità che l’eritema da pannolino compaia sulla pelle del vostro bambino:

Cambiate spesso il pannolino. Cambiate il prima possibile il pannolino sporco. Se vostro figlio frequenta l’asilo nido, chiedete alle educatrici di fare lo stesso. Rinfrescate il sederino di vostro figlio con l’acqua quando cambiate il pannolino. Potete risciacquarlo nel lavandino, nella vasca da bagno oppure con una bottiglietta d’acqua. Potete inoltre pulire la pelle con un asciugamano umido o con un batuffolo di cotone inumidito. Non usate salviette che contengano alcol o profumi. Asciugate vostro figlio dando colpetti leggeri con un asciugamano pulito. Non sfregate la pelle, perché potrebbe irritarsi ancora di più. Non stringete troppo il pannolino. I pannolini troppo stretti non lasciano circolare l’aria e quindi creano un ambiente umido che favorisce la dermatite da pannolino. I pannolini a mutandina possono anche causare irritazioni da sfregamento sulla pancia o sulle cosce. Più tempo senza pannolino. Quando possibile, lasciate vostro figlio senza pannolino. Esporre la pelle all’aria è un modo naturale e delicato per diminuire l’umidità. Per evitare gli incidenti quando il bambino è senza pannolino, mettetelo su un telo grande e fatelo giocare. Lavate con attenzione i pannolini di stoffa. Se i pannolini sono molto sporchi, metteteli prima a bagno e poi lavateli con acqua calda. Usate un detergente delicato ed evitate gli ammorbidenti e i prodotti come l’acchiappacolore, che possono contenere profumi e additivi in grado di irritare la pelle del bambino. Risciacquate accuratamente i pannolini se vostro figlio soffre di dermatite da pannolino o è soggetto a questo disturbo. Se non lavate personalmente i pannolini, assicuratevi che venga comunque seguita la procedura indicata. Usate regolarmente la pasta per il cambio. Se vostro figlio ha eruzioni cutanee frequenti, applicate una pasta di barriera a ogni cambio del pannolino per prevenire l’irritazione della pelle. L’ossido di zinco è un ingrediente sicuro, contenuto in molte paste per il cambio del pannolino (Fissan®, Babygella®, Humana®, Eryteal®, …): se usati sulla pelle sana, aiutano a mantenerla in buone condizioni. Dopo aver cambiato il pannolino, lavatevi bene le mani. Se vi lavate le mani riuscirete a impedire la diffusione dei batteri o dei funghi verso altre parti del corpo del bambino, verso di voi o verso gli altri bambini. Meglio i pannolini di stoffa o quelli usa e getta?

Molti genitori si chiedono quale tipo di pannolini sia meglio usare, se si tratta di prevenire la dermatite da pannolino non c’è alcuna prova certa del fatto che i pannolini di stoffa siano meglio di quelli usa e getta, però quelli usa e getta probabilmente lasciano la pelle del bambino leggermente più asciutta.

Non esiste un pannolino migliore in assoluto, quindi usate quello che piace di più a voi e a vostro figlio. Se una marca di pannolini usa e getta irrita la pelle del bambino, cambiate marca.

Sia che usiate i pannolini di stoffa, sia che usiate quelli usa e getta, cambiate sempre vostro figlio prima che potete dopo che ha sporcato il pannolino, per tenere sempre il sederino il più asciutto e pulito possibile.

Traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno

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02/12/2013 09:03 Condividi

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Le rughe degli occhi ed in viso: rimedi e cura

Posted: 01 Dec 2013 11:35 PM PST

Introduzione Luce solare, radiazione ultravioletta e fotoinvecchiamento Tipi di pelle Come si formano le rughe? Altri fattori che causano le rughe Prevenzione Protezione quotidiana della pelle Protezione dalla luce del sole e dai raggi UV Introduzione

La pelle, invecchiando, si modifica gradualmente:

Le cellule si dividono più lentamente e lo strato più interno della pelle (il derma) inizia ad assottigliarsi. Le cellule di grasso che si trovano sotto il derma iniziano a ritirarsi. La pelle invecchiando perde la capacità di autoripararsi, quindi le lesioni guariscono più lentamente. La pelle più sottile è più soggetta alle lesioni e alle imperfezioni. Lo strato più interno della pelle, che fa da supporto agli strati superficiali, si indebolisce e inizia a cedere. La pelle quindi perde l’elasticità, cioè la capacità di ritornare in posizione dopo essere stata tirata. Le rughe sono il risultato del cedimento della pelle. Le ghiandole sebacee si atrofizzano, cioè iniziano a non funzionare più. La pelle, quindi, rimane priva dello strato protettivo di sebo. La pelle meno idratata si secca e si desquama. Si formano le rughe d’espressione (tra le sopracciglia) e le zampe di gallina (le rughette che partono dagli angoli degli occhi), perché i muscoli si contraggono ripetutamente a causa delle espressioni del viso. La gravità fa cadere i tessuti e la pelle. Si formano le rughe sulle guance e le palpebre cadono. Luce solare, radiazione ultravioletta e fotoinvecchiamento

L’esposizione alla luce del sole è la causa principale dell’invecchiamento precoce della pelle (fotoinvecchiamento) e anche dei tumori della pelle. I due tipi di radiazione solare in grado di danneggiarla sono i raggi ultravioletti A (UVA) e gli ultravioletti B (UVB). L’esposizione ai raggi ultravioletti causa la maggior parte dei sintomi dell’invecchiamento precoce della pelle, che in genere ha origine prima dei vent’anni.

Gli UVA agiscono sugli strati più profondi della pelle. La maggior parte degli ultravioletti che raggiungono la superficie terrestre sono UVA. Gli UVA sono meno intensi degli UVB, e la loro intensità è costante nel corso della giornata e non dipende dalla stagione. Gli UVA sono in grado di attraversare le nuvole e i vetri.

Gli UVB sono la causa principale delle scottature, perché colpiscono soprattutto gli strati più superficiali. Gli UVB raggiungono l’intensità massima alle nostre latitudini tra aprile e ottobre, tra le dieci del mattino e le quattro del pomeriggio. Le lesioni della pelle causate dagli UVB possono anche verificarsi in inverno, soprattutto ad alta quota oppure sulla neve e sul ghiaccio che riflettono i raggi del sole. I vetri normali sono in grado di filtrare la maggior parte degli UVB.

È sufficiente una quantità minima di radiazioni UV per mettere in moto il processo che porta alla formazione delle rughe.

L’esposizione ripetuta e protratta alla luce del sole ha un effetto cumulativo, che causa i vari problemi dell’invecchiamento della pelle, tra cui i tumori a cellule basali e a cellule squamose.

L’esposizione intensa alla luce solare durante l’infanzia e la giovinezza è una delle cause principali del melanoma, un tipo di tumore della pelle molto aggressivo; sono ovviamente più a rischio alcune categorie di persone:

chi lavora all’aria aperta, ad esempio i contadini, i pescatori, i muratori e i bagnini, chi trascorre molto tempo all’aria aperta per sport o per passione, chi prende il sole abitualmente, chi fa regolarmente la lampada. Tipi di pelle

I dermatologi distinguono diversi tipi di pelle o fototipi, a seconda della sensibilità alla luce del sole. I fototipi variano dall’I (quello della pelle più chiara) al IV (quello della pelle più scura). L’invecchiamento precoce causato dall’esposizione al sole può riguardare tutti i tipi di pelle, ma i fototipi I e II sono i più a rischio per i problemi connessi al fotoinvecchiamento, tra cui i tumori.

Si scotta sempre, non si abbronza, è sensibile all’esposizione al sole. Si scotta facilmente, si abbronza molto poco. Si scotta poco, si abbronza gradualmente, non diventa mai troppo scuro. Si scotta pochissimo, si abbronza sempre bene. Si scotta raramente, si abbronza molto e diventa molto scuro. Non si scotta mai, la pelle è molto scura, è il fototipo meno sensibile alla luce del sole. Come si formano le rughe?

Le rughe si formano in questo modo:

La luce del sole danneggia le fibre di collagene, la principale proteina che sostiene la pelle, ed anche l’elastina, un’altra proteina che garantisce la forza e l’elasticità della pelle e dei tessuti sottostanti. Il danno all’elastina indotto dalla luce solare fa sì che l’organismo produca grandi quantità di enzimi detti metalloproteasi. Alcuni di questi enzimi distruggono il collagene; la pelle quindi si riforma con cicatrici irregolari (macchie solari) formate dalle fibre di collagene non integre. Se questo processo di lesione e ricostruzione della pelle si ripete molte volte, si formano le rughe. Un evento importante durante questo processo è la produzione maggiore del normale di ossidanti, o radicali liberi. L’eccesso di ossidanti danneggia le cellule dell’organismo ed è addirittura in grado di alterare il materiale genetico delle cellule. L’ossidazione può causare le rughe perché attiva le metalloproteasi che degradano il tessuto connettivo. Altri fattori che causano le rughe

Oltre alla luce solare esistono altri fattori che accelerano il meccanismo di formazione delle rughe.

Fumo. Il fumo di sigaretta produce radicali liberi, quindi le rughe iniziano a formarsi prima del normale e la pelle invecchia prima. I radicali liberi, inoltre, aumentano il rischio di tumori della pelle diversi dal melanoma. Le ricerche suggeriscono che il fumo e l’ossidazione risultante fanno aumentare la quantità di metalloproteasi.I  fumatori tendono ad avere la pelle più sottile, ed avere più rughe e più profonde rispetto ai non fumatori. Chi fuma le sigarette è inoltre più soggetto ai tumori della pelle, come il carcinoma a cellule squamose e il carcinoma basocellulare. Le ricerche indicano che la pelle delle donne fumatrici secerne molto meno vitamina E. La vitamina E è un antiossidante in grado di proteggere la pelle dai danni causati dalla luce solare. Inquinamento atmosferico. L’ozono è una sostanza inquinante molto diffusa, che fa diminuire il livello di vitamina E nell’organismo. La vitamina E è un antiossidante fondamentale che protegge le cellule dagli effetti dei radicali liberi. Sesso:In genere si pensa che le donne siano più soggette alle rughe degli uomini, ma in realtà, dati gli stessi fattori di rischio, gli uomini e le donne della stessa fascia di età sono ugualmente soggetti al fotoinvecchiamento della pelle. Alcune ricerche indicano che gli uomini sono più soggetti delle donne ai tumori della pelle diversi dal melanoma. Prevenzione

Le migliori misure per prevenire sul lungo termine le rughe e le imperfezioni della pelle sono seguire uno stile di vita sano e proteggere la pelle dai danni causati dalla luce solare.

Dieta sana. Una dieta ricca di frutta e verdura fresche, di cereali integrali e di oli sani (ad esempio l’olio d’oliva) può proteggere la pelle dai danni causati dai radicali liberi, perché questi alimenti sono molto ricchi di antiossidanti. Attività fisica. L’attività fisica regolare favorisce la circolazione del sangue e quindi ossigena la pelle. L’ossigeno è fondamentale per la salute della pelle. Evitare il fumo di tabacco. Il fumo peggiora le rughe. Smettere di fumare è fondamentale per prevenire molti problemi di salute, e non solo quelli della pelle. Anche il fumo passivo è pericoloso per la salute e dannoso per la pelle. Protezione quotidiana della pelle

Per proteggere la pelle quotidianamente:

Lavatevi la faccia una volta al mattino, una volta alla sera e dopo aver sudato, perché il sudore irrita la pelle. Non bisognerebbe lavarsi la faccia troppo spesso per non privare la pelle dello strato protettivo che la mantiene idratata. Usate sempre l’acqua tiepida; l’acqua clorata, soprattutto se molto calda, può causare le rughe. Lavatevi la faccia con un sapone non aggressivo e idratante. Non bisognerebbe mai usare i saponi profumati, perché contengono sostanze in grado di irritare la pelle. Asciugate la pelle senza strofinare e usate una crema idratante. Mettete sempre la crema solare, anche quando state all’aria aperta per poco tempo. Mettete ogni giorno una crema con filtro anti-UVA e anti-UVB per prevenire le lesioni causate dal sole. Non bevete alcolici nelle tre ore prima di andare a dormire. L’alcol aumenta il rischio di lesioni dei capillari, i minuscoli vasi sanguigni che irrorano la pelle, che a loro volta provocano le rughe e il gonfiore. I capillari perdono più sangue quando si è sdraiati. Protezione dalla luce del sole e dai raggi UV

Per prevenire le lesioni della pelle è importante cercare di non esporsi troppo alla luce del sole e ai raggi ultravioletti, seguendo questi consigli:

Usate una crema solare che protegga la pelle dagli UVA e dagli UVB. Leggete l’etichetta per capire quando e come metterla. Oltre a mettere la crema, proteggetevi dal sole indossando abiti adeguati. Mettete una maglietta con le maniche lunghe, i pantaloni lunghi e un cappello a tesa larga. Potete anche comprare abiti speciali in grado di assorbire i raggi UV. Evitate l’esposizione al sole, in particolare tra le 10 di mattina e le 4 di pomeriggio, quando i raggi UV raggiungono la massima intensità. Evitate di stare vicino a superfici che riflettono i raggi UV, come l’acqua, la sabbia, il cemento e le ampie superfici bianche. Le nuvole e la foschia non schermano i raggi UV, e anzi possono addirittura aumentarne l’intensità. L’intensità degli ultravioletti dipende dalla posizione del sole, e non dalla temperatura né dal fatto che il cielo sia più o meno sereno. L’intensità massima si ha più o meno all’inizio dell’estate. Ad esempio nell’emisfero nord l’intensità degli UV nel mese di aprile (due mesi prima dell’inizio dell’estate) è uguale a quella del mese di agosto (due mesi dopo l’inizio dell’estate). L’altitudine è direttamente proporzionale alla velocità con cui ci si scotta. Non fate la lampada. Una lampada di 15-30 minuti è pericolosa come un giorno intero trascorso al sole.

Fonte principale: Edu (traduzione a cura di Elisa Bruno)

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25/11/2013 09:05 Condividi

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BMI (indice di massa corporea): peso, rischi e paradossi

Posted: 24 Nov 2013 11:13 PM PST

Introduzione Sintomi Classificazione Pericoli Limiti del BMI Diagnosi Il paradosso dell’obesità Introduzione

L’obesità è un problema di salute grave che colpisce i paesi industrializzati e che si sta aggravando sempre di più. Negli Stati Uniti nel biennio 2009-2010 l’obesità ha colpito il 36% circa della popolazione ed 1 persona su 5 muore per cause connesse all’obesità.

Secondo una ricerca pubblicata sull’American Journal of Public Health, negli Stati Uniti il sovrappeso e l’obesità sono stati connessi al 18,2 per cento dei decessi di persone adulte avvenuti tra il 1986 e il 2006. Le ricerche precedenti molto probabilmente sottostimavano l’impatto dell’obesità sulla mortalità complessiva della nazione.

Sintomi

Esistono diverse classificazioni e definizioni dei gradi di obesità, ma le più diffuse sono quelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), basate sul BMI (o IMC). Secondo l’OMS l’obesità va classificata usando queste categorie:

Sovrappeso di grado 1 (chiamato anche semplicemente “sovrappeso”) – BMI compreso tra 25 e 29,9 kg/m2 Sovrappeso di grado 2 (“obesità”) – BMI compreso tra 30 e 39,9 kg/m2 Sovrappeso di grado 3 (obesità grave o patologica) – BMI superiore a 40 kg/m2

Alcuni esperti invece preferiscono definire l’obesità basandosi sulla percentuale di massa grassa dell’organismo, in questo modo:

Per gli uomini – Percentuale di massa grassa superiore al 25%, con la fascia tra il 21 e il 25% considerata borderline, Per le donne – Percentuale di massa grassa superiore al 33%, con la fascia tra il 31 e il 33% considerata borderline.

L’obesità è l’eccesso di massa grassa nell’organismo. Il termine “sovrappeso” non va confuso con l’obesità, perché a rigore indica l’eccesso di massa grassa in relazione all’altezza. I valori normali della massa grassa variano tra il 15 e il 20% per gli uomini, e tra il 25 e il 30% circa per le donne. La differenza di peso tra le persone è causata soltanto in parte dalla variazione della massa grassa, quindi il peso è un indice di obesità facile da ottenere ma di importanza limitata.

Per definire l’obesità, il BMI (IMC, indice di massa corporea o indice di Quetelet) è usato con molta più frequenza rispetto alla percentuale di massa grassa. Nella maggior parte dei casi è correlato molto strettamente alla percentuale di massa grassa, ma la correlazione è più debole per soggetti molto alti o bassi.

Il BMI è calcolato con questa formula:

peso / altezza2

dove il peso è espresso in chilogrammi e l’altezza in metri. In Rete è possibile calcolarlo automaticamente, ad esempio qui.

La percentuale di massa grassa può essere stimata indirettamente usando la formula di Deurenberg:

percentuale di massa grassa = 1,2 x BMI + 0,23 x età – 10,8 x sesso – 5,4

dove l’età è espressa in anni e il sesso è uguale a 1 per gli uomini e a zero per le donne. Questa formula ha un errore medio del 4% e rende conto dell’80% circa della variazione della massa grassa.

Il BMI tipicamente è correlato con la percentuale di massa grassa in modo non lineare, con alcune importanti eccezioni. Nelle persone mesomorfe (molto muscolose), un BMI che normalmente sarebbe indice di sovrappeso o di lieve obesità può non avere l’interpretazione solita, mentre in alcune persone affette dalla sarcopenia (anziani e asiatici, soprattutto originari dell’Asia del Sud), un BMI che secondo la scala di valutazione è normale può nascondere un eccesso di massa grassa non compensato da un’adeguata massa muscolare.

Proprio per via di queste limitazioni, alcuni esperti preferiscono definire l’obesità basandosi sulla percentuale di massa grassa dell’organismo. Negli uomini l’obesità è caratterizzata da una massa grassa superiore al 25%, con l’intervallo tra il 21 e il 25 per cento considerato borderline. Nelle donne, l’obesità è definita come massa grassa superiore al 33%, con l’intervallo tra il 31 e il 33% considerato borderline.

Classificazione

Esistono diverse classificazioni e definizioni dei gradi di obesità, ma le più diffuse sono quelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), basate sul BMI (o IMC). Secondo l’OMS l’obesità può essere classificata usando queste categorie:

Sovrappeso di grado 1 (chiamato anche semplicemente “sovrappeso”) – BMI compreso tra 25 e 29,9 kg/m2 Sovrappeso di grado 2 (“obesità”) – BMI compreso tra 30 e 39,9 kg/m2 Sovrappeso di grado 3 (obesità grave o patologica) – BMI superiore a 40 kg/m2

I valori soglia delle varie categorie variano a seconda dell’etnia del paziente. Ad esempio un indice di massa corporea pari o superiore a 23 kg/m2 può indicare il sovrappeso di grado 1 e un BMI pari o superiore a a 27,5 kg/m2 può indicare il sovrappeso di grado 2 (obesità) in molte popolazioni asiatiche, in cui queste soglie si sono rivelate significative per distinguere un grado di rischio rispettivamente alto e molto alto. Le altre soglie identificate come potenziali valori soglia in queste popolazioni sono 32,5 kg/m2 e 37,5 kg/m2.

Nella letteratura chirurgica spesso viene usata una classificazione diversa per riconoscere gradi di obesità particolarmente gravi:

Obesità grave – BMI superiore a 40 kg/m2 Obesità patologica – BMI compreso tra 40 e 50 kg/m2 Super obesità – BMI superiore a 50 kg/m2

Nei bambini il sovrappeso nella maggior parte dei casi è definito come indice di massa corporea superiore all’85mo percentile (riferito agli intervalli di età distinti per sesso) e l’obesità come  superiore al 95mo percentile.

Pericoli

I dati ricavati dai database delle assicurazioni e da ampi studi prospettici (Framingham e NHANES tra gli altri) indicano chiaramente che l’obesità è connessa a un aumento sostanziale dei tassi di morbidità e di mortalità.

Le conseguenze avverse dell’obesità possono essere attribuite in parte alla comorbidità, ma i risultati ricavati da diversi studi osservazionali, spiegati dall’Expert Panel on the Identification, Evaluation and Treatment of Overweight Adults, e i risultati delle ricerche di Allison, Bray e altri, dimostrano con dovizia di particolari che l’obesità, da sola, è connessa all’aumento della morbidità e della mortalità cardiovascolare ed è una delle principali cause di mortalità complessiva.

Per un paziente con un BMI compreso tra 25 e 28,9 kg/m2 il rischio relativo di soffrire di coronaropatie è pari a 1,72. Il rischio aumenta progressivamente all’aumentare del BMI: se il BMI è superiore a 33 kg/m2, il rischio relativo diventa di 3,44. Tendenze simili sono state rilevate per la relazione tra l’obesità e l’ictus o l’insufficienza cardiaca cronica.

Nel complesso si stima che l’obesità quadruplichi il tasso di mortalità cardiovascolare e raddoppi il tasso di mortalità per tumore. Nelle persone gravemente obese il tasso di mortalità complessivo aumenta da 6 a 12 volte. Non c’è accordo sul numero esatto di decessi che potrebbero essere connessi all’obesità (da 112.000 a 365.000 all’anno nei soli Stati Uniti), ma è senza dubbio il fattore di rischio, dopo il fumo, la principale causa di mortalità che può essere efficacemente prevenuta.

Per i pazienti gravemente obesi (con un BMI ≥40) la speranza di vita diminuisce di 20 anni negli uomini e di circa 5 anni nelle donne. Il fatto che la speranza di vita diminuisca molto di più per gli uomini è coerente con la maggiore incidenza dell’obesità androide (cioè prevalentemente addominale) e con il fatto che le donne sono biologicamente più ricche di massa grassa. Il rischio di morte prematura è ancora superiore se il paziente fuma.

Alcune ricerche indicano che negli Stati Uniti, se la tendenza all’obesità non verrà corretta, nel prossimo futuro la longevità potrebbe diminuire. I dati inoltre indicano che l’obesità è correlata a un aumento del rischio e della durata della disabilità cronica. L’obesità in età adulta è connessa tra l’altro a una diminuzione della qualità della vita nella terza età.

Tra i fattori che influiscono sulla morbidità e sulla mortalità connessa all’obesità ricordiamo:

età della comparsa e durata dell’obesità, gravità dell’obesità, quantità di massa grassa addominale, comorbidità, sesso, stato di salute cardiorespiratoria, origine etnica. Limiti del BMI

L’indice di massa corporea ha molti svantaggi. La divisione in fasce non dipende né dall’età né dal sesso, ma intuitivamente non ha senso che per valutare un uomo alto 2 metri e una donna alta 1,60 si usi la stessa scala. Usare soltanto l’altezza e il peso, inoltre, oscura le differenze di composizione dell’organismo e di distribuzione della massa grassa che dipendono dall’etnia del paziente.

Il BMI è una pura e semplice formula che serve per valutare se ci sono dei chili di troppo, perché se c’è uno squilibrio energetico, cioè le calorie in entrata sono maggiori di quelle bruciate. La formula, però, non dice in che modo il paziente è arrivato a pesare quel numero di chili, cioè da dove arrivano le calorie in eccesso. I chili in più sono stati accumulati con una dieta sana a base di frutta a guscio, latte scremato, cereali integrali, frutta, verdura e alimenti ricchi di omega-3 come il salmone, oppure con alimenti spazzatura ricchi di calorie vuote, cioè con un valore nutritivo inferiore? L’espressione “siamo ciò che mangiamo” non potrebbe essere più vera!

La formula del BMI non tiene in considerazione nemmeno il livello di forma fisica del paziente, che invece è un’altra variabile importante. Il paziente fa attività fisica regolarmente? Sul peso totale, quant’è la massa grassa e quanta la massa muscolare? Una ricerca basata su dati ricavati dall’Aerobics Center Longitudinal Study ha esaminato più di 14.000 uomini di età media di 44 anni e li ha seguiti per più di 11 anni. I ricercatori hanno scoperto che per quanto riguarda la mortalità complessiva e quella per cause cardiovascolari il livello di attività fisica è molto più importante del peso per quanto concerne la diminuzione della mortalità complessiva. Gli uomini che hanno mantenuto il proprio livello di attività fisica, infatti, hanno avuto in media un tasso di mortalità del 30% inferiore. Nei pazienti che hanno migliorato il livello di attività fisica, i risultati sono stati ancora migliori, con una diminuzione media della mortalità pari al 40%. Per stare in forma quindi bisogna muoversi, cioè fare attività fisica.

Nella pratica clinica non si può limitare la discussione con i pazienti ai soli temi del peso e del BMI. Si deve invece approfondire il discorso e fare domande sul livello dell’attività fisica e sul tipo di dieta.

Diagnosi

Esami di laboratorio

Profilo lipidico a digiuno, Esami della funzionalità epatica, Esami della funzionalità tiroidea, Glucosio a digiuno e emoglobina glicata (HbA1c). Valutazione della massa grassa

Il calcolo dell’indice di massa corporea, la misura del girovita e il rapporto vita/fianchi sono le misure della massa grassa usate con maggior frequenza nella pratica clinica. Tra le altre procedure usate però in un numero inferiore di strutture ricordiamo:

plicometria (misurazione dello spessore delle pieghe adipose tramite plicometri), assorbimetria a raggi X a doppia energia (DEXA), bioimpedenza, ultrasonografia (per determinare lo spessore della massa adiposa), pesatura subacquea. Il paradosso dell’obesità

Il paradosso dell’obesità è stato osservato in diverse ricerche recenti: ma che relazione ha con la pratica clinica? Secondo il dizionario un paradosso è un’affermazione che sembra contraddittoria e senza senso, anche se potrebbe essere vera.

Come abbiamo visto le conseguenze dell’obesità sono gravi: ipertensione, diabete, patologie cardiache, ictus e malattie renali.

Misteriosamente, però, alcune ricerche hanno scoperto che alcuni pazienti in sovrappeso o obesi che soffrono di problemi connessi all’obesità presentano prognosi migliori rispetto ai normopeso, e in alcuni casi hanno anche un tasso di mortalità inferiore. Molte di queste scoperte sono riferite a pazienti con ictus, diabete e sindrome coronarica acuta.

Alcuni ricercatori suggeriscono che la massa grassa potrebbe avere un ruolo protettivo, forse perché secerne citochine e ormoni benefici. La massa grassa, inoltre, fa da cuscinetto, quindi da barriera protettiva in caso di traumi. Durante il processo di guarigione da una malattia, la riserva di grasso può essere molto utile come riserva calorica.

Il paradosso dell’obesità potrebbe essere spiegato dal modo in cui la comunità medica gestisce e cura i fattori di rischio nei pazienti obesi. Forse l’approccio è più aggressivo? Forse si iniziano più tempestivamente le terapie per le patologie croniche perché i pazienti sono obesi?

Anche l’età potrebbe contribuire a spiegare il paradosso dell’obesità. Ad esempio, nella ricerca che indica che dopo 3 anni dall’intervento coronarico percutaneo i pazienti in sovrappeso o obesi presentano un rischio di decesso minore rispetto a quelli normopeso, i pazienti obesi spesso sono più giovani rispetto ai normopeso.

Il report congiunto del Institute of Medicine e del National Research Council, U.S. Health in International Perspective: Shorter Lives, Poorer Health contiene la versione definitiva del paradosso: gli Stati Uniti hanno alcune delle strutture sanitarie migliori del mondo e sono i primi al mondo per la spesa nella sanità, eppure gli americani si ammalano di più e vivono meno rispetto agli abitanti di altre 16 nazioni industrializzate (Australia, Austria, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Giappone, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Paesi Bassi e Regno Unito.). Questo paradosso vale anche per gli americani meno svantaggiati, cioè quelli che hanno un’istruzione superiore e sono coperti dall’assicurazione sanitaria, tuttavia la differenza è più evidente nei gruppi svantaggiati dal punto di vista socioeconomico.

Non è la fase finale di gestione della malattia cronica che fa perdere posizioni in classifica agli Stati Uniti. La maggior parte degli americani, infatti, ha la pressione e il colesterolo più bassi, fuma di meno e ha un tasso di sopravvivenza al tumore maggiore rispetto alle altre nazioni. Per i settantacinquenni americani la speranza di vita è maggiore rispetto a quella degli anziani degli altri paesi considerati. Negli Stati Uniti la sfida più grande è arrivare ai 50 anni. I decessi tra gli under 50 sono responsabili dei due terzi della differenza tra gli Stati Uniti e gli altri paesi nella speranza di vita per gli uomini e di un terzo di quella delle donne.

Nella ricerca condotta dall’Institute of Medicine, gli Stati Uniti sono nelle zone basse della classifica per nove indicatori importanti. Sono al primo posto per obesità e diabete, hanno il tasso di mortalità massimo per patologie polmonari e sono secondi per il tasso di mortalità per malattie cardiache. Hanno anche il tasso di mortalità infantile più alto. Hanno il tasso di mortalità massimo per incidenti automobilistici, violenza e omicidi, soprattutto tra gli adolescenti; inoltre sono massimi: la percentuale di gravidanze tra le adolescenti, l’incidenza dell’AIDS e il numero di decessi imputabili all’uso di alcol e droghe. Gli Stati Uniti, quindi, sono tra le nazioni più ricche del mondo, ma non tra quelle più sane.

Le ricerche che evidenziano tassi di mortalità inferiori tra le persone in sovrappeso o obese vanno certamente prese con le molle: i loro risultati non devono indurre a trascurare la vasta letteratura che individua i rischi connessi all’obesità e alla sedentarietà. Il vero paradosso è il fatto che, nonostante la ricchezza e i soldi spesi per la sanità, lo stato di salute degli Stati Uniti è peggiore rispetto a quello delle altre nazioni industrializzate: a questo bisogna fare attenzione, nella pratica clinica, e non solo nella ricerca.

Fonte Principale: MedScape (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Obesità e sovrappeso: quali sono i rischi reali?Sindrome metabolica: sintomi, cause, rimediInfarto ed ictus: sintomi, cause e prevenzionePer dimagrire velocemente e definitivamente cosa fare?Perdere peso e dimagrire per sempre: è davvero possibile?Prevenzione dei tumori

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18/11/2013 09:08 Condividi

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Test HPV del DNA: tutto quello che devi sapere

Posted: 17 Nov 2013 11:30 PM PST

Introduzione Perchè viene effettuato Rischi Preparazione Come avviene Risultati Introduzione

L’esame del HPV serve per scoprire se si è state contagiate dal papillomavirus, un virus in grado di causare le verruche genitali, la formazione di cellule anomale nel collo dell’utero o il tumore del collo dell’utero.

Il medico può consigliare l’esame dell’HPV se:

Il risultato del Pap test è anomalo, ed evidenzia cellule squamose atipiche di significato indeterminato (ASCUS), avete superato i 30 anni.

L’esame è disponibile solo per le donne e finora non esiste alcun esame per scoprire il virus negli uomini, anche se il contagio può di fatto avvenire per entrambi i sessi.

Perchè viene effettuato

L’esame dell’HPV è un esame di screening per il tumore al collo dell’utero. Non serve per diagnosticare il tumore, ma per scoprire se nell’organismo è presente un virus che può esserne causa, alcuni ceppi (ad esempio il 16 e il 18) fanno infatti aumentare il rischio di insorgenza di tumore al collo dell’utero.

Sapendo di esserne portatori si può decidere insieme al medico qual è la strategia migliore da intraprendere, per esempio

monitoraggio di follow-up (vigile attesa), ulteriori esami, la cura o l’asportazione delle cellule anomale o precancerose.

L’uso di routine dell’esame per le donne di età inferiore ai 30 anni non è consigliato e tra l’altro non è nemmeno utile. Il virus si diffonde attraverso il contatto sessuale ed è molto diffuso nelle donne giovani, quindi in molti casi i risultati dell’esame saranno positivi, però l’infezione spesso guarisce nel giro di un anno o due. Le alterazioni precancerose del collo dell’utero possono impiegare diversi anni, anche una decina, per svilupparsi. Proprio per questo se il collo dell’utero ha qualche problema legato all’HPV il medico può consigliarvi di tenere sotto controllo la situazione anziché iniziare la terapia.

Rischi

Come per tutti gli esami di screening, anche per quello dell’HPV c’è il rischio che l’esito sia un falso positivo od un falso negativo.

Falso positivo. Si ha un risultato falso positivo quando dall’esame risulta che la paziente è stata contagiata da un tipo di HPV ad alto rischio, quando in realtà è sana. Un risultato falso positivo può far intraprendere una serie di esami di follow-up non necessari, come la colposcopia o la biopsia, e causare molta ansia per i risultati. Falso negativo. Un risultato falso negativo significa che la paziente è stata contagiata dall’HPV, ma il virus non viene rilevato dall’esame. Un falso negativo può causare ritardi nell’inizio del follow-up o della terapia. Preparazione

Per l’esame non è necessaria alcuna preparazione, tuttavia spesso viene eseguito insieme al Pap test, quindi è opportuno prendere queste precauzioni per ottenere un risultato preciso:

Evitare i rapporti, le lavande vaginali, i farmaci per uso vaginale, gli spermicidi o i lubrificanti nei due giorni prima dell’esame. Non eseguire l’esame nei giorni delle mestruazioni. L’esame può essere eseguito comunque, ma il medico raccoglierà un campione migliore in un altro momento del ciclo. Come avviene

Il test di solito viene eseguito insieme al Pap test, un esame in cui viene raccolto un campione di cellule del collo dell’utero, per escludere anomalie o tumori. L’esame dell’HPV può essere eseguito sullo stesso campione di cellule del Pap test, oppure su un secondo campione di cellule raccolto dal collo dell’utero.

Durante l’esame

Il Pap test e l’esame dell’HPV vengono eseguiti in ambulatorio e durano pochi minuti. La paziente deve spogliarsi completamente oppure solo dalla vita in giù.

Ci si sdraia sul lettino a pancia in su, e si tengono le gambe piegate su appositi supporti per le ginocchia.

Il ginecologo inserisce delicatamente lo speculum per divaricare le pareti della vagina e vedere bene il collo dell’utero. L’inserimento dello speculum può causare una sensazione di pressione a livello pelvico e può essere leggermente freddo e dare un po’ di fastidio.

Il ginecologo raccoglie quindi i campioni di cellule usando un bastoncino cotonato e una spatola molto piccola.

L’esame non è doloroso e di norma non si sente nulla.

Dopo l’esame

Dopo l’esame si possono riprendere le normali attività, senza particolari restrizioni. Vi consigliamo di chiedere al ginecologo quando saranno disponibili i risultati.

Risultati

L’esito dell’esame dell’HPV può essere positivo oppure negativo.

Esito positivo. L’esito positivo significa che si è state contagiate da un tipo di HPV collegato al tumore al collo dell’utero. L’esito positivo non vuol dire che c’è un tumore, ma è un campanello d’allarme del fatto che in futuro si potrebbe sviluppare. Il medico probabilmente vi consiglierà di eseguire un esame di follow-up dopo circa sei mesi-un anno per capire se l’infezione è guarita o se ci sono sintomi del tumore al collo dell’utero. Esito negativo. L’esito negativo significa che non si è state contagiate da nessuno dei tipi di HPV che causano il tumore al collo dell’utero.

A seconda dei risultati dell’esame, il medico vi può consigliare una di queste strategie:

Normali controlli periodici. Se avete più di 30 anni, l’esame dell’HPV è negativo è il Pap test non rileva anomalie, dovrete ripetere l’esame con la periodicità consigliata nel vostro caso, cioè ogni 3-5 anni. Colposcopia. In quest’esame di follow-up il medico usa il colposcopio (una lente di ingrandimento speciale) per esaminare più da vicino il collo dell’utero. Biopsia. In quest’esame, eseguito in molti casi insieme alla colposcopia, il medico preleva un campione di cellule del collo dell’utero e le esamina al microscopio. Asportazione delle cellule anomale. Per evitare che le cellule anomale si trasformino in un tumore, il medico può consigliarvi di sottoporvi all’intervento chirurgico per rimuovere le zone di tessuto che le contengono. Visita specialistica. Se i risultati del Pap test o dell’esame dell’HPV sono positivi, il medico probabilmente vi consiglierà di andare dal ginecologo per fare la colposcopia. Se i risultati della colposcopia evidenziano un tumore, dovrete essere curate da un ginecologo oncologo, cioè da un medico specializzato nella cura dei tumori dell’apparato riproduttivo femminile.

Fonte Principale: Mayo (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Pap test vaginale, hpv test e colposcopia all’uteroPapilloma virus (HPV): vaccino, sintomi, test, uomoPapilloma virus (HPV) e vaccino (Gardasil e Cervarix)Fattore Rh negativo o positivo in gravidanza?Isterosalpingografia: preparazione, dolore, costo…Test di gravidanza e Beta hCG

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11/11/2013 09:20 Condividi

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Transaminasi ed altri esami per il fegato

Posted: 10 Nov 2013 11:33 PM PST

Introduzione Perchè vengono richiesti I principali esami Rischi Preparazione Valori normali Introduzione

Gli esami del sangue per il fegato (esami della funzionalità epatica) servono per diagnosticare e tenere sotto controllo le patologie o le lesioni del fegato, attraverso la misurazione dei livelli di alcuni enzimi e proteine contenuti nel sangue.

Alcuni di questi esami misurano la capacità del fegato di produrre le proteine e di smaltire la bilirubina, un prodotto di scarto che altrimenti si accumulerebbe nel sangue e nei tessuti. Altri esami misurano la quantità di enzimi prodotti dalle cellule del fegato in risposta a lesioni o malattie.

I risultati possono essere alterati anche in seguito a patologie o lesioni di origine non epatica e potrebbero essere normali anche in presenza di patologie del fegato.

Perchè vengono richiesti

Gli esami della funzionalità epatica possono essere usati per:

controllare se c’è un’infezione al fegato, ad esempio un’epatite, tenere sotto controllo la progressione di una malattia, ad esempio dell’epatite virale o alcolica, e capire se la terapia funziona bene, valutare la gravità di una malattia, in particolare della cirrosi (formazione di cicatrici nel fegato), tenere sotto controllo i possibili effetti collaterali dei farmaci. I principali esami

Tra gli esami prescritti con maggior frequenza ricordiamo:

ALT (alanina amino transferasi). L’ALT è un enzima del fegato che aiuta l’organismo a metabolizzare le proteine. Il fegato malato o lesionato rilascia l’ALT nel sangue, quindi nell’esame i livelli dell’ALT sono più alti del normale. AST (aspartato transaminasi). L’AST è un enzima che aiuta a metabolizzare l’alanina (un aminoacido). Come l’ALT, quando non ci sono problemi l’AST si trova nel sangue in minime quantità. L’aumento dei livelli di AST può indicare una patologia o una lesione al fegato. ALP (fosfatasi alcalina). L’ALP è un enzima del fegato, dei dotti biliari e delle ossa. Se il suo livello è più alto del normale può indicare lesioni o patologie, ad esempio l’ostruzione dei dotti biliari o determinate patologie ossee. Albumina e proteine totali. L’albumina è una delle proteine prodotte dal fegato. L’organismo ha bisogno di queste proteine per combattere le infezioni e svolgere altre funzioni. Se i livelli di albumina e proteine totali sono più bassi del normale possono indicare problemi o lesioni al fegato. Bilirubina. La bilirubina è una sostanza prodotta dalla normale disgregazione dei globuli rossi. La bilirubina passa nel fegato e viene eliminata attraverso le feci. L’ittero (cioè l’aumento della bilirubina) può indicare lesioni o patologie del fegato. GGT (gamma glutamil transferasi). La GGT è un enzima contenuto nel sangue. Se il livello è più alto del normale, può indicare una lesione al fegato o ai dotti biliari. LDH (l-lattato deidrogenasi). È un enzima che si trova nel fegato. Se il suo livello è più alto del normale, può indicare una lesione al fegato. Tempo di protrombina (PT). È il tempo che il sangue impiega per coagularsi. Se il tempo di protrombina aumenta, il fegato può avere qualche problema. Rischi

Il campione di sangue viene prelevato da una vena del braccio. Il rischio principale connesso agli esami del sangue è il dolore o la formazione di lividi nella zona del prelievo, ma la maggior parte delle persone non presenta controindicazioni gravi ai prelievi di sangue.

Preparazione

Alcuni alimenti e alcuni farmaci possono alterare il risultato degli esami della funzionalità epatica. Il medico probabilmente vi chiederà di evitare determinati alimenti e farmaci prima del prelievo. La durata del digiuno e dell’astensione dai farmaci dipende dal tipo di esami che il paziente deve svolgere.

Valori normali

I valori normali degli esami della funzionalità epatica sono i seguenti:

ALT 7-55 U/l (unità per litro) AST 8-48 U/l ALP 45-115 U/l Albumina 3,5-5 g/dl (grammi per decilitro) Proteine totali 6,3-7,9 g/dl Bilirubina 0,1-1 mg/dl GGT 9-48 U/l LDH 122-222 U/l PT 9,5-13,8 secondi

Questi risultati sono riferiti agli uomini adulti, ma i valori normali possono variare a seconda del laboratorio di analisi ed essere leggermente diversi per le donne e i bambini. I risultati, inoltre, possono essere alterati se il paziente assume determinati alimenti o farmaci. Ricordatevi di comunicare al medico i farmaci che assumete e di descrivergli la vostra dieta, in modo da consentirgli di interpretare bene i risultati.

Più i risultati sono lontani dal normale, più il paziente rischia di soffrire di disturbi significativi del fegato. Il medico userà i risultati per impostare eventuali terapie. Se sapete già di soffrire di problemi al fegato, gli esami della funzionalità epatica servono se la malattia progredisce o se sta reagendo alle terapie.

Fonte Principale: Mayo (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Ittero: cause e sintomiSindrome di Gilbert e bilirubina: cause, sintomi e curaEpatite e dieta: quali alimenti e farmaci per il fegato?Steatoepatite non alcolica (NASH): sintomi, diagnosi,…Dieta per epatite ed altre epatopatie

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04/11/2013 09:27 Condividi

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Vertigine parossistica posizionale benigna: sintomi, cause e cura

Posted: 03 Nov 2013 11:13 PM PST

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

La vertigine parossistica posizionale benigna (Cupololitiasi o VPPB) è una delle cause più frequenti delle vertigini, cioè della sensazione improvvisa di capogiro e perdita dell’equilibrio.

È caratterizzata da brevi episodi di capogiro di intensità media o forte. I sintomi sono scatenati da particolari cambiamenti di posizione della testa, ad esempio rialzare e abbassare la testa e girarsi o mettersi a sedere dopo essere stati sdraiati. Si può avere il capogiro anche quando si sta in piedi o si cammina.

La vertigine parossistica può essere un problema fastidioso ma che diventa grave solo in rari casi, cioè quando fa aumentare il rischio di cadute. Il vostro medico di famiglia vi può prescrivere una terapia efficace per questo problema dopo avervi visitato.

Cause

Le attività e i movimenti che l’episodio possono variare a seconda del paziente, ma quasi sempre comportano un cambiamento di posizione della testa.

Nella metà circa dei casi i medici non riescono a identificare la causa della vertigine parossistica posizionale benigna. Quando viene identificata la causa, spesso è connessa a un trauma di qualsiasi entità alla testa. Tra le cause meno frequenti ricordiamo i disturbi dell’orecchio interno o, più raramente, le lesioni all’orecchio in seguito a interventi chirurgici o quando il paziente deve stare per molto tempo in posizione supina. È inoltre spesso collegata all’emicrania.

Il ruolo dell’orecchio

All’interno dell’orecchio c’è un organo minuscolo chiamato labirinto vestibolare, formato da tre strutture piuttosto intricate (i canali semicircolari) che contengono la linfa e sensori ciliati che controllano la rotazione della testa.

Altre strutture all’interno dell’orecchio (gli otoliti) controllano il movimento delle testa, e la posizione della testa rispetto alla gravità. Gli otoliti (l’utricolo e il sacculo) contengono dei cristalli, e ci rendono sensibili alla gravità.

Per molti motivi diversi i cristalli si possono spostare. Se si spostano, possono andare a finire in uno dei canali semicircolari, soprattutto quando si è in posizione sdraiata. Il canale semicircolare, quindi, diventa sensibile a posizioni della testa a cui normalmente non presterebbe attenzione: si hanno così le vertigini.

Fattori di rischio

La vertigine si verifica nella maggior parte dei casi nei pazienti di età superiore ai 60 anni, ma può colpire a qualsiasi età. Oltre all’età, non sono stati identificati altri fattori di rischio, ma si ritiene che i traumi alla testa o altre patologie degli organi dell’equilibrio potrebbero rendere più soggetti a questo disturbo.

Sintomi

Tra i sintomi della vertigine parossistica posizionale benigna possiamo avere:

capogiro, sensazione che ciò che circonda si muova o inizi a girare (vertigini), sensazione di avere la testa più leggera del solito, incertezza nei movimenti, perdita dell’equilibrio, visione offuscata, connessa alla sensazione di avere le vertigini, nausea, vomito.

Spesso si rileva anche nistagmo, cioè da un movimento ritmico e anomalo degli occhi.

I sintomi possono essere intermittenti e di norma durano meno di un minuto. Gli episodi di questa e delle altre forme di vertigini possono sparire per qualche tempo per poi ricomparire.

Quando chiamare il medico

Andate dal medico se soffrite di capogiro o vertigini ricorrenti per più di una settimana.

È davvero raro che le vertigini siano sintomo di un problema grave, tuttavia vi consigliamo di andare immediatamente al pronto soccorso se il capogiro e le vertigini sono accompagnati da:

mal di testa mai avuto prima, mal di testa forte o diverso dal solito, febbre superiore ai 38 °C, visione doppia o perdita della vista, perdita dell’udito, problemi ad articolare le parole, debolezza degli arti, perdita di conoscenza, cadute o difficoltà a camminare, formicolio o intorpidimento, dolore al torace, o battito cardiaco accelerato o rallentato.

Questi sintomi possono indicare un disturbo più grave, come un ictus o un problema cardiaco.

Pericoli

Pur essendo una patologia piuttosto fastidiosa, in genere non provoca complicazioni. In rari casi, se la vertigine è grave e continua e fa vomitare con una certa frequenza, il paziente può rischiare la disidratazione. Il capogiro provocato dalla vertigine parossistica posizionale benigna può far aumentare il rischio di cadute.

Diagnosi

Il medico può prescrivervi una serie di esami per capire la causa del disturbo. Durante la visita probabilmente il medico cercherà:

sintomi delle vertigini causati dai movimenti dell’occhio o della testa e che compaiono nel giro di un minuto, vertigini con movimenti specifici degli occhi che si verificano quando siete sdraiati supini con la testa girata e leggermente sporgente dal lettino, movimenti involontari dell’occhio sull’asse orizzontale (nistagmo), incapacità di controllare i movimenti degli occhi.

Se il medico ha difficoltà a capire la causa dei sintomi, può prescrivervi ulteriori indagini, ad esempio:

Elettronistagmografia (ENG) o videonistagmografia (VNG). Questi esami servono a identificare i movimenti anomali degli occhi. L’ENG (che usa gli elettrodi) o la VNG (che usa delle piccole telecamere a infrarossi) possono servire a capire se le vertigini sono causate da un disturbo dell’orecchio interno, perché misurano i movimenti involontari degli occhi ponendo la testa in diverse posizioni o stimolando gli organi dell’equilibrio con acqua o aria. Altri esami possono capire se siete in grado di mantenere l’equilibrio in condizioni via via più difficili. Risonanza magnetica (MRI). Quest’esame usa un campo magnetico e le onde radio per creare immagini in sezione della testa e del corpo. Il medico userà i risultati per identificare e diagnosticare diverse patologie. La risonanza magnetica può essere eseguita per escludere la presenza di un neurinoma acustico (un tumore benigno del nervo che trasporta le informazioni sul suono e sull’equilibrio dall’orecchio interno al cervello) o altre lesioni che potrebbero causare le vertigini. Cura e terapia

Per cercare di alleviare la vertigine, il medico, l’otorino o il fisioterapista possono farvi eseguire una serie di movimenti: le manovre di riposizionamento dei canaliti vengono eseguite in ambulatorio e sono una serie di manovre semplici e lente di posizionamento della testa, servono per far spostare le particelle contenute nei canali semicircolari dell’orecchio interno nel vestibolo, la piccola sacca aperta che ospita uno degli otoliti (l’utricolo). Lì le particelle non causano problemi e sono riassorbite più facilmente. Ogni posizione viene tenuta per circa 30 secondi dopo la scomparsa dei sintomi o dei movimenti anomali dell’occhio. Le manovre di riposizionamento dei canaliti sono efficaci dopo una o due sedute.

Dopo la seduta il paziente deve evitare di sdraiarsi o mettere l’orecchio sotto il livello della spalla per il resto della giornata. Per la prima notte dopo la seduta, bisogna dormire usando uno o due cuscini in più. Le particelle che si muovono nel labirinto così avranno tempo di raggiungere il vestibolo e di essere riassorbite dalla linfa dell’orecchio interno.

La mattina successiva sarete liberi di muovervi normalmente, sempre seguendo le istruzioni del vostro medico. Probabilmente il medico vi avrà insegnato a eseguire da soli le manovre di riposizionamento dei canaliti: potrete ripeterle a casa, sempre con un’altra persona vicino a voi, prima di ripresentarvi in ambulatorio per il controllo.

Alternativa chirurgica

In rarissimi casi, quando le manovre di riposizionamento dei canaliti non sono efficaci, il medico può consigliarvi di ricorrere all’intervento chirurgico, durante il quale viene occlusa la parte dell’orecchio interno che provoca le vertigini. L’occlusione impedisce al canale semicircolare dell’orecchio di reagire ai movimenti delle particelle o della testa. La percentuale di successo per quest’intervento è superiore al 90 per cento.

Stile di vita e rimedi pratici

Se soffrite di capogiro connesso alla vertigine parossistica posizionale benigna, potete provare a seguire questi consigli:

Ricordate che c’è il rischio di perdere l’equilibrio: potete cadere e farvi anche molto male. Quando sentite la testa che gira, sedetevi subito. Se vi alzate di notte, illuminate bene la stanza. Se rischiate di cadere, provate a sostenervi con un bastone. Seguite i consigli del medico per riuscire a gestire i sintomi.

Anche se la terapia è stata efficace, le vertigini possono ripresentarsi. Fortunatamente, anche se non esiste una cura specifica, il disturbo può essere tenuto sotto controllo con la fisioterapia e con rimedi semplici.

Convivere con il disturbo

Trovarsi a convivere con la vertigine parossistica posizionale benigna può essere difficile, perché il disturbo può influire negativamente sull’interazione con i famigliari e gli amici, sulla produttività sul posto di lavoro e sulla qualità della vita in generale. Un gruppo di aiuto può fornirvi tutto l’incoraggiamento e la comprensione necessari.

I gruppi di aiuto non sono indicati per tutti, ma possono essere delle buone fonti di informazione. I membri del gruppo spesso conoscono dei trucchi per affrontare il disturbo e tendono a condividere le proprie esperienze. Se siete interessati, il medico può consigliarvi un gruppo di aiuto nella vostra zona.

Fonte Principale: Mayo (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Sindrome di Ménière: vertigini ed altri sintomi, cause e…Labirintite: vertigini ed altri sintomi, cause, curaProblemi e perdita dell’udito: orecchio, cause, sintomi,…Svenimento (o sincope): sintomi, cause, prevenzione,…Mioclonie, quando la palpebra trema

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28/10/2013 09:21 Condividi

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Dieta per reflusso gastroesofageo e gastrite: cosa mangiare?

Posted: 28 Oct 2013 12:30 AM PDT

Introduzione Infografica Dieta e cibi Frutta Verdura Carboidrati Latte e derivati Carne ed altri secondi piatti Diario alimentare Introduzione

Prima di allungare la mano per prendere un’altra manciata di patatine fritte, fermatevi un momento a pensare: e se mi facessero venire bruciore di stomaco?

Anche se l’effetto dei diversi alimenti cambia da persona a persona, esistono alcune regole generali. Ci sono infatti cibi e bevande che, a causa di un alto tasso di acidità (oppure grazie alla capacità di rilassare il cardias, la valvola che impedisce all’acido di risalire nell’esofago), sono in grado di causare i sintomi della gastrite e del reflusso più di altri.

Diverse testimonianze confermano che limitare il consumo degli alimenti più problematici è in grado di diminuire la frequenza degli attacchi; anche se i fattori legati al bruciore di stomaco sono diversi e comprendono

consumo di alcol, gravidanza, ernia iatale, fumo, determinati medicinali,

chi soffre di questo problema in genere concorda sul fatto che il cibo sia la causa principale.

Il segreto per convivere con gastrite, reflusso gastroesofageo ed ernia iatale è inserire nella propria dieta il giusto mix di cibi e bevande.

In questa guida abbiamo suddiviso alcuni cibi e bevande comuni in base alla loro tendenza a creare acidità, irritare la mucosa gastrica e/o rilassare la valvola dell’esofago causando reflusso. È possibile determinare il grado di probabilità di un attacco di bruciore di stomaco basandosi sulla categoria di appartenenza.

Maggiore è il numero di cibi a rischio nella propria dieta, maggiore la probabilità di bruciore di stomaco e sintomi correlati.

Attenzione

La capacità di tollerare i cibi presenti nell’elenco seguente varia da persona a persona. Un bicchiere di limonata può essere tollerato molto bene da alcuni soggetti e causare un attacco di bruciore di stomaco devastante in altri. Occorre prestare molta attenzione alle porzioni che si consumano e ricordarsi le quantità che il nostro stomaco è in grado di tollerare. Come guida usate le vostre porzioni personalizzate. Se la quantità è eccessiva spesso il cibo consumato passa alla categoria di rischio superiore.

Infografica

Stampa la seguente infografica e condividila con chi soffre di questi problemi, si tratta di una guida pratica per valutare di volta in volta il grado di rischio di cibi ed alimenti.

Infografica riassuntiva

Scarica e stampa l’infografica riassuntiva, da tenere sempre con te o da appendere al frigorifero.
(Versione PDF, dimensione 426 kB)

JPG ad alta risoluzione (Dimensione 3 MB) JPG a bassa risoluzione (Dimensione 1 MB)

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Frutta Alto rischio Succo d’arancia Limone Limonata Succo di pompelmo Succo di mirtillo rosso Pomodoro Rischio medio Succo d’arancia a basso tenore di acidità Sidro di mela Pesca Mirtilli Lamponi Fragole Uva Mirtilli rossi secchi Basso rischio Mela fresca Mela secca Succo di mela Banana Verdura Alto rischio Purè di patate Patatine fritte Cipolla cruda Insalata di patate Rischio medio Aglio Cipolla cotta Porro Crauti Scalogno Basso rischio Carote Cavolo Piselli Broccoli Fagiolini Patate al forno Carboidrati Alto rischio Maccheroni al formaggio Spaghetti al pomodoro Rischio medio Muffin Muesli ai cereali Basso rischio Pane integrale Pane bianco Pane con farina di mais Riso integrale Riso bianco Cuscus Gallette Cracker Pretzel Dolce di riso Cereali a base di farina d’avena Corn flakes glassati Cereali a base di crusca Latte e derivati Alto rischio Panna acida Frullato Gelato Fiocchi di latte Rischio medio Yogurt Latte parzialmente scremato Latte scremato Yogurt gelato Fiocchi di latte magri Formaggio a pasta dura Mozzarella Basso rischio Formaggio spalmabile magro Feta Formaggio di capra Panna acida magra Formaggio di soia a basso contenuto di grassi Carne ed altri secondi piatti Alto rischio Manzo tritato, spalla Bistecca di controfiletto Crocchette di pollo Alette di pollo Rischio medio Manzo tritato, magro Insalata di pollo Uova strapazzate al burro Uova al tegamino Frittura di pesce Insalata di tonno Hot dog di manzo o di suino Prosciutto Burro di arachidi Fagioli al forno Basso rischio Manzo tritato, magrissimo Roast beef Petto di pollo senza pelle Albume d’uovo (o sostituto dell’uovo) Pesce fresco cotto senza aggiunta di grassi

Grassi, olii e dolci

Alto rischio Cioccolata Patatine di mais Patatine fritte Biscotti al burro ad alto contenuto di grassi Biscotti tipo brownies Bombolone Condimento cremoso per insalata Condimento per insalata a base di olio e aceto Rischio medio Biscotti a basso contenuto di grassi Ketchup Basso rischio Patatine cotte al forno Biscotti senza grassi Caramelle gelatinose Rondelle di liquirizia Condimento per insalata a basso contenuto di grassi

Bevande

Alto rischio Liquori Vino Caffè The Rischio medio Aperitivi analcolici Birra Birra analcolica Bevande dolci gassate Basso rischio Acqua minerale
Diario alimentare

Un diario alimentare è un buon sistema per tener traccia delle proprie scelte alimentari e identificare le cause scatenanti del bruciore di stomaco. Il bruciore di stomaco può essere tenuto sotto controllo, e non è necessario subirlo passivamente: è fondamentale farsi carico delle propria dieta e bloccare il disturbo prima che si manifesti.

Fonte: National Heartburn Alliance, traduzione a cura di Elisa Bruno

Dieta in bianco (leggera): cosa significa realmente?Diabete mellito e dieta: indicazioni, alimenti utili e…Dieta per la pressione alta: 5 consigli pratici per spesa e…Cosa mangiare con diarrea e nauseaReflusso gastroesofageo

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21/10/2013 09:35 Condividi

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Tumore del nasofaringe ed all’esofago: prevenzione e alimentazione

Posted: 20 Oct 2013 11:56 PM PDT

Tumore del nasofaringe Andamento, incidenza e sopravvivenza Alimenti ed incidenza sullo sviluppo del cancro Conclusioni Tumore all’esofago Andamento, incidenza e sopravvivenza Alimenti ed incidenza sullo sviluppo del cancro Conclusioni Tumore del nasofaringe

Il nasofaringe è la parte superiore della faringe (la parte che collega le cavità nasali e la bocca alla laringe). Il cancro al nasofaringe è piuttosto comune, e riguarda soprattutto le cellule squamose (un tipo di cellule epiteliali).

Andamento, incidenza e sopravvivenza

Un’alta incidenza si trova in zone come Hong Kong e Singapore, ma in generale ha un’alta diffusione nei paesi con basso e medio reddito, dove la sua presenza può essere anche di tre volte più ampia rispetto ai paesi con alto reddito. Vi sono 20-30 casi su 100.000 persone a Hong Kong e nel Sud-est asiatico, mentre la media nei paesi occidentali si aggira intorno a 1 caso su 100.000 persone.

La regione più colpita è quella Cantonese e la provincia del Guangdong (che comprende Hong Kong) nel sud della Cina ed è circa il doppio più frequente negli uomini rispetto alle donne.

Nella regione del Guangdong l’età media delle persone colpite da questa malattia è dai 45 ai 54 anni, in altre zone sono colpiti i giovani adulti, e il tasso di sopravvivenza a 5 anni è del 50%.

Alimenti ed incidenza sullo sviluppo del cancro Verdure non amidacee

Ci sono poche prove ma sono generalmente concordanti, è ragionevole dire quindi che è solo possibile che le verdure non amidacee proteggano dal cancro al nasofaringe.

Frutta

Questo gruppo contiene alimenti con diversi tipi di molecole attive, fibre, carotenoidi, antiossidanti, …

Gli studi sono pochi, è ragionevole dire quindi che è solo possibile che la frutta protegga dal cancro al nasofaringe.

Pesce salato alla Cantonese

Il pesce preparato in questo modo è essiccato naturalmente, salato e fermentato. Risulta molto ricco in nitrati e nitrosammine, composti potenzialmente cancerogeni, soprattutto in persone predisposte geneticamente o infettate con il virus Epstein-Barr.

Gli studi sono molti e per la maggior parte concordanti, è stato proposto un meccanismo dose-dipendente: il pesce salato alla Cantonese è una probabile causa di cancro al nasofaringe.

Altri alimenti

Per altri tipi di alimenti non è possibile stabilire una correlazione chiara tra questo tipo di tumori e il loro consumo.

Conclusioni

Il pesce alla Cantonese è una probabile causa di tumore al nasofaringe (cosa che non si applica al pesce salato o fermentato in qualunque altro modo), frutta e verdura non amidacea invece potrebbero avere un’azione protettiva.

Tumore all’esofago

L’esofago è il tubo che collega la faringe allo stomaco e la sua superficie è composta principalmente da cellule epiteliali squamose, che sono poi una sede frequente di cancro. Un’altra sede può essere l’epitelio colonnare, un gruppo di cellule vicine allo stomaco, le quali possono essere soggette ad adenocarcinomi.

Andamento, incidenza e sopravvivenza

L’incidenza dell’adenocarcinoma sta aumentando rapidamente in Europa e Nord America. In USA è aumentato di cinque volte dal 1974 alla fine del XX secolo, ciò l’ha reso il cancro con la crescita più veloce in quella regione.

In ogni caso è più che altro una malattia dei paesi con un basso reddito: il tasso d’incidenza è di 20 casi su 100.000 persone in alcune parti dell’est e del sud Africa, mentre è meno di 5 casi su 100.000 persone nell’Africa orientale, del nord e centrale. In alcuni punti ben localizzati, ad esempio nella regione rurale cinese Linxian, il cancro all’esofago colpisce 100 persone su 100.000.

L’incidenza è maggiore negli uomini rispetto alle donne e il rischio spesso aumenta con l’età.

Dato che i sintomi non sono immediati, ci si accorge della malattia generalmente in stadi avanzati, il che porta a possibilità di sopravvivenza molto basse: circa il 10% delle persone arriva a 5 anni. Nonostante rappresenti solo il 4% dei casi di cancro, è responsabile del 6% delle morti per questa malattia.

Alimenti ed incidenza sullo sviluppo del cancro Alimenti contenenti fibre

Gli studi sono pochi e i dati non concordanti, è ragionevole dire che è solo possibile che gli alimenti contenenti fibre proteggano contro il cancro all’esofago.

Verdure non amidacee

Ci sono molte prove, spesso concordanti, che mostrano anche un meccanismo dose-dipendente. È probabile che le verdure non amidacee proteggano dal cancro all’esofago.

Frutta

I dati mostrano un probabile meccanismo dose-dipendente. La frutta probabilmente protegge dal cancro all’esofago.

Alimenti contenenti folati

I folati sono una famiglia di composti di cui fa parte anche l’acido folico, conosciuto anche come vitamina B9. Gli alimenti contenenti folati sono principalmente le verdure a foglia verde (spinaci, biete, lattuga) ma anche legumi e uova.

Gli studi sono pochi e i dati non sono concordanti, è ragionevole dire quindi che è solo possibile che gli alimenti ricchi di folati proteggano dal cancro all’esofago.

Alimenti contenenti piridossina (vitamina B6)

La vitamina B6 è piuttosto comune nell’alimentazione quotidiana, ma gli alimenti più ricchi sono le frattaglie, i cereali integrali, alcuni tipi di pesce, le noci.

Gli studi non sono concordi, è quindi ragionevole dire che è solo possibile che gli alimenti ricchi in piridossina proteggano dal cancro all’esofago.

Alimenti contenenti vitamina C

Gli studi sono molti e sono per la maggior parte concordi. Gli alimenti contenenti vitamina C probabilmente proteggono dal cancro all’esofago.

Alimenti contenenti vitamina E

La vitamina E è un potente antiossidante, gli alimenti contenenti vitamina E sono soprattutto semi, cereali integrali, alcuni frutti e ortaggi.

Purtroppo la maggior parte degli studi riguardanti questo nutriente ha una scarsa qualità, è perciò ragionevole dire che è solo possibile che gli alimenti contenenti vitamina E proteggano contro il cancro all’esofago.

Alimenti contenenti beta-carotene

Il beta-carotene è un precursore della vitamina A, ed è contenuto negli alimenti vegetali giallo-arancio, come le carote.

Gli studi sono molti e i dati sono tra loro per la maggior parte d’accordo, è probabile che gli alimenti contenenti beta-carotene proteggano dal cancro all’esofago.

Carne rossa

Gli studi sono pochi e i dati non sono tutti concordi, è ragionevole quindi dire che la carne rossa sia una possibile causa di cancro all’esofago.

Carne processata

Gli studi sono pochi, è quindi ragionevole dire che la carne processata sia una possibile causa di cancro all’esofago.

Maté

Il Maté è una bevanda, un infuso di erbe, diffuso soprattutto in Sud America.

Gli studi sono molti e sono per la maggior parte concordi, il consumo regolare di Maté è una probabile causa di cancro all’esofago.

Bevande e cibi caldi

Gli studi non sono conclusivi. È ragionevole quindi dire che è solo possibile che i cibi caldi siano una causa di cancro all’esofago.

Bevande alcoliche

La letteratura è ampia e i dati sono concordi, le prove sono decisive. L’alcol è una causa certa di tumore all’esofago. Non è stata individuata una soglia.

Grasso corporeo

Una conseguenza dell’alimentazione sbagliata è l’accumulo di grasso. Nonostante non sia un alimento, è importante considerarlo in questa sede: l’aumento del grasso corporeo può causare cancro in molti modi, ad esempio aumentando i livelli infiammatori (l’infiammazione cronica porta a danni che a volte possono causare mutazioni cancerogene), aumentando i livelli di estrogeni (che possono indurre moltiplicazione cellulare) e diminuendo la sensibilità all’insulina (causando una sua iperproduzione); queste modificazioni croniche hanno come possibile risultato lo sviluppo di tumori.

Gli studi sono molti e concordi, il grasso corporeo è una causa certa di cancro all’esofago.

Altri alimenti

Per altri tipi di alimenti non è possibile stabilire una correlazione chiara tra questo tipo di tumori e il loro consumo.

Conclusioni L’alcol e il grasso corporeo sono cause di cancro all’esofago in maniera evidente; il rischio è più alto se il bevitore è anche un fumatore. Tra gli alimenti probabilmente protettivi troviamo le verdure non amidacee, gli alimenti contenenti vitamina C e beta-carotene e la frutta, mentre è solo possibile che una qualche protezione venga da alimenti ricchi di fibre, contenenti folati, contenenti piridossina o vitamina E. Il Maté è una probabile causa di cancro, mentre la carne rossa, la carne processata e gli alimenti e le bevande calde sono sospettate di essere tra le cause di questo tumore.

Questo articolo è tratto dai capitoli 7.2 e 7.3 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

Tumore a laringe, faringe e bocca: prevenzione e…Prevenzione dei tumori e dieta: frutta, verdura e legumiPrevenzione dei tumori: carne, pesce e uovaPrevenzione dei tumori e dieta: nutrienti e vitaminePrevenzione dei tumori e dieta: alcool ed alcolici

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16/10/2013 09:25 Condividi

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Donazione di sangue

Posted: 19 May 2013 11:33 PM PDT

Introduzione Preparazione La donazione Dopo la donazione Pericoli della donazione Domande frequenti Introduzione

Disclaimer:

Essendo le fonti utilizzate per la maggior parte americane, è possibile che in Italia si verifichino alcune discrepanze in merito a consigli, indicazioni e requisiti.

La donazione del sangue è un intervento a cui ci si sottopone volontariamente: ci si fa prelevare una certa quantità di sangue che sarà trasfusa a un paziente che ne ha bisogno. Ogni anno milioni di persone devono ricorrere alle trasfusioni di sangue, ad esempio durante gli interventi chirurgici, oppure dopo un incidente, oppure ancora perché sono malate e devono ricevere determinati componenti del sangue. Con la donazione di sangue si possono aiutare molte persone ad affrontare meglio i loro problemi.

Ci sono diversi tipi di donazione di sangue:

Donazione di sangue intero. È il tipo più frequente di donazione, durante il quale viene donato circa mezzo litro di sangue (450 ml). Il sangue, poi, viene separato nei suoi componenti: globuli rossi, plasma, piastrine. Donazione di piastrine. Questo tipo di donazione usa un procedimento detto aferesi. Durante l’aferesi il donatore viene collegato a un’apparecchiatura che raccoglie le piastrine e parte del plasma e poi gli restituisce il resto del sangue. Donazione di plasma. Il plasma può essere raccolto contestualmente alla donazione di piastrine oppure singolarmente, sempre tramite aferesi. Donazione di doppia unità di globuli rossi. La donazione di globuli rossi viene effettuata mediante aferesi. Vengono raccolti solo i globuli rossi. Preparazione

Prima di donare il sangue seguite una dieta sana che comprenda alimenti ricchi di ferro, come gli spinaci, la carne rossa, il pesce, il pollame, i legumi, i cereali integrali e l’uva passa. Cercate di dormire bene la notte precedente.

Prima della donazione, fate un pasto sano senza alimenti grassi, come gli hamburger, le patatine fritte o i gelati. Il risultato degli esami per le infezioni può essere falsato dai grassi che rimangono nel sangue per diverse ore dopo aver consumato alimenti grassi. Bevete circa mezzo litro d’acqua o di altri liquidi in più del normale prima di donare il sangue.

Se donate le piastrine ,ricordate che non dovete aver preso l’aspirina nei due giorni precedenti la donazione; per il resto potete assumere tutti i farmaci prescritti dal medico.

La donazione

La procedura, dal momento in cui si arriva nell’ambulatorio a quello in cui si può uscire, dura circa un’ora; la donazione in sé in media dura dagli 8 ai 10 minuti.

Prima di donare il sangue, vi verrà richiesto di compilare un modulo in cui raccontate la vostra storia medica rispondendo a domande sui comportamenti che potrebbero mettervi a rischio di infezioni trasmissibili attraverso il sangue. Tutte le informazioni raccolte con questo questionario sono strettamente confidenziali.

L’aspirante donatore fa una breve visita medica, con controllo della pressione, del battito cardiaco e della temperatura. Gli viene prelevato un piccolo campione di sangue da un dito, per controllare il livello di emoglobina, la sostanza che trasporta l’ossigeno nel sangue. Se la concentrazione di emoglobina è normale e la persona soddisfa tutti gli altri requisiti, può donare il sangue.

Il donatore si sdraia su un lettino o si accomoda in poltrona, con il braccio appoggiato su un bracciolo. Viene posizionato un laccio emostatico sull’avambraccio superiore, per far riempire bene le vene di sangue. Le vene diventano più visibili, è più facile trovarle con l’ago e la sacca di sangue si riempie più velocemente. Poi l’infermiere disinfetta la pelle dell’incavo del gomito.

Un ago nuovo e sterile viene inserito in una vena del braccio, e attaccato a un tubicino di plastica che porta il sangue verso una sacca. Quando l’ago è in posizione, il donatore stringe il pugno diverse volte per aiutare il sangue a scorrere nella vena. Il primo sangue viene raccolto nelle provette per essere esaminato. Il resto va a finire nella sacca che ne tiene circa mezzo litro (450 ml). L’ago viene lasciato nel braccio per circa 10 minuti. Una volta terminata la donazione, l’ago viene rimosso, e la zona dell’iniezione viene coperta da un cerotto e da una benda.

Un altro metodo di donazione usato con sempre maggior frequenza è l’aferesi. Durante l’aferesi il sangue viene pompato fuori dal braccio in un’apparecchiatura che filtra e separa un componente specifico, ad esempio le piastrine. Il resto del sangue, poi, viene restituito al donatore in una vena nell’altro braccio. Con questo procedimento può essere raccolta anche più di una componente di sangue; la donazione, però, dura di più rispetto a quella del sangue intero, di solito da una a due ore.

Il sangue viene esaminato per scoprire il gruppo sanguigno (A, B, AB o 0) e il fattore Rh. Il fattore Rh indica la presenza nel sangue di un antigene specifico, cioè di una sostanza in grado di stimolare la risposta immunitaria. Lo stato del paziente è Rh positivo se è presente l’antigene, ed Rh negativo se l’antigene non c’è. Quest’informazione è importante perché il gruppo sanguigno e il fattore Rh del donatore devono essere compatibili con quelli di chi riceve il sangue.

Il sangue viene inoltre controllato per escludere patologie trasmissibili attraverso di esso, come l’epatite, l’HIV e la sifilide. Se tutti gli esami sono negativi, il sangue viene distribuito agli ospedali e alle cliniche. Se invece uno di questi esami dà risultato positivo, il donatore riceve una comunicazione e il sangue viene scartato.

Dopo la donazione

Dopo aver donato il sangue si rimane per un po’ in osservazione, in una zona dove si può riposare e fare un leggero spuntino. Dopo 10-15 minuti si può uscire dall’ambulatorio. Dopo aver donato il sangue è consigliabile:

bere di più del solito per un giorno o due, evitare di fare sforzi e di sollevare pesi per le cinque ore successive, se si ha il capogiro, sdraiarsi e sollevare le gambe finché non ci si sente di nuovo bene, tenere la benda al braccio, senza bagnarla, per almeno 4-5 ore.

Se dopo aver tolto la benda il braccio sanguina, premere la zona in cui è stato inserito l’ago e tenere il braccio alzato per 3-5 minuti.

Se si forma un livido mettete il ghiaccio per 10-15 minuti alla volta nelle prime 24 ore, poi mettete sul livido un asciugamano caldo e umido a intervalli di 10, 15 minuti. Il livido può durare per circa 10 giorni.

Se il braccio fa male prendere un analgesico come il paracetamolo. Evitare l’aspirina o l’ibuprofene.

Contattate il vostro medico o l’ambulatorio dove avete fatto la donazione se:

continuate ad avere la nausea, la testa che gira o le vertigini dopo esservi riposati, aver mangiato e bevuto; quando togliete la benda notate una cicatrice in rilievo, il braccio continua a sanguinare o vi fa male il punto in cui è stato inserito l’ago; avvertite un dolore o un formicolio che dal braccio si irradia verso le dita; non vi sentite bene e avete i sintomi del raffreddore o dell’influenza, come febbre, mal di testa o mal di gola, entro quattro giorni dalla donazione. Il vostro sangue può trasmettere infezioni batteriche alla persona che lo riceve, quindi è importante comunicare al centro per le donazioni che vi siete ammalati in modo che il vostro sangue non sia usato.

Il sangue donato può essere destinato a un massimo di tre persone. I globuli rossi però hanno una scadenza di 42 giorni. Un donatore sano può donare ogni 56 giorni.

Pericoli

La donazione di sangue è una procedura sicura. Per ogni donatore vengono usati aghi nuovi, sterili e usa e getta, quindi non c’è rischio di contrarre infezioni trasmesse dal sangue.

Se siete un adulto sano, di norma potete donare circa mezzo litro di sangue (450 ml) senza mettere in pericolo la vostra salute. Nel giro di 24 ore dalla donazione l’organismo reintegra i liquidi persi e, nel giro di diverse settimane, reintegra anche i globuli rossi.

Domande frequenti L’ago mi farà male?

Sì, un po’, ma per pochi istanti. Provate a pizzicare la pelle dell’incavo del gomito: la sensazione è simile a quella che proverete quando sarà inserito l’ago.

Quanto dura la donazione?

Dal momento in cui si entra in ambulatorio a quello in cui si esce passa circa un’ora e 15 minuti. La donazione vera e propria di 450 ml di sangue intero dura da 8 a 10 minuti, tuttavia il tempo varia leggermente a causa di diversi fattori, tra cui lo stato di salute del donatore e il tempo di attesa in ambulatorio.

In quanto tempo si riforma il sangue che ho donato?

Il plasma si riforma nel giro di 24 ore. I globuli rossi vengono completamente reintegrati nel giro di 4-6 settimane ed è per questo che devono passare almeno 8 settimane tra due donazioni di sangue intero.

Perché mi vengono rivolte così tante domande personali quando vado a donare il sangue?

Le priorità delle associazioni dei donatori sono la sicurezza del sangue donato e dei donatori. Alcuni di essi potrebbero rischiare di trasmettere alcune malattie durante la donazione perché si sono esposti alle malattie durante i viaggi o altre attività, oppure potrebbero avere problemi durante la donazione per via del loro stato di salute. Il colloquio mira a stabilire se i pazienti possono ricevere in tutta sicurezza il sangue donato e se il donatore può farsi prelevare tranquillamente il sangue.

Con che frequenza posso donare il sangue?

Bisogna lasciar passare almeno otto settimane (56 giorni) tra due donazioni di sangue intero e 16 settimane (112 giorni) tra le donazioni di doppia unità di globuli rossi. L’aferesi delle piastrine può essere effettuata ogni 7 giorni fino a 24 volte all’anno. Le regole sono diverse per chi dona il sangue per se stesso (donazione autologa).

Che cos’è l’aferesi?

L’aferesi è il processo di raccolta delle piastrine o di altri componenti specifici del sangue (come i globuli rossi o il plasma) da un donatore. La parola aferesi deriva dal verbo greco che significa “eliminare, rimuovere”. Viene eseguita usando un dispositivo detto separatore cellulare. Il sangue viene prelevato dal donatore e le piastrine (o il componente del sangue che deve essere estratto) sono raccolte nel separatore cellulare, mentre gli altri componenti del sangue vengono restituiti al donatore durante la donazione. Le donazioni per aferesi durano da un’ora a due ore. Durante la donazione, ci si può rilassare o guardare un film.

Che cosa sono le piastrine e come vengono usate?

Le piastrine sono minuscole particelle incolori a forma di disco che circolano nel sangue e sono essenziali per farlo coagulare. Le piastrine sono fondamentali per la sopravvivenza di molti pazienti con problemi di coagulazione (anemia aplastica e leucemia), per chi ha un tumore e per chi si deve sottoporre a un trapianto o a un intervento chirurgico maggiore, come quello per l’impianto di un bypass cardiaco. Le piastrine sono deperibili, infatti possono essere conservate solo per cinque giorni dopo la donazione, quindi tenerne una scorta adeguata è una sfida continua per le strutture sanitarie.

Con quale frequenza posso donare le piastrine?

In un anno si possono fare al massimo 24 aferesi, a distanza di una settimana l’una dall’altra. Una singola aferesi può dare luogo a due o tre donazioni di piastrine (per pazienti adulti)!

Donare il sangue è sicuro?

La donazione di sangue è una procedura sicura. Il sangue viene prelevato da ogni donatore con un ago nuovo, sterile e monouso. Dopo la donazione la maggior parte dei donatori non ha alcun problema, ma in rari casi chi dona il sangue può avere il capogiro o le vertigini, avere mal di pancia, avere lividi o dolore nella zona in cui è stato inserito l’ago. In rarissimi casi il donatore può perdere conoscenza, avere lesioni ai nervi o lesioni alle arterie.

Rischio contrarre l’HIV quando dono il sangue?

No. Negli ambulatori per le donazioni vengono usate procedure sterili ed attrezzature usa e getta. Gli aghi vengono cioè usati una volta sola e poi gettati via. Non c’è il rischio di contrarre l’HIV o altre malattie virali quando si dona il sangue.

Quali esami del sangue mi vengono fatti per capire se il mio sangue è sicuro?

Il sangue donato viene sottoposto a questi esami:

Gruppo sanguigno ed RH. Anticorpi inattesi sui globuli rossi, generati durante le trasfusioni, le gravidanze o in altre situazioni. Antigene di superficie dell’epatite B, che indica che è in corso un’epatite o che il donatore è portatore del virus dell’epatite B. Anticorpi dell’antigene dell’epatite B, che indicano che è in corso l’epatite B o il donatore è stato colpito in passato dal virus. Anticorpi del virus dell’epatite C, che indicano che è in corso l’epatite C o il donatore è stato colpito in passato dal virus (che è la causa più frequente dell’epatite non A non B). Anticorpi del virus HTLV-I/II che indicano la presenza di un virus che potrebbe causare la leucemia a cellule T o patologie neurologiche. Anticorpi all’HIV-1/2, che indicano l’infezione da virus dell’immunodeficienza umana (HIV). Test dell’acido nucleico (NAT) per l’epatite C (HCV), l’epatite B (HBV) e l’HIV. Esame di screening per gli anticorpi della sifilide. NAT (Nucleic Acid Test) per il virus del Nilo occidentale (WNV, West Nile Virus). Test ELISA (saggio immunoassorbente legato a un enzima) per il Trypanosoma cruzi (malattia di Chagas).

Inoltre tutte le donazioni di piastrine per aferesi sono esaminate per escludere la contaminazione batterica.

È vero che posso fare gratuitamente il test per l’AIDS quando dono il sangue?

Non bisognerebbe donare il sangue solo per fare il test per l’AIDS gratuitamente. Usare la donazione di sangue per accedere al test può mettere a rischio il sangue donato e i pazienti che lo ricevono. Gli anticorpi anti-HIV possono impiegare diverse settimane per svilupparsi dopo l’infezione. Se l’infezione è recente, il risultato del test può essere negativo, ma il donatore può essere in grado di infettare il paziente che riceverà il suo sangue. Proprio per questo non dovete donare il sangue se siete a rischio per l’AIDS o per altre malattie infettive. Chi è a rischio per l’AIDS dovrebbe contattare l’ospedale e fare subito un test anonimo e gratuito.

Se dagli esami del sangue risulto sieropositivo, sarò informato?

Sì. I donatori positivi a una qualunque malattia infettiva sono informati e hanno l’opportunità di ricevere un supporto psicologico

Se gli esami sono positivi, come sarò contattato?

L’AVIS e le altre associazioni dei donatori di sangue trattano i risultati degli esami del sangue come informazioni private e confidenziali. Possono contattare il donatore per lettera oppure fissare un appuntamento, ma comunque non comunicano i risultati degli esami a persone diverse dal donatore, a meno che siano obbligati a farlo per legge. Le associazioni dei donatori hanno un elenco confidenziale di persone che potrebbero essere a rischio di diffondere malattie tramite trasfusione.

Che cosa succede se dono il sangue e poi mi rendo conto che sono stato esposto all’HIV o a un’altra malattia?

Se si dona il sangue e poi ci si rende conto che la donazione potrebbe non essere sicura, bisogna contattare il prima possibile il numero che è stato comunicato al momento della donazione.

Dove va a finire il sangue che ho donato?

Il sangue viene consegnato in laboratorio, dove vengono separate le diverse componenti (globuli rossi, plasma, piastrine e/o crioprecipitato). Una singola donazione di sangue può aiutare fino a tre persone.

I donatori ricevono un compenso?

No, i donatori sono volontari. Tutto il sangue donato deve provenire da donatori volontari.

I gruppi sanguigni variano a seconda del gruppo etnico?

Sì, ad esempio il 57 per cento dei latinoamericani ha il gruppo sanguigno 0, quello più richiesto perché può essere donato a chiunque. Tra gli afroamericani la percentuale di persone col gruppo 0 scende al 51 per cento, ed è solo del 45 per cento tra i bianchi di razza caucasica. Alcuni gruppi etnici, però, diventano sempre più numerosi, e parallelamente aumenta la necessità di sangue di tipo 0. È fondamentale che sempre più donatori latinoamericani ed afroamericani donino il sangue regolarmente per poter venire incontro alle esigenze di tutti i pazienti.

Posso donare il sangue per me stesso?

La donazione è detta autologa quando si dona il sangue per se stessi prima di un intervento chirurgico o di una procedura medica programmata. Per la donazione autologa è necessaria la prescrizione del medico. Contattate il medico per scoprire se potete ricorrere alla donazione autologa.

Che cos’è il danno polmonare acuto (TRALI)?

Il danno polmonare acuto connesso alla trasfusione (TRALI) è una grave complicazione della trasfusione: si pensa che nella maggior parte dei casi sia causata dagli anticorpi dei globuli bianchi presenti nel plasma degli emoderivati. Quando vengono trasfusi, questi anticorpi in alcuni casi attivano i granulociti (un tipo di globuli bianchi) che fanno penetrare il plasma nei polmoni causando un accumulo di liquidi (edema polmonare acuto).

Tra i donatori più a rischio di avere questi anticorpi troviamo le donne che hanno avuto una gravidanza e le persone che hanno ricevuto una trasfusione o un trapianto. Attualmente non esistono esami in grado di prevenire il TRALI, e nemmeno interventi risolutivi in grado di scongiurarne il rischio; tuttavia si osservano alcune precauzioni per diminuire il rischio nei prodotti che contengono quantità elevate di plasma.

Esiste il sangue artificiale?

No, attualmente non ci sono prodotti artificiali in grado di sostituire il sangue, tuttavia sono in corso molte ricerche per capire quali potrebbero essere le alternative alle trasfusioni. Le varie associazioni che si occupano di donazioni finanziano attivamente la ricerca sui sostituti del sangue umano e lavorano in sinergia con altre organizzazioni per sviluppare nuove alternative alle trasfusioni.

Fonte Principale:

Mayo Clinic Croce Rossa (EN)

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Trasfusioni di sangue: procedimento e rischiTrapianto di midollo e staminali: rischi e proceduraFattore Rh negativo o positivo in gravidanza?Trapianto di fegato: indicazioni, intervento, rigettoRadioterapia ed effetti collaterali dopo la terapiaEpatite B: vaccino, sintomi, cause, prevenzione

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14/10/2013 09:25 Condividi

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Tumore a laringe, faringe e bocca: prevenzione e alimentazione

Posted: 13 Oct 2013 11:38 PM PDT

Introduzione

La percentuale di casi dei tumori a bocca e faringe si è abbassata nel tempo, il picco massimo si è avuto tra il 1950 e il 1980, mentre i tumori della laringe sono in numero stabile o lievemente in calo dal 1970.

L’incidenza del cancro alla bocca è di 20-40 casi su 100.000 persone in Asia centrale, Europa, Oceania e regioni sudafricane, mentre risultano meno di 3 casi su 100.000 persone in Centro America, Estremo Oriente e Africa nord-occidentale.

Il cancro alla faringe segue un andamento simile a quello della bocca, tranne che per la diffusione nel sud del continente africano e nell’Europa occidentale, che è di 10 casi su 100.000 persone, fino a meno di 1 su 100.000 in Nordafrica.

Il cancro alla laringe raggiunge i 10 casi su 100.000 persone in Sud America, in Asia e nell’Europa occidentale, mentre arriva a 1 caso su 100.000 in Africa.

Gli uomini soffrono di queste patologie tre volte più delle donne, inoltre l’età oltre i 50 anni è un fattore importante nello sviluppo della malattia.

La sopravvivenza risente del fatto che oltre il 60% delle persone colpite da questi tumori non cominciano le cure se non a stadi molto avanzati, in questi casi la speranza di vita è molto bassa. In USA il 60% delle persone arriva a una sopravvivenza di 5 anni, il 50% in Gran Bretagna.

Incidenza dell’alimentazione Verdure non amidacee

Le verdure non amidacee sono quelle verdure che hanno un contenuto di amido trascurabile o nullo, vengono quindi esclusi i cereali, i legumi, le patate e tutti gli altri prodotti amidacei.

Esistono molti studi che mettono in evidenza la correlazione e un ipotetico meccanismo d’azione dose-dipendente: le verdure non amidacee probabilmente proteggono dal cancro alla bocca, alla faringe e alla laringe.

Frutta

Esistono molti studi che mettono in evidenza la correlazione e un ipotetico meccanismo d’azione dose-dipendente: la frutta probabilmente protegge dal cancro alla bocca, alla faringe e alla laringe.

Cibi contenenti carotenoidi

I carotenoidi sono composti di origine vegetale, tipicamente danno un colore giallo, arancione o rosso all’alimento (ne sono particolarmente ricchi la zucca, la carota, l’anguria, il peperone, il pomodoro, l’albicocca ed il melone).

Esistono molti studi che mettono in evidenza la correlazione e un ipotetico meccanismo d’azione dose-dipendente: i cibi contenenti carotenoidi probabilmente proteggono dal cancro alla bocca, alla faringe e alla laringe.

Maté

Il Maté è un infuso di erbe originario dell’oriente, viene consumato caldo.

Gli studi sono pochi e non concordanti, è ragionevole dire che è solo possibile che il Maté sia causa di cancro alla bocca, alla faringe e alla laringe.

Bevande alcoliche

Gli studi sono numerosi e molto ampi, le prove sono concordanti, l’alcol è una causa certa di cancro alla bocca, alla faringe e alla laringe. Inoltre, il fumo e l’alcol contemporanei amplificano questo effetto e il rischio aumenta in maniera più che additiva.

Altri alimenti

Per altri tipi di alimenti non è possibile stabilire una correlazione chiara tra questo tipo di tumori e il loro consumo.

Conclusioni L’alcol è una causa certa di questo tipo di tumori, il Maté è un fattore possibile di aumento del rischio, mentre il consumo di alimenti vegetali ne riduce la possibilità di insorgenza.

Questo articolo è tratto dal capitolo 7.1 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

Prevenzione dei tumori e dieta: frutta, verdura e legumiPrevenzione dei tumori e dieta: cereali e tuberiPrevenzione dei tumori: carne, pesce e uovaPrevenzione dei tumoriLe proprietà antitumorali dell’olio di olivaDieta per i calcoli biliari (alla coleciste)

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07/10/2013 09:11 Condividi

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Prevenzione dei tumori e dieta: alimentazione ed abitudini

Posted: 06 Oct 2013 11:04 PM PDT

Modelli alimentari tradizionali e industriali Dieta mediterranea Dieta asiatica Alimentazione basata sulle piante Occidentale Modelli alimentari culturali Diete vegetariane e vegane Modelli religiosi Approccio salutistico Altri tipi di modelli Frequenza dei pasti Allattamento al seno Conclusioni

L’alimentazione umana è molto varia: esistono molti tipi di modelli alimentari dati dalla geografia del posto (nelle zone costiere e nell’area mediterranea, ad esempio, si mangia più pesce che nell’entroterra), dalle credenze religiose, dalle usanze, dalle convinzioni etiche. L’alimentazione fa parte della cultura di un dato popolo o di una persona ed è molto più che il semplice sfamarsi o raccogliere i nutrienti necessari, è un’espressione di personalità e di appartenenza a un certo gruppo sociale.

La globalizzazione e l’industrializzazione alimentare hanno fatto sì che le varie usanze si diffondessero e mutassero in breve tempo. Molto spesso si preferisce comprare un piatto pronto simile a quello della tradizione piuttosto che farlo con gli ingredienti che richiederebbe; inoltre allo stesso tempo abbiamo a disposizione molti ingredienti prima sconosciuti, molte spezie orientali ora sono di facile reperimento, molti piatti esotici si trovano al supermercato. In questo capitolo si andranno a esaminare i modelli alimentari e la loro possibilità di causare o prevenire il cancro, sarà inoltre esaminato anche l’allattamento al seno.

Modelli alimentari tradizionali e industriali Dieta mediterranea

La dieta mediterranea è il modello alimentare tradizionalmente seguito dalle popolazioni del bacino del Mar Mediterraneo, basata sul consumo di

cereali, frutta, verdura, pesce, frutta secca, olio d’oliva, vino.

Vengono usate spezie ed erbe per dare sapore ai piatti, la carne è consumata in maniera limitata o in combinazione con altri piatti in porzioni piccole, il caffè è consumato spesso, mentre i dolci non sono frequenti.

Nella seconda metà del secolo scorso l’attenzione si è spostata su questa dieta perché i dati mostrano che le popolazioni che la seguono hanno una percentuale di malattie coronariche minori: le spiegazioni proposte riguardano il consumo di fibre, di alimenti freschi, vegetali e pesce, un leggero consumo di vino e un apporto scarso di grassi saturi. Purtroppo, la dieta mediterranea è sempre meno seguita anche dalle popolazioni in cui è nata, a causa della globalizzazione e della diffusione delle diete “occidentali”.

Incidenza sullo sviluppo del cancro

La dieta mediterranea è associata a una evidente diminuzione del rischio di tumore, soprattutto se si parla di donne, in particolare per il cancro al colon-retto. I dati non sono così evidenti per gli uomini.

Dieta asiatica

Le cucine asiatiche sono molto diverse tra loro, ma hanno qualcosa in comune soprattutto in determinati paesi come il Vietnam, lo Sri Lanka, l’India, la Cambogia, la Cina e la Corea. Il cereale principale è il riso, che spesso accompagna il pesce. Le verdure, la frutta e il pesce sono consumati più nelle aree ricche, in quelle povere spesso mancano.

Cina e India hanno cucine molto diverse ma sono per la maggior parte basate sui vegetali, anche qui con un largo uso di spezie. Come nella dieta mediterranea, il consumo di carne è riservato alle occasioni speciali. Le regioni oceaniche (Giappone e zone costiere) hanno un’alimentazione basata sul pesce e sulla conservazione sotto sale. In generale in Asia il consumo di grassi è basso. Come la dieta mediterranea, anche l’alimentazione tradizionale asiatica è associata a un basso tasso di obesità, diabete, alcuni tipi di cancro e problemi cardiometabolici, purtroppo però l’elevata quantità di sale fa aumentare il rischio di ipertensione e ictus.

L’alimentazione tradizionale rimane la norma nelle aree rurali, ma anche qui si sta diffondendo l’alimentazione “occidentale” globalizzata.

Incidenza sullo sviluppo del cancro

Uno studio sulla popolazione giapponese associa la dieta asiatica tradizionale al cancro allo stomaco, sia nei confronti degli uomini sia delle donne. Lo stesso studio riporta un’associazione anche con il cancro al colon-retto nelle donne, ma non negli uomini.

Alimentazione basata sulle piante

È un’alimentazione basata sui cibi vegetali, anche se non esclusivamente su di essi. Gli ingredienti giornalieri riguardano

cereali, legumi, verdure, frutta, frutta secca, grassi vegetali, spezie e aromi.

Tutti gli alimenti di origine animale sono consumati raramente, anche gli alcolici sono consumati nelle occasioni speciali. Le stime ci dicono che la dieta di circa quattro miliardi di persone al mondo è di questo tipo: ad esempio la dieta mediterranea e la dieta asiatica tradizionali sono basate sulle piante, ma la maggior parte delle persone che segue questo tipo di alimentazione lo fa per motivi economici: gli alimenti animali sono più costosi e non tutti possono accedervi. Questa alimentazione è tipicamente povera di energia, anche se non è sempre così; anche i livelli di nutrienti (vitamine, minerali, proteine…) cambiano a seconda della declinazione specifica della dieta. Sta cominciando ad avere un successo diffuso in quanto questa alimentazione è stata associata alla diminuzione di vari tipi di malattie.

Occidentale

È una dieta generata principalmente dall’influenza dell’industria alimentare, è diffusa soprattutto nei paesi anglofoni e nell’ovest europeo. È caratterizzata da un’alta densità calorica e un consumo elevato di cibi lavorati. È ricca di

carne, latte, formaggi, grassi saturi, dolci, prodotti lavorati e confezionati e l’uso di alcolici è elevato.

La diffusione di questo modello alimentare sta diventando sempre più rapida. Questo modello alimentare è riconosciuto come una causa di obesità, diabete, ipertensione e patologie correlate, compresi alcuni tipi di cancro.

Incidenza sullo sviluppo del cancro

Uno studio chiamato Healt Professional Follow-Up Study non ha trovato nessuna associazione tra la dieta occidentale e il cancro alla prostata. Allo stesso tempo, però, uno studio canadese associa il consumo di prodotti lavorati (affettati, salumi, carni rosse, prodotti raffinati) a un aumento di questo tipo di tumore.

Per quanto riguarda il tumore al seno i risultati sono discordanti. Alcuni studi mostrano un aumento del rischio, soprattutto se con consumo abituale di alcolici, mentre altri falliscono nel dimostrare questo collegamento.

Un ampio studio americano distingue una dieta occidentale come già l’abbiamo definita e una dieta occidentale prudente, in cui vengono inseriti molti cibi integrali, frutta, verdura, pollame e pesce. In questo studio nessuno di questi due stili di vita è associato al cancro al seno, anche se il primo lo è se le donne sono fumatrici.

Esistono alcuni studi che collegano il modello alimentare occidentale con il cancro allo stomaco e, nel caso di consumo abituale di alcol, anche con il cancro all’esofago. I dati dei vari studi tuttavia non sono concordanti, non tutti gli studi infatti riescono a dimostrare questa correlazione.

Uno studio svedese identifica la dieta occidentale con consumo frequente di alcol come causa del cancro al rene.

Riguardo il cancro al colon-retto, uno studio che distingue tra una dieta prudente e una classica mostra come ci sia un rischio ridotto nella prima e un rischio aumentato nella seconda. Lo studio EPIC mostra una correlazione tra lo sviluppo di questo cancro e la dieta occidentale, sia che si faccia uso di alcol, sia che se ne faccia a meno; anche uno studio facente parte del progetto DIETSCAN mostra come il consumo di carne di maiale processata sia associato all’aumento del rischio negli uomini e nelle donne.

Alcuni studi mostrano come una dieta occidentale in cui sono presenti prodotti integrali sia collegata a una diminuzione del rischio di cancro alla tiroide.

Una dieta ricca di dolci e carne rossa sembra essere associata a un aumento di rischio di cancro al rene.

Per quanto riguarda bocca, faringe e laringe, uno studio uruguaiano mostra come il consumo di carne rossa bollita insieme a verdure cotte, patate o patate dolci aumenti il rischio di cancro, anche se si ha un effetto opposto con il consumo di frutta e verdura crudi e prodotti integrali.

Non sembrano esserci collegamenti con il cancro al pancreas.

Modelli alimentari culturali

Anche se la distinzione è in qualche modo arbitraria, è possibile definire le influenze culturali sull’alimentazione: esistono infatti alcuni tipi di modelli alimentari diffusi come credenze religiose ed etiche.

Diete vegetariane e vegane

Le diete basate sulle piante non sono per forza vegetariane, d’altro canto però una dieta vegetariana è indubbiamente una dieta basata sulle piante.

Normalmente i vegetariani sono preoccupati delle implicazioni etiche ed ecologiche del proprio stile alimentare tanto quanto lo sono per la propria salute. In genere il vegetariano evita i prodotti derivati dalla carne, anche se occasionalmente o inavvertitamente, può consumarne.

I latto-ovo vegetariani consumano latte, formaggi e uova in aggiunta agli alimenti derivati dai vegetali, i vegani invece non consumano nessun tipo di alimento derivante da animali, sebbene ci siano diversi gradazioni di privazione. Molte religioni incoraggiano questo tipo di alimentazione, come l’induismo o il gianesimo.

Questo tipo di alimentazione è stato associato spesso a un basso tasso di mortalità per varie cause, ma c’è anche da dire che la maggior parte delle persone vegetariane godono di una posizione socioeconomica elevata e di norma non consumano abitualmente alcol e tabacco.

Incidenza sullo sviluppo del cancro

Un unico studio mostra come l’alimentazione vegetariana sia collegata a un aumento di cancro al seno nelle donne, ma non c’è una sufficiente distinzione per i fattori confondenti (fumo, alcol, condizioni generali di salute…). In generale l’alimentazione vegetariana è ritenuta un fattore protettivo per molti tumori, come cancro al colon-retto, cancro alla prostata e anche lo stesso cancro al seno, questo perché oltre al basso consumo di carne abbiamo un’abbondante consumo di alimenti vegetali, riconosciuti come protettivi per questo tipo di malattia.

Modelli religiosi

Gli Avventisti del Settimo Giorno sono un gruppo di Cristiani che seguono una dieta povera di carne e prodotti carnei come parte della dottrina: circa la metà sono latto-ovo vegetariani, molti evitano tè, caffè e spezie e il fumo è proibito. Per queste caratteristiche c’è stato un certo interesse del mondo scientifico: il tasso di malattie croniche è più basso, ciò è attribuito al loro modo salutistico di vivere. Molte religioni proibiscono alcuni cibi: l’ebraismo proibisce il maiale, l’islamismo il maiale e l’alcol, l’induismo il manzo.

Incidenza sullo sviluppo del cancro

Esiste un certo numero di studi su questa popolazione degli Avventisti del Settimo Giorno. Riguardo al cancro esofageo, al cancro al rene, al cancro al seno e al cancro alla prostata, gli studi non mostrano alcuna correlazione evidente tra questo stile di vita e il rischio di contrarre la malattia, anche se i dati sarebbero indirizzati verso la riduzione del rischio. Per quanto riguarda il cancro allo stomaco c’è una buona evidenza che il rischio sia ridotto, ma gli studi sono in numero insufficiente per dare una risposta conclusiva.

Approccio salutistico

Le persone che sono a conoscenza del legame tra alimentazione e malattie potrebbero voler seguire un approccio salutistico. Questo tipo di approccio è pubblicizzato in molti media, dalla tv alle riviste, passando per radio e quotidiani. Questo però porta ad avere un certo numero di declinazioni dell’approccio salutistico, principalmente orientato al perdere peso, anche dove, effettivamente, non ce ne sarebbe bisogno.

Altri tipi di modelli Frequenza dei pasti

A seconda della popolazione esaminata, possiamo trovare abitudini molto diverse: alcuni mangiano una volta al giorno, altri due solamente. Negli ambienti urbani la condizione più comune è quella di trovare persone che mangiano tre volte al giorno, ma la globalizzazione e la diffusione di cibi industriali porta ad aumentare anche il numero di pasti con spuntini più o meno numerosi.

Incidenza sullo sviluppo del cancro

Gli studi sono per la maggior parte concordi e statisticamente significativi, il rischio di cancro allo stomaco aumenta quando l’intervallo tra i pasti è irregolare, anche se non è ben definita l’irregolarità, che potrebbe essere il saltare i pasti o cibarsi di soli snack. Inoltre l’insorgenza della malattia è distante anni dall’inizio delle abitudini scorrette.

Alcuni studi mostrano un aumento di rischio per il cancro al colon-retto quando aumenta il numero dei pasti, anche se anche questi dati sono tutt’altro che chiari, perché i fattori di confusione non sono stati ben isolati.

A causa delle difficoltà nell’isolare bene i comportamenti e i fattori di confusione, quindi, non è possibile stabilire un nesso causale certo.

Allattamento al seno

È l’alimentazione tipica dei neonati, ed è l’unico tipo di alimentazione salutare basata su un singolo alimento.

Incidenza sullo sviluppo del cancro

Non c’è evidenza che l’allattamento al seno sia collegato allo sviluppo di cancro nella vita adulta.

L’allattamento al seno sembra invece essere un fattore protettivo convincente, ovvero è praticamente certo che protegga dal tumore al seno, mentre è solo possibile che protegga da quello alle ovaie.

Conclusioni

Non è possibile stabilire in maniera certa e indiscutibile un nesso tra insorgenza di cancro e un qualsiasi tipo di alimentazione.

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.11 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Altri alimenti Cereali e i tuberi Verdura, legumi e frutta Carne, pollame, pesce e uova Latte e prodotti caseari Grassi, oli, zucchero e sale Bevande non alcoliche Bevande alcoliche Produzione, conservazione, preparazione ed elaborazione del cibo Nutrienti e supplementi Diete e modelli alimentari

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
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Prevenzione dei tumori e dieta: cereali e tuberiPrevenzione dei tumori e dieta: frutta, verdura e legumiPrevenzione dei tumoriLe proprietà antitumorali dell’olio di olivaColesterolo e/o trigliceridi alti: che dieta seguire?Colesterolo alto: la dieta nel dettaglio

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30/09/2013 09:12 Condividi

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Prevenzione dei tumori e dieta: nutrienti e vitamine

Posted: 29 Sep 2013 11:09 PM PDT

Gli alimenti sono composti da molte molecole utili al nostro organismo, i nutrienti.

I macronutrienti e i micronutrienti potrebbero essere implicati nello sviluppo di alcuni tumori, perciò questo articolo si concentrerà specificatamente sulla loro influenza, soprattutto come supplementi, sullo sviluppo di cancro, sia come promozione sia come prevenzione.

Macronutrienti Carboidrati Grassi Proteine Incidenza sullo sviluppo del cancro Micronutrienti Vitamine Minerali Elementi fitochimici Supplementi Incidenza sullo sviluppo del cancro Conclusioni Macronutrienti

I macronutrienti vanno assunti in quantità dell’ordine delle decine o delle centinaia di grammi al giorno e sono rappresentati da

carboidrati, grassi, proteine.

Questi macronutrienti sono i responsabili del quantitativo calorico del cibo che mangiamo.

Carboidrati

I carboidrati, o zuccheri, sono classificati come monosaccaridi, oligosaccaridi o polisaccaridi, a seconda della loro composizione chimica: un monosaccaride è una molecola di zucchero semplice, quando poche molecole di zucchero si legano tra loro si chiamano oligosaccaridi, se si aggregano in numero maggiore si chiamano polisaccaridi. Tutti gli zuccheri apportano circa 4 kcal per grammo. Molte fibre sono costituite da zuccheri non digeribili.

Le fonti principali di zuccheri sono gli alimenti vegetali:

cereali, legumi, tuberi, frutta, verdura. Grassi

Il tipo di grassi più comune è rappresentato dai trigliceridi, tre catene di acidi grassi legati a uno scheletro di glicerolo.

Le fonti alimentari possono essere solide o liquide (oli) a seconda del tipo di acido grasso che forma il trigliceride.

Un tipo di acidi grassi, quelli definiti come acidi grassi saturi, rende solido il prodotto che mangiamo (il burro è ricco di acidi grassi saturi) e un abuso porta ad aumentare il rischio cardiometabolico.

Le fonti di grassi sono molto varie: essi sono presenti, anche se in qualità diversa, negli alimenti vegetali e animali, nei legumi, nelle noci, negli oli, nel burro, nello strutto, nelle carni di animali terrestri e marini, in alcuni frutti. Ogni grammo di grassi apporta circa 9 kcal.

Proteine

Le proteine sono macromolecole formate da catene di aminoacidi. Le fonti alimentari sono molto varie, in pratica sono presenti in quasi tutti gli alimenti, anche se cambiano in funzione dell’alimento per quantità e qualità. Ogni grammo di proteine apporta circa 4 kcal.

Incidenza sullo sviluppo del cancro

Non ci sono evidenze che i macronutrienti di per sé influiscano sullo sviluppo tumorale. Per gli alimenti contenenti queste molecole si può fare riferimento agli articoli precedenti.

Micronutrienti

I micronutrenti sono quelle molecole che vanno assunte in quantità minori rispetto ai macronutrienti, il quantitativo va dall’ordine dei milligrammi a quello dei microgrammi, ma rimangono componenti essenziali della dieta.

Vitamine

Le vitamine sono composti organici necessari al funzionamento corretto del nostro corpo, una loro carenza può spesso portare a condizioni patologiche anche gravi, d’altronde a volte anche un loro eccesso risulta pericoloso.

Le vitamina A (retinolo), D, E e K sono dette liposolubili, vengono accumulate nel grasso e nel fegato e l’assunzione di cibi grassi ne aiuta l’assimilazione. Le fonti possono essere sia animali sia vegetali, il fatto che possano essere accumulate fa di loro dei fattori di potenziale tossicità.

Le vitamine del gruppo B e la vitamina C sono idrosolubili, non vengono quindi accumulate (tranne la B12, la cui riserva si trova nel fegato). Sono vitamine sensibili alla luce e al calore, quindi è possibile che la cottura o una conservazione sbagliata del cibo possa danneggiarle.

Minerali

I minerali sono sostanze inorganiche che hanno funzioni varie nel nostro organismo: possono essere parte essenziale di enzimi o far parte di meccanismi fisiologici delle cellule, oppure far parte della struttura portante dell’organismo (le ossa sono formate da minerali).

All’interno di questo gruppo troviamo gli “elementi in traccia”, ovvero quei minerali che vanno assunti in quantità estremamente basse ma che allo stesso tempo sono essenziali per il corretto funzionamento dell’organismo, come il cobalto, il selenio e lo iodio.

Elementi fitochimici

Sono molecole di origine vegetale non essenziali, quindi non si può andare in carenza, ma utili a migliorare lo stato di salute. Tra questi troviamo molti composti antiossidanti, anticancerogeni, antinfiammatori, antimicrobici: flavonoidi, terpeni, saponine e altri.

Supplementi

I supplementi sono sostanze aggiunte ai cibi in modo artificiale; riguardano vitamine, minerali, sostanze bioattive, ma anche parti di macronutrienti come le fibre. Inoltre possono essere venduti come integratori (classificati come cibo, anche se a volte hanno attività farmacologica) che hanno un’attività potenzialmente importante sulla salute.

Incidenza sullo sviluppo del cancro

Gli studi riguardano solo i supplementi di beta-carotene, un precursore della vitamina A e la vitamina stessa (retinolo).

Retinolo (vitamina A) Pelle: gli studi sono pochi e i dati sono raccolti su persone a rischio di sviluppare cancro alla pelle, perciò è ragionevole dire che è solo possibile che la supplementazione con retinolo protegga da questo tipo di tumore. Polmoni: per quanto riguarda questo tumore, la maggior parte degli studi si concentra sull’assunzione di vitamina A nei fumatori. I dati però sono pochi e discordanti tra loro, è ragionevole quindi dire che è solo possibile che alte dosi di retinolo possano causare cancro ai polmoni nei fumatori. Beta-carotene (precursone vitamina A) Polmoni: esistono molte prove convincenti e concordi che dimostrano che c’è una associazione tra fumo, genetica e beta-carotene. È dimostrato che la supplementazione di beta-carotene aumenta il rischio di cancro ai polmoni nei fumatori. Prostata: gli studi sono molti e molto accurati, purtroppo falliscono nel dimostrare una correlazione protettiva tra il beta-carotene e il cancro alla prostata: non c’è prova che una supplementazione porti a un qualche tipo di protezione. Allo stesso tempo, non ci sono abbastanza prove per dire che sia un fattore di rischio. Pelle: i dati sono molti e accurati, ma falliscono nel dimostrare una correlazione qualunque tra consumo di beta-carotene e cancro della pelle. Alfa-tocoferolo (vitamina E)

Gli studi sono pochi, è quindi ragionevole dire che è solo possibile che l’alfa-tocoferolo protegga contro il cancro alla prostata nei fumatori.

Calcio

Gli studi sono molti e sono sostanzialmente concordi. È probabile che la supplementazione di calcio risulti protettiva riguardo al cancro al colon-retto.

Selenio Prostata: gli studi sono numerosi e i dati sono per lo più concordi. È probabile che la supplementazione di selenio protegga dal cancro alla prostata. Polmoni: i dati sono pochi, è quindi ragionevole dire che è solo possibile che la supplementazione di selenio protegga dal cancro ai polmoni. Pelle: i dati sono pochi e non concordi, è quindi ragionevole dire che è solo possibile che la supplementazione di selenio sia una causa di cancro alla pelle. Colon-retto: i dati sono pochi, è quindi ragionevole dire che è solo possibile che la supplementazione di selenio protegga dal cancro al colon-retto.

Il meccanismo per cui il selenio potrebbe proteggere contro alcuni tipi di cancro è probabilmente basato sulla sintesi delle seleno-proteine, ovvero proteine contenenti selenio nella loro struttura, molte delle quali hanno un’azione antiossidante e protettiva contro i danni ossidativi al DNA. La mancanza di selenio potrebbe portare a un malfunzionamento di queste proteine, causando quindi un aumento della probabilità di danno al materiale genetico.

Conclusioni Il beta-carotene è implicato nello sviluppo di cancro ai polmoni nei fumatori, il calcio potrebbe proteggere dal cancro al colon-retto, il selenio probabilmente protegge contro il cancro alla prostata.

Altri tipi di supplementazione hanno implicazioni solo possibili o, addirittura, nessuna implicazione nello sviluppo o nella prevenzione dei vari tipi di tumore.

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.10 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Altri alimenti Cereali e i tuberi Verdura, legumi e frutta Carne, pollame, pesce e uova Latte e prodotti caseari Grassi, oli, zucchero e sale Bevande non alcoliche Bevande alcoliche Produzione, conservazione, preparazione ed elaborazione del cibo Nutrienti e supplementi (30 settembre 2013)

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
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23/09/2013 09:14 Condividi

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Prevenzione dei tumori e dieta: trattamento dei cibi

Posted: 22 Sep 2013 11:12 PM PDT

Alcuni studi precedenti hanno messo in evidenza che certi modi di preparazione possono avere influenza sul potere cancerogeno degli alimenti, così come il modo di conservazione che può favorire contaminazioni o deperimenti pericolosi. In particolare, qui si prenderanno in considerazione gli studi di laboratorio: spesso mancano i dati epidemiologici, quando invece sono presenti sono già stati trattati, come ad esempio nella contaminazione con aflatossine.

Produzione Pesticidi ed erbicidi Farmaci a uso veterinario Modificazioni genetiche Conclusioni Conservazione Essiccamento Fermentazione Inscatolamento e imbottigliamento Pastorizzazione Conservazione chimica Radiazioni Conclusioni Preparazione Additivi Imballaggi Conclusioni Elaborazione Cucina industriale Cottura al vapore, bollitura e stufatura Cottura al forno e arrosto Cottura al microonde Frittura e cottura alla griglia Conclusioni Conclusioni generali Produzione

La produzione di cibo industriale prevede l’uso di tecniche diverse, alcuni esempi possono essere i pesticidi nei campi, i farmaci a uso veterinario o le modifiche genetiche.

Pesticidi ed erbicidi

I pesticidi si sono evoluti nel tempo, quelli più recenti (organofosfati e carbammati) non hanno mostrato azione cancerogena e rimangono per meno tempo nel terreno.

Esiste comunque un limite massimo di residui accettabile nel cibo, ed è regolato a livello internazionale, inoltre l’uso di molti composti (composti organoclorati, furani, diossine e bifenili policlorinati) sarà vietato dal 2025, grazie agli accordi della Convenzione di Stoccolma del 2004.

In ogni caso, dei residui possono, al giorno d’oggi, essere presenti nel cibo, e alcuni di essi possono avere la capacità di accumularsi nel tessuto adiposo, andando a formare un potenziale rischio nel tempo. Nonostante non ci siano dati epidemiologici a supporto del collegamento di questi composti e lo sviluppo di cancro, il comportamento prudente è sempre da preferire, soprattutto in caso di donne in gravidanza.

Farmaci a uso veterinario

A differenza degli allevamenti biologici, gli allevamenti intensivi fanno largo uso di farmaci, soprattutto antibiotici. Questo fatto è causato soprattutto dalla vicinanza degli animali l’uno con l’altro: spazi ristretti favoriscono il diffondersi di malattie e aumentano lo stress dell’animale indebolendone il sistema immunitario. Inoltre è possibile che vengano usati anche prodotti per promuovere la crescita dell’animale.

Nella maggior parte dei casi, comunque, i residui nel cibo sono sotto il livello massimo e se un farmaco si è dimostrato cancerogeno viene ritirato per l’uso in allevamento. Gli ormoni della crescita sono utilizzati in USA, ma l’UE li ha vietati: molti ormoni possono avere un effetto cancerogeno.

Modificazioni genetiche

Gli incroci tra piante sono sempre esistiti e questo ha portato a selezionare varietà più affini alle nostre esigenze. Attualmente esistono tecniche più avanzate per la modificazione genetica degli alimenti vegetali, che possono portare a coltivazioni più resistenti o più nutrienti. Non solo si può inserire un gene estraneo in una pianta, ma si può pensare di disattivarne uno esistente: ad esempio è stato fatto con i pomodori che, attualmente, una volta maturati non si ammorbidiscono più. Non esistono studi definitivi sul rischio di cancro dato da questo tipo di interventi, è quindi impossibile dare un giudizio.

Conclusioni

Solo poche evidenze supportano l’idea che il tipo di produzione possa avere a che fare con lo sviluppo di cancro.

Conservazione

Esistono molti modi di conservare il cibo:

essiccamento, salagione, affumicatura, fermentazione,

ma anche

inscatolamento, imbottigliamento, refrigerazione, trattamenti con calore e radiazioni.

Alcuni di questi metodi sono già stati esaminati precedentemente in altri capitoli, ci occuperemo quindi di quelli rimanenti.

Essiccamento

Spesso è una parte di un altro tipo di conservazione (ad esempio la salagione prevede una fase di essiccamento), ma è una tecnica usata da sempre, da quando l’essere umano ha cominciato a conservare i cibi. Non ci sono evidenze a riguardo.

Fermentazione

Un altro modo molto antico di conservare il cibo, probabilmente scoperto per errore a causa di una contaminazione accidentale di batteri o lieviti. La caratteristica principale è che cambia il gusto, la consistenza e le capacità nutritive del cibo. Ad esempio con la fermentazione il latte diventa yogurt, l’orzo diventa birra e l’uva diventa vino. Non ci sono evidenze a riguardo.

Inscatolamento e imbottigliamento

Per questi processi ci si rivolge spesso anche alla cottura dell’alimento da conservare, e può riguardare legumi, frutti, verdure, carni e altri tipi di cibi. Non ci sono evidenze a riguardo.

Pastorizzazione

È un processo che riguarda i liquidi, come il latte o i succhi di frutta e previene il moltiplicarsi di batteri patogeni. Consiste in un rapido aumento di temperatura seguito da un rapido abbassamento della stessa. Non ci sono evidenze a riguardo.

Conservazione chimica

Gli additivi conservano i cibi impedendo la proliferazione microbica e il deperimento. Possono essere antimicrobici, antiossidanti o inibitori enzimatici. I composti più utilizzati sono il benzoato, i sulfiti e i nitriti. Per ogni tipo di additivo c’è un limite massimo definito per legge.

Radiazioni

All’inizio del XX secolo le radiazioni sono state usate per la conservazione degli alimenti, ma alcuni studi hanno evidenziato come fosse possibile trovare molecole cancerogene nei cibi irradiati, e solo in essi.

Conclusioni

La conservazione dei cibi è pensata per mantenere tutte le caratteristiche del cibo e aumentarne la sicurezza. Non ci sono però abbastanza dati per definire una sicurezza sui metodi di conservazione riguardo allo sviluppo di cancro.

Preparazione

Per preparazione si intende l’intervento sul cibo diverso dalla conservazione e dall’elaborazione (il modo di cucinare), che sarà evidenziato sotto.

Additivi Flavours: conferiscono al cibo una combinazione di odori e sapori tipici. Gli alchenilbenzeni sono un tipo di composti, a volte utilizzati, cancerogeni nelle cavie a dosi molto più alte rispetto a quelle normalmente assunte dall’essere umano. Coloranti: sono circa 50 i coloranti permessi per il cibo. Quelli usati attualmente sono regolati a livello internazionale e non sono considerati cancerogeni. Solventi: i solventi permessi sono circa 20. Alcuni utilizzati per il caffè decaffeinato sono considerati potenzialmente cancerogeni, anche se ormai il loro utilizzo è molto scarso. Imballaggi

L’imballaggio è un procedimento chiave per la salubrità dell’alimento, perchè il contatto con le pareti può essere causa di trasferimento di molecole potenzialmente dannose.

I polimeri delle plastiche sono inerti, ma i loro componenti, come ad esempio l’acrilamide, potrebbero risultare tossici. Altri componenti potenzialmente tossici sono gli ftalati, anche questi derivati della plastica.

Conclusioni

I livelli di additivi e contaminanti sono regolati internazionalmente. Non ci sono dati sufficienti per dare alcun giudizio definitivo sulla pericolosità di questi trattamenti.

Elaborazione

Per elaborazione si intende la cottura domestica o di ristorazione. Molti tipi di elaborazione sono stati già esaminati, come ad esempio la cottura delle carni. Vediamo quindi qualche altro tipo di cottura.

Cucina industriale

I piatti pronti sono sempre più venduti: alcuni di questi, come le patatine fritte o altri snack, possono produrre acrilamide, potenzialmente cancerogeno.

Cottura al vapore, bollitura e stufatura

Data la temperatura, alcune vitamine possono risentire della cottura, ma non è possibile dare giudizi per quanto riguarda il rischio di sviluppare cancro.

Cottura al forno e arrosto

Si arriva oltre i 200°C ma non c’è fiamma libera. Durante questo tipo di cottura la parte interna dell’alimento rimane a una temperatura più bassa, mentre il massimo si raggiunge in superficie.

Non ci sono prove per giudicare il potenziale rischio di sviluppare cancro.

Cottura al microonde

Si raggiungono temperature molto alte anche all’interno dell’alimento.

Non c’è alcuna prova che ci siano danni ulteriori rispetto a quelli causati dalla temperatura, né di rischi di sviluppare cancro.

Frittura e cottura alla griglia

Le temperature raggiunte sono anche oltre i 400°C, a volte con uso di fiamme libere. Questi metodi di cottura producono molti composti potenzialmente cancerogeni, determinati anche dal tipo di legno usato per sviluppare le fiamme.

A causa di questi rischi, è prudente non consumare spesso cibi fritti, grigliati o carbonizzati.

Conclusioni

Ci sono poche evidenze per poter collegare direttamente la cottura dei cibi con il rischio di sviluppare tumore.

Conclusioni generali

Non è possibile esprimere un’indicazione definitiva, in quanto non esistono dati epidemiologici sufficienti. È però ragionevole dire che le modificazioni ai cibi possono portare a cambiare la loro capacità cancerogena.

Si ribadisce ancora una volta, comunque, che questo capitolo è incentrato su quei metodi di lavorazione che non sono supportati da dati epidemiologici, quando invece questi sono presenti l’argomento è stato trattato in altri capitoli (ad esempio il capitolo sulla carne).

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.09 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Altri alimenti Cereali e i tuberi Verdura, legumi e frutta Carne, pollame, pesce e uova Latte e prodotti caseari Grassi, oli, zucchero e sale Bevande non alcoliche Bevande alcoliche Produzione, conservazione, preparazione ed elaborazione del cibo Nutrienti e supplementi (30 settembre 2013)

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20/09/2013 09:13 Condividi

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Trasmissione dell’HIV (AIDS)

Posted: 19 Sep 2013 11:46 PM PDT

Introduzione Quali sono i fluidi che trasmettono l’HIV? L’HIV riesce a sopravvivere fuori dall’organismo? Posso essere contagiato dall’HIV durante i rapporti anali? Posso essere contagiato dall’HIV durante i rapporti vaginali? Posso essere contagiato dall’HIV durante i rapporti orali? Come mi devo regolare con i sex toy per evitare il contagio? Se faccio uso di droghe iniettabili posso contrarre l’HIV? L’HIV e le altre malattie sessualmente trasmissibili sono collegati? Il personale sanitario rischia di contrarre l’HIV? Chi è ricoverato in ospedale può essere contagiato dall’HIV? Si può essere contagiati da punture accidentali fuori dagli ospedali? Le donne omosessuali rischiano di contrarre l’HIV? Posso contrarre l’HIV se mi faccio fare un tatuaggio o un piercing? L’HIV può essere trasmesso con i baci? Se una persona sieropositiva mi morde, mi contagia? Se una persona sieropositiva mi graffia, mi contagia? Se una persona sieropositiva mi sputa addosso, mi contagia? L’HIV si trasmette tramite contatti occasionali? L’HIV può essere trasmesso dalle punture di zanzara? Posso contrarre l’HIV praticando uno sport? L’HIV può essere trasmesso tramite fluidi corporei che contaminano gli alimenti dei ristoranti? Il CDC ha scoperto una versione mutata del virus dell’HIV che si trasmette nell’aria? Introduzione

Il virus dell’HIV (in seguito, per comodità, solo “HIV”) si trova in diversi fluidi e tessuti della persona malata ma ricordiamo che quando si trova in piccole quantità non significa che il fluido o il tessuto siano necessariamente contagiosi.

L’HIV può essere trasmesso solo da alcune categorie di fluidi della persona infetta, e cioè:

dal sangue, dallo sperma, dalle secrezioni vaginali, dal latte materno.

Perché avvenga il contagio questi fluidi devono entrare in contatto con le mucose o con tessuti lesionati, oppure essere iniettati direttamente nel sangue (tramite un ago o una siringa).

Negli Stati Uniti l’HIV viene trasmesso nella maggior parte dei casi tramite condotta sessuale a rischio (rapporti anali o vaginali) oppure tramite la condivisione di siringhe con una persona infetta.

La trasmissione tramite rapporti orali o dalla madre infetta al figlio (prima o dopo il parto, oppure durante l’allattamento o quando la madre mastica il cibo per il bambino) è meno frequente. È anche possibile essere contagiati dall’HIV mediante:

esposizione al sangue infetto, trasfusione di sangue infetto, contatto con gli emoderivati o trapianto di organi, ma questo rischio è molto remoto, perché il sangue e gli organi donati vengono controllati con procedure rigorose.

Alcuni infermieri e medici sono stati contagiati quando si sono punti con siringhe contenenti sangue infetto o, con minore frequenza, quando il sangue infetto è entrato in contatto con una loro ferita aperta, con gli occhi o con le mucose interne del naso. In un solo caso un paziente è stato contagiato da un dentista malato.

Quali sono i fluidi che trasmettono l’HIV?

È stato dimostrato che questi fluidi corporei contengono un’alta concentrazione di virus HIV:

sangue, sperma, secrezioni vaginali, latte materno, altri fluidi che contengono sangue.

Il personale sanitario può entrare in contatto anche con questi altri fluidi in grado di trasmettere il virus:

liquidi che proteggono il cervello e il midollo spinale, fluidi che proteggono le articolazioni, fluidi che proteggono il feto. L’HIV riesce a sopravvivere fuori dall’organismo?

Gli scienziati e le autorità sanitarie sono concordi nell’affermare che l’HIV non sopravvive fuori dall’organismo, e questo rende il rischio di trasmissione ambientale piuttosto basso.

L’HIV si trova in concentrazioni e quantità variabili nel sangue, nello sperma, nelle secrezioni vaginali, nel latte materno, nella saliva e nelle lacrime. Per ottenere i dati sulla sopravvivenza dell’HIV, le ricerche richiedono l’uso di concentrazioni molto alte, ottenute artificialmente, di virus coltivato in laboratorio. Queste concentrazioni innaturali di HIV possono sopravvivere per giorni o addirittura per settimane in condizioni di laboratorio strettamente controllate e sorvegliate, ma le ricerche del CDC indicano che, anche con queste alte concentrazioni, quando si diminuisce l’umidità la quantità di virus infettivo diminuisce dal 99 al 90 per cento nel giro di alcune ore.

Le concentrazioni di HIV usate in laboratorio sono molto più alte di quelle che si trovano nella realtà nel sangue o in altri campioni, quindi quando diminuisce l’umidità del sangue infetto o degli altri fluidi il rischio potenziale di trasmissione ambientale diminuisce fin quasi ad azzerarsi, come si vede nella pratica.

Interpretazioni non corrette di conclusioni tratte dagli studi di laboratorio in alcuni casi hanno causato allarmi ingiustificati.

I risultati delle ricerche di laboratorio non dovrebbero essere usati per valutare il rischio di infezione delle persone, perché:

la quantità di virus usata in laboratorio non è riscontrabile nei campioni di origine umana (e in generale in natura), non sono stati registrati casi di infezione da HIV di origine ambientale, dovuti al contatto con una superficie infetta.

L’HIV, inoltre, non è in grado di riprodursi al di fuori dell’ospite vivo, diversamente da molti batteri o funghi che invece possono farlo in condizioni adatte. L’HIV può riprodursi fuori dall’ospite solo in laboratorio. Il contagio, quindi, è strettamente legato alla presenza dell’ospite portatore del virus.

Posso essere contagiato dall’HIV durante i rapporti anali?

Sì: i rapporti anali non protetti (cioè in cui non viene usato il preservativo) sono considerati molto a rischio. Entrambi i partner possono contrarre il virus durante un rapporto anale. L’HIV si trova nel sangue, nello sperma, nel liquido pre-eiaculatorio, o nelle secrezioni vaginali delle persone infette. In generale chi riceve lo sperma corre un rischio maggiore di contagio, perché le pareti del retto sono molto sottili e quindi il virus può entrare in circolo durante il rapporto; tuttavia anche nel partner attivo il virus può entrare nell’organismo durante il rapporto, attraverso l’uretra (l’apertura da cui esce l’urina) o minuscoli tagli, abrasioni o ferite sul pene.

L’unico modo sicuro per evitare il contagio da HIV è l’astinenza. Durante i rapporti anali, bisogna usare un preservativo in lattice. Nella maggior parte dei casi i preservativi sono efficaci, ma il rischio che si rompano è maggiore durante i rapporti anali che durante quelli vaginali: anche con il preservativo, quindi, i rapporti anali possono essere a rischio. Per diminuire il rischio di rottura del preservativo, è opportuno usare la giusta quantità di lubrificante a base acquosa.

Posso essere contagiato dall’HIV durante i rapporti vaginali?

Sì: entrambi i partner possono essere contagiati dall’HIV durante i rapporti vaginali. I rapporti vaginali sono la modalità più frequente di trasmissione del virus in gran parte del mondo. L’HIV si trova nel sangue, nello sperma, nel liquido pre-eiaculatorio o nelle secrezioni vaginali delle persone infette.

Nelle donne si possono creare piccole lesioni nelle pareti vaginali che consentono all’HIV di entrare nell’organismo. L’HIV può anche essere assorbito direttamente dalle mucose che rivestono la vagina e il collo dell’utero.

Negli uomini l’HIV può entrare nell’organismo attraverso l’uretra (l’apertura da cui fuoriesce l’urina) o piccole ferite o lesioni sul pene.

Il rischio di contagio aumenta se uno dei partner è affetto da una malattia sessualmente trasmessa (MST). L’astinenza è l’unico modo per evitare il contagio. Se scegliete di avere rapporti vaginali, usate un preservativo in lattice per proteggere meglio voi e il partner dall’HIV e dalle altre malattie sessualmente trasmesse.

Le ricerche hanno dimostrato che il preservativo è molto efficace per proteggere la trasmissione dell’HIV se usato in modo corretto in tutti i rapporti: la sua efficacia però non è totale. Se uno dei partner è allergico al lattice, è possibile usare preservativi (maschili o femminili) in materiali ipoallergenici.

Posso essere contagiato dall’HIV durante i rapporti orali?

Sì, entrambi i partner possono essere contagiati dal virus HIV durante i rapporti orali, ma questa modalità di trasmissione è meno probabile rispetto al contagio tramite rapporti anali o vaginali.

Sono pochi i casi documentati di pazienti contagiati dall’’HIV dopo aver praticato sesso orale ad una persona infetta e nessuno sa con esattezza quale sia la percentuale di rischio, ma i dati indicano che il rischio è minore rispetto a quello dei rapporti anali o vaginali non protetti.

Se è il partner infetto a praticare sesso orale, il sangue della sua bocca può penetrare nell’organismo del partner passivo attraverso:

l’uretra (l’apertura del pene da cui fuoriesce l’urina) le mucose della vagina o del collo dell’utero la mucosa dell’ano piccoli tagli e ferite non rimarginati.

Se il partner passivo è infetto, il sangue, lo sperma, il liquido pre-eiaculatorio o le secrezioni vaginali potrebbero contenere il virus. Il virus HIV potrebbe entrare nell’organismo del partner attivo attraverso la mucosa della bocca.

Il rischio di trasmissione dell’HIV aumenta:

se il partner attivo ha delle lesioni aperte o dei tagli sulle labbra, in bocca o nella gola; se il partner passivo eiacula nella bocca del partner attivo; se il partner passivo ha un’altra malattia sessualmente trasmessa (STD).

L’astinenza è il modo più efficace per evitare il contagio.

Se scegliete di praticare sesso orale con un partner di sesso maschile:

fategli mettere il preservativo se voi o il vostro partner siete allergici al lattice, potete usare i preservativi ipoallergenici.

Le ricerche hanno dimostrato che i preservativi sono molto efficaci per prevenire il contagio, se usati in modo corretto in tutti i rapporti. La loro efficacia però non è totale.

Se scegliete di praticare sesso orale su una partner di sesso femminile:

usate una barriera di lattice (ad esempio un fazzoletto di lattice, una diga dentale o dental dam o un preservativo tagliato a formare un quadrato) tra la bocca e la vagina. La barriera di lattice diminuisce il rischio che il sangue o le secrezioni vaginali entrino nella bocca. Come barriera può anche essere usata la pellicola per gli alimenti.

Se scegliete di avere rapporti orali che comprendano il contatto con l’ano del partner o della partner (analingus o rimming):

usate una barriera di lattice (ad esempio un fazzoletto di lattice, una diga dentale o dental dam o un preservativo tagliato a formare un quadrato) tra la bocca e la vagina. Come barriera può anche essere usata la pellicola per gli alimenti. Come mi devo regolare con i sex toy per evitare il contagio?

Se scegliete di condividere i sex toy (dildo, vibratori, …) con il partner:

ognuno deve usare un preservativo nuovo sul sex toy, ricordate di pulire il sex toy prima di farlo usare a qualcun altro. Se faccio uso di droghe iniettabili posso contrarre l’HIV?

Sì: all’inizio dell’iniezione un po’ di sangue entra nell’ago e nella siringa e il virus dell’HIV si trova nel sangue della persona infetta. Riutilizzare gli aghi e le siringhe contaminate (condivisione delle siringhe) è una pratica ad altissimo rischio di trasmissione dell’HIV, perché il sangue infetto può entrare direttamente in circolo con l’iniezione.

Condividere tutte le attrezzature necessarie per drogarsi è un comportamento a rischio per la contagio da HIV. Il sangue infetto può essere introdotto nei preparati iniettabili in questi modi:

usando siringhe contaminate per preparare la droga, riutilizzando l’acqua, riutilizzando i tappi di bottiglia, i cucchiai o altri contenitori per sciogliere le droghe nell’acqua o per riscaldarle, riutilizzando i frammenti di cotone o i filtri di sigaretta per filtrare le particelle che potrebbero ostruire l’ago.

Gli spacciatori in alcuni casi rivendono le siringhe usate facendole passare per sterili. Per questo motivo chi fa uso di droghe iniettabili dovrebbe procurarsi le siringhe da fonti affidabili, ad esempio dalle farmacie.

È fondamentale ricordare che condividere gli aghi e le siringhe per qualsiasi uso, ad esempio per le iniezioni intramuscolari di droga o per iniettarsi gli steroidi, è una pratica a rischio per il contagio da HIV e da altre infezioni trasmissibili attraverso il sangue.

L’HIV e le altre malattie sessualmente trasmissibili sono collegati?

Sì: chi soffre di malattie sessualmente trasmissibili (MST) corre un rischio maggiore di contagio da HIV, sia che la MST causi lesioni alla pelle (come nel caso della sifilide, dell’herpes o dell’ulcera molle) sia che non provochi lesioni alla pelle (come nel caso della clamidia e della gonorrea).

Se la MST causa irritazione della pelle, lesioni o ulcere, il virus HIV può entrare nell’organismo con maggior facilità durante i rapporti sessuali. Anche quando la STD non causa lesioni alla pelle, l’infezione può stimolare una risposta immunitaria nella zona genitale in grado di facilitare la trasmissione dell’HIV.

Inoltre, se la persona sieropositiva è anche colpita da un’altra MST, corre un rischio da 3 a 5 volte maggiore rispetto alle persone solo sieropositive di trasmettere l’HIV tramite contatti di natura sessuale.

L’astinenza è il modo più efficace per evitare tutte le MST, compreso l’HIV. Per chi sceglie di avere una vita sessuale attiva, sono molto efficaci questi consigli per prevenire il contagio da HIV:

non avere rapporti vaginali, orali o anali, avere rapporti con un partner solo e sano, usare il preservativo in ogni rapporto. Il personale sanitario rischia di contrarre l’HIV?

Per il personale sanitario, il rischio di esposizione all’HIV sul luogo di lavoro è molto basso, soprattutto se si seguono semplici precauzioni di buonsenso (ad esempio seguire tutte le misure di sicurezza e usare tutti i dispositivi di protezione per prevenire l’HIV e altre infezioni trasmissibili attraverso il sangue). È importante ricordare che il contatto casuale quotidiano con i pazienti sieropositivi non espone il personale sanitario e nessun’altra persona all’HIV. Per il personale sanitario, il principale rischio di trasmissione del virus sul luogo di lavoro è dato dalle punture e dalle lesioni accidentali dovute a siringhe o altri strumenti appuntiti che possono essere contaminati dal virus. Questo rischio tuttavia è trascurabile. I ricercatori stimano che il rischio di contagio tramite puntura accidentale sia inferiore all’1 per cento; questa stima è basata sui risultati di diverse ricerche condotte su personale sanitario punto da siringhe contaminate dall’HIV o esposto in altri modi al sangue contaminato.

La strategia più importante per diminuire il rischio di trasmissione dell’HIV sul luogo di lavoro è quella di prevenire l’esposizione occupazionale, ma devono comunque essere messe a punto misure di emergenza per la gestione del personale sanitario esposto al virus.

Chi è ricoverato in ospedale può essere contagiato dall’HIV?

La trasmissione dell’HIV all’interno degli ospedali è possibile ma è estremamente rara. Gli esperti sottolineano che le pratiche di controllo della trasmissione, tra cui le precauzioni universali di buonsenso (pratiche protettive e protezioni personali per prevenire l’HIV e altre infezioni trasmissibili attraverso il sangue), proteggono i pazienti e il personale sanitario dal contagio dell’HIV negli ospedali e negli ambulatori, anche dentistici.

Nel 1990 il CDC ha documentato il caso di un dentista sieropositivo residente in Florida che avrebbe contagiato alcuni dei suoi pazienti. Gli studi delle sequenze virali del DNA hanno collegato il dentista a sei dei suoi pazienti anch’essi sieropositivi. Il CDC non è ancora stato in grado di stabilire come sia avvenuta la trasmissione. Nessun’altra ricerca ha scoperto prove della trasmissione dal personale medico al paziente negli ospedali e negli ambulatori.

Il CDC ha documentato rari casi di contagio avvenuti negli ospedali tramite tessuti provenienti da donatori infetti. La maggior parte di essi è stata causata da negligenze del personale sanitario che non ha seguito scrupolosamente le precauzioni universali né le linee guida per il controllo delle infezioni. La maggior parte dei casi si è verificata all’inizio della pandemia di HIV, prima che fossero attivate le procedure di screening.

Si può essere contagiati da punture accidentali fuori dagli ospedali?

No. È possibile essere contagiati dall’HIV se ci si punge con una siringa infetta, ma non sono stati documentati casi di contagio fuori dagli ospedali e dagli ambulatori.

Il CDC spesso riceve domande relative alle siringhe usate lasciate in giro da chi fa uso di droghe. È stato detto che il CDC conferma la presenza del virus HIV in quelle siringhe, ma è falso! Il CDC non esamina direttamente quelle siringhe e può dire nulla sulla presenza del virus HIV nei campioni connessi a episodi di punture accidentali. Si tratta dunque, per la maggior parte, di leggende metropolitane senza alcun fondamento.

Il CDC è stato informato di incidenti avvenuti in Virginia in cui una persona si è punta con una siringa (che pensava essere una siringa per l’insulina) trovata in una cabina telefonica e un’altra ha trovato in un distributore automatico una siringa che però l’ha soltanto graffiata. La polizia locale e le autorità sanitarie hanno indagato sui due casi e hanno stabilito che nessuno ha è stato in alcun modo contagiato dalle siringhe.

Spesso in giro si trovano siringhe usate e si pensa che siano state abbandonate da chi si droga o da chi fa uso di insulina. In alcuni casi si può essere punti da siringhe lasciate in giro: i più soggetti a questi incidenti sono i bambini, gli operatori ecologici o il personale addetto alle pulizie. Le punture accidentali possono trasferire il sangue e gli agenti patogeni che colpiscono il sangue (ad esempio i virus dell’epatite B, dell’epatite C e dell’HIV), ma il rischio di trasmissione è estremamente basso e non sono stati documentati casi di trasmissione al di fuori degli ospedali e delle strutture sanitarie.

Il CDC non consiglia il controllo di routine delle siringhe usate per scoprire se sono presenti agenti patogeni al loro interno. Le persone esposte al virus vanno però gestite caso per caso per capire:

il rischio di presenza nella sorgente di un agente patogeno trasmissibile attraverso il sangue, la natura della lesione.

Chiunque sia stato punto da una siringa all’interno di un ospedale o di una struttura sanitaria dovrebbe andare immediatamente dal medico o al pronto soccorso. I farmaci antiretrovirali somministrati subito dopo la puntura di una siringa infetta dall’HIV possono diminuire il rischio di contagio. Il medico poi deve comunicare il caso alle autorità sanitarie locali.

Le donne omosessuali rischiano di contrarre l’HIV?

La trasmissione dell’HIV tra donne sembra essere un’eventualità rara, tuttavia ne sono stati riferiti alcuni casi. Il rischio documentato di trasmissione dalla donna all’uomo dell’HIV indica che le secrezioni vaginali e il sangue mestruale possono essere infetti e l’esposizione delle mucose (orale e vaginale) a queste due sostanze può causare il contagio.

Per diminuire il rischio di contagio da HIV, le donne che hanno rapporti omosessuali dovrebbero:

Evitare l’esposizione delle mucose (ad esempio di quelle della bocca, soprattutto se il tessuto non è integro) alle secrezioni vaginali e al sangue mestruale. Usare il preservativo correttamente e in ogni contatto sessuale con gli uomini o quando utilizzano i sex toy. I sex toy non vanno condivisi con nessuno. Nessuno dei metodi di barriera utilizzabili per rapporti orali è stato giudicato completamente sicuro dalla Food and Drug Administration (FDA), tuttavia i fazzoletti di lattice, le dighe dentali (dental dam), i preservativi tagliati o la pellicola per alimenti possono proteggere almeno in parte dal contatto con i fluidi corporei durante i rapporti orali e forse anche diminuire il rischio di contagio. Fare gli esami per l’HIV e capire se la partner è sana. In questo modo, se si è sane, si possono adottare i comportamenti più adeguati per diminuire il rischio di infezione, mentre se si è malate si può iniziare immediatamente la terapia ed evitare di contagiare altre persone. Posso contrarre l’HIV se mi faccio fare un tatuaggio o un piercing?

Il rischio di trasmissione dell’HIV esiste se gli strumenti contaminati con il sangue non sono sterilizzati o disinfettati oppure vengono riutilizzati in modo inappropriato tra un cliente e l’altro. Il CDC impone che gli strumenti che penetrano nella pelle siano usa e getta. Gli strumenti o le apparecchiature riutilizzabili che penetrano sottopelle e/o entrano in contatto con il sangue dei clienti devono essere puliti accuratamente o sterilizzati dopo l’uso.

Chi fa i tatuaggi o i piercing dovrebbe sapere quali sono le modalità di trasmissione dell’HIV e prendere precauzioni per impedire il contagio dall’HIV e delle altre infezioni trasmissibili attraverso il sangue.

Se state pensando di farvi fare un tatuaggio o un piercing chiedete al personale del centro in cui andate quali precauzioni adotta per prevenire la diffusione dell’HIV e delle altre infezioni trasmissibili attraverso il sangue, ad esempio l’epatite B. Potreste inoltre contattare le autorità sanitarie locali per scoprire quali norme e quali procedure di sterilizzazione devono osservare gli studi in cui vengono realizzati i tatuaggi e i piercing.

L’HIV può essere trasmesso con i baci?

Dipende dal tipo di bacio. Se il bacio è a bocca chiusa non presenta alcun rischio.

I casi di trasmissione dell’HIV tramite baci alla francese sono molto rari, ma avvengono perché c’è scambio di sangue infetto, ad esempio perché le gengive sanguinano o perché ci sono lesioni alla bocca. Proprio per via di questo lieve rischio, si raccomanda alle persone sieropositive di non baciare con la lingua il partner sano, per via del rischio potenziale di trasferimento di sangue infetto.

Riassumendo:

I baci a labbra chiuse non presentano alcun rischio di contagio. Nei baci con la lingua il rischio c’è (ma è molto basso) se c’è scambio di sangue tra i due partner, ad esempio in caso di lesioni alla bocca o sanguinamento delle gengive. Chi è sieropositivo non deve baciare con la lingua il partner sano. Se una persona sieropositiva mi morde, mi contagia?

L’HIV in circostanze specifiche può essere trasmesso da persona a persona tramite un morso: si tratta di una modalità di trasmissione molto rara. Nel 1997 il CDC ha pubblicato il risultato di un’indagine su un incidente in cui una persona era stata contagiata dal morso di un paziente sieropositivo. In letteratura sono stati riferiti altri rari casi in cui l’HIV pare essere stato trasmesso da un morso di un paziente sieropositivo. I morsi non sono una modalità frequente di trasmissione del virus, tant’è che sono stati documentati sono diversi casi di morsi che non sono stati causa di contagio. Tutti gli episodi in cui è stato dimostrato (o anche solo sospettato) il contagio comprendevano traumi gravi con lesioni profonde ai tessuti e presenza di sangue. I morsi che non comportano la lacerazione della pelle non sono a rischio, perché la pelle integra fa da barriera contro il virus.

Riassumendo:

Se il paziente positivo morde qualcun altro senza lacerare la pelle, non c’è alcun rischio. Il rischio di contagio da persona a persona tramite morso è piuttosto basso. Tutti i casi in cui è stata documentata la trasmissione si sono verificati contestualmente a traumi gravi, lesioni profonde ai tessuti e presenza di sangue. Se una persona sieropositiva mi graffia, mi contagia?

No. Non c’è rischio di trasmissione tramite i graffi, perché non c’è trasferimento di fluidi corporei. Ricordiamo comunque che tutte le ferite aperte vanno curate con tempestività.

Se una persona sieropositiva mi sputa addosso, mi contagia?

No. In alcuni pazienti il virus è stato individuato nella saliva, ma in quantità estremamente basse. Non è mai stato dimostrato che il contatto con la sola saliva sia stavo veicolo di trasmissione dell’HIV, e non ci sono casi documentati di contagio tramite un semplice sputo.

L’HIV si trasmette tramite contatti occasionali?

No. L’HIV non si trasmette tramite i contatti che avvengono normalmente sul luogo di lavoro, a scuola o nei luoghi pubblici. L’HIV non si trasmette con le strette di mano, con gli abbracci né con i baci sulle guance. Non ci si ammala toccando l’asse del water, bevendo alla stessa fontana, toccando maniglie o superfici toccate dal paziente sieropositivo. Si possono condividere tranquillamente le stoviglie e gli alimenti e si possono accarezzare in tutta sicurezza gli animali domestici delle persone malate.

L’HIV non viene trasmesso nell’aria o tramite gli alimenti e non vive a lungo al di fuori dell’organismo.

In casa si può verificare il contatto con il sangue o con altri liquidi organici, ma la trasmissione dell’HIV con questa modalità è molto rara. Sono stati riferiti pochi casi di trasmissione in cui una persona è stata contagiata dall’HIV entrando in contatto nell’ambiente domestico con il sangue o con altre secrezioni corporee dei pazienti sieropositivi. Per informazioni su questi casi potete consultare il numero del 20 maggio 1994 del Morbidity and Mortality Weekly Report.

Chi convive con una persona sieropositiva e chi presta assistenza a domicilio al paziente sieropositivo deve essere informato sulle misure di sicurezza per impedire il contagio e deve seguirle scrupolosamente.

L’HIV può essere trasmesso dalle punture di zanzara?

No. Fin dall’inizio dell’epidemia di HIV c’è stata una forte preoccupazione per la possibile trasmissione dell’HIV mediante punture d’insetto, ad esempio di zanzara. Tuttavia le ricerche condotte dal CDC e da altri centri non hanno mai dimostrato che la trasmissione può avvenire tramite le punture di zanzara né di altri insetti, anche nelle zone in cui l’AIDS è molto diffuso e ci sono molte zanzare. L’assenza di queste prove, nonostante tutti gli sforzi fatti per trovarle, fa propendere per il fatto che l’HIV non possa essere trasmesso dagli insetti.

I risultati degli esperimenti e delle osservazioni sul comportamento degli insetti indicano che, quando un insetto morde una persona, non inietta né il proprio sangue né il sangue della persona o dell’animale morso in precedenza. Inietta invece la saliva, che funge da lubrificante e permette all’insetto di nutrirsi bene. La febbre gialla e la malaria, ad esempio, vengono trasmesse dalla saliva di particolari specie di zanzare. L’HIV, tra l’altro, sopravvive per pochissimo tempo all’interno dell’insetto e, diversamente dai microrganismi trasmessi tramite le punture, non si riproduce all’interno dell’insetto. Quindi, anche se il virus entra nella zanzara o in un altro insetto, non lo infetta e quindi non può essere trasmesso tramite le punture.

È inoltre irrazionale temere che le zanzare o gli altri insetti siano in grado di trasmettere l’HIV tramite il sangue infetto rimasto sulla loro bocca. In primo luogo nelle persone sieropositive i livelli di HIV nel sangue non sono sempre alti. In secondo luogo sulla superficie della bocca degli insetti si deposita una quantità minima di sangue; infine i ricercatori che studiano gli insetti hanno scoperto che le zanzare e gli altri insetti che mordono le persone lasciano passare un po’ di tempo tra un morso e l’altro, perché si riposano per digerire il sangue che hanno ingerito.

Posso contrarre l’HIV praticando uno sport?

Non sono stati documentati casi di trasmissione dell’HIV durante la pratica di uno sport. Il rischio minimo di trasmissione durante la pratica sportiva riguarda esclusivamente gli sport di contatto in cui ci può essere perdita di sangue.

Se uno sportivo perde sangue, deve essere tenuto a riposo finché la ferita non smette di sanguinare, viene disinfettata e bendata. Non c’è rischio di contagio attraverso attività sportive in cui non si verificano perdite di sangue.

L’HIV può essere trasmesso tramite fluidi corporei che contaminano gli alimenti dei ristoranti?

Al CDC non sono stati riferiti casi di alimenti contaminati da sangue o da sperma infetto né di contagio di origine alimentare.

L’HIV non sopravvive a lungo all’esterno dell’organismo. Anche se sono state ingerite minime quantità di sangue o di sperma infetto, l’esposizione all’aria, al calore della cottura e agli acidi gastrici distruggono il virus, quindi non si rischia di contrarre l’HIV tramite gli alimenti.

Il CDC ha scoperto una versione mutata del virus dell’HIV che si trasmette nell’aria?

No, è una leggenda metropolitana. Sono state condotte molte ricerche sulle modalità di trasmissione dell’HIV e nessuna di esse ha scoperto che l’HIV può essere trasmesso tramite l’aria, l’acqua, gli insetti o i contatti casuali.

Traduzione di Elisa Bruno

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16/09/2013 09:22 Condividi

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Prevenzione dei tumori e dieta: alcool ed alcolici

Posted: 15 Sep 2013 11:05 PM PDT

Le bevande alcoliche hanno quasi sempre derivazione da alcune piante fermentate, solo a volte da alimenti di origine animale (ad esempio il latte). I prodotti più consumati sono la birra, il sidro, il vino, i vini liquorosi e i liquori; ognuno di questi ha una gradazione alcolica diversa. L’alcol contenuto in queste bevande è l’etanolo, che può dare dipendenza e stimola una condizione di euforia e disinibizione che può essere pericolosa, infatti è considerato anche come uno stupefacente con effetti sociali e comportamentali, oltre che biologici.

Definizioni e composizione Incidenza sullo sviluppo del cancro Meccanismo d’azione Conclusioni Definizioni e composizione

L’etanolo deriva dalla fermentazione degli zuccheri fatta da alcuni lieviti. Esso è sia un alimento capace di dare energia, sia un composto stupefacente capace di agire a livello fisico e mentale.

Apporta circa 7 kcal per grammo ed è metabolizzato dal fegato. Normalmente, la quantità massima di alcol circolante nel sangue è raggiunta tra i 30 e i 60 minuti dopo l’ingestione e viene metabolizzato al ritmo di 10-15 g/h. Gli effetti fisici possono rivelarsi molto gravi: superare gli 0,4 g/dl nel sangue può anche essere fatale.

La birra proviene tipicamente dall’orzo, anche se al giorno d’oggi sono usati anche altri cereali. Normalmente contiene dal 3 al 7% di alcol, inoltre porta con sé alcuni composti fenolici che danno gusto e colore, e che possono avere effetti antiossidanti. Contiene inoltre magnesio, potassio, riboflavina, folati e altre vitamine del gruppo B.

Il vino proviene dall’uva e contiene dal 9 al 15% di alcol. Esiste una bevanda spesso assimilata al vino e che viene prodotta dal riso, il sake giapponese, ma in questo lavoro quando si cita il vino ci si riferisce al vino derivante dall’uva. A volte i vini sono fortificati con liquori e diventano vini liquorosi. Il vino rosso (meno nel bianco) contiene molti composti fenolici capaci di azioni antiossidanti, oltre che di dare colore e gusto. Contiene inoltre alcuni acidi volatili, zuccheri, rame, ferro, potassio, magnesio e alcune vitamine del gruppo B, in quantità variabile a seconda del tipo di vino.

I liquori spesso derivano da cereali o da altri tipi di piante, e il loro contenuto di alcol può andare oltre il 50%. Alcuni tipi di liquori sono il brandy, il gin, il rum, la vodka e la tequila. Alcuni tipi di liquori derivano da frutti. Possono contenere erbe o altri ingredienti per dar loro il gusto che li caratterizza.

Incidenza sullo sviluppo del cancro Bocca, faringe e laringe Bevande alcoliche totali: gli studi sono concordi mostrando un aumento del rischio di tumore alla bocca, alla faringe e alla laringe. Birra: gli studi mostrano un aumento del rischio di tumore alla bocca, alla faringe e alla laringe. Vino: gli studi sono discordanti, molti mostrano un aumento del rischio ma ve ne sono altri che mostrano una diminuzione dello stesso, anche se solo in uno è mostrato un decremento significativo. Liquori: gli studi mostrano una debole correlazione con un aumento di rischio di tumori alla bocca, alla faringe e alla laringe.

Conclusioni: Gli studi sono numerosi e per la maggior parte sono in accordo, mostrando un meccanismo dose-dipendente. Le prove del fatto che l’alcol sia una causa dei tumori alla laringe, alla bocca e alla faringe sono forti. Inoltre, alcol e tabacco insieme intensificano il loro potere cancerogeno, in maniera sinergica.

Esofago Bevande alcoliche totali: gli studi sono numerosi e per la maggior parte sono concordi nel ritenere l’assunzione di alcol come un fattore che aumenta il rischio di cancro all’esofago, in maniera proporzionale al consumo. Birra: gli studi sono quasi tutti concordi nel ritenere il consumo di birra come un fattore che aumenta il rischio di cancro all’esofago, in maniera proporzionale al consumo. Vino: molti studi ritengono che il vino aumenti il rischio di cancro all’esofago, in maniera proporzionale al consumo, anche se non tutti sono significativi. Liquori: gli studi sono concordi nel ritenere che il consumo di liquori, in maniera proporzionale al consumo, sia un fattore capace di aumentare il rischio di cancro all’esofago.

Conclusioni: gli studi sono molti e i dati sono sostanzialmente concordi nel ritenere che l’alcol sia una causa del cancro all’esofago, con un meccanismo dose-dipendente.

Colon-retto Bevande alcoliche totali: gli studi sono numerosi ma i dati sono lievemente discordanti. Alcuni dati mostrano un aumento del rischio di cancro al colon-retto, altri, viceversa, una diminuzione, anche se non statisticamente significativa. Alcol (etanolo): gli studi sono numerosi e per la maggior parte concordi nel ritenere l’etanolo un fattore che aumenta il rischio di cancro al colon-retto. In particolare, l’effetto è molto evidente per gli uomini più che per le donne. I dati per i singoli tipi di bevanda sono insufficienti per trarre qualunque tipo di conclusione. Il rischio aumenta in maniera evidente se il consumo di alcol supera i 30 g al giorno [circa due birre medie, NdR]. Un possibile meccanismo d’azione potrebbe essere dato dal fatto che l’alcol inibisce l’assorbimento dei folati e l’aumentato danno ossidativo prodotto dai batteri intestinali, capaci anche di trasformare l’alcol in acetaldeide, un prodotto tossico.

Conclusioni: gli studi sono concordi nel ritenere l’alcol una causa del cancro al colon-retto negli uomini che ne consumano più di 30 g al giorno, mentre è solo probabile che lo sia nelle donne.

Seno Bevande alcoliche totali: gli studi sono numerosi e per la maggior parte sono concordi nel ritenere che l’alcol aumenti il rischio di cancro al seno in modalità dose-dipendente. Alcuni studi mostrano effetto contrario, ma nessuno di questi ha risultati statisticamente significativi. Alcol (etanolo): gli studi sono numerosi e per la maggior parte sono concordi nel ritenere che l’alcol aumenti il rischio di cancro al seno in modalità dose-dipendente.

Conclusioni: gli studi sono ampi e i dati concordi, è giusto dire che l’alcol è una causa di cancro al seno con un meccanismo dose-dipendente.

Fegato Bevande alcoliche totali: gli studi sono numerosi, i dati sono per la maggior parte concordi nel dire che l’alcol aumenta il rischio di cancro al fegato. Alcol (etanolo): l’alcol si è mostrato un fattore capace di aumentare il rischio di cancro al fegato, con un meccanismo dose-dipendente. Birra: esistono pochi studi ma sono tutti concordi nel ritenere la birra capace di alzare il rischio di cancro al fegato, con un meccanismo dose-dipendente. Vino: esistono pochi studi e i dati non sono significativi, è possibile che il rischio aumenti. Liquori: i risultati sono difficili da interpretare a causa dell’influenza sui dati della cirrosi, è possibile che i liquori aumentino il rischio di cancro al fegato con un meccanismo dose-dipendente.

Conclusioni: i dati sono molti e concordi, gli studi sono numerosi, l’alcol può predisporre alla cirrosi che è una probabile causa di cancro al fegato. L’alcol di per sé è una causa di cancro al fegato.

Rene Bevande alcoliche totali: gli studi sono pochi e contraddittori, è possibile che ci sia un decremento del rischio. Meccanismo d’azione

L’acetaldeide, un metabolita dell’etanolo, può essere cancerogeno. Inoltre il consumo di alcol aumenta l’infiammazione e lo stress ossidativo. L’azione può essere anche indiretta: l’alcol può agire come solvente per far penetrare eventuali molecole cancerogene all’interno delle cellule con più facilità. Infine, è possibile che l’alcolista sia una persona con deficit nutrizionali gravi che potrebbero aumentare il rischio di cancro.

Conclusioni

L’evidenza che il consumo di alcol sia una causa di cancro è molto forte. In particolare, bocca, laringe, faringe, esofago, seno e colon-retto negli uomini sono organi sicuramente suscettibili all’azione dell’alcol, e probabilmente lo sono anche il fegato e il colon retto nelle donne. Non sembra però avere un effetto promuovente il cancro sui reni.

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.7 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Altri alimenti Cereali e i tuberi Verdura, legumi e frutta Carne, pollame, pesce e uova Latte e prodotti caseari Grassi, oli, zucchero e sale Bevande non alcoliche Bevande alcoliche …ed altri ancora prossimamente…

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

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13/09/2013 09:24 Condividi

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Narcolessia e cataplessia: sintomi, cause e cura

Posted: 12 Sep 2013 11:13 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

La narcolessia è un disturbo che causa periodi di estrema sonnolenza diurna e, in alcuni casi, anche debolezza muscolare.

La maggior parte dei pazienti narcolettici non riesce a dormire bene di notte. Alcuni dei malati si addormentano all’improvviso, anche mentre stanno parlando, mangiando o dedicandosi ad altre attività.

La narcolessia può inoltre causare:

Cataplessia. Questo disturbo causa una perdita improvvisa di tono muscolare durante la veglia. La debolezza muscolare può colpire tutto il corpo, o solo alcune zone. Ad esempio se la cataplessia colpisce la mano, il paziente può far cadere le cose. La cataplessia spesso è provocata da uno shock emotivo: può durare per alcuni secondi o anche per diversi minuti. Allucinazioni. Si tratta di sogni vividi che si verificano mentre ci si addormenta o ci si risveglia. Paralisi nel sonno (paralisi ipnagogica). Questo disturbo impedisce di muoversi o di parlare mentre ci si risveglia e in alcuni casi anche mentre ci si addormenta. La paralisi nel sonno di norma scompare nel giro di pochi minuti.

Le due fasi principali del sonno sono la fase non REM e quella REM (dall’inglese “rapid eye movement”). La maggior parte delle persone, quando si addormenta la prima volta, è nella fase non REM. Dopo circa 90 minuti di sonno, la maggior parte delle persone passa dalla fase non REM a quella REM. I sogni si verificano durante la fase REM, in cui i muscoli normalmente si rilassano, impedendoci di muoverci sogno come se vivessimo davvero i nostri sogni. Chi soffre di narcolessia spesso entra troppo velocemente nella fase REM e si sveglia durante quella fase, quindi può avere sogni vividi mentre si addormenta e si sveglia.

L’ipocretina, una sostanza chimica presente nel cervello, serve per stimolare la veglia. La maggior parte dei pazienti narcolettici ha carenza di questa sostanza. La causa di questa carenza non è ancora del tutto chiara.

I ricercatori ritengono che la carenza di ipocretina sia causata da diversi fattori concomitanti, tra cui:

fattori ereditari, infezioni, lesioni cerebrali, patologie autoimmuni (le patologie autoimmuni sono quelle che si verificano quando il sistema immunitario si sbaglia e attacca le cellule e i tessuti dell’organismo.) Cause

La maggior parte dei pazienti narcolettici ha carenza di ipocretina, la sostanza chimica presente nel cervello che stimola la veglia. La causa della carenza di ipocretina non è tuttora stata completamente chiarita.

I ricercatori ritengono che la carenza di ipocretina sia imputabile a diversi fattori che potrebbero comprendere:

Ereditarietà. Alcune persone probabilmente ereditano un gene che influisce sul livello di ipocretina. Una percentuale che raggiunge il 10 per cento delle persone che soffrono di narcolessia riferisce di avere un parente con gli stessi sintomi. Infezioni Lesioni cerebrali causate da patologie come i tumori e l’ictus o da traumi (ad esempio incidenti automobilistici o ferite di guerra). Patologie autoimmuni. Nei pazienti affetti da queste malattie, il sistema immunitario attacca per errore le cellule e i tessuti dell’organismo. Un esempio di malattia autoimmune è l’artrite reumatoide. Carenza di istamina, una sostanza presente nel sangue che stimola la veglia.

Alcune ricerche indicano che le tossine ambientali potrebbero essere fattori scatenanti della narcolessia. Tra le tossine ricordiamo:

i metalli pesanti, i pesticidi e i diserbanti, il fumo passivo.

I fattori ereditari, da soli, non causano la narcolessia. Il paziente deve presentare almeno un altro fattore tra quelli sopraelencati per ammalarsi.

Fattori di rischio

La malattia colpisce pazienti di entrambi i sessi: i sintomi di norma si manifestano durante l’adolescenza o la prima età adulta. Il disturbo può anche comparire in età adulta o durante l’infanzia, ma è raro tra i bambini di età inferiore ai cinque anni.

I ricercatori ritengono che la narcolessia sia causata da diversi fattori concomitanti. Se vi riconoscete nella loro descrizione, probabilmente siete ad alto rischio.

Sintomi

I quattro segni principali sono:

la sonnolenza diurna molto forte la cataplessia (debolezza muscolare) durante la veglia le allucinazioni durante il sonno la paralisi nel sonno.

Se soffrite di narcolessia, potreste avere uno o più di questi sintomi che si presentano con gravità variabile. Meno di un terzo dei pazienti narcolettici presenta tutti e quattro i sintomi.

Sonnolenza diurna molto forte

Tutti i pazienti narcolettici soffrono di una forte sonnolenza diurna, che spesso è il sintomo più evidente della patologia.

Durante il giorno le fasi di sonnolenza possono essere poche, oppure molte. Ciascuna fase di solito dura meno di mezz’ora. La sonnolenza può essere provocata dalle emozioni forti, come la rabbia, la paura, le risate o l’eccitazione.

Chi soffre di sonnolenza diurna spesso lamenta sintomi come:

mente annebbiata, problemi di memoria o di concentrazione, mancanza di energia o forte spossatezza, depressione.

Alcuni pazienti narcolettici in certe occasioni possono addormentarsi all’improvviso. Il rischio è maggiore quando non sono attivi, ad esempio mentre stanno leggendo, stanno guardando la TV o sono seduti alla scrivania in ufficio.

Possono tuttavia addormentarsi all’improvviso anche mentre stanno parlando, mangiando o svolgendo un’altra attività. L’episodio può comprendere anche la cataplessia.

Cataplessia

Questo disturbo causa la perdita di tono muscolare durante la veglia. La debolezza muscolare colpisce tutto l’organismo.

La cataplessia può far piegare la testa o può causare problemi di parola. La debolezza muscolare può colpire anche le gambe e può addirittura impedirvi di tenere in mano le cose normalmente. Alcuni pazienti perdono completamente il controllo dei muscoli e cadono.

La cataplessia spesso è provocata dalle emozioni forti, come la rabbia, la sorpresa, la paura o l’estrema allegria. Di solito dura per alcuni secondi o minuti. Il paziente, in quei momenti, di solito rimane cosciente.

La cataplessia può insorgere anche dopo settimane o anni dalla comparsa della sonnolenza diurna.

Allucinazioni

Se soffrite di narcolessia, probabilmente fate sogni molto vividi mentre vi state addormentando, quando vi svegliate o fate un sonnellino. I sogni possono sembrarvi molto realistici.

Paralisi nel sonno

Questo disturbo vi impedisce di muovervi o di parlare mentre vi state addormentando o vi state svegliando, anche se continuate a essere perfettamente coscienti. La paralisi nel sonno di norma dura pochi secondi o pochi minuti, ma può spaventare molto.

Altri sintomi

La maggior parte dei pazienti narcolettici non riesce a dormire bene, perché può avere problemi ad addormentarsi o a restare addormentato. Il sonno può essere disturbato da incubi molto realistici. Se di notte non si dorme bene, la sonnolenza diurna peggiora.

In rari casi, chi si addormenta mentre sta eseguendo un’attività, ad esempio mentre sta mangiando, può continuare l’attività per alcuni secondi o minuti: si tratta di un comportamento automatico.

Durante il comportamento automatico, non si è consapevoli di ciò che si fa, quindi non si riesce ad eseguire normalmente l’attività. Ad esempio, se prima di dormire il paziente sta scrivendo, può iniziare a scrivere scarabocchi privi di senso. Se sta guidando, può perdersi, oppure può avere un incidente. La maggior parte delle persone che presentano questo sintomo non riesce a ricordare nulla degli episodi in cui si è manifestato.

I bambini narcolettici spesso hanno problemi a studiare, a concentrarsi e a ricordare le cose, quindi il loro disturbo può essere scambiato per iperattività. Alcuni bambini narcolettici, infatti, eseguono le proprie attività molto velocemente, anziché rallentare come ci si aspetterebbe.

I bambini narcolettici possono soffrire di sonnolenza grave, e quindi possono addormentarsi mentre parlano o mangiano, durante l’attività sportiva o durante gli impegni sociali.

Pericoli Prognosi

I sintomi della narcolessia di solito si manifestano durante l’adolescenza o nella prima età adulta. Chi soffre di narcolessia può avere gravi difficoltà a scuola, al lavoro, in casa e nella vita sociale, perché si sente sempre molto stanco.

La narcolessia non è curabile, ma i sintomi possono migliorare grazie ai farmaci, alle modifiche dello stile di vita e ad altre terapie. I ricercatori sono all’opera per scoprire le cause della narcolessia e le nuove terapie.

Diagnosi

Dopo la comparsa dei primi sintomi, possono volerci anche 10-15 anni prima che la narcolessia sia riconosciuta e diagnosticata, perché è piuttosto rara; inoltre molti sintomi della narcolessia sono simili a quelli di altre malattie, come le infezioni, la depressione e i disturbi del sonno.

La malattia spesso viene scambiata per: disturbi dell’apprendimento, convulsioni o semplice pigrizia, soprattutto nei bambini e negli adolescenti. Se i sintomi della narcolessia sono lievi, la malattia è ancor più difficile da diagnosticare.

Il medico diagnostica la narcolessia basandosi sui sintomi, sull’anamnesi persona e famigliare, sulla visita e sui risultati degli esami.

Sintomi

Informate il medico se soffrite dei sintomi della malattia: è importante che lo facciate, perché il medico, durante le visite di routine, potrebbe non chiedervi niente.

Il medico probabilmente vi chiederà quando avete iniziato ad avvertire i sintomi, se disturbano il sonno o se interferiscono con le normali attività diurne. Inoltre si informerà sulle vostre abitudini relative al sonno, sul vostro stato di salute e sul modo in cui vi sentite nel corso della giornata.

Per rispondere meglio a queste domande, vi consigliamo di tenere un diario del sonno per alcune settimane. Il diario del sonno serve per annotare se avete difficoltà ad addormentarvi o a dormire, sul tempo che dedicate al sonno e sul vostro grado di vigilanza durante la giornata.

Anamnesi personale e famigliare

Il medico probabilmente vi chiederà se:

Presentate i fattori di rischio della narcolessia, tra cui ricordiamo: infezioni, lesioni cerebrali e patologie autoimmuni. Alcune ricerche indicano che anche le tossine ambientali potrebbero avere un ruolo scatenante nella narcolessia. Assumete farmaci, e che tipo di farmaci assumete. Alcuni farmaci possono causare sonnolenza diurna, quindi i sintomi potrebbero essere dovuti ai farmaci, e non alla narcolessia. Avete sintomi di altri disturbi del sonno che provocano sonnolenza diurna. Avete parenti narcolettici o che presentano sintomi della malattia. Visita

Il medico vi visiterà per scoprire se i sintomi sono causati da un disturbo diverso, ad esempio da un’infezione, da una patologia della tiroide, dall’uso di alcol o di droghe, da altri disturbi generali o del sonno che potrebbero causare sintomi simili.

Esami Studio del sonno

Se il medico ritiene che soffriate di narcolessia, probabilmente vi suggerirà di rivolgervi a uno specialista del sonno, che vi prescriverà uno studio del sonno per scoprire qualcosa in più sul vostro disturbo.

Gli studi del sonno di norma vengono eseguiti in una struttura specializzata. I medici, in particolare, diagnosticano la narcolessia usando i risultati di due esami: la polisonnografia e l’MSLT (Multiple Sleep Latency Test).

Polisonnografia. Per eseguirla il paziente dovrà rimanere per tutta la notte in ospedale. Quest’esame registra l’attività cerebrale, i movimenti oculari, il battito cardiaco e la pressione. La polisonnografia può aiutarvi a scoprire se:

riuscite ad addormentarvi velocemente, entrate nella fase REM dopo poco tempo che vi siete addormentati, vi svegliate spesso durante la notte.

MSLT (Multiple Sleep Latency Test). Questo studio del sonno diurno misura la sonnolenza. Spesso è eseguito il giorno successivo alla polisonnografia. Durante l’esame vi viene chiesto di fare un pisolino di 20 minuti ogni due ore, per tutta la giornata (in totale dovrete fare quattro o cinque pisolini).

Il tecnico controllerà l’attività cerebrale durante i sonnellini. Annoterà quanto tempo impiegate ad addormentarvi e a raggiungere le varie fasi del sonno.

L’MSLT scopre la velocità con cui vi addormentate nel corso della giornata (dopo una notte di sonno) e se entrate in fase REM velocemente dopo esservi addormentati.

Altri esami

Esame dell’ipocretina. Questo esame misura la quantità di ipocretina nel liquido che circonda il midollo spinale. La maggior parte dei pazienti narcolettici ha carenza di ipocretina. L’ipocretina è una sostanza chimica che stimola la veglia.

Per ottenere il campione di liquido del midollo spinale, viene eseguita una puntura lombare. Il medico punge la zona lombare con una siringa e preleva il campione del liquido spinale.

Cura e terapia

Per la narcolessia non esiste alcuna cura, tuttavia i farmaci, le modifiche dello stile di vita e altre terapie sono in grado di alleviare molti dei suoi sintomi. La terapia dipende in ogni caso dal tipo di sintomi e dalla loro gravità.

Non tutti i farmaci e le modifiche dello stile di vita funzionano in tutti i pazienti, voi e il vostro medico potreste impiegare anche diverse settimane o diversi mesi per scoprire la terapia migliore.

Farmaci

Per affrontare i sintomi della narcolessia malattia dovrete ricorrere a uno o più farmaci, tra cui ricordiamo:

Stimolanti per alleviare la sonnolenza diurna a aumentare la vigilanza. Farmaci che aiutano a compensare la carenza di ipocretina (L’ipocretina è una sostanza chimica presente nel cervello che serve per stimolare la veglia.) Questi farmaci servono per stare svegli di giorno e dormire durante la notte. Non riescono sempre ad alleviare la sonnolenza diurna, quindi il medico può consigliarvi di assumerli insieme a uno stimolante. Sonniferi. Antidepressivi. Questi farmaci servono per prevenire la cataplessia, le allucinazioni e la paralisi nel sonno. Alcuni farmaci, anche di quelli senza ricetta, sono in grado di interferire con il sonno. Chiedete al medico quali sono e come fare per evitarli, qualora sia possibile. Ad esempio il medico può consigliarvi di evitare gli antistaminici, cioè i farmaci che sopprimono l’azione dell’istamina (la sostanza presente nel sangue che aiuta a rimanere vigili). Modifiche dello stile di vita

Se modificate lo stile di vita, probabilmente riuscirete ad alleviare in parte i sintomi della narcolessia. Potete prendere alcuni provvedimenti per addormentarvi meglio e per dormire meglio.

Cercate di essere regolari. Andate a dormire e svegliatevi alla stessa ora tutti i giorni. Prima di andare a dormire dedicatevi a qualche attività rilassante, ad esempio fate un bagno caldo. La camera da letto o la zona in cui c’è il letto dovrebbero essere tranquille, comode, buie e senza distrazioni, come la TV o il computer. Concedetevi circa 20 minuti per addormentarvi o per riaddormentarvi dopo che vi siete svegliati. Se non vi addormentate, alzatevi e fate qualcosa di rilassante (ad esempi leggete un libro) finché non vi viene sonno.

Alcune attività, alcuni alimenti e alcune bevande sono in grado di tenervi svegli. Cercate di seguire questi consigli:

Fate esercizio fisico regolarmente, ma non nelle tre ore prima di andare a dormire. Evitate il tabacco, l’alcol, il cioccolato e le bevande a base di caffeina per alcune ore prima di andare a letto. Cercate di non bere e di non mangiare troppo prima di andare a letto. Evitate gli ambienti troppo illuminati prima di andare a letto. Altre terapie

La fototerapia può aiutarvi a tenere un ritmo sonno-veglia regolare. Durante questo tipo di terapia, il paziente si espone per 10 minuti, mezz’ora alla luce di una lampada speciale. La fototerapia può essere utile per sentirsi meno assonnati alla mattina.

Convivere con la narcolessia

Convivere con la malattia può essere molto difficile, perché questa malattia può compromettere la capacità di guidare, lavorare, andare a scuola e mantenere le relazioni. Oltre ad assumere i farmaci, il paziente può fare molto per vivere una vita regolare e sicura

Guidare

Guidare può essere molto pericoloso per chi soffre di narcolessia. Chiedete al medico se siete in grado di guidare un mezzo in tutta sicurezza. Per sentirvi più sicuri:

Fate un sonnellino prima di mettervi alla guida. Questo consiglio può essere molto utile per chi soffre di momenti di estrema sonnolenza diurna. Fate delle soste durante i viaggi lunghi. Durante la sosta, sgranchitevi le gambe. Cercate di viaggiare insieme a qualcuno (famigliari, amici o colleghi) che vi possa tenere svegli e impegnati, oppure, se non vi sentite sicuri di guidare, fatevi dare un passaggio da qualcuno. Lavorare

Chi soffre di narcolessia può fare praticamente qualsiasi lavoro, ma alcune attività sono sicuramente migliori di altre.

Ad esempio un lavoro con un orario flessibile può consentire di fare un pisolino in caso di necessità. Un lavoro in cui si interagisce spesso con i colleghi può aiutarvi a rimanere vigili e svegli. Anche lavorare vicino a casa e non dover guidare può essere più indicato per le vostre esigenze.

Sostegno emotivo

Convivere con la narcolessia può causare paura, ansia, depressione e stress. Parlate del vostro stato d’animo con i medici che vi seguono,oppure provate a farvi aiutare da uno specialista. Se siete molto depressi, il medico può consigliarvi farmaci o altre terapie utili per migliorare la qualità della vita.

Per imparare a convivere con la malattia può esser utile partecipare a un gruppo di auto-aiuto. Potrete vedere come altre persone con la vostra stessa malattia affrontano i sintomi. Chiedete al medico o al personale sanitario se ci sono gruppi del genere nella vostra zona.

Anche l’aiuto della famiglia e degli amici è in grado di alleviare lo stress e l’ansia. Comunicate i vostri stati d’animo a chi vi circonda e chiedete loro di aiutarvi.

Gruppi di pazienti speciali Bambini in età scolare

I bambini narcolettici possono avere difficoltà a studiare, a concentrarsi e a ricordare le cose. Per aiutare vostro figlio a scuola:

informate il preside e gli insegnanti che vostro figlio è narcolettico e parlate loro delle sue necessità. Ad esempio il bambino può aver bisogno di fare dei sonnellini o di camminare durante il giorno, oppure di registrare le spiegazioni dell’insegnante. informate l’infermeria o i bidelli che vostro figlio è narcolettico e comunicate loro che deve assumere dei farmaci. Potete decidere insieme dove tenerli e concordare gli orari di somministrazione a scuola. Gestanti

Se aspettate un figlio o state pensando di avere un figlio, chiedete al medico se è opportuno continuare ad assumere i farmaci contro la narcolessia. Alcuni di questi farmaci, infatti, potrebbero interferire con la gravidanza.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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09/09/2013 09:18 Condividi

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Prevenzione dei tumori e dieta: acqua e bevande analcoliche

Posted: 08 Sep 2013 11:44 PM PDT

L’acqua è un componente essenziale della dieta, senza di essa si muore in pochi giorni. Una parte di quella che assumiamo viene dal cibo, l’altra è direttamente ingerita come tale. Oltre a questo, è usata come ingrediente base per molte bevande dolci, succhi di frutta, bibite, inoltre è alla base degli infusi caldi come tè o caffè.

Definizioni e composizione Acqua Acqua contaminata con arsenico Succhi di frutta Bibite Caffè Tè Maté Cibi e bevande assunti caldi Conclusioni Altri alimenti Definizioni e composizione

L’acqua è di importanza vitale per la nostra salute. Oltre a reidratare può essere fonte di importanti minerali come calcio, sodio, rame e altri, a seconda della sua origine.

La qualità dell’acqua in bottiglia è regolata da organismi internazionali in molte nazioni, è così possibile garantire almeno una buona uniformità. Circa un miliardo di persone al mondo, però, soffrono la mancanza di una fonte d’acqua sicura e sono a rischio infezione a causa delle contaminazioni.

A volte è naturalmente ricca di anidride carbonica, quindi gassata.

Uno dei contaminanti principali dell’acqua è l’arsenico, per il quale l’OMS ha determinato il limite di accettabilità a 10 microgrammi/litro, purtroppo questo livello è spesso disatteso, soprattutto in alcune aree, arrivando anche a 100 volte di più. L’arsenico è classificato come cancerogeno dall’International Agency for Research on Cancer, così l’acqua contaminata è considerata essa stessa cancerogena.

Altri tipi di contaminazioni possibili sono quelle biologiche, date da Helicobacter pylori, principale causa di cancro allo stomaco, e da alcuni tipi di schistosoma, un verme piatto, causa di cancro al fegato e alla vescica.

I succhi di frutta sono succhi estratti dal frutto intero o dalla sua polpa. Spesso, questi prodotti sono pastorizzati. È frequente la presenza di zuccheri aggiunti, coloranti e conservanti, e possono contenere anche delle fibre alimentari, nonostante questo però hanno proprietà nutritive molto diverse dalla frutta.

Le bibite sono prodotti confezionati in lattine, cartoni o bottiglie, non sono alcoliche e possono contenere anidride carbonica (come le cole) o essere senza bollicine (come molte bevande al gusto di frutta). Sono composte da acqua, coloranti, zuccheri, estratti vegetali e altro. In questo gruppo si possono mettere anche gli yogurt bevibili e gli sport-drink.

Le bevande calde più consumate in assoluto sono il tè e il caffè. Sono infusi generalmente consumati caldi, a volte molto caldi. Il caffè viene da chicchi tostati, mentre il tè, nonostante molti infusi si facciano chiamare tè, viene dalla pianta chiamata Camellia sinensis. La differenza tra tè verde e nero sta nella lavorazione delle foglie, per il primo questa è più breve. Sia il tè sia il caffè, se non trattati specificatamente, contengono caffeina.

Il Maté è un infuso derivato dalle foglie della pianta Ilex paraguariensis, con proprietà stimolanti.

I prodotti come il tè freddo, spesso zuccherati, sono considerati in questo lavoro come bibite. Tè e caffè contengono sostante antiossidanti che in laboratorio hanno dimostrato di avere proprietà anticancro, inoltre contengono caffeina, una molecola bioattiva capace di stimolare la veglia e il battito cardiaco. Data la mole di consumo, il caffè risulta essere la maggiore fonte di antiossidanti in USA.

Acqua

Non ci sono abbastanza evidenze per fare alcuna conclusione.

Acqua contaminata con arsenico Polmoni

Le prove sono molte e ben documentate, tutti gli studi sono concordi nel ritenere la contaminazione di arsenico una causa certa di tumore ai polmoni con un meccanismo dose-dipendente.

Pelle

Gli studi sono tutti concordi e le prove sono molto forti, la contaminazione di arsenico è una probabile causa di tumore alla pelle, con un meccanismo ben definito.

Reni

Gli studi sono inconcludenti. È ragionevole dire solo che è possibile che l’arsenico causi il cancro ai reni.

Vescica

Gli studi sono inconcludenti. È ragionevole dire solo che è possibile che l’arsenico causi il cancro alla vescica.

Meccanismo generale

L’arsenico causa cancro agendo direttamente sul DNA, danneggiandolo, inoltre interferisce con la biosintesi dell’eme, componente fondamentale dell’emoglobina, con conseguente difficoltà di ossigenazione delle cellule. Riduce poi la quantità di glutatione, un fattore molto importante per il controllo dei radicali liberi e dello stress ossidativo. Nonostante sia un importante fattore nutritivo come il selenio e lo zinco se preso in microdosi, in quantità eccessive diventa estremamente dannoso.

Succhi di frutta

Non ci sono abbastanza evidenze per fare alcuna conclusione.

Bibite

Non ci sono abbastanza evidenze per fare alcuna conclusione.

Caffè Pancreas

C’è un gran numero di lavori, con dati per lo più coerenti tra loro, che mostrano come il caffè potrebbe non avere alcuna rilevanza (positiva o negativa) nello sviluppo di cancro al pancreas.

Reni

C’è un gran numero di lavori, con dati per lo più coerenti tra loro, che mostrano come il caffè potrebbe non avere alcuna rilevanza (positiva o negativa) nello sviluppo di cancro ai reni.

Tè

Non ci sono abbastanza evidenze per fare alcuna conclusione.

Maté Esofago

Gli studi sono coerenti tra loro e i dati sono forti, c’è un’associazione evidente tra il consumo regolare di Maté, come nei paesi sudamericani, e il cancro all’esofago, è quindi probabile che questa bevanda ne sia una causa.

Bocca, faringe, laringe

Le prove non sono definitive, gli studi non sono concordi, è ragionevole quindi dire che è solo possibile che il Maté sia una causa di cancro a bocca, faringe e laringe.

Meccanismo generale

Il Maté è spesso consumato bollente attraverso una cannuccia di metallo, il consumo costante può quindi causare lesioni che possono portare allo sviluppo di tumori a bocca, esofago, laringe e faringe. Forse sono coinvolte anche componenti chimiche della bevanda.

Cibi e bevande assunti caldi Esofago

Le prove sono inconcludenti. È ragionevole dire quindi che è solo possibile che il consumo di prodotti caldi causi cancro all’esofago.

Conclusioni

Il contenuto di arsenico nell’acqua è un importante fattore nello sviluppo di tumori, l’acqua contaminata infatti è una causa di cancro ai polmoni e probabilmente anche alla pelle, mentre è possibile che lo sia anche per i reni e la vescica.

Il Maté probabilmente causa cancro all’esofago, mentre risulta innocuo il caffè.

Infine, i prodotti consumati caldi potrebbero essere associati a uno sviluppo tumorale, ma il collegamento è solo possibile.

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.7 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Altri alimenti Cereali e i tuberi Verdura, legumi e frutta Carne, pollame, pesce e uova Latte e prodotti caseari Grassi, oli, zucchero e sale Bevande non alcoliche Bevande alcoliche (16 settembre 2013) …ed altri ancora prossimamente…

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

Prevenzione dei tumoriCaffè e caffeina in gravidanzaDiarrea e stitichezza durante chemioterapia e radioterapiaColesterolo alto: la dieta nel dettaglioDolcificanti artificiali cancerogeni? Fanno male davvero?Stitichezza: dieta e altri rimedi naturali

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06/09/2013 09:17 Condividi

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Emocromatosi: sintomi, diagnosi e cura

Posted: 05 Sep 2013 11:48 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Diagnosi Cura Introduzione

L’emocromatosi è una malattia in cui si verifica un accumulo eccessivo di ferro nell’organismo. (sovraccarico di ferro). Il ferro è un minerale che si trova in diversi alimenti.

L’eccesso di ferro è tossico per l’organismo, perché questo minerale può avvelenare gli organi e causarne il collasso. Nell’emocromatosi il ferro può accumularsi nella maggior parte degli organi, ma in particolar modo nel fegato, nel cuore e nel pancreas.

L’eccesso di ferro nel fegato può causarne il rigonfiamento, l’insufficienza epatica, il tumore del fegato o la cirrosi. La cirrosi è la formazione di cicatrici all’interno dell’organo che ne determinano il malfunzionamento. L’eccesso di ferro nel cuore può causare irregolarità del battito dette aritmie e l’arresto cardiaco. L’eccesso di ferro nel pancreas, invece, può causare il diabete.

Se l’emocromatosi non viene curata, può causare il decesso del paziente.

Esistono due tipi di emocromatosi: quella primaria e quella secondaria.

La primaria è causata da un difetto dei geni che controllano la quantità di ferro assorbita dagli alimenti. La secondaria di solito è provocata da un’altra patologia o da un altro disturbo che causa il sovraccarico di ferro.

La maggior parte dei pazienti affetti da emocromatosi primaria eredita il disturbo dai genitori. Se i geni ereditati sono due (uno da ciascun genitore), si rischia di andare in sovraccarico di ferro e di manifestare i segni e i sintomi del disturbo. I due geni difettosi fanno assorbire all’organismo più ferro del normale dagli alimenti.

Negli Stati Uniti è una delle malattie genetiche più diffuse, tuttavia non tutti i pazienti affetti manifestano i segni o sintomi della patologia.

Le stime sul numero dei pazienti che presentano i segni e i sintomi variano considerevolmente, alcune indicano che la metà dei pazienti malati non presenta alcun sintomo.

Anche la gravità può variare di molto. Alcuni pazienti non presentano complicazioni anche se il livello di ferro nel loro organismo è molto elevato, altri invece iniziano a soffrire di complicazioni gravi o non sopravvivono.

Esistono diversi fattori in grado di influire sulla gravità della patologia. Ad esempio un apporto elevato di vitamina C può far peggiorare la malattia, perché la vitamina C aiuta l’organismo ad assorbire il ferro presente negli alimenti.

L’assunzione di alcol può far peggiorare le lesioni al fegato e la cirrosi causati dall’emocromatosi. Altri disturbi come l’epatite possono danneggiare o indebolire ulteriormente il fegato.

Cause

Esistono due forme di emocromatosi: quella primaria e quella secondaria. Le cause sono diverse a seconda della forma che colpisce il paziente.

Emocromatosi primaria

La forma primaria è causata da un’anomalia dei geni che controllano la quantità di ferro assorbita con l’alimentazione. Questa forma del disturbo in alcuni casi è detta emocromatosi ereditaria o classica ed è più diffusa di quella secondaria.

I geni connessi si chiamano HFE: i geni HFE difettosi fanno assorbire all’organismo una quantità eccessiva di ferro. Se il paziente eredita due copie del gene HFE difettoso (una da ciascun genitore), rischia il sovraccarico di ferro e i sintomi della malattia.

Se il paziente eredita un gene HFE difettoso e uno normale, diventa portatore sano: i portatori sani di solito non presentano i sintomi della malattia, ma possono trasmettere il gene difettoso ai propri figli. Le stime indicano che negli Stati Uniti una persona su dieci è portatrice del gene della malattia.

Se i due genitori sono entrambi portatori sani del gene HFE difettoso, i loro figli hanno il 25 per cento di probabilità di ereditare due geni HFE difettosi.

L’emocromatosi può essere causata anche da altri geni, ma si tratta di una situazione meno frequente. I ricercatori sono all’opera per studiare quali alterazioni dei geni possano essere responsabili della malattia.

Emocromatosi secondaria

La forma secondaria di norma è provocata da un’altra patologia o da un altro disturbo che causano il sovraccarico di ferro. Tra queste ricordiamo:

alcune forme di anemia, come la talassemia e l’anemia sideroblastica, l’atransferrinemia e l’aceruloplasminemia (malattie ereditarie rare), patologie epatiche croniche, come l’epatite C cronica, le patologie del fegato causate dall’alcol o la steatoepatite non alcolica.

L’emocromatosi secondaria può anche essere causata da altri fattori, come ad esempio:

trasfusioni di sangue, integratori di ferro (sia sotto forma di compresse sia sotto forma di iniezioni), con o senza assunzione eccessiva di vitamina C (la vitamina C aiuta l’organismo ad assorbire il ferro), dialisi prolungata. Fattori di rischio

L’emocromatosi è una delle patologie genetiche più diffuse negli Stati Uniti. Colpisce con maggior frequenza i pazienti di razza caucasica o originari dell’Europa del Nord. È meno diffusa tra gli afroamericani, tra gli ispanici, tra gli asiatici e tra gli indiani d’America.

La forma primaria colpisce con maggior frequenza gli uomini; il rischio, inoltre, è maggiore tra gli anziani. In realtà i sintomi non si manifestano negli uomini prima dei 40-60 anni.

Nelle donne i sintomi non si presentano prima dei cinquant’anni d’età (in corrispondenza della menopausa). I casi di emocromatosi nei bambini sono molto rari.

Il fattore di rischio principale è la presenza di due geni HFE difettosi, ereditati uno da ciascun genitore; tuttavia molti dei pazienti che hanno due copie del gene difettoso non sviluppano alcun sintomo della malattia.

L’alcolismo è un altro fattore di rischio per l’emocromatosi. Anche i precedenti familiari di determinati disturbi e patologie fanno aumentare il rischio di emocromatosi. Tra questi disturbi e patologie ricordiamo: l’infarto, le malattie epatiche, il diabete, l’artrite e la disfunzione erettile (impotenza).

Sintomi

L’emocromatosi può colpire molte parti dell’organismo e causare segni e sintomi diversi. Molti dei segni e dei sintomi sono simili a quelli di altre patologie.

I sintomi di solito non si verificano fino all’età adulta.

Le donne hanno maggiori probabilità che i sintomi generici, come la stanchezza, compaiano per primi. Negli uomini, le complicazioni come il diabete o la cirrosi (cicatrici nel fegato) spesso sono i primi sintomi della patologia.

I sintomi variano a seconda della gravità della malattia, tra quelli più frequenti ricordiamo:

il dolore articolare, la stanchezza, la debolezza, il dimagrimento, il mal di stomaco.

Non tutti i pazienti affetti presentano i sintomi della malattia. Le stime sul numero di pazienti che presentano i sintomi sono molto variabili, alcune indicano che la metà circa dei pazienti malati non presenta alcun sintomo.

Quando chiamare il medico Pericoli

Se la malattia non viene diagnosticata e curata precocemente, il ferro si accumula nell’organismo e può causare:

malattie del fegato, come l’epatomegalia (ingrossamento del fegato), l’insufficienza epatica, il tumore del fegato o la cirrosi (formazione di cicatrici nel fegato), problemi cardiaci, come le aritmie (irregolarità del battito) e l’arresto cardiaco, diabete, soprattutto nei pazienti con precedenti famigliari, lesioni e dolore articolari, come l’artrite problemi dell’apparato riproduttore, come la disfunzione erettile (impotenza), la contrazione dei testicoli e la perdita di appetito sessuale negli uomini, e l’assenza del ciclo mestruale e la menopausa precoce nelle donne, alterazioni del colore della pelle (pelle grigiastra o di colore bronzeo), scarsa attività dell’ipofisi e della tiroide, lesioni delle ghiandole surrenali. Prognosi

La prognosi per i pazienti affetti dall’emocromatosi dipende in gran parte dalle lesioni agli organi già presenti al momento della diagnosi, quindi sono fondamentali la diagnosi e la terapia precoci.

La terapia può servire a prevenire, alleviare o in alcuni casi anche a guarire le complicazioni della malattia, nonché a consentire una migliore qualità della vita.

Se la diagnosi e la terapia sono precoci, il paziente può condurre una vita normale. Se invece la malattia non viene curata, può causare gravi lesioni agli organi e persino il decesso del paziente.

Diagnosi

Il medico diagnostica l’emocromatosi basandosi sulla storia medica del paziente e della sua famiglia, sulla visita e sui risultati degli esami.

In alcuni casi può essere diagnosticata durante controlli per altre patologie, come l’artrite, le patologie del fegato, il diabete, le patologie cardiache o la disfunzione erettile (impotenza).

Specialisti coinvolti

La diagnosi e la cura della malattia spettano al medico di famiglia e agli internisti. Anche altri medici possono essere coinvolti nella diagnosi e nella cura della patologia, ad esempio:

ematologo (specialista delle malattie del sangue), cardiologo (specialista nelle malattie del cuore), endocrinologo (specialista nelle malattie delle ghiandole), epatologo (specialista nelle malattie del fegato), gastroenterologo (specialista nelle malattie dell’apparato digerente), reumatologo (specialista nelle malattie delle articolazioni e dei tessuti). Anamnesi personale e famigliare

Per l’anamnesi personale e famigliare, il medico potrà rivolgervi diverse domande relative a:

Segni e sintomi, momento della loro comparsa e gravità; Assunzione di integratori di ferro (in compresse o tramite iniezioni), accompagnati o meno da integratori di vitamina C (la vitamina C aiuta l’organismo ad assorbire il ferro presente negli alimenti). Il medico potrà chiedervi quanto ferro assumete: quest’informazione potrà essergli utile per diagnosticare l’emocromatosi secondaria; Presenza di altri membri della famiglia affetti dall’emocromatosi; Eventuali patologie o problemi connessi che hanno colpito i vostri famigliari. Visita

Il medico vi visiterà per controllare eventuali sintomi. Ausculterà il cuore per escludere eventuali aritmie e vi controllerà, per escludere eventuali sintomi dell’artrite, le alterazioni del colore della pelle e l’epatomegalia.

Esami diagnostici

Il medico potrebbe consigliare di eseguire uno o più esami.

Esami del sangue

Nei pazienti affetti dall’emocromatosi ci può essere un eccesso di ferro nell’organismo, ma la quantità di ferro nel sangue può essere normale. Alcuni tipi di esami del sangue possono aiutare il medico a scoprire la quantità di ferro nell’organismo.

Durante l’esame viene prelevato un campione di sangue, di solito da una vena del braccio. Il prelievo è molto semplice e veloce, ma può causare un leggero disagio dovuto all’iniezione, che però scompare dopo pochissimo tempo.

Gli esami del sangue comprendono la saturazione della transferrina, il livello di ferritina sierica e gli esami della funzionalità epatica.

La transferrina è una proteina che trasporta il ferro nel sangue. L’esame indica la quantità di ferro trasportata dalla transferrina e aiuta il medico a scoprire quanto ferro c’è nell’organismo.

Se la transferrina è alta, il medico può anche controllare la ferritina sierica. L’esame della ferritina sierica misura quanto ferro c’è nei vari organi. L’eccesso di ferro può indicare l’emocromatosi.

Per escludere lesioni al fegato, il paziente può eseguire gli esami della funzionalità epatica. Le lesioni al fegato possono essere sintomo dell’emocromatosi. Se sapete già di soffrite di questa malattia, gli esami della funzionalità epatica sono in grado di indicare la gravità della patologia.

Gli esami del sangue, da soli, non servono per una diagnosi definitiva, quindi il medico può consigliarvi di eseguire anche altri tipi di esami.

Biopsia del fegato

Nella biopsia del fegato, il medico esegue l’anestesia locale nella zona del fegato e poi rimuove un piccolo campione di tessuto epatico usando una siringa. Il tessuto poi viene esaminato al microscopio.

La biopsia del fegato può indicare la quantità di ferro presente nell’organo. Quest’esame inoltre può aiutare il medico a diagnosticare le patologie del fegato (come la cirrosi o i tumori). Le biopsie del fegato vengono eseguite con minore frequenza rispetto al passato.

Risonanza magnetica

La risonanza magnetica è una tecnica d’esame non invasiva che usa le onde radio, grandi calamite e un computer per elaborare immagini degli organi interni. La risonanza magnetica può essere eseguita per avere un’indicazione sulla quantità di ferro presente nel fegato.

Dispositivo superconduttore a interferenza quantistica

Il dispositivo superconduttore a interferenza quantistica (SQuID) è un’apparecchiatura che usa calamite molto sensibili per misurare la quantità di ferro presente nel fegato. Quest’apparecchiatura è disponibile in pochissimi centri specializzati.

Esami genetici

Gli esami genetici possono indicare se il paziente ha uno o entrambi i geni HFE difettosi. Tuttavia, anche se una persona ha due geni HFE difettosi, l’esame genetico non può prevedere se inizierà a soffrire dei sintomi dell’emocromatosi.

Inoltre gli esami genetici potrebbero non essere in grado di individuare altri geni difettosi che, in rari casi, possono essere responsabili della malattia.

Per eseguire gli esami genetici esistono due modalità. Le cellule possono essere raccolte dall’interno del cavo orale usando un tampone oppure può essere prelevato un campione di sangue dal braccio.

Chi soffre di emocromatosi (o ha precedenti famigliari di questa patologia) e desidera un figlio può prendere in considerazione la possibilità di eseguire gli esami genetici e una consulenza genetica. Gli esami possono essere utili per capire se uno o entrambi i genitori possiedono uno o entrambi i geni HFE difettosi. Il consulente genetico può capire se i genitori rischiano di trasmettere i geni difettosi in eredità ai figli.

Cura e terapia

Le terapie comprendono la flebotomia terapeutica, la terapia ferrochelante, le modifiche della dieta e le terapie per le complicazioni.

Tra gli scopi della terapia ricordiamo:

riduzione della quantità di ferro presente nell’organismo fino a livelli normali, prevenzione o rallentamento delle lesioni agli organi dovute al sovraccarico di ferro, terapia delle complicazioni, mantenimento di una quantità di ferro normale nell’organismo per il resto della vita. Flebotomia terapeutica

La flebotomia terapeutica è un intervento che rimuove il sangue (e quindi il ferro) dall’organismo. Viene inserito un ago in una vena: il sangue scorre attraverso un tubicino sigillato e raggiunge un contenitore sterile.

Il procedimento è simile a quello della donazione di sangue. La flebotomia può essere eseguita in un centro per le donazioni, in ospedale o in un ambulatorio.

Nella prima fase della terapia, vengono prelevati circa 500 ml di sangue una volta o due alla settimana. Quando i livelli di ferro nel sangue ritornano alla normalità, il paziente in alcuni casi deve ancora continuare le flebotomie; tuttavia la loro frequenza può essere ridotta da tre a sei volte all’anno.

Durante la terapia, che spesso dovrà continuare per tutta la vita, il paziente dovrà eseguire gli esami del sangue frequentemente per controllare i livelli di ferro nel sangue.

Terapia ferrochelante

La terapia ferrochelante usa i farmaci per rimuovere il ferro in eccesso dall’organismo. Questa terapia è una buona alternativa per chi non può sottoporsi regolarmente alle flebotomie.

Il farmaco usato per la terapia ferrochelante viene assunto per via orale o per tramite iniezione. La terapia ferrochelante con iniezioni viene eseguita in ambulatorio, mentre quella orale può essere eseguita a domicilio.

Modifiche della dieta

Se soffrite di emocromatosi, il medico può suggerirvi di modificare la vostra dieta in vari modi.

Evitate gli integratori di ferro in compresse o in iniezione, oppure gli integratori multivitaminici che contengono ferro. Limitate l’apporto di vitamina C. La vitamina C aiuta il vostro corpo ad assorbire il ferro presente negli alimenti. Chiedete al medico qual è la quantità di vitamina C indicata nel vostro caso. Evitate il pesce e i crostacei crudi. Alcuni tipi di pesce e di crostacei contengono batteri che causano infezioni nei pazienti affetti da patologie croniche come l’emocromatosi. Limitate l’assunzione di alcol. Bere alcol fa aumentare il rischio di patologie del fegato e può far peggiorare le patologie del fegato preesistenti. Terapia delle complicazioni

Il medico può prescrivere altre terapie in caso di complicazioni, come le patologie del fegato, i problemi cardiaci o il diabete.

È possibile prevenire l’emocromatosi primaria o ereditaria, però non tutti coloro che ereditano i geni sviluppano i sintomi o le complicazioni della patologia. Nei pazienti con complicazioni, le terapie impediscono che la patologia peggiori.

Le terapie comprendono la flebotomia terapeutica, la terapia ferrochelante, le modifiche della dieta e altri tipi di terapie.

Chi soffre della malattia (o ha precedenti famigliari) e desidera un figlio può prendere in considerazione l’opportunità di eseguire esami genetici e di ricevere una consulenza genetica. L’esame può essere utile per indicare se uno o entrambi i genitori sono portatori dei geni HFE difettosi. La consulenza genetica può servire per capire la probabilità che i genitori trasmettano in eredità i geni difettosi ai figli.

Convivere con l’emocromatosi

La prognosi dei pazienti dipende in gran parte dall’estensione delle lesioni agli organi interni già presenti al momento della diagnosi. La diagnosi e la terapia precoci sono perciò fondamentali.

La terapia può essere utile per prevenire, rallentare o in alcuni casi anche guarire le complicazioni della malattia. La terapia inoltre può permettere al paziente di avere più energia e una migliore qualità della vita. Con una diagnosi e una terapia precoci, è possibile condurre una vita normale.

Se si sono già verificate lesioni agli organi interni, la terapia serve per prevenire ulteriori danni e migliorare la speranza di vita, però può non essere in grado di guarire i problemi già insorti.

Se l’emocromatosi non viene curata, può provocare gravi lesioni agli organi interni o addirittura il decesso del paziente.

Dopo la terapia

I pazienti reagiscono in modo molto diverso alla terapia. Alcune persone che devono sottoporsi con frequenza alla flebotomia possono sentirsi molto stanche. Chi ha una malattia avanzata o riceve terapie molto invasive e rimane quindi indebolito può aver bisogno d’aiuto per svolgere le normali attività quotidiane.

All’inizio può essere necessario sottoporsi alla flebotomia con frequenza. La durata di questo tipo di terapia dipende dalla quantità di ferro in eccesso presente nell’organismo.

Dopo il periodo iniziale della terapia probabilmente dovrete sottoporvi alla terapia da due a sei volte all’anno, per impedire che il ferro si accumuli di nuovo.

Terapia continua

Se soffrite di emocromatosi, è importante sottoporsi a una terapia continua. La terapia continua può comprendere:

flebotomie terapeutiche assunzione di farmaci seguendo la prescrizione medica contatto con il medico in caso di sintomi nuovi, peggioramento dei sintomi o eventuali reazioni avverse alla flebotomia follow-up regolare sui risultati degli esami, sul proseguimento della terapia e sugli esami annuali,, uso di un’agenda o di altri strumenti per registrare la quantità di ferro presente nell’organismo.

Se dovete sottoporvi regolarmente alla flebotomia, probabilmente dovrete cambiare gli orari di lavoro per adeguarvi alla terapia. Probabilmente dovrete anche modificare gli orari di lavoro per riprendervi dai periodi di stanchezza, soprattutto se la terapia vi indebolisce molto.

Sostegno emotivo

Convivere con l’emocromatosi può causare paura, ansia, depressione e stress. Parlate dei vostri stati d’animo con i medici che vi seguono oppure con uno specialista. Se siete molto depressi, il medico può consigliarvi di assumere farmaci o di iniziare terapie di altro tipo per migliorare la qualità della vita.

Partecipare a un gruppo di aiuto può aiutarvi ad affrontare meglio la malattia. Potrete vedere come altre persone affrontano sintomi simili o uguali ai vostri. Chiedete al medico o al personale sanitario se esistono gruppi di aiuto nella vostra zona.

Per alleviare lo stress e l’ansia può essere utile anche il sostegno dei famigliari e degli amici. Fate capire a chi vi circonda come vi sentite e che cosa possono fare per aiutarvi.

Screening famigliare

I genitori, i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli del paziente affetto dall’emocromatosi possono essere a rischio. Chiedete al medico se i vostri parenti di primo grado dovrebbero fare gli esami per controllare il livello di ferro.

Il medico può consigliarvi di eseguire gli esami genetici per scoprire se i membri della vostra famiglia sono a rischio. Se a un vostro parente è già stata diagnosticata la malattia, l’esame genetico può indicare se si tratta della forma primaria (ereditaria) della patologia.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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02/09/2013 09:18 Condividi

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Prevenzione dei tumori: grassi, oli, zucchero e sale

Posted: 01 Sep 2013 11:35 PM PDT

Grassi e oli Definizioni e composizione Grassi totali Burro Grassi animali Conclusioni Zucchero e sale Definizioni e fonti Zucchero Sale Cibo salato Conclusioni Grassi e oli

Grassi e oli sono gli alimenti più energetici della nostra alimentazione. Molti tagli di carne apportano soprattutto grassi saturi, così come i prodotti caseari. Gli oli sono composti per la maggior parte da grassi polinsaturi o monoinsaturi ma tutti, comunque, contribuiscono per 9 kcal/g sul ricavo energetico che arriva dall’alimentazione. Sono utilizzati per condire, per cucinare e come ingredienti di prodotti elaborati anche industriali.

Un tipo di grassi in particolare merita più attenzione: gli acidi grassi idrogenati. Questi sono prodotti industriali che derivano da grassi diversi (monoinsaturi e polinsaturi), dopo la trasformazione perdono le proprietà benefiche delle molecole d’origine per diventare funzionalmente più simili agli acidi grassi saturi. La loro importanza deriva dal fatto che sono molto usati nei prodotti industriali e la loro frequente assunzione favorisce lo sviluppo di malattie cardiocircolatorie.

In questo articolo tutti i tipi di grasso, inclusi il colesterolo e i grassi idrogenati, sono considerati alimenti e analizzati di conseguenza.

Definizioni e composizione

I grassi della dieta sono rappresentati soprattutto da trigliceridi, una famiglia di molecole composta da tre lunghe catene carboniose (gli acidi grassi) legate a uno scheletro di glicerina. Questi sono utilizzati dal nostro organismo come riserva di energia, per la formazione delle membrane cellulari e per la sintesi di alcune molecole ormonali. Anche il colesterolo, molecola diversa strutturalmente, è implicato nella formazione delle membrane cellulari e di altre molecole.

Per grassi si intendono quegli alimenti che sono solidi o semisolidi a temperatura ambiente (come il burro), in genere sono ricchi di acidi grassi saturi. Per oli invece si intendono i prodotti liquidi a temperatura ambiente (olio di oliva per esempio), ricchi di acidi grassi mono e polinsaturi.

I grassi sono anche essenziali per permettere l’assorbimento di alcune vitamine, specificatamente quelle liposolubili (Vitamina A, D, E e K), e apportano molecole fondamentali che non possiamo sintetizzare, come gli omega-3 (che sono un tipo di acido grasso).

Grassi totali Polmoni

Gli studi sono contrastanti l’uno con l’altro, le evidenze sono molto poche ed è solo possibile che il consumo di grassi causi cancro ai polmoni. Il gruppo di lavoro sottolinea che la principale causa di cancro ai polmoni è il fumo di sigaretta.

Seno

Gli studi sono contrastanti l’uno con l’altro e anche il meccanismo d’azione è solo ipotizzato. È ragionevole quindi dire che è solo possibile che il consumo di grassi porti allo sviluppo di cancro al seno.

Burro Polmoni

Gli studi sono pochi e contrastanti, è ragionevole dire quindi che è solo possibile che il burro causi il cancro ai polmoni.

Grassi animali Colon-retto

Gli studi sono pochi e con dati poco consistenti, è ragionevole dire quindi che è solo possibile che gli alimenti contenenti grassi animali causino cancro al colon-retto.

Conclusioni

Il consumo di grassi e oli non si è mostrato determinante per lo sviluppo di cancro, se non per una lieve possibilità in tutti i tipi di malattia considerati. Le evidenze mostrano una associazione positiva ma debole tra il consumo di grassi e oli e il cancro.

Zucchero e sale

Lo zucchero inteso come dolcificante è un componente di molti cibi, sia perché presente strutturalmente, sia perché aggiunto industrialmente.

Gli zuccheri sono estratti da alcuni tipi di piante (canna, barbabietola, mais) e l’essere umano mostra, in genere, una predilezione per questo sapore.

Anche del sale spesso si tende ad abusare, questo è dato da molti fattori: una possibile causa potrebbe essere quella evoluzionistica, in quanto la posizione eretta ci costringe ad avere una pressione sanguigna più alta rispetto ai quadrupedi, di certo il sale agisce su alcune aree del cervello dando una vera e propria dipendenza (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2491403/).

Lo zucchero e il sale sono presenti soprattutto nei cibi elaborati, utilizzati come ingredienti ma anche come agenti di conservazione. Nelle statistiche sono inclusi anche i dolcificanti di sintesi non calorici (come l’aspartame), anche se non citati esplicitamente, in quanto gli studi epidemiologici non suggeriscono legami di alcun tipo con lo sviluppo di tumori.

Definizioni e fonti

In questo lavoro per zucchero si intende qualunque tipo di zucchero semplice, sia aggiunto (glucosio, saccarosio, fruttosio, maltosio, fruttosio…) sia intrinseco, come quello ad esempio contenuto della frutta. Il saccarosio viene normalmente estratto dalla canna da zucchero o dalla barbabietola, il maltosio e il glucosio vengono normalmente estratti dal mais.

Per sale normalmente si intende il cloruro di sodio. Come lo zucchero è usato come conservante e anche come esaltatore di sapori. È estratto da alcuni tipi di roccia o dall’acqua marina e i suoi componenti (sodio e cloro) sono importanti per la salute umana, in piccole dosi.

Zucchero Colon-retto

Gli studi sono di difficile interpretazione perché presentano dati contrastanti e non sempre significativi, negli studi su animali l’abbondanza di zuccheri nella dieta potrebbe essere una causa di neoplasie. È ragionevole dire che è solo possibile che lo zucchero causi cancro al colon-retto.

Sale Stomaco Totale del sale alimentare: gli studi sono mediamente concordi nel dire che è probabile che il sale aumenti il rischio di cancro allo stomaco. Sale aggiunto: gli studi non hanno risultati abbastanza significativi da poter essere presi in considerazione. Sodio: gli studi mostrano risultati discordanti, è possibile che aumenti il rischio di cancro allo stomaco. Interazioni con Helicobacter pylori: è possibile che il sale contribuisca alla proliferazione del batterio.

Conclusioni: è probabile che il sale sia una causa di cancro allo stomaco.

Cibo salato Stomaco

Gli studi sono concordi e le evidenze significative, è probabile che il cibo salato sia una causa di cancro allo stomaco, il possibile meccanismo proposto è legato alla quantità di sale consumato.

Conclusioni

Gli studi mostrano che lo zucchero forse è implicato nel cancro al colon-retto; il sale è collegato al cancro allo stomaco, infatti potrebbe essere una delle cause di questa malattia.

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.5 e 4.6 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Altri alimenti Cereali e i tuberi Verdura, legumi e frutta Carne, pollame, pesce e uova Latte e prodotti caseari Grassi, oli, zucchero e sale Bevande non alcoliche (09 settembre 2013) Bevande alcoliche (16 settembre 2013) …ed altri ancora prossimamente…

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

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30/08/2013 09:22 Condividi

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Carenza di sonno: perchè e quanto dormire?

Posted: 29 Aug 2013 11:44 PM PDT

Introduzione Perché si dorme Sintomi Quanto bisogna dormire Prognosi Fattori di rischio Dormire meglio Comunicare con il medico Introduzione

La deprivazione del sonno è una patologia che ha origine quando il paziente non dorme a sufficienza. La carenza di sonno, invece, è un concetto più ampio. La carenza di sonno, infatti, si manifesta se:

non si dorme a sufficienza (deprivazione del sonno), si dorme nel momento sbagliato (cioè non si è sincronizzati con l’orologio biologico dell’organismo), non si dorme bene o non si dorme in tutti i modi necessari all’organismo, si ha un disturbo del sonno che impedisce di dormire a sufficienza o incide negativamente sulla qualità del sonno.

In questo articolo, se non specificato altrimenti, ci occuperemo della carenza di sonno.

Dormire è un bisogno primario, come mangiare, bere e respirare. Proprio come gli altri bisogni primari, è una componente fondamentale della buona salute e del benessere in tutte le fasi della vita.

È un problema che può causare

problemi fisici e mentali, lesioni e traumi, perdita di produttività addirittura un aumento del rischio di decesso.

Per capire che cos’è la carenza può essere utile capire come funziona il sonno e perché è importante: le due fasi (e tipi) di sonno sono

la fase REM (dall’inglese Rapid Eye Movement ossia rapido movimento degli occhi), la fase non REM.

La fase non REM comprende quello che normalmente viene definito sonno profondo o sonno a onde lente. Normalmente si sogna durante la fase REM. In condizioni normali la fase non REM e quella REM si alternano con 3-5 cicli a notte.

La possibilità di condurre una vita normale e di sentirsi bene quando si è svegli dipende dalla durata totale del sonno e dalla durata di ciascuna fase; dipende inoltre dal fatto che si dorma nel momento in cui l’organismo è preparato e pronto al sonno.

Il nostro organismo ha un orologio interno che controlla i momenti di veglia e i momenti in cui l’organismo è pronto a dormire, l’orologio di norma segue un ritmo costante (ritmo circadiano), che coinvolge tutte le cellule, i tessuti e gli organi e influisce sul loro funzionamento.

Perchè si dorme

Sono diversi i fattori che influiscono sulla preparazione dell’organismo al sonno e al risveglio. Tutti noi abbiamo un “orologio interno” che controlla quando è il momento di svegliarci e quando invece l’organismo è pronto per dormire.

L’orologio biologico tipicamente ha un ritmo che copre le 24 ore (ritmo circadiano). Due processi interagiscono per controllare l’orologio biologico:

il primo è la stanchezza, che si accumula man mano che trascorrono le ore di veglia. La voglia di dormire raggiunge un picco alla sera, quando la maggior parte delle persone si addormenta.La voglia di dormire sembra connessa a un particolare composto chimico: l’adenosina. Quando si è svegli, il livello di adenosina nel cervello continua a salire. L’aumento del livello di questo composto segnala la transizione verso il sonno. Quando si dorme, l’organismo smaltisce l’adenosina. Un secondo processo coinvolge l’orologio biologico. L’orologio è sincronizzato con determinati fattori ambientali. La luce, il buio e altri fattori aiutano l’organismo a capire quando stare sveglio e quando invece avvertire la sonnolenza. I segnali luminosi ricevuti attraverso gli occhi, ad esempio, comunicano a una speciale zona del cervello che è giorno. Questa zona del cervello aiuta a sincronizzare l’orologio biologico con l’alternanza giorno-notte.L’organismo rilascia le sostanze chimiche seguendo uno schema giornaliero, controllato dall’orologio biologico. Quando inizia a fare buio, l’organismo produce la melatonina (un ormone). La melatonina segnala all’organismo che è il momento di prepararsi a dormire, e induce la sonnolenza. La quantità di melatonina nel sangue raggiunge un picco a tarda sera. I ricercatori ritengono che questo picco sia uno dei fattori fondamentali nella preparazione dell’organismo al sonno. L’esposizione alle luci artificiali forti alla sera tardi può alterare questo processo, creando la difficoltà ad addormentarsi. Tra gli esempi di luci artificiali forti ricordiamo: la luce della TV o del computer o la luce forte dei display delle sveglie. Quando avverte la luce del sole, l’organismo inizia a produrre il cortisolo. Quest’ormone prepara l’organismo naturalmente al risveglio.

Il ritmo e gli orari dell’orologio biologico cambiano nelle diverse fasi della vita. Gli adolescenti tendono ad addormentarsi più tardi rispetto ai bambini e agli adulti, perché la melatonina viene prodotta e ha il suo picco più tardi nel corso del ciclo delle 24 ore. Quindi è naturale che molti adolescenti preferiscano andare a letto più tardi e dormire un po’ di più al mattino rispetto agli adulti.

Il bisogno di dormire è anche maggiore nelle prime fasi della vita, quando si cresce e ci si sviluppa. Ad esempio i neonati possono dormire più di 16 ore al giorno, e i bambini in età prescolare hanno bisogno di fare sonnellini.

I bambini piccoli tendono a dormire di più alla sera presto, mentre gli adolescenti tendono a dormire di più al mattino. Gli anziani, invece, tendono ad andare a letto presto e ad alzarsi presto.

I pattern e i tipi di sonno, inoltre, cambiano con l’età. Ad esempio nei neonati la fase REM dura di più. La quantità di sonno ad onde lente (una fase del sonno non REM) è massima nella prima infanzia e poi diminuisce bruscamente dopo la pubertà, per poi continuare a diminuire man mano che si invecchia.

Perché è importante dormire?

Il sonno gioca un ruolo fondamentale per lo stato di salute e per il benessere, lungo tutto il corso della vita. Dormire a sufficienza, avere un sonno di buona qualità e dormire nei momenti giusti serve per garantire la salute mentale, la salute fisica, la qualità della vita e la sicurezza propria e altrui.

Il modo in cui ci si sente al momento del risveglio dipende in parte da ciò che accade durante il sonno. Quando si dorme, l’organismo continua a essere attivo per mantenere il cervello e tutto il resto del corpo in buona salute. Nei bambini e negli adolescenti, il sonno serve anche per favorire la crescita e lo sviluppo.

Il danno dovuto alla carenza di sonno può essere immediato (ad esempio perché ci si addormenta durante la guida, si ha un incidente e si rimane feriti) oppure progressivo. Ad esempio la carenza di sonno protratta può far aumentare il rischio di alcuni problemi di salute cronici e può influire sulla capacità di pensare, reagire, lavorare, imparare e rapportarsi con gli altri.

Funzionalità cerebrale normale e benessere emotivo

Il sonno favorisce il buon funzionamento del cervello. Quando si dorme, il cervello si sta preparando per la giornata successiva e forma nuovi collegamenti che servono per imparare e ricordare le informazioni.

Le ricerche dimostrano che, se si dorme bene di notte, la facoltà di apprendimento migliora. Sia che si studi la matematica, sia che si studi il pianoforte, sia che ci si stia allenando a golf o si stia imparando a guidare la macchina, il sonno serve per migliorare la capacità di apprendimento e le abilità di risoluzione dei problemi. Il sonno, inoltre, serve per migliorare l’attenzione, le capacità decisionali e la creatività.

Le ricerche, inoltre, indicano che la carenza di sonno altera l’attività di alcune parti del cervello. In caso di carenza di sonno si possono avere difficoltà a prendere decisioni, a risolvere i problemi, a controllare le emozioni e i comportamenti e ad affrontare i cambiamenti. La carenza di sonno è stata anche connessa alla depressione, al suicidio e alla propensione ad assumere comportamenti a rischio.

I bambini e gli adolescenti che soffrono di carenza di sonno possono avere problemi a rapportarsi con gli altri. Possono essere arrabbiati e impulsivi, avere sbalzi d’umore, sentirsi tristi o depressi o essere carenti di motivazione. Inoltre possono aver problemi d’attenzione, che causano risultati carenti a scuola e quindi altro stress.

Salute fisica Il sonno è fondamentale per lo stato di salute fisico, perché ad esempio è coinvolto nei meccanismi di guarigione e di riparazione del cuore e dei vasi sanguigni. Se la carenza di sonno è protratta, aumenta il rischio di patologie cardiache, patologie renali, ipertensione, diabete e ictus. La carenza di sonno aumenta anche il rischio di obesità. Ad esempio, una ricerca sugli adolescenti ha concluso che, per ogni ora di sonno perso, le probabilità di diventare obesi aumentano. La carenza di sonno fa aumentare il rischio di obesità anche nelle altre fasce d’età. Il sonno serve per mantenere l’equilibrio degli ormoni che inducono l’appetito (grelina) o la sazietà (leptina). Quando non si dorme abbastanza, il livello di grelina aumenta, mentre quello di leptina diminuisce. Quindi si ha più fame rispetto a quando si è ben riposati. Il sonno inoltre influisce sulla reazione dell’organismo all’insulina, l’ormone che controlla il livello di glucosio (zucchero) nel sangue. La carenza di sonno fa aumentare il glucosio, e quindi può aumentare il rischio di diabete. Il sonno è fondamentale per una crescita e uno sviluppo sani. Durante il sonno profondo l’organismo rilascia l’ormone che stimola la crescita nei bambini e negli adolescenti. L’ormone della crescita serve inoltre a potenziare la massa muscolare e a riparare le cellule e i tessuti nei bambini, negli adolescenti e negli adulti. Il sistema immunitario, per rimanere in buona salute, ha bisogno del sonno. Il sistema immunitario difende l’organismo dalle sostanze estranee e pericolose. La carenza di sonno protratta può alterare la risposta del sistema immunitario, che ad esempio può avere problemi quando deve combattere le infezioni, anche quelle più banali. Vita quotidiana e sicurezza

Dormire a sufficienza e con un sonno di qualità nei momenti giusti serve per funzionare bene per tutto il corso della giornata. Chi ha carenza di sonno è meno produttivo al lavoro e a scuola. Impiega più tempo per finire il proprio lavoro, ha un tempo di reazione rallentato e fa più errori.

Dopo diverse notti di carenza di sonno, anche se si sta svegli “solo” 1 o 2 ore in più per notte, l’organismo ne risente, come se non si fosse dormito per un giorno o due.

La carenza di sonno, inoltre, può condurre ai al micro sonno, cioè ai brevi momenti di sonno che si verificano durante la normale veglia.

I microsonni sono involontari, cioè ci si può addormentare in modo del tutto inconsapevole. Ad esempio non vi è mai capitato di guidare ma di non ricordare parte del viaggio? Probabilmente avete sperimentato il microsonno.

Anche se non state guidando, il microsonno può avere conseguenze negative sulla funzionalità dei tutto l’organismo. Se siete a scuola o all’università, ad esempio, probabilmente perderete parte delle informazioni o vi sembrerà di non capire nulla. In realtà, però, probabilmente avete dormito per parte della lezione e non ve ne siete resi conto.

Alcune persone non sono consapevoli dei rischi della carenza di sonno. In realtà possono non rendersi conto del problema, perché pensano di poter continuare a funzionare bene, anche dormendo poco o male.

Ad esempio chi soffre di sonnolenza diurna può comunque sentirsi in grado di guidare. Tuttavia le ricerche dimostrano che la carenza di sonno influisce sulla capacità di guidare quanto l’ubriachezza, se non di più. Si stima che la sonnolenza durante guida sia un fattore che provoca circa 100.000 incidenti d’auto all’anno, con circa 1.500 decessi.

Chi guida non è l’unico ad avere problemi causati dalla carenza di sonno. La carenza di sonno può colpire chi lavora nei settori più disparati: medici, piloti, studenti, avvocati, meccanici e addetti alla catena di montaggio.

La carenza di sonno, quindi, è un problema non solo a livello personale, ma anche sociale. Ad esempio la carenza di sonno è stata in parte responsabile di disastri gravissimi, come gli incidenti aerei o le catastrofi nucleari.

Sintomi

Se non si dorme a sufficienza, se si dorme nei momenti sbagliati o la qualità del sonno è scarsa, probabilmente ci si sentirà molto stanchi durante il giorno. Ci si potrà sentire poco riposati e vigili quando ci si risveglierà.

La carenza di sonno può interferire con il lavoro, la scuola, la guida e il comportamento sociale. Si possono avere problemi di apprendimento, di concentrazione e di riflessi. Inoltre si possono avere difficoltà a giudicare le emozioni e le reazioni delle altre persone. Può inoltre causare frustrazione, senso di malessere o preoccupazione nelle situazioni sociali.

I sintomi della carenza di sonno possono manifestarsi diversamente nei bambini e negli adulti. I bambini che dormono poco e male possono essere iperattivi e avere problemi di attenzione. Alle volte possono comportarsi male e il rendimento scolastico può risentirne.

La carenza di sonno può farvi sentire molto stanchi durante il giorno. Probabilmente non vi sentite riposati e vigili quando vi svegliate. La carenza di sonno può interferire con il lavoro, la scuola, la guida e il comportamento sociale.

La sonnolenza diurna può essere utile per scoprire se state soffrendo dei sintomi della carenza di sonno. Probabilmente soffrite di carenza di sonno se spesso vi sentite sul punto di addormentarvi quando:

siete seduti a leggere o a guardare la TV, siete seduti in un luogo pubblico, ad esempio al cinema, in ufficio durante una riunione o in classe, siete in macchina da un’ora e non vi siete sgranchiti le gambe, siete seduti da qualche parte a parlare con qualcuno, siete seduti in poltrona dopo pranzo, siete in coda in macchina da alcuni minuti.

La carenza di sonno può causare problemi di apprendimento, concentrazione e reazione. Si possono avere problemi a prendere decisioni, risolvere problemi, ricordare le cose, controllare le emozioni e il comportamento e ad affrontare i cambiamenti. Si può impiegare più tempo del solito a terminare un compito, avere un tempo di reazione lento e fare più errori.

I segni e i sintomi della carenza di sonno possono essere differenti tra i bambini e gli adulti. I bambini che soffrono di carenza di sonno possono essere iperattivi e avere problemi di attenzione. Possono anche comportarsi male, ed avere quindi problemi a scuola.

I bambini che non dormono abbastanza possono essere arrabbiati e impulsivi, avere sbalzi d’umore, sentirsi tristi o depressi o avere carenze di motivazione.

Quanto bisogna dormire

Le ore di sonno necessarie al giorno cambiano nel corso della vita. La necessità di dormire varia da persona a persona, ma nella tabella abbiamo elencato alcuni consigli generici per le diverse fasce d’età.

Età Ore di sonno necessarie Neonati 16–18 ore al giorno Bambini in età prescolare 11–12 ore al giorno Bambini in età scolare Almeno 10 ore al giorno Adolescenti 9–10 ore al giorno Adulti e anziani 7–8 ore al giorno

Se di solito non riuscite a dormire a sufficienza o scegliete di dormire meno del necessario, il sonno arretrato si accumula. Il totale di ore di sonno perso si chiama debito di sonno. Ad esempio, se andate a dormire due ore più tardi del dovuto tutte le sere, dopo una settimana avrete un debito di sonno di 14 ore.

Alcune persone fanno dei sonnellini per rimediare alla stanchezza: i sonnellini sono un rimedio per guadagnare vigilanza e produttività sul breve periodo, tuttavia tutti gli altri benefici del sonno notturno vanno persi, quindi non si riesce a recuperare davvero il sonno perduto.

Alcune persone dormono di più quando non devono andare al lavoro. Probabilmente durante le vacanze o nei weekend vanno a dormire più tardi e si svegliano più tardi.

Dormire di più del solito quando non si deve andare al lavoro può essere un segno della carenza di sonno. Anche se dormire di più durante le vacanze può aiutarvi a sentirvi meglio, può alterare il ritmo sonno-veglia dell’organismo.

Le cattive abitudini legate al sonno e la carenza di sonno sul lungo periodo influiscono sullo stato di salute generale. Se siete preoccupati di non stare dormendo a sufficienza, potete tenere un diario del sonno per quindici giorni.

Prendete nota di quanto dormite ogni notte, di quanto vi sentite vigili e riposati al mattino e di quanto vi sentite assonnati durante il giorno. Fate vedere i risultati al medico e chiedete come fare per migliorare la qualità del sonno.

Andare a dormire quando il corpo lo richiede è fondamentale. La carenza di sonno può colpire anche se si dorme il numero di ore consigliate per la propria fascia d’età.

Le persone in cui il sonno non è sincronizzato con l’orologio biologico (ad esempio chi deve fare i turni per lavoro) o in cui il sonno viene interrotto spesso (come gli infermieri o i responsabili dei servizi di emergenza) probabilmente dovranno fare particolarmente attenzione alle loro necessità.

Se il lavoro o la routine limitano la possibilità di dormire a sufficienza o nei momenti giusti, chiedete consiglio al medico. È anche opportuno parlare col medico se, pur dormendo più di otto ore per notte, non ci si sente riposati. Forse potreste avere un disturbo del sonno o un altro problema di salute.

Prognosi

La carenza di sonno è una piaga per la salute delle persone, infatti persone di tutte le età possono riferire di non riuscire a dormire a sufficienza.

In una parte di un sondaggio dei Centers for Disease Control and Prevention, una percentuale variabile tra il 7 e il 19 per cento degli adulti negli Stati Uniti ha riferito di non riuscire a riposare a sufficienza tutti i giorni.

Il 40 per cento circa degli adulti ha detto di addormentarsi durante il giorno senza alcun motivo plausibile. Si stima inoltre che da 50 a 70 milioni di americani soffrano di disturbi del sonno cronici.

La carenza di sonno è connessa a molti problemi di salute cronici, tra cui

le malattie cardiache, quelle renali, l’ipertensione, il diabete, l’ictus, l’obesità, la depressione.

La carenza di sonno viene inoltre connessa all’aumento del rischio di lesioni e traumi tra gli adulti, gli adolescenti e i bambini. Ad esempio la sonnolenza durante la guida (non connessa all’alcol) è responsabile degli incidenti d’auto gravi e di molti decessi.

Negli anziani, la carenza di sonno può essere connessa a un maggior rischio di cadute e di fratture ossee.

È inoltre una delle cause degli errori umani connessi agli incidenti gravi, come gli incidenti aerei e ferroviari.

Spesso si sente dire che si può imparare a dormire poco senza riportare alcuna conseguenza negativa; tuttavia le ricerche dimostrano che una quantità sufficiente di sonno di buona qualità è fondamentale per la salute mentale e fisica, per la qualità della vita e per la sicurezza propria ed altrui.

Fattori di rischio

La carenza di sonno, disturbo che comprende la deprivazione del sonno, colpisce persone di tutte le età e di tutti i gruppi etnici. Alcuni gruppi di persone possono essere maggiormente a rischio; tra di essi ricordiamo:

Chi ha poco tempo per dormire, ad esempio gli infermieri o chi lavora troppo o fa diversi lavori. Chi fa orari che non si accordano con l’orologio biologico, ad esempio chi fa i turni, chi lavora sulle ambulanze o nei servizi di emergenza, gli adolescenti che devono andare a scuola presto o chi deve viaggiare per lavoro. Chi modifica il proprio stile di vita in modi che gli impediscono di dormire a sufficienza, ad esempio prendendo farmaci per stare sveglio, facendo uso di alcol o di droghe o non dormendo per un tempo sufficiente. Chi soffre di problemi di salute non diagnosticati o non curati, come lo stress, l’ansia o i disturbi del sonno Chi soffre di problemi di salute o assume farmaci che interferiscono con il sonno Alcune patologie sono state connesse ai disturbi del sonno. Tra di esse ricordiamo: l’arresto cardiaco, le patologie cardiache, l’obesità, il diabete, l’ipertensione, l’ictus o l’attacco ischemico transitorio (mini-ictus), la depressione e l’ADHD (sindrome da deficit di attenzione con iperattività).

Se soffrite o avete sofferto di uno di questi disturbi, chiedete al medico se nel vostro caso potrebbe essere utile uno studio del sonno.

Lo studio del sonno permette al medico di misurare quanto dormite e qual è la qualità del sonno. Inoltre serve a capire se avete problemi del sonno e quanto sono gravi.

Se vostro figlio è in sovrappeso, parlate al pediatra delle sue abitudini del sonno.

Dormire meglio

È possibile prendere alcuni provvedimenti per migliorare le abitudini relative al sonno.

In primo luogo assicuratevi di dormire a sufficienza: se lo fate tutte le notti, scoprirete che durante il giorno sarete più felici e produttivi.

Il sonno spesso è la prima cosa che le persone occupate tendono a tagliare dall’agenda. Prendersi il tempo per dormire vi aiuterà a proteggere la vostra salute e il benessere, ora e in futuro.

Per migliorare le abitudini relative al sonno può anche essere utile:

Andare a dormire e svegliarsi alla stessa ora tutti i giorni. Per i bambini: stabilire un’ora per andare a letto e concordare i rituali per una buona nanna. Non usare la camera del bambino per i castighi o per le punizioni. Cercare di avere gli stessi orari sia durante la settimana sia durante i weekend. Concedersi al massimo un’ora di differenza. Se durante il fine settimana state svegli fino a tardi e dormite fino a tardi l’orologio biologico può risentirne. Usare l’ora prima di andare a letto per rilassarsi. Evitate l’esercizio fisico intenso e le luci artificiali forti, ad esempio quelle dello schermo della TV o del computer. La luce, infatti, potrebbe segnalare al cervello che è il momento di stare svegli. Evitate i pasti pesanti o troppo abbondanti nelle due ore prima di andare a letto. Gli spuntini leggeri sono consentiti. Evitate anche le bevande alcoliche prima di andare a letto. Evitate la nicotina (ad esempio le sigarette) e la caffeina (nel caffè, nelle bevande gasate, nel tè e nella cioccolata). La nicotina e la caffeina sono due stimolanti in grado di interferire con il sonno. Gli effetti della caffeina possono durare per fino a 8 ore, quindi bere una tazza di caffè nel tardo pomeriggio può causare difficoltà ad addormentarsi. Trascorrere del tempo all’aperto ogni giorno (se possibile) e fare esercizio fisico. Tenere la camera da letto tranquilla, fresca e buia (se necessario può andar bene una luce notturna). Fare un bagno caldo o usare le tecniche di rilassamento prima di andare a dormire. Fare qualche pisolino durante il giorno può essere utile per reagire meglio e con più prontezza.Tuttavia se avete problemi ad addormentarvi di notte, limitate i pisolini o fateli nel primo pomeriggio. Gli adulti non dovrebbero dormire per più di 20 minuti alla volta.

Nei i bambini in età prescolare i sonnellini sono normali e favoriscono la crescita e lo sviluppo sani.

Strategie per gruppi particolari

Alcune persone hanno orari di lavoro e di vita che sono in contrasto con l’orologio biologico. Ad esempio i turnisti e gli adolescenti che devono andare a scuola presto possono avere problemi a dormire a sufficienza e questo può avere ricadute negative sullo stato di salute mentale, fisico ed emotivo.

Se dovete fare i turni può essere utile:

fare qualche pisolino e aumentare la quantità di tempo da destinare al sonno, tenere accese le luci quando si è al lavoro, limitare i cambi di turno in modo che l’orologio biologico si possa adattare meglio, limitare l’assunzione di caffeina durante la prima parte del turno, allontanare tutti i suoni e le luci dalla camera da letto quando si deve dormire di giorno (ad esempio usare le tende spesse per schermare la luce).

Se ancora non riuscite ad addormentarvi durante il giorno o avete problemi ad adattarvi ai turni, chiedete al medico quali possibilità avete per dormire meglio.

In alcuni casi i datori di lavoro e le scuole potrebbero provare a considerare le possibilità di affrontare i problemi connessi alla carenza di sonno.

Comunicare con il medico

I medici potrebbero non diagnosticare i problemi del sonno durante le visite di routine, perché i pazienti sono svegli. Quindi tocca a voi fare presenti eventuali problemi legati al sonno.

Ad esempio informate il medico se durante il giorno vi capita spesso di sentirvi assonnati, se non vi svegliate riposati e vigili o se avete problemi ad adattarvi ai turni di lavoro.

Per capire meglio se si tratta davvero di un problema del sonno, il medico vi chiederà qualche informazione sulle vostre abitudini. Prima di andare dal medico, cercate di pensare a come descrivere il vostro problema, ad esempio:

con quale frequenza avete problemi a dormire e da quanto tempo li avete, a che ora andate a dormire e a che ora vi svegliate nei giorni lavorativi e nei giorni di pausa o ferie, quanto impiegate ad addormentarvi, quante volte vi svegliate di notte, e quanto tempo impiegate a riaddormentarvi, se russate forte e con quale frequenza vi svegliate con il fiatone o con la sensazione che vi manchi il fiato, quanto vi sentite riposati quando vi svegliate e quanto vi sentite stanchi durante il giorno, con quale frequenza fate pisolini o avete problemi a stare svegli durante le attività di routine, in particolare durante la guida.

Il medico vi farà diverse domande relative alla vostra routine e alle vostre abitudini. Ad esempio vi può chiedere che lavoro fate e se fate attività fisica. Il medico inoltre vi chiederà se usate la caffeina, il tabacco, l’alcool o farmaci di qualsiasi tipo (anche da banco).

Per aiutare il medico prendete in considerazione l’idea di tenere un diario del sonno per due settimane. Annotate l’ora in cui andate a letto, l’ora in cui vi svegliate e in cui fate un sonnellino. Ad esempio potreste scrivere: “sono andato a letto alle 10 di mattina, mi sono svegliato alle 3; non sono riuscito a riaddormentarmi; ho dormito per due ore dopo il lavoro”.

Annotate quanto dormite di notte, quanto vi sentite vigili e riposati al mattino e quanto vi sentite riposati nei vari momenti della giornata. Mostrate il diario al medico.

I medici sono in grado di diagnosticare alcuni disturbi del sonno ponendo domande sugli orari e sulle abitudini e chiedendo informazioni ai genitori o al partner del paziente. Per diagnosticare altri disturbi del sonno, i medici usano i risultati degli studi del sonno e di altri esami.

Gli studi del sonno permettono al medico di misurare quanto dormite e qual è la qualità del sonno. Servono anche a scoprire se avete problemi del sonno e se sono gravi.

Il medico vi visiterà per escludere altri problemi di salute che potrebbero interferire con il sonno. Potreste aver bisogno di fare gli esami del sangue per escludere patologie della tiroide o altre patologie che potrebbero causare problemi del sonno.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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26/08/2013 09:19 Condividi

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Prevenzione dei tumori: latte e latticini

Posted: 25 Aug 2013 11:20 PM PDT

Latte e formaggi vengono consumati dall’essere umano da quando è stata introdotta la pratica della pastorizia. I prodotti interi contengono più grassi, e quindi sono più calorici, rispetto ai prodotti scremati, ma in generale sono una buona fonte di vitamine del gruppo B e vitamina D, minerali e una buona quantità di proteine di alta qualità.

Il consumo nella popolazione adulta è eterogeneo: nel mondo, solo alcune popolazioni continuano a consumarlo dopo l’infanzia e l’adolescenza, prevalentemente quelle occidentali.

Composizione

Il latte e i prodotti caseari interi hanno un alto contenuto di grassi, principalmente saturi, ma anche una buona quantità di proteine (a seconda della specie di origine la composizione esatta varia notevolmente). Nel caso in cui si consideri invece un prodotto scremato o parzialmente scremato, la quantità di grassi scende in modo considerevole.

Lo zucchero più significativamente presente nel latte è il lattosio, un disaccaride formato da glucosio e galattosio. La quantità di questo zucchero è variabile nei vari prodotti: quello che ne contiene di più è ovviamente il latte, la quantità cala andando verso i formaggi freschi, i prodotti fermentati e i formaggi stagionati.

Latte e formaggi contengono una buona quantità di calcio, sono una fonte di riboflavina, di vitamina B12 e di vitamina D, inoltre contengono una serie di ormoni e fattori di ormoni di crescita che però, probabilmente, vengono digeriti (anche se è provato che la concentrazione nel sangue del fattore di trascrizione IGF-1 aumenta con il consumo abituale di latte).

Latte e latticini Prostata Latte e latticini: gli studi mostrano un blando aumento del rischio di sviluppare il tumore alla prostata, è ragionevole dire che è solo possibile che il latte e i prodotti caseari nel loro insieme causino cancro. Latte: gli studi sono incoerenti tra loro, in generale si mostra un lieve aumento del rischio, è ragionevole dire che è solo possibile che il latte causi cancro. Probabilmente questo effetto è dato dal contenuto di calcio (vedi pagine successive) e dall’aumento di IGF-1.

Conclusioni: non tutti gli studi sono definitivi, molti portano dati non rilevanti, ma c’è una tendenza all’aumento del rischio: è possibile che il latte e i prodotti caseari causino cancro alla prostata.

Latte Colon-retto

Gli studi sono concordi e portano dati coerenti tra loro, le evidenze sono quindi molto forti: è probabile che il latte protegga dal cancro al colon-retto.

Vescica

Gli studi sono discordi e i dati non definitivi. C’è una tendenza alla protezione dal cancro alla vescica, è quindi ragionevole dire che è solo possibile che il latte protegga da questo tumore.

Meccanismi d’azione

Molto probabilmente l’effetto del latte e dei latticini su alcuni tipi di cancro è dato dal calcio. Questo minerale è infatti importante per la crescita e la morte cellulare, inoltre può legare alcune molecole di grassi saturi proteggendo così le pareti intestinali.

Formaggi Colon-retto

Il contenuto di grassi saturi (che stimolano molti fattori di crescita) fa sì che i formaggi possano in qualche modo essere indicati come causa di questo tumore, ma gli studi sono contrastanti tra loro e i dati poco significativi. È quindi ragionevole dire che è solo possibile che i formaggi causino cancro al colon-retto.

Diete ricche di calcio Prostata

Gli studi sono numerosi e per la maggior parte concordi, è evidenziata la presenza di una relazione dose-dipendente, è probabile che le diete ricche di calcio causino cancro alla prostata.

Conclusioni

I vari studi sulla relazione tra latte, prodotti caseari e cancro puntano in direzioni diverse a seconda del prodotto e del tipo di malattia considerato. Il latte probabilmente protegge dal cancro al colon-retto e forse protegge dal cancro alla vescica, ma allo stesso tempo forse promuove il cancro alla prostata. Inoltre i formaggi, forse ed in contrasto con il latte, causano il cancro al colon-retto. È evidente che su questo argomento la ricerca è ancora molto lontana dall’essere conclusa.

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.4 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Altri alimenti Cereali e i tuberi Verdura, legumi e frutta Carne, pollame, pesce e uova Latte e prodotti caseari Grassi, oli, zucchero e sale (02 settembre 2013) Bevande non alcoliche (09 settembre 2013) Bevande alcoliche (16 settembre 2013) …ed altri ancora prossimamente…

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

Prevenzione dei tumoriCalcio: alimenti, proprietà, pericoliColesterolo alto: la dieta nel dettaglioIntolleranza al lattosio: sintomi e dietaDieta per i calcoli biliari (alla coleciste)10 regole per la prevenzione del cancro

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22/08/2013 09:21 Condividi

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Influenza 2013-2014: sintomi, cura e rimedi

Posted: 21 Aug 2013 11:02 PM PDT

Introduzione Notizie ed aggiornamenti Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Gravidanza Cura Prevenzione Introduzione

L’influenza stagionale è un disturbo contagioso delle vie respiratorie causato dai virus dell’influenza. Ogni anno in Italia una percentuale variabile tra il 5 e il 20 percento della popolazione si ammala.

La stagione di solito ha inizio in autunno e raggiunge il picco nei mesi di gennaio e febbraio, la stagione 2012-2013 è quindi già terminata. Farsi vaccinare contro l’influenza è il modo migliore per proteggersi. Tra le complicazioni dell’influenza ricordiamo la polmonite e la disidratazione. L’influenza stagionale di solito passa nel giro di una settimana o due.

Molte persone usano l’espressione “influenza intestinale” per descrivere un malessere caratterizzato da nausea, vomito o diarrea. Questi sintomi, però, possono essere provocati da molti virus, batteri o parassiti diversi. L’influenza stagionale a volte può causare il vomito, la diarrea e la nausea, soprattutto tra i bambini, ma questi problemi solo raramente sono i sintomi principali dell’infezione, che è una malattia delle vie respiratorie e non dell’apparato digerente.

Notizie ed aggiornamenti 19 agosto, il Ministero pubblica le raccomandazioni per la prevenzione ed in controllo dell’epidemia influenzale 2013-2014; tra le diverse indicazioni si segnala che sulla scelta di vaccinare o meno i bambini al di sotto dei 5 anni la comunità scientifica è tutt’ora incerta. Raccomandata in Usa e Canada, ma in soli 4 Paesi della UE (Gran Bretagna, Finlandia, Ungheria e Malta), la vaccinazione sotto i 5 anni sconta il fatto che i dati sulla copertura vaccinale sono ancora insufficienti per una valutazione definitiva sul suo impatto, anche se non ci sono controindicazioni nel somministrarla a bambini sani. 21 febbraio, l’OMS annuncia la composizione del vaccino antinfluenzale per la nuova stagione. an A/California/7/2009 (H1N1)pdm09-like virus; an A(H3N2) virus antigenically like the cell-propagated prototype virus A/Victoria/361/2011b*; a B/Massachusetts/2/2012-like virus. Trasmissione e contagiosità

La maggior parte degli esperti ritiene che il contagio avvenga tramite la tosse, gli starnuti o le goccioline di saliva che contengono i germi e si trovano nella bocca o nel naso del malato. Ci si può ammalare anche toccando una superficie o un oggetto su cui c’è il virus e poi toccandosi la bocca, gli occhi o il naso.

La maggior parte degli adulti rimane contagiosa dal giorno prima della comparsa dei sintomi fino a 5-7 giorni dopo la scomparsa dei sintomi. Alcuni pazienti, in particolare i bambini e chi ha problemi al sistema immunitario, potrebbero rimanere contagiosi per più tempo ancora.

Sintomi

Tra i sintomi dell’influenza ricordiamo:

febbre superiore ai 38° C o sensazione di avere la febbre (chi ha l’influenza non ha necessariamente la febbre), tosse e/o mal di gola, naso che cola o naso pieno, mal di testa e/o spossatezza, brividi, affaticamento, nausea, vomito e/o diarrea (più frequenti nei bambini). Ho l’influenza o il raffreddore?

L’influenza e il raffreddore hanno sintomi simili, ma possono essere difficili da distinguere.

In generale i sintomi dell’influenza sono più gravi di quelli del raffreddore. I sintomi come la febbre, l’indolenzimento, la stanchezza e la tosse sono più intensi quando si ha l’influenza. Chi ha il raffreddore ha una maggiore probabilità di avere il naso pieno o che cola.

In genere le persone influenzate iniziano a sentirsi meglio dopo una settimana o due.

Quando chiamare il medico

Andate immediatamente al pronto soccorso se avvertite uno qualsiasi dei sintomi seguenti:

difficoltà a respirare o fiato corto, labbra violacee o bluastre, dolore o costrizione sul petto o sull’addome, capogiro improvviso, stato confusionale, vomito forte che non si attenua, convulsioni, sintomi influenzali che regrediscono ma poi ricompaiono, accompagnati dalla febbre e dal peggioramento della tosse. Pericoli

Alcuni gruppi corrono un rischio maggiore di complicazioni, tra di essi ricordiamo:

gli anziani (over 65), i bambini (soprattutto quelli di età inferiore ai 2 anni), i pazienti affetti da malattie croniche.

Tra le complicazioni più comuni dell’influenza stagionale ricordiamo:

polmonite batterica, infezioni dell’orecchio o dei seni nasali, disidratazione, peggioramento delle malattie croniche.

Ogni anno negli Stati Uniti una percentuale variabile dal 5 al 20 per cento della popolazione si ammala e più di 200.000 persone vengono ricoverate in ospedale per le complicazioni dell’influenza.

Quali sono i sintomi a cui prestare particolare attenzione?

Nei bambini e nei neonati:

respirazione affannosa o problemi respiratori, pelle bluastra, assunzione insufficiente di liquidi, difficoltà a svegliarsi o mancata interazione, irritabilità tale da non poter essere tenuti in braccio, sintomi di tipo influenzale che guariscono ma poi si ripresentano con la febbre e con il peggioramento della tosse, febbre con eruzione cutanea.

Oltre al caso dei sintomi sopraelencati, andate immediatamente al pronto soccorso se il neonato presenta uno qualsiasi dei sintomi seguenti:

non riesce a mangiare, non produce lacrime quando piange, bagna molti meno pannolini del solito.

Negli adulti:

difficoltà a respirare o fiato corto, dolore o costrizione a livello del torace o dell’addome, vertigini improvvise, stato confusionale, vomito grave o continuo, sintomi di tipo influenzale che guariscono ma poi si ripresentano insieme alla febbre e al peggioramento della tosse. Devo andare al pronto soccorso se non sono grave?

No. Il pronto soccorso va usato solo in caso di situazioni o malattie gravi. Se avvertite sintomi lievi non è consigliabile andarci, se invece avvertite i sintomi premonitori dell’influenza, e sono gravi, andate al pronto soccorso. Se avete l’influenza, siete a rischio di complicazioni o temete di avere l’influenza, chiedete consiglio al medico. Se non siete influenzati e andate al pronto soccorso, rischiate di farvi contagiare.

Gravidanza

Quando si aspetta un bambino le alterazioni del sistema immunitario possono causare una maggiore predisposizione all’influenza, le gestanti sono quindi spesso invitate a vaccinarsi.

Se la mamma si fa vaccinare durante la gravidanza, il bambino sarà in parte protetto anche dopo la nascita. L’allattamento al seno proteggerà il bambino durante la stagione dell’influenza. Se avvertite i sintomi dell’influenza, andate dal medico il prima possibile. Perché la gravidanza è un fattore di rischio per l’influenza?

Durante la gravidanza le alterazioni del sistema immunitario possono aumentare la sensibilità alla malattia e quindi causare problemi gravi al feto, come il parto prematuro; inoltre la febbre alta nelle prime fasi della gravidanza può provocare malformazioni nel bambino.

Come posso proteggere me stessa e mio figlio dall’influenza?

Fatevi vaccinare appena il vaccino è disponibile. Le ricerche indicano che il vaccino durante la gravidanza è efficace sia per la mamma sia per il bambino, anche dopo il parto.

Come proteggo mio figlio dall’influenza dopo il parto?

L’allattamento al seno protegge i bambini, perché il latte materno contiene gli anticorpi che aiutano a combattere le infezioni. Le ricerche dimostrano che i bambini allattati al seno si ammalano meno e con sintomi più lievi.

Se avete l’influenza, non smettete di allattare. Se il medico non ve lo sconsiglia, continuate ad allattare al seno anche mentre seguite la terapia per l’influenza.

Che cosa devo fare se ho l’influenza?

Se avvertite i sintomi dell’influenza, andate immediatamente dal medico che, se necessario, vi prescriverà un farmaco antivirale. Se avete la febbre, vi consigliamo di assumere del paracetamolo (Tachipirina® o equivalenti).

Quando devo andare al pronto soccorso?

Andate immediatamente al pronto soccorso se:

avete il fiato corto o problemi a respirare, avvertite un senso di costrizione o dolore al petto o all’addome, avete vertigini improvvise, siete in stato confusionale, continuate a vomitare molto, avete la febbre alta, il bambino si muove meno del solito o non si muove. Cura e terapia

La maggior parte dei pazienti che si ammala ha disturbi lievi e non ha bisogno di andare dal medico né di assumere i farmaci antivirali. Se vi ammalate e avvertite i sintomi, vi consigliamo di rimanere in casa e di evitare il contatto con le altre persone, tranne che per le cure mediche.

Alcune categorie di persone sono più a rischio di soffrire delle complicazioni gravi dell’influenza, sia di quella stagionale sia dei nuovi ceppi di virus, tra di esse ricordiamo:

bambini, anziani, gestanti, soggetti affetti da patologie croniche.

Il medico deciderà se sono necessari gli esami e quali sono le possibili terapie e, se è il caso, vi prescriverà i farmaci antivirali. Gli antivirali raggiungono il massimo dell’efficacia se la terapia viene iniziata entro le prime 48 ore.

Per quanto tempo devo rimanere in casa se sono malato?

Il CDC statunitense consiglia di rimanere a casa per almeno 24 ore dopo che la febbre è passata e uscire soltanto per le cure e per gli impegni non delegabili ad altri. (La febbre deve essere sparita senza aver fatto uso di un farmaco contro la febbre, come il paracetamolo). Rimanere in casa significa:

non andare al lavoro né a scuola, non viaggiare, non fare shopping, non partecipare ad eventi sociali ed evitare i luoghi pubblici. Che cosa devo fare quando sono influenzato?

Quando si ha l’influenza si deve stare lontano dagli altri il più possibile, per non contagiarli. Se dovete uscire di casa, ad esempio per andare dal medico, indossate una mascherina o copritevi la bocca con un fazzoletto quando tossite e starnutite.

Se il medico vi diagnostica l’influenza, vi consigliamo di restare in casa e seguire le sue prescrizioni. Chiedete al medico o al farmacista quali farmaci, sia con ricetta sia da banco, dovete assumere per guarire più in fretta.

Farmaci

I farmaci da banco possono alleviare alcuni dei sintomi dell’influenza, ma non vi rendono meno contagiosi.

Molti farmaci da banco contengono lo stesso principio attivo, quindi se ne assumete diversi c’è il rischio di sovradosaggio. Per evitare problemi di salute anche gravi leggete attentamente i foglietti illustrativi o chiedete consiglio al vostro farmacista.

Se siete in terapia con farmaci da banco o con ricetta per altre malattie, chiedete al medico o al farmacista quali farmaci per il raffreddore e l’influenza sono sicuri nel vostro caso.

Il medico può invece prescrivere i farmaci antivirali per alleviare l’influenza e prevenire le complicazioni gravi, anche se in realtà la loro efficacia è tuttora dibattuta.

Il medico suggerirà invece antibiotici solo se l’influenza si è aggravata e si è trasformata in infezione batterica.

Che cosa sono gli antivirali?

Gli antivirali sono pastiglie, sciroppi o spray inalatori usati per prevenire o curare i virus dell’influenza. Sono approvati per l’uso negli adulti o nei bambini di età superiore a un anno.

Il 21 dicembre 2012 la Food and Drug Administration ha approvato il Tamiflu® anche per la terapia antinfluenzale dei bambini di età superiore alle due settimane, che manifestano i sintomi dell’influenza da non più di due giorni. Il Tamiflu® è l’unico farmaco approvato per la terapia dell’influenza nei bambini di età inferiore a un anno.

In caso di influenza gli antivirali sembrano in grado di alleviare i sintomi ed accelerare il processo di guarigione, nonché di prevenire le complicazioni gravi, ma raggiungono l’efficacia massima se la terapia inizia nei primi due giorni dell’influenza.

Se siete esposti all’influenza, gli antivirali possono prevenire il contagio. Se siete stati o dovete stare vicini a una persona influenzata, chiedete consiglio al medico.

Gli antibiotici servono?

Gli antibiotici sono usati per curare le infezioni di origine batterica, quindi non sono efficaci per le infezioni di origine virale come l’influenza. Alcuni pazienti sono colpiti da infezioni batteriche contemporanee o causate dall’influenza, quindi devono ricorrere agli antibiotici. Se la forma influenzale è molto grave, dura troppo a lungo o migliora per un po’ e poi peggiora di nuovo, ci può essere un’infezione batterica. Se pensate di avere bisogno degli antibiotici, andate dal medico e non ricorrete all’automedicazione.

Si può curare l’influenza e i sintomi senza farmaci?

I sintomi dell’influenza possono essere curati senza farmaci:

riposando, bevendo molti liquidi (acqua, brodo, bevande per sportivi) per non disidratarsi, mettendo un asciugamano caldo e umido sulla fronte, sulle braccia e sulle gambe per alleviare il fastidio connesso alla febbre, mettendo un umidificatore nella stanza per respirare meglio, facendo i gargarismi con l’acqua salata (uguale quantità di sale e di acqua tiepida) per alleviare il mal di gola, coprendosi con una coperta calda per calmare i brividi. Prevenzione

Il modo migliore per proteggersi dall’influenza stagionale è il vaccino. La stagione 2012/2013 è terminata, mentre il vaccino per la stagione 2013/2014 sarà disponibile a partire dall’autunno del 2013.

Per non ammalarvi vi consigliamo inoltre di seguire alcune semplici precauzioni, l’ECDC (European Centre of Disease Prevention and Control) ricorda che le misure di protezione personali utili per ridurre la trasmissione del virus dell’influenza sono:

Lavaggio delle mani (in assenza di acqua, uso di gel alcolici), Buona igiene respiratoria (coprire bocca e naso quando si starnutisce o tossisce, trattare i fazzoletti e lavarsi le mani), Isolamento volontario a casa delle persone con malattie respiratorie febbrili specie in fase iniziale, Uso di mascherine da parte delle persone con sintomatologia influenzale.

Ricordiamo inoltre l’importanza delle seguenti indicazioni aggiuntive:

Cercate di non toccare gli occhi, il naso o la bocca. I germi si diffondono tramite contatto con queste parti del corpo. Cercate di evitare i contatti ravvicinati con chi ha l’influenza. Cercate di dormire bene, muovervi, tenere sotto controllo lo stress, bere una quantità adeguata di liquidi e seguire una dieta sana. Se avvertite i sintomi dell’influenza, rimanete in casa per almeno 24 ore dopo che la febbre è scomparsa senza usare farmaci. Esistono dei farmaci per prevenire l’influenza?

Se non siete malati ma dovete rimanere vicini a una persona influenzata, i farmaci antivirali possono impedire il contagio. Prima li assumete, più possibilità avete di prevenire l’influenza. Gli antivirali hanno un’efficacia che varia dal 70 al 90 per cento. Se pensate di averne bisogno, chiedete consiglio al vostro medico.

Fonti Principali:

Flu.gov

(traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Influenza 2012-2013: sintomi e curaGli antibiotici servono per curare l’influenza?Nuova Influenza suina: Londra ed InghilterraInfluenza: sintomi, cura e pericoliCurare l’influenza: alcuni consigli…Influenza 2011-2012: sintomi, rimedi, durata, pericoli

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19/08/2013 09:21 Condividi

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Prevenzione dei tumori: carne, pesce e uova

Posted: 18 Aug 2013 11:53 PM PDT

Gli animali sono una fonte ormai comunissima di cibo. Esistono distinzioni importanti dei vari tipi di alimenti animali per quanto riguarda l’impatto sulla salute, non solo riguardo al tipo di carne (animali terrestri, pesce, pollame) ma anche alla lavorazione e alla cottura. In questo articolo andremo a indagare le evidenze scientifiche che riguardano il rapporto tra cancro e generi alimentari di origine animale.

Definizioni e composizione Carne rossa Carne lavorata Pollame Pesce e prodotti della pesca Pesce salato cantonese Uova Cibi contenenti vitamina D Cibi contenenti ferro Cibi affumicati Cibi grigliati Conclusioni Altri alimenti Definizioni e composizione

La carne è rappresentata da qualunque taglio di animali non acquatici. Può essere divisa in carne rossa (in questa disamina manzo, capra, agnello e maiale) o pollame, che normalmente ha un colore bianco. Inoltre è possibile distinguere la carne di derivazione muscolare dagli organi interni. Infine, si distinguono l’animale è selvatico e d’allevamento, ma in questo articolo ci si occupa solo di questi ultimi.

La carne contiene dal 20 al 35% di peso sotto forma di proteine e dal 4 al 40% sotto forma di grasso, a seconda del tipo. La percentuale di grassi saturi sul totale dei grassi è piuttosto alta, raggiungendo anche un 40-50%; fa eccezione il pollame, con una percentuale di grassi saturi più bassa e un innalzamento di grassi polinsaturi (meno dannosi per la salute).

Per quanto riguarda la selvaggina, è una carne tendenzialmente più magra e più ricca di grassi polinsaturi rispetto a quella degli animali allevati.

La carne è una buona fonte di vitamina B12 (non presente nel regno vegetale), B6 e vitamina D, inoltre apporta buoni quantitativi di ferro, zinco e selenio.

Il pesce segue la classificazione culinaria, quindi riguarda sia i pesci veri e propri sia i molluschi e i crostacei.

La maggior parte del pesce mangiato è di origine selvatica, ma si diffonde sempre di più l’allevamento: ad esempio più di un terzo del salmone mangiato al mondo è allevato.

Il pesce è una fonte di proteine valida quanto la carne, inoltre il contenuto di grassi può andare dallo 0,5% al 20% del peso, soprattutto se si considerano pesci pescati atlantici e di mari freddi.

Il componente più importante di questo grasso, però, è costituito dagli omega-3, di cui i pesci marini pescati sono ricchi. A fronte di un contenuto più scarso di ferro e zinco rispetto alla carne, il pesce apporta più vitamina D e vitamina A. Inoltre, se il pesce è piccolo, spesso è mangiato insieme alle sue lische, perciò risulta essere anche una buona fonte di calcio. Il lato negativo del pesce è che potrebbe essere inquinato, a seconda della zona in cui è pescato.

Per le uova, si fa riferimento solo a quelle degli uccelli, che sono il tipo più frequentemente consumato a livello mondiale, in particolare le uova di gallina, anche se è abbastanza comune trovare uova di oca, di struzzo o di quaglia.

Le uova sono un’eccellente fonte proteica, l’albume è fatto principalmente da acqua e proteine, mentre il tuorlo ha un contenuto di grassi molto elevato. Le uova sono inoltre fonte di folati, retinolo (vitamina A), tiamina (vitamina B1), riboflavina (vitamina B2), vitamina B12 e ferro.

Una menzione particolare va fatta per la carne lavorata: al di là delle definizioni tecniche (quasi tutta la carne che si mangia è lavorata perché, ad esempio, la cottura è un tipo di lavorazione), in questo gruppo vengono comunemente messi prodotti come salsicce, prosciutto, pancetta, salame, würstel e altre carni conservate con l’aggiunta di nitrati e nitriti.

Carne rossa Colon-retto

Gli studi sono abbondanti e concordi, e si è visto anche un effetto dose-dipendente: la carne rossa si è dimostrata una causa di cancro al colon-retto in maniera convincente.

Esofago

Gli studi non sono conclusivi e sono in numero ridotto. È ragionevole quindi dire che è possibile che la carne rossa sia una causa di cancro all’esofago.

Polmoni

Gli studi non sono conclusivi e sono in numero ridotto. È ragionevole quindi dire che è possibile che la carne rossa sia una causa di cancro ai polmoni.

Pancreas

Alcuni tipi di ricerche (gli studi caso-controllo, ovvero il confronto tra chi fa largo uso di carne rossa e chi non lo fa) sono più convincenti di altri (gli studi di coorte, ovvero l’osservazione di un campione di persone per un determinato periodo di tempo) nell’associare l’insorgenza di questo tumore alla carne rossa. In ogni caso, l’insieme dei dati non è conclusivo, perciò è ragionevole considerare solo possibile che la carne rossa sia tra le cause di cancro al pancreas.

Endometrio

Gli studi non sono conclusivi in quanto i dati sono contraddittori. È possibile che la carne rossa aumenti il rischio di cancro all’endometrio.

Meccanismi d’azione

Uno dei meccanismi potrebbe essere la produzione della carne di prodotti azotati durante la sua digestione, nello stomaco e nell’intestino, a causa delle interazioni con la flora batterica.

Entra poi in gioco la cottura, molta carne rossa è cotta fino a bruciare e questo produce sostanze policicliche potenzialmente cancerogene. Lo stesso ferro potrebbe causare problemi perché è capace di produrre radicali liberi e causare la risposta dell’organismo, ovvero produzione di fattori di trascrizione (che aumentano le possibilità di trasformazione cellulare), di citochine proinfiammatorie (aumentando i danni) e causare una risposta all’ipossia data da ferro (che danneggia le cellule).

Carne lavorata Colon-retto

Gli studi sono abbondanti e concordi, e si è visto anche un effetto dose-dipendente: la carne lavorata si è dimostrata una causa di cancro al colon-retto in maniera convincente.

Polmoni

Gli studi non sono conclusivi e sono in numero ridotto. È difficile anche ritenere possibile che la carne lavorata causi cancro ai polmoni.

Stomaco

Gli studi non sono conclusivi in quanto i dati sono contraddittori. È possibile che la carne lavorata aumenti il rischio di cancro allo stomaco.

Prostata

Gli studi sono pochi e i dati mostrano un incremento molto lieve del rischio. È possibile che la carne lavorata aumenti il rischio di cancro alla prostata.

Meccanismi d’azione

Anche per questo tipo di carne sono i composti azotati a essere sotto accusa, sia quelli prodotti dalla nostra digestione, sia quelli dei nitriti usati come conservanti.

Pollame

Gli studi sono troppo pochi e i dati troppo incerti per poter dare qualunque giudizio.

Pesce e prodotti della pesca Colon-retto

Gli studi sono abbondanti, anche se i dati non sono sempre coerenti. È possibile che il pesce riduca il rischio di cancro al colon-retto.

Pesce salato cantonese

Il pesce salato cantonese è conservato sotto sale, è un cibo tipico delle regioni orientali. A volte, a seconda della stagionatura, può essere anche fermentato. In Italia è un alimento non comune.

Nasofaringe

Gli studi sono abbondanti e i dati sono sostanzialmente concordi, inoltre è possibile individuare un effetto dose-dipendente. È probabile che il pesce salato cantonese causi cancro al nasofaringe.

Uova

Gli studi sono troppo pochi e i dati troppo incerti per poter dare qualunque giudizio.

Cibi contenenti vitamina D Colon-retto

Gli studi non sono conclusivi, è quindi ragionevole dire che è possibile che i cibi contenenti vitamina D, o il livello di vitamina D stesso nel sangue, proteggano dal rischio di cancro al colon-retto.

Cibi contenenti ferro Colon-retto

Gli studi sono discordi e qualitativamente scarsi, è quindi ragionevole dire che è possibile che i cibi contenenti ferro causino cancro al colon-retto.

Cibi affumicati Stomaco

Gli studi sono pochi e alcuni qualitativamente scarsi, è quindi ragionevole dire che è possibile che i cibi affumicati causino cancro allo stomaco.

Cibi grigliati Stomaco

Gli studi sono pochi, la maggior parte di tipo caso-controllo, è quindi ragionevole dire che è possibile che i cibi affumicati causino cancro allo stomaco.

Conclusioni

La carne rossa e la carne processata hanno un effetto chiaramente negativo sulla nostra salute, in modo dose-dipendente, aumentando il rischio di cancro al colon-retto. Altri prodotti hanno mostrato solo alcuni indizi nello sviluppo di tumori, altri invece non sono stati sufficientemente studiati per essere giudicati correttamente.
Il consiglio principale, quindi, date le conoscenze attuali, è di limitare quanto più possibile le carni lavorate e le carni rosse, in modo da ridurne l’effetto negativo.

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.3 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Altri alimenti Cereali e i tuberi Verdura, legumi e frutta Carne, pollame, pesce e uova Latte e prodotti caseari (26 agosto 2013) Grassi, oli, zucchero e sale (02 settembre 2013) Bevande non alcoliche (09 settembre 2013) Bevande alcoliche (16 settembre 2013) …ed altri ancora prossimamente…

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

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L'articolo Prevenzione dei tumori: carne, pesce e uova è stato inizialmente pubblicato su Farmaco e Cura.

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12/08/2013 09:40 Condividi

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Prevenzione dei tumori e dieta: frutta, verdura e legumi

Posted: 11 Aug 2013 11:13 PM PDT

Il mondo vegetale è ricco di alimenti molto diversi tra loro: le verdure e gli ortaggi sono poveri in calorie ma ricchi in micronutrienti, al contrario i semi sono molto calorici. Le differenze non si limitano però al tipo commerciale di alimento, anzi: la ricchezza alimentare di questi prodotti è tale proprio perché offrono una vasta gamma di possibilità e le proprietà variano da verdura a verdura e da legume a legume, per questo la variabilità nella dieta è sempre importante.

Nell’ambito di questo lavoro, si può dire che la stragrande maggioranza di questo tipo di prodotti mostra possibili o probabili effetti protettivi, cosa che non fa altro che confermare l’importanza delle verdure, della frutta e dei legumi. Nelle prossime righe andremo a studiare i vari tipi di alimento e a valutarne la loro incidenza sullo sviluppo di tumori.

Definizioni e composizione Verdure non amidacee Ortaggi bulbosi Frutta Alimenti contenenti carotenoidi Alimenti contenenti folati Alimenti contenenti vitamina C Alimenti contenenti vitamina E Alimenti contenenti selenio Legumi Noci e semi Peperoncino Conclusioni Altri alimenti Definizioni e composizione

Per verdura si intende la parte edibile della pianta, compresi i funghi. Esempi tipici sono le piante a foglia larga o radici, frutti e bulbi, alcune sono ricche di amido e sono già state trattate nel post sui cereali e i tuberi, tutte le altre, non amidacee, possono essere divise in

verdure verdi (lattuga, spinaci…), crucifere (cavolfiore, broccoli…), ortaggi bulbosi (aglio, cipolla, porri).

La frutta è rappresentata da quella parte della pianta che ha dei semi, quindi per esempio mele, banane, meloni, arance, limoni e frutta essiccata.

Per la frutta e la verdura i nutrienti principali sono rappresentati da fibra, minerali e vitamine, inoltre contengono alcuni composti chiamati fitochimici, sostanze non nutrienti che esplicano un ruolo benefico sulla salute umana. Sono in genere povere di energia (hanno un apporto calorico basso) ed alcuni di questi alimenti come le verdure agliose o il topinambur contengono un particolare zucchero, l’inulina, che non è un nutriente umano ma è utilizzato da alcuni tipi di batteri intestinali, favorendone la crescita (prebiotico). Le verdure verdi sono ricche in folati, mentre il pomodoro è ricco di licopene.

I legumi provengono da speciali frutti, i baccelli; sono per esempio fagioli, ceci, lenticchie, piselli… A volte sono mangiati insieme ai baccelli come nelle fave, a volte possono essere fatti germogliare come i germogli di soia. I legumi sono ricchi di proteine e carboidrati, quindi hanno un alto contenuto energetico. Hanno inoltre alcuni zuccheri non digeribili che funzionano, come l’inulina, da prebiotici, ovvero vengono fermentati dalla flora batterica intestinale; la soia in particolare contiene fitoestrogeni, sostanze che possono avere un effetto simile agli ormoni femminili (estrogeni).

Per noci e semi intendiamo dei semi edibili circondati da un guscio duro all’esterno; comprendono noci, nocciole, semi di girasole e tutti gli altri. Tecnicamente anche i cereali sono semi, ma sono stati trattati nel post a loro dedicato. Sono il gruppo con più contenuto di grassi, per la maggior parte rappresentato da acidi grassi mono e polinsaturi, sono quindi molto ricchi di energia. Rappresentano inoltre una buona fonte di minerali e vitamine.

Odori, spezie e condimenti sono prodotti di origine vegetale che servono soprattutto per insaporire i piatti. Gli odori sono foglie fresche o essiccate (basilico, rosmarino, salvia) ma queste e altre parti della pianta possono essere usate anche come spezie, basti pensare al rafano che viene da una radice, i semi con cui si fa la senape o il cumino e così via. La ricchezza fondamentale di questi alimenti è data dai composti fitochimici, che come abbiamo detto esplicano spesso funzioni positive sul nostro organismo pur non essendo nutrienti.

Verdure non amidacee Bocca, laringe e faringe Verdure non amidacee: la maggioranza degli studi mostra un decremento del rischio; alcuni studi hanno mostrato un rischio aumentato in maniera non significativa, quindi probabilmente casuale. Verdure non amidacee e frutta: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Verdure crude: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Crucifere: uno studio mostra un incremento significativo del rischio con il consumo di alcuni prodotti tipici orientali come il cavolo in salamoia e il kimchi, gli studi più ampi portano risultati non statisticamente significativi ma la maggior parte degli studi caso-controllo (un confronto tra chi ha una certa condotta alimentare e chi non ce l’ha) mostra un decremento significativo del rischio. Verdure a foglie verdi: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Carote: le verdure contenenti carotene mostrano un possibile decremento del rischio, ma i risultati non sono del tutto chiari. Pomodori: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio, ma i risultati non sono del tutto chiari.

Conclusioni: probabilmente le verdure proteggono dallo sviluppo di cancro alla faringe, alla laringe e alla bocca, in modo direttamente proporzionale al loro consumo.

Esofago Verdure non amidacee: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio. Verdure non amidacee e frutta: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Verdure crude: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Radici e tuberi non amidacei: gli studi sono contrastanti e non statisticamente significativi. Crucifere: gli studi sono per la maggior parte non significativi e a volte contrastanti. Ortaggi bulbosi: gli studi mostrano risultati non significativi o, a volte, mostrano un probabile decremento del rischio. Verdure a foglie verdi: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio. Pomodori: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio.

Conclusioni: c’è la possibilità che questi alimenti proteggano dal cancro all’esofago, in modo direttamente proporzionale al loro consumo.

Stomaco Verdure non amidacee: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Verdure gialle e verdi: gli studi mostrano un convincente decremento del rischio. In questo gruppo sono comprese tutte le verdure a foglia verde e quelle gialle e arancioni, come peperoni e carote. Verdure a foglie verdi: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Pomodori: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Verdure bianche o pallide: è una categoria scarsamente nota in Italia, le verdure di questo tipo sono più usate in Asia, ad esempio in Giappone c’è la daikon, che è una radice. Gli studi mostrano un convincente decremento del rischio. Verdure crude: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio. Verdure non amidacee e frutti: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio.

Conclusioni: probabilmente le verdure proteggono dal cancro allo stomaco, in un modo direttamente proporzionale al loro consumo.

Nasofaringe

Le evidenze non sono molte ma è possibile che le verdure non amidacee possano ridurre il rischio di cancro al nasofaringe.

Polmoni Insieme delle verdure: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio. Verdure non amidacee: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio. Verdure a foglie verdi: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Insieme delle radici e dei tuberi non amidacei: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio. Carote: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio.

Conclusioni: Alcuni studi non hanno considerato l’effetto del fumo, nonostante questo però è ragionevole dire che è possibile che le verdure riducano il rischio di manifestare un cancro ai polmoni.

Colon-retto

Nonostante l’abbondanza di dati, questi nell’insieme si mostrano non definitivi. Le evidenze sono limitate ed è solo possibile che le verdure possano ridurre il rischio del cancro al colon-retto.

Ovaie Verdure non amidacee: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio. Verdure a foglie verdi: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio.

Conclusioni: gli studi non sono conclusivi, è ragionevole quindi dire che è solo possibile che le verdure prevengano il cancro alle ovaie.

Endometrio

Gli studi non sono conclusivi, è ragionevole quindi dire che è solo possibile che le verdure prevengano il cancro all’endometrio.

Meccanismi d’azione

Le possibilità che hanno le verdure di ridurre il rischio di cancro si basano sul loro contenuto di nutrienti (fibre e vitamine antiossidanti) e di composti fitochimici (ad esempio flavonoidi e fitoestrogeni) che, nell’insieme, riescono a proteggere il DNA cellulare e a ridurre la possibilità di formazione di cellule cancerose sia con effetto diretto (come per esempio fanno i folati) sia indiretto (come gli antiossidanti).

Ortaggi bulbosi Stomaco Ortaggi bulbosi: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Aglio: uno studio di coorte (che esamina una popolazione per un certo tempo) mostra un leggero incremento del rischio per una supplementazione di aglio. Per un consumo generico però gli studi mostrano un probabile decremento del rischio.

Conclusioni: un consumo regolare di aglio probabilmente riduce il rischio di cancro allo stomaco, agendo anche su sovracolonizzazioni del batterio Helicobacter pylori.

Colon-retto

Nonostante le evidenze siano poche, quelle che ci sono sono sostanzialmente d’accordo, è ragionevole quindi dire che probabilmente l’aglio protegge dal tumore al colon-retto.

Frutta Bocca, laringe, faringe Frutta in generale: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Agrumi: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio.

Conclusioni: la frutta probabilmente protegge dal cancro alla laringe, alla bocca e alla faringe.

Esofago Frutta in generale: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio. Agrumi: gli studi mostrano un probabile decremento del rischio.

Conclusioni: la frutta probabilmente protegge dal cancro all’esofago.

Polmoni

Gli studi sono molteplici e concordi, la frutta protegge dal cancro ai polmoni, le evidenze mostrate dai dati raccolti sono convincenti. I flavonoidi contenuti nella frutta riducono la possibilità di danno al DNA, con conseguente riduzione del pericolo di trasformazione cellulare.

Stomaco

Gli studi sono abbastanza concordi nel ritenere che la frutta probabilmente protegge dal cancro allo stomaco, anche evitando i danni causati da H. pylori.

Nasofaringe

Gli studi non sono conclusivi, è possibile che la frutta protegga dal cancro al nasofaringe, ma le interazioni vanno investigate più a fondo.

Pancreas

Gli studi non sono conclusivi, è possibile che la frutta protegga dal cancro al pancreas, ma le interazioni vanno investigate più a fondo.

Fegato

Gli studi non sono conclusivi, è possibile che la frutta protegga dal cancro al fegato, ma le interazioni vanno investigate più a fondo.

Colon-retto

Gli studi sono abbondanti ma contraddittori, è ragionevole dire quindi che è solo possibile che la frutta protegga dal cancro al colon-retto.

Meccanismi d’azione

La vitamina C, la vitamina E e i flavonoidi contenuti nella frutta sono potenti antiossidanti, che proteggono il DNA dai danni causati dai radicali liberi. Altri composti, come i carotenoidi e i composti fitochimici, attuano un meccanismo di protezione verso il genoma cellulare, che aiuta a prevenire il cancro.

Alimenti contenenti carotenoidi

I carotenoidi sono pigmenti con funzioni diverse, fanno parte dei composti fitochimici, alcuni esempi sono il licopene contenuto nei pomodori, il carotene delle carote e la vitamina A (la quale è un derivato del carotene). I cibi contenenti carotenoidi sono di colore giallo, arancione o rosso.

Bocca, laringe, faringe

Gli studi sono abbondanti e concordi anche se non definitivi, è probabile che i carotenoidi proteggano dal cancro alla bocca, alla laringe e alla faringe in modo direttamente proporzionale al loro consumo.

Polmoni

Gli studi sono concordi e in quantità discreta, è probabile che i carotenoidi proteggano dal cancro ai polmoni in modo direttamente proporzionale al loro consumo.

Esofago

Gli studi sono concordi e in quantità discreta, è probabile che i carotenoidi proteggano dal cancro all’esofago.

Prostata

Gli studi sono numerosi e concordi, è probabile che il licopene protegga dal cancro alla prostata. Per quanto riguarda il carotene, invece, gli studi mostrano come probabilmente non abbia effetti su questo tumore.

Pelle

Gli studi mostrano che probabilmente il carotene non ha effetti sul rischio di contrarre il cancro alla pelle.

Meccanismi d’azione

Il carotene e il licopene sono antiossidanti, possono quindi prevenire il danno al DNA e diminuire la probabilità di trasformazione cellulare. Il licopene, inoltre, abbassa il colesterolo LDL (il colesterolo cattivo), riduce l’infiammazione e favorisce lo sviluppo del sistema immunitario.

Alimenti contenenti folati

Gli alimenti contenenti folati sono soprattutto le verdure verdi, la frutta, il fegato e, quando sono fortificati, i cereali da prima colazione. I folati sono una delle vitamine del gruppo B, sono fondamentali per lo sviluppo del sistema nervoso del feto durante la gravidanza e per la salute del sangue.

Pancreas

Gli studi sono pochi ma i risultati sembrano concordi, è possibile che i folati proteggano dal cancro al pancreas.

Esofago

Gli studi sono in numero limitato, è possibile che i folati proteggano dal cancro all’esofago, ma le interazioni vanno investigate più a fondo.

Colon-retto

Gli studi sono abbondanti ma è difficile distinguere l’effetto dei folati da quello della fibra, è ragionevole dire che è possibile che i folati proteggano dal cancro al colon-retto.

Alimenti contenenti vitamina C

La vitamina C è un antiossidante contenuto in molti frutti, in special modo pomodoro, agrumi e kiwi. L’uomo è tra i pochi mammiferi che non possono sintetizzare questo nutriente, perciò è essenziale, va preso con l’alimentazione.

Esofago

Gli studi sono molti e sono tutti sostanzialmente d’accordo, è ragionevole dunque dire che probabilmente gli alimenti ricchi di vitamina C proteggano dal cancro all’esofago.

Alimenti contenenti vitamina E

La vitamina E è uno dei più potenti antiossidanti ricavabili dal cibo, è comune nei semi e nei cereali ma è abbondante anche nella frutta e nella verdura.

Esofago

Purtroppo la maggior parte degli studi sono di scarsa qualità, c’è solo la possibilità che la vitamina E protegga dal cancro all’esofago.

Prostata

Gli studi sono scarsi e i risultati ambigui. C’è solo la possibilità che la vitamina E protegga dal cancro alla prostata.

Alimenti contenenti selenio

Il selenio è un minerale naturalmente presente nei terreni, nella carne, nel pesce e nelle uova, una dieta variata apporta una quantità sufficiente di selenio per il buon funzionamento dell’organismo. Esistono soprattutto alcune varietà di ortaggi, come le patate, coltivate in terreni arricchiti di selenio.

Polmoni

Gli studi sono pochi, c’è solo la possibilità che alimenti contenenti selenio possano ridurre il rischio di cancro ai polmoni.

Prostata

Gli studi sono numerosi e concordi, è ragionevole quindi dire che è probabile che alimenti contenenti selenio proteggano dal cancro alla prostata.

Stomaco

Gli studi sono molti ma non sono conclusivi, c’è solo la possibilità che alimenti ricchi in selenio proteggano dal cancro allo stomaco.

Colon-retto

Gli studi sono molti ma non sono conclusivi, c’è solo la possibilità che alimenti ricchi in selenio proteggano dal cancro allo stomaco.

Meccanismi d’azione

La mancanza di selenio porta a una scarsa sintesi delle selenoproteine: particolari proteine contenenti selenio che hanno funzioni antinfiammatorie e antiossidanti. Assicurare una corretta sintesi di queste proteine potrebbe portare a ridurre il rischio di tumori.

Legumi Stomaco Legumi in genere: gli studi non sono concordi, c’è solo la possibilità che i legumi proteggano dal cancro allo stomaco. Soia e prodotti della soia: gli studi sono concordi ma gli effetti sono blandi, c’è solo la possibilità che la soia protegga dal cancro allo stomaco.

Conclusioni: gli studi sono contraddittori, c’è solo la possibilità che i legumi proteggano dal cancro allo stomaco.

Prostata Legumi in genere: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio. Soia e prodotti della soia: gli studi mostrano un possibile decremento del rischio.

Conclusioni: gli studi sono contraddittori, c’è solo la possibilità che i legumi proteggano dal cancro alla prostata.

Meccanismi d’azione

La soia e i legumi contengono alcune molecole potenzialmente in grado di proteggere dal cancro, come le saponine o i fitoestrogeni, inoltre contengono alcune molecole antiossidanti.

Noci e semi

Gli studi sono troppo pochi, non è possibile trarne alcuna informazione definitiva.

Peperoncino

Gli studi sono pochi e contraddittori, c’è la possibilità che il peperoncino incrementi il rischio di cancro allo stomaco.

Conclusioni

Le verdure, i legumi, la frutta e in generale gli alimenti vegetali hanno un effetto non chiaramente definito sullo sviluppo del cancro. Quasi sempre, nella migliore delle ipotesi, gli studi indicano una probabile protezione, ma il gruppo di alimenti preso nell’insieme non mostra un effetto convincente e certo. Il lato positivo è che solo il peperoncino ha mostrato una chiara propensione a incrementare il rischio di cancro (cancro allo stomaco, esattamente), e in ogni caso la teoria è solo possibile. In futuro serviranno sicuramente ulteriori studi per chiarire meglio il rapporto di questi alimenti con la malattia.

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.2 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report

Altri alimenti Cereali e i tuberi Verdura, legumi e frutta Carne, pollame, pesce e uova (19 agosto 2013) Latte e prodotti caseari (26 agosto 2013) Grassi, oli, zucchero e sale (02 settembre 2013) Bevande non alcoliche (09 settembre 2013) Bevande alcoliche (16 settembre 2013) …ed altri ancora prossimamente…

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
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Allattamento seno: tutto quello che devi sapere!

Posted: 08 Aug 2013 11:49 PM PDT

L’allattamento al seno assicura al neonato le calorie, le vitamine, i sali minerali e le altre sostanze necessarie per una crescita ottimale. È vantaggioso sia per la madre sia per il bambino ed è anche un’opportunità fondamentale per favorire l’attaccamento.

Allattamento e latte materno: che cosa sono Vantaggi Linee guida per l’allattamento al seno Come si fa ad allattare al seno? Svezzamento La dieta per la mamma e il bambino Quando è sconsigliabile allattare al seno? Tirare e conservare il latte Integrazioni alimentari Quando bisogna integrare il latte materno? Altre domande Allattamento e latte materno: che cosa sono

L’allattamento è il procedimento con cui la madre nutre il figlio con il proprio latte, o direttamente al seno, o tirando il latte dal seno e somministrandolo al bambino con il biberon. L’allattamento e il latte materno danno al bambino tutte le calorie e le sostanze nutritive necessarie.

Secondo le linee guida per l’allattamento dell’American Academy of Pediatrics (AAP) le donne che non hanno problemi di salute dovrebbero allattare esclusivamente al seno i bambini almeno per i primi sei mesi di vita.

L’AAP consiglia di provare ad allattare al seno per il primo anno di vita del bambino, perché l’allattamento dà dei vantaggi sia alla madre sia al bambino.

Anche se è il metodo consigliato per nutrire i neonati e il latte materno è in grado di dare al bambino la maggior parte delle sostanze nutritive necessarie, non fornisce al bambino una quantità sufficiente di vitamina D: la dose giornaliera consigliata attualmente dall’AAP è di 400 IU, per tutti i neonati e i bambini a partire dai primi giorni di vita. Il latte materno contiene al massimo 25 IU di vitamina D per litro (1 litro è pari a quattro tazze circa), pertanto per soddisfare la richiesta di 400 IU al giorno, è necessario integrare l’apporto di vitamina D.

Vantaggi

Il latte materno, sia assunto direttamente dal seno sia dal biberon, ha diversi vantaggi per il bambino.

Pasti bilanciati dal punto di vista nutrizionale, Protezione da molte malattie e infezioni, Miglioramento del tasso di sopravvivenza nel primo anno di vita, in particolare con la diminuzione del rischio di morte in culla (SIDS), Diminuzione del rischio di soffrire di alcune allergie, Diminuzione del rischio di obesità in età adulta, Diminuzione del rischio di diabete di tipo 1, Vantaggi fisici ed emotivi dell’allattamento al seno, dovuti al contatto diretto con la madre.

Le ricerche hanno inoltre dimostrato che i bambini allattati al seno hanno uno sviluppo cognitivo migliore durante l’età scolare. Sono però necessarie altre ricerche per stabilire se questo vantaggio cognitivo derivi dalle sostanze chimiche contenute nel latte oppure da altri fattori, come la maggiore interazione tra la madre e il bambino.

Anche per la mamma sono diversi i vantaggi:

Minore perdita di sangue dopo il parto ripresa più rapida, Dimagrimento più in rapido dopo il parto, Beneficio dal punto di vista emotivo del contatto ravvicinato con il bambino, Diminuzione del rischio di depressione post-partum, Diminuzione del rischio di soffrire di alcuni problemi di salute, come l’artrite reumatoide, le patologie cardiovascolari e alcuni tipi di tumore (ad esempio il tumore al seno) Vantaggi fisici ed emotivi dell’allattamento al seno, dovuti al contatto diretto con il bambino. Vantaggi economici Le famiglie con bambini allattati al seno risparmiano centinaia di euro all’anno, perché non devono spenderli per il latte artificiale. I bambini allattati al seno hanno meno problemi di salute, quindi le spese mediche diminuiscono. I bambini allattati al seno si ammalano meno, quindi i genitori devono prendere meno giorni di mutua per stare a casa ad assisterli. Linee guida per l’allattamento al seno

L’American Academy of Pediatrics (AAP) dà diverse indicazione per una lattazione corretta. Ecco le principali:

I bambini dovrebbero essere nutriti esclusivamente con il latte materno per i primi sei mesi di vita. “Esclusivamente” significa che il bambino non dovrebbe ricevere altri alimenti o liquidi, tranne l’integratore di vitamina D ed eventuali alimenti prescritti dal medico. Tra i 6 mesi e l’anno di vita, l’AAP consiglia di continuare ad allattare al seno e di iniziare a svezzare il bambino, introducendo gli alimenti solidi nella sua dieta. Dopo l’anno di età, si può continuare ad allattare, se la madre e il bambino lo desiderano.

Anche l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) dà dei consigli simili alle madri:

I bambini, per primi sei mesi di vita, dovrebbero essere allattati esclusivamente al seno, per crescere e svilupparsi in maniera ottimale e non avere problemi di salute. Dopo i sei mesi, per tenere il passo con l’evoluzione delle loro esigenze nutrizionali, i bambini dovrebbero ricevere una quantità adeguata di alimenti solidi sicuri per lo svezzamento, pur continuando ad essere allattati fino ai 2 anni ed oltre. Come si fa ad allattare al seno? Quando devo allattare?

I neonati, quando hanno fame, sfregano la testa contro il seno della madre, fanno il gesto di succhiare o mettono le mani in bocca. Nelle prime settimane di vita, dovreste fare delle poppate frequenti, tra le 8 e le 12 al giorno.

Come iniziare bene e proseguire meglio

Dopo il parto seguite questi consigli per iniziare ad allattare.

Fate la prima poppata il prima possibile dopo il parto (in qualche ospedale il bambino viene attaccato al seno della mamma prima ancora del bagnetto e delle consuete operazioni che caratterizzano il parto, se vi viene offerta questa possibilità accettatela!). Chiedete se c’è un’ostetrica che vi possa assistere durante la prima poppata. In ospedale tenete vostro figlio vicino a voi notte e giorno, per poterlo allattare quando volete. Se non è possibile, chiedete alle infermiere che ve lo portino per farvelo allattare. Cercate di non dare il ciuccio al bambino per il primo mese di vita, così si abituerà ad attaccarsi solo al vostro seno. Come far attaccare il bambino al seno

I bambini spostano istintivamente la testa quando vedono e sentono di essere vicini al seno della mamma. Ci sono molti modi per iniziare le poppate, ma siete voi che dovete capire qual è il migliore per voi e per il bambino. Se volete far attaccare vostro figlio al seno per allattarlo, potete seguire questi consigli.

Tenete vostro figlio contro il petto e se volete lasciategli addosso soltanto il pannolino e cercate di entrare in contatto con lui pelle a pelle, coprendolo con una copertina. Tenetelo diritto, con la testa proprio sotto al vostro mento. Tenetegli il collo e le spalle con una mano, e mettetegli l’altra mano sotto al sederino. Il bambino potrebbe cercare di muoversi per attaccarsi. La testa del bambino deve essere leggermente inclinata all’indietro per permettergli di succhiare e di deglutire facilmente. Quando la testa viene inclinata e la bocca è aperta, la lingua rimane abbassata, così la mamma può appoggiare il capezzolo nella bocca del bambino. Non sostenete il seno. Il bambino aprirà la bocca quando il capezzolo si avvicina. Potete avvicinarlo delicatamente per farlo attaccare. Durante la poppata, le narici del bambino possono dilatarsi, perché vostro figlio deve respirare. Niente paura: il bambino non sta soffocando, ma sta solo cercando di respirare meglio. Se vostro figlio si allontana, sostenetegli il sederino e le spalle con il palmo della mano e avvicinatelo a voi con delicatezza. Come capire se il bambino si attacca bene al seno

Quando il bambino si attacca bene, la poppata non presenta alcun problema, né per lui né per voi. Per capire se vostro figlio si è attaccato bene controllate questi segni.

Non avvertite fastidio al seno, e la bocca del bambino non vi fa male e non vi pizzica. Per capire se il bambino si è attaccato bene, non basta osservarlo, ma bisogna sentirlo. Il bambino non deve girare la testa durante la poppata e tiene il petto contro al vostro. Non riuscite a vedere l’areola o la vedete solo in parte. L’areola è la parte del seno più scura che circonda il capezzolo. A seconda delle dimensioni dell’areola e di quelle della bocca del bambino, probabilmente riuscirete a vedere solo parte dell’areola. Se la vedete un po’ di più, probabilmente vi sembrerà che ne sia rimasta di più sopra le labbra del bambino che non sotto. Quando il bambino è nella posizione ottimale il seno gli riempie la bocca. La lingua del bambino rimane sotto al capezzolo, anche se non riuscite a vederla. Riuscite a vedere o a sentire che il bambino deglutisce. Alcuni bambini deglutiscono molto piano, quindi l’unico modo per capire se il latte va già è sentire o vedere una pausa nel loro respiro. Le orecchie del bambino si muovono leggermente. Le labbra del bambino si sporgono verso l’esterno, e non verso l’interno (il bambino assomiglia a un pesciolino). Probabilmente non riuscite a vedere il labbro inferiore. Il mento di vostro figlio tocca il seno. Come terminare la poppata

Per far smettere il bambino di succhiare e terminare la poppata, mettete un dito (pulito) tra il seno e le sue gengive. Quando sentite uno schiocco leggero, togliete il dito dalla bocca di vostro figlio.

Quanto devono durare le poppate?

Lasciate stabilire la durata della poppata al bambino. Molti neonati si attaccano per dieci, quindici minuti a ciascun seno. Se il bambino vuole rimanere attaccato per molto più tempo (ad esempio per mezz’ora o più a ciascun seno) probabilmente è perché non riceve latte a sufficienza.

Svezzamento

Lo svezzamento è l’introduzione nella dieta del bambino di alimenti solidi o liquidi diversi dal latte (materno o artificiale). Nella maggior parte dei casi la scelta del momento in cui iniziare lo svezzamento è del tutto personale. Potrebbe essere influenzata dal fatto che si deve ritornare al lavoro, dallo stato di salute della mamma o del bambino o semplicemente dall’intuizione che si tratta del momento giusto per iniziare.

Lo svezzamento è un processo graduale. L’American Academy of Pediatrics (AAP) consiglia di nutrire i bambini esclusivamente con il latte materno per i primi sei mesi di vita. Dopo i sei mesi, l’AAP consiglia di affiancare i cibi solidi al latte fino a quando il bambino non compie un anno e, fino alla stessa età, è sconsigliato somministrare latte di mucca ai bambini. Probabilmente avrete qualche problema a capire quanto far mangiare al bambino e quando introdurre gli alimenti solidi. Le linee guida che riportiamo nel seguito, stabilite dalla National Library of Medicine, indicano come andrebbero svezzati i bambini fino ai sei mesi. Prima di iniziare a svezzare vostro figlio, chiedete consiglio al pediatra che vi dirà se è pronto per lo svezzamento e vi darà tutti i consigli necessari.

Prima dei 4 mesi Nei primi 4-6 mesi di vita è sufficiente il latte (materno o artificiale) per soddisfare tutte le esigenze nutrizionali del bambino. Se allattato al seno, il neonato può aver bisogno di 8-12 poppate al giorno. Verso i 4 mesi i bambini probabilmente avranno bisogno soltanto più di 4-6 poppate al giorno. Se allattati con il latte artificiale, i bambini in media hanno bisogno di 6-8 poppate al giorno. I neonati consumano circa da 60 a 90 ml di latte ad ogni poppata. Il numero di poppate diminuisce man mano che il bambino cresce, esattamente come nel caso dell’allattamento al seno. Dai 4 ai 6 mesi

Verso i 6 mesi il bambino deve consumare più o meno un litro di latte (materno o artificiale) al giorno, ed è pronto per lo svezzamento, cioè per l’introduzione degli alimenti solidi.

Svezzare il bambino troppo presto può essere rischioso: non date alimenti solidi al bambino finché non è pronto fisicamente e psicologicamente. Il pediatra italiano Dr. Piermarini consiglia di aspettare che in qualche modo sia il neonato stesso a chiedere del cibo, per esempio seguendo con lo sguardo un boccone della cena della mamma.

La dieta per la mamma e il bambino Di quante calorie ho bisogno durante l’allattamento?

Molte madri si chiedono se devono seguire una dieta più calorica durante l’allattamento, ma la risposta è negativa. Potete assumere lo stesso numero di calorie a cui eravate abituate prima della gravidanza: così facendo riuscirete a smaltire i chili di troppo acquistati durante la gravidanza.

Le Dietary Guidelines for Americans (DGA) indicano che l’apporto calorico per tutte le donne di età compresa tra i 19 e i 25 anni è il seguente:

Donna sedentaria: da 1.800 a 2.000 calorie al giorno Donna moderatamente attiva: da 2.000 a 2.500 calorie al giorno Donna attiva: da 2.200 a 2.400 calorie al giorno

Le donne che allattano al seno bruciano da 450 a 500 calorie in più al giorno, quindi solo chi non deve perdere peso dopo la gravidanza dovrebbe cercare di integrare l’apporto calorico indicato in precedenza con 450-500 calorie.

Le madri che:

si nutrono in modo non equilibrato, seguono una dieta vegana (che non è un problema!) o altre diete speciali, oppure hanno particolari problemi di salute

potrebbero aver bisogno di un integratore di acido docosaesaenoico (DHA) e di integratori multivitaminici per avere una dieta completa durante l’allattamento.

Di quante calorie ha bisogno mio figlio?

Il fabbisogno calorico stimato per il bambino (espresso in calorie/giorno) dipende dall’età, dal peso, dall’altezza e dal sesso. I fabbisogni calorici medi stimati dall’USDA sono i seguenti.

Maschietto Da 1 a 3 mesi: 472-572 calorie/giorno Da 4 a 6 mesi: 548-645 calorie/giorno Da 7 a 9 mesi: 668-746 calorie/giorno Da 10 a 12 mesi: 793-844 calorie/giorno Femminuccia Da 1 a 3 mesi: 438-521 calorie/giorno Da 4 a 6 mesi: 508-593 calorie/giorno Da 7 a 9 mesi: 608-678 calorie/giorno Da 10 a 12 mesi: 717-768 calorie/giorno

Gli intervalli di calorie sopraelencati valgono per bambini di altezza e peso ben precisi. Per scoprire il fabbisogno calorico di vostro figlio in base al suo peso e alla sua altezza parlatene con il pediatra.

Il fabbisogno calorico aumenta man mano che il bambino cresce. A 2-3 anni il bambino avrà bisogno di circa 1.000-1.400 calorie al giorno, a seconda del suo livello di attività.

Quando è sconsigliabile allattare al seno?

In alcuni casi particolari, alla mamma può essere consigliato di non allattare al seno. Tra questi casi ricordiamo:

l’uso di farmaci particolari, la diagnosi e la terapia di alcune malattie, altre situazioni specifiche. Farmaci e altre terapie durante l’allattamento

Alcuni farmaci sono notoriamente pericolosi per i bambini e, se la mamma li assume, possono passare al bambino tramite il latte. Le donne in terapia dovrebbero chiedere consiglio al medico sulla possibilità di intraprendere l’allattamento:

Antiretrovirali (farmaci contro l’HIV/AIDS), Farmaci ansiolitici, Contraccettivi che contengono estrogeni, Chemioterapici, Droghe, Farmaci contro il mal di testa prescritti per la cura dell’emicrania, ad esempio gli alcaloidi come l’ergotamina, Farmaci che stabilizzano l’umore, come il litio e la lamotrigina, Sonniferi, Chi sta facendo la radioterapia non deve allattare, ma durante alcuni tipi di terapia potrebbe essere necessaria solo una breve pausa dall’allattamento.

L’elenco di farmaci che abbiamo riportato è solo indicativo. Prima di allattare al seno dovreste chiedere consiglio al vostro medico, elencandogli tutti i farmaci che assumete abitualmente (farmaci con prescrizione, farmaci da banco, integratori vitaminici e rimedi erboristici).

I farmaci sicuri per l’uso durante la gravidanza con ogni probabilità sono anche sicuri per l’uso durante l’allattamento, ma è comunque opportuno chiedere il parere del medico.

Contattate il pediatra se notate che il bambino reagisce al vostro latte, ad esempio con la diarrea, il pianto eccessivo o la sonnolenza.

Problemi di salute e allattamento

Le donne con particolari malattie e infezioni possono ricevere il consiglio di non allattare al seno, per via del rischio di trasmissione della malattia o dell’infezione al bambino.

Se soffrite di una qualsiasi di queste malattie, chiedete consiglio al medico prima di allattare vostro figlio al seno:

Infezione da virus HIV (virus dell’immunodeficienza umana), Infezione dal virus T-linfotropico di tipo I o di tipo II, Tubercolosi attiva, non in terapia, Se avete l’influenza o l’influenza suina (provocata dal virus H1N1), potete continuare ad allattare vostro figlio tirando il latte, ma non dovete stargli vicino per evitare il contagio. Per non contagiarlo, dovete mettere il vostro latte in un biberon e farlo allattare da una persona sana di fiducia. (Questa indicazione è da valutare con il proprio pediatra) HIV/AIDS e l’allattamento al seno

Da alcuni anni si sa che c’è il rischio di contagiare il bambino con l’HIV mediante allattamento al seno. Sconsigliare l’allattamento al seno, tuttavia, non è una soluzione indolore, perché l’allattamento dà dei vantaggi sia alla mamma sia al bambino. Diminuire il rischio di trasmissione dell’HIV e contemporaneamente prolungare il periodo libero da virus del bambino, è una delle priorità delle ricerche sull’HIV/AIDS.

Le linee guida dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) attualmente consigliano alle madri sieropositive che allattano al seno di assumere i farmaci antiretrovirali che aiutano a prevenire la trasmissione del virus al bambino. Consigliano inoltre di allattare unicamente al seno fino ai sei mesi e di continuare fino ai 12 mesi, quando potrà iniziare lo svezzamento.

Altri consigli per l’allattamento

In alcune altre situazioni, se la mamma o il bambino hanno determinati problemi di salute, alla mamma può essere sconsigliato di allattare al seno oppure la mamma può avere problemi ad allattare.

Alle donne con particolari problemi di salute cronici può essere sconsigliato l’allattamento al seno, oppure possono essere consigliate delle precauzioni per tutelare la salute durante l’allattamento. Ad esempio le mamme diabetiche possono aver bisogno di mangiare un po’ di più durante l’allattamento per prevenire il calo improvviso del glucosio. Anche le donne sottopeso, ad esempio a causa di problemi della tiroide o di particolari patologie intestinali, in molti casi devono aumentare l’apporto calorico della dieta per rimanere in buona salute durante l’allattamento.

Chi ha subito degli interventi chirurgici al seno può avere qualche problema ad allattare.

Alle mamme che fanno uso di droghe o eccedono con l’alcol, oppure hanno avuto questi problemi in passato, può essere dato il consiglio di non allattare.

I bambini affetti dalla galattosemia, una patologia metabolica rara in cui l’organismo non riesce a digerire il galattosio (uno zucchero) non devono essere allattati al seno. La galattosemia viene diagnosticata tramite screening neonatale: in questo modo la terapia e la dieta possono iniziare immediatamente. Se il disturbo non viene diagnosticato, il galattosio si accumula nell’organismo, e diventa tossico per il bambino, causando problemi epatici, disabilità intellettiva, problemi dello sviluppo e shock.

Tirare e conservare il latte

Molti gruppi di madri, associazioni che si occupano di salute e associazioni di medici danno informazioni dettagliate e sostegno sui modi per tirare e conservare il latte. Questo articolo contiene alcune semplici informazioni e non va a sostituire in nessun modo i consigli e i pareri del medico o dell’ostetrica.

Tirare il latte

Se non potete allattare vostro figlio al seno è necessario tirare il latte nei momenti in cui dovrebbero avvenire le poppate. Tirare il latte significa spremere il seno e far fuoriuscire il latte. Se tirare il latte, riuscirete a continuare a produrne.

Prima di tirare il latte lavatevi bene le mani. Tirate il latte solo se siete in un ambiente pulito. Non è necessario lavare il seno o i capezzoli prima di tirare il latte. Se avete bisogno di aiuto per far venire fuori il latte, spesso è sufficiente tenere vicino un oggetto del bambino.

Esistono tre modi per tirare il latte:

A mano. Per tirare il latte a mano, si usa la mano per massaggiare e comprimere il seno e far fuoriuscire il latte. Tiralatte manuale. Per far funzionare il tiralatte manuale si usano la mano e il polso: il tiralatte è una specie di pompa che fa fuoriuscire il latte dal seno. Tiralatte elettrico. Il tiralatte elettrico è una specie di pompa che funziona a batteria o con il cavo attaccato alla corrente. Può tirare il latte da un seno solo oppure dai due seni contemporaneamente. Conservare il latte

Il latte materno può essere conservato nelle bottiglie di vetro pulite oppure in bottiglie di plastica senza bisfenolo con tappi ermetici. Dopo aver tirato il latte, mettetelo subito in frigorifero o nel congelatore. Vi consigliamo di congelare il latte in piccole dosi (60, 90 ml), a seconda della quantità necessaria al bambino per ciascuna poppata.

Il latte appena tirato può essere conservato in frigorifero per un massimo di 5-8 giorni. Se lo mettete in freezer, conservatelo suddividendolo in piccole dosi (60, 120 ml). Il latte si conserva in freezer per 3-6 mesi. Una volta scongelato, usatelo entro 24 ore e non ricongelatelo, perché rischiereste di contaminarlo.

Integrazioni alimentari Perché I neonati hanno bisogno della vitamina D?

L’allattamento al seno è il metodo consigliato per nutrire i neonati e il latte materno fornisce al bambino la maggior parte delle sostanze nutritive necessarie, però non copre il fabbisogno di vitamina D. La vitamina D è necessaria per prevenire il rachitismo, una forma di carenza di questa vitamina. Questa patologia è rara tra i neonati allattati al seno, ma può verificarsi se l’apporto di vitamina D o l’esposizione al sole sono insufficienti. (L’esposizione al sole aiuta l’organismo a sintetizzare la vitamina D senza dover ricorrere agli integratori.)

L’apporto giornaliero di vitamina D consigliato attualmente dall’AAP è di 400 IU, per tutti i neonati e i bambini a partire dai primi giorni di vita. Il latte materno contiene al massimo 25 IU di vitamina D per litro (1 litro è pari a quattro tazze circa). Pertanto per soddisfare la richiesta di 400 IU al giorno, è necessario integrare l’apporto.

Se il bambino viene svezzato con latte artificiale arricchito con vitamina D e ne consuma almeno 4 tazze al giorno, non sono necessari gli integratori di vitamina D.

Oltre a questa per le prime settimane sarà necessario anche somministrare la vitamina K, utile a prevenire la sindrome emorragica.

Quando bisogna integrare il latte materno?

L’allattamento al seno può essere integrato con il latte tirato e messo nel biberon, col latte artificiale oppure con il latte di un’altra mamma. L’integrazione può essere necessaria in queste situazioni:

Problemi della mamma, Interventi al seno o altri traumi, Insufficienza primaria che impedisce di produrre una quantità sufficiente di latte, Separazione fisica dal bambino, Patologie gravi, Problemi del bambino, Crescita insufficiente a mantenere uno stato di salute ottimale (crescita lenta, scarso accrescimento), Labbro leporino (labioschisi) o palatoschisi che impediscono al bambino di succhiare normalmente., Ittero o problemi epatici, Malattia grave o nascita prematura per cui il bambino deve ricevere cure speciali.

In molte di queste situazioni è necessario l’intervento del medico. Vi consigliamo di parlare sempre con il pediatra per capire se è necessario integrare l’allattamento al seno.

Per impedire che l’intervento esterno faccia diminuire la produzione di latte o interferisca in altro modo con l’allattamento al seno, dovreste integrare solo dopo che vostro figlio ha iniziato a nutrirsi correttamente al seno e a crescere grazie al vostro latte.

Mischiare il latte materno con quello artificiale

Mescolare il latte artificiale con quello materno nello stesso contenitore è uno dei modi per integrare l’allattamento al seno. Molte madri ricorrono a questo accorgimento quando hanno poco latte oppure quando devono stare fisicamente lontane dal bambino.

Integrare il latte materno con quello artificiale, tuttavia, non equivale in tutto e per tutto all’allattamento al seno. Prima di iniziare a mescolare il latte artificiale con quello materno, chiedete consiglio al pediatra.

Altre domande C’è un orario ideale per le poppate?

I bambini sani impongono alla madre il loro orario preferito per le poppate, e la madre deve saper decifrare il loro comportamento per capire quando hanno fame (allattamento a richiesta). Le poppate possono durare 15-20 minuti o più per seno. Non c’è una durata ideale: il bambino vi farà capire quando ha finito di mangiare.

Il numero di poppate al giorno e il momento in cui dare il latte al bambino dipendono dall’età e dalle preferenze del bambino. I neonati di solito hanno bisogno di essere nutriti da 8 a 12 volte al giorno, cioè ogni ora oppure ogni due ore di giorno e un paio di volte durante la note nei primi giorni di vita.

Che cos’è il latte artificiale?

Il latte materno è il miglior nutrimento per i bambini. L’American Academy of Pediatrics (AAP) consiglia, quando il latte materno non è disponibile, di ricorrere al latte artificiale durante il primo anno di vita del bambino.

Per i bambini non allattati al seno o allattati al seno solo in parte sono in vendita diversi tipi di latte artificiale, tra cui:

Latte artificiale a base di latte di mucca o di latte di soia, Latte ipoallergenico per i bambini allergici o che rischiano di soffrire di allergie, Altri tipi di latte artificiale per bambini con particolari esigenze nutrizionali (ad esempio latte privo di galattosio).

I bambini che bevono una quantità sufficiente di latte artificiale e che crescono bene di solito non hanno bisogno di integratori di vitamine o di sali minerali, se il latte è fortificato con vitamina D e ferro. Il medico può prescrivere un integratore di fluoro se il latte viene mescolato con acqua che non contiene fluoro.

Il latte artificiale è in vendita nelle seguenti forme:

Pronto per l’uso. Non deve essere diluito con l’acqua. In polvere. Deve essere diluito con l’acqua. Liquido concentrato. Deve essere diluito con l’acqua.

La Food and Drug Administration (FDA) controlla con attenzione che tutti i tipi di latte artificiale in commercio negli USA soddisfino determinati requisiti per la nutrizione dei neonati, così come il Ministero della Salute in Italia.

Come mi regolo per allattare durante i viaggi?

Prima di fare un viaggio con vostro figlio dovreste sempre chiedere consiglio al pediatra che vi darà tutte le istruzioni per capire come fare ad allattare.

In generale, quando siete in giro, allattare al seno è più semplice che allattare con il biberon. Quando viaggiate con vostro figlio, però, dovete ricordare che:

Negli ambienti molto caldi, non dovete integrare l’allattamento al seno con l’acqua. Il latte materno contiene una quantità bilanciata di acqua, purché le poppate avvengano ad intervalli regolari come quando siete a casa. Portate con voi un marsupio o un altro tipo di culla morbida che vi aiuti ad allattare o a portare il bambino più facilmente, soprattutto se dovete rimanere a lungo in piedi. Se dovete allontanarvi da vostro figlio per un periodo protratto, dovreste tirare e conservare una scorta di latte. Se il viaggio vi consente una certa flessibilità d’orario, fate delle pause regolari per tirare il latte e farne una scorta adeguata. Il latte deve essere conservato in contenitori puliti ed ermetici. Deve essere conservato e trasportato nel frigorifero, nel congelatore o in una borsa termica con il ghiaccio. Il latte appena tirato e conservato a temperatura ambiente può essere consumato in tutta sicurezza entro 6-8 ore. Il latte appena tirato può essere conservato in tutta sicurezza in una borsa termica con il ghiaccio per un giorno al massimo. Il latte può essere conservato in frigorifero per 5 giorni al massimo. Che cosa sono le banche del latte e quando vengono usate?

Le banche del latte forniscono il latte materno fresco a chi ne ha necessità. Le mamme possono aver bisogno di usare il latte della banca per molti motivi diversi. Ad esempio può non produrre una quantità di latte sufficiente a soddisfare le esigenze nutrizionali del bambino, oppure può essere malata o essere in una situazione che le impedisce di allattare suo figlio.

Se pensate di dover ricorrere a una banca del latte, dovete ricordare che ci possono essere dei rischi per vostro figlio. Se la donatrice non è stata controllata attentamente, il bambino che riceve il latte può essere esposto alle malattie infettive (come l’HIV) e alle sostanze chimiche, ad esempio ai farmaci e alle droghe. Prendete una decisione ascoltando il parere del vostro medico.

Miti e leggende sull’allattamento

In giro si sente dire di tutto sull’allattamento al seno: queste leggende metropolitane sono ovviamente false e possono produrre confusione e incertezza nella mamma, impedendole di allattare nel modo giusto.

Leggenda 1

Se le poppate sono frequenti, la produzione di latte diminuisce, l’emissione di latte è minore e l’allattamento non riesce bene.

Realtà: La produzione di latte è ideale quando il bambino sano viene allattato quando ha fame. La risposta dell’organismo della mamma agli ormoni che fanno fuoriuscire il latte è maggiore in presenza di una buona scorta di latte, che si ottiene quando la mamma alimenta il bambino seguendo le esigenze di quest’ultimo.

Leggenda 2

I bambini ottengono tutto il latte di cui hanno bisogno nei primi 5-10 minuti di poppata.

Realtà: Molti dei bambini più grandicelli riescono ad ottenere la maggior parte del latte nei primi 5-10 minuti, ma questo discorso non vale per tutti. I neonati non sono sempre efficienti quando si tratta di alimentarsi e quindi possono aver bisogno di più tempo per mangiare. La capacità del bambino di alimentarsi dipende anche dalla qualità dell’allattamento. Alcune mamme producono il latte in piccole quantità diverse volte durante la poppata. Anziché andare a intuizione, è meglio permettere al bambino di rimanere attaccato al seno finché non dà segno di sazietà, ad esempio finché non si stacca da solo dal seno e rilassa le mani e le braccia.

Leggenda 3

La mamma deve lasciar trascorrere un po’ di tempo tra le poppate perché così i seni si riempiano di nuovo.

Realtà: Ogni coppia madre-figlio è unica. L’organismo della mamma produce latte in continuazione. Ogni mamma produce una quantità di latte diversa da tutte le altre: può averne di più oppure di meno. Più i seni si svuotano, più l’organismo produce latte che va a sostituire quello consumato o tirato; più il seno è pieno, più la produzione di latte rallenta. Se la mamma aspetta per troppo tempo che i seni si riempiano, l’organismo può ricevere il messaggio di rallentare la produzione di latte e quindi finire per produrne di meno.

Leggenda 4

Il colostro (il primo latte) fa male al bambino.

Realtà: Il colostro invece è molto utile per la salute del bambino. Contiene sostanze nutritive essenziali e anticorpi e favorisce lo sviluppo dell’apparato digerente del neonato.

È consigliabile allattare al seno i bambini premature o con basso peso alla nascita?

L’allattamento al seno è fondamentale per i bambini prematuri. Se vostro figlio è nato prematuro il vostro latte conterrà più proteine e sostanze nutritive rispetto a quello delle mamme dei bambini nati al nono mese. Il parto prematuro è quello che avviene prima della 37 settimana di gravidanza.

I bambini prematuri di solito sono più piccoli di quelli nati al nono mese, quindi può essere difficile posizionarli correttamente per la poppata. Alcune posizioni, ad esempio l’abbraccio trasversale (o incrociato), sono consigliate per l’allattamento dei nati prematuri. Per ulteriori informazioni su questa posizione e su come allattare un bambino nato prematuro, potete consultare la pagina dedicata alle posizioni.

Alcuni nati prematuri, che all’inizio potrebbero non essere in grado di attaccarsi al seno, traggono comunque beneficio dal latte materno. Nei primi giorni dopo il parto il latte materno contiene il colostro, un liquido composto da particolari sostanze nutritive ed anticorpi. Per dare a vostro figlio il colostro, anche se è troppo piccolo per attaccarsi al seno, bisogna tirare il colostro a mano o con un tiralatte il prima possibile, mentre si è ancora in ospedale. Chiedete al personale sanitario di darvi un contenitore pulito in cui raccogliere il latte tirato e di darlo tempestivamente a vostro figlio.

È consigliabile allattare al seno i gemelli?

Se avete avuto due o tre gemelli i vantaggi dell’allattamento al seno, sia per voi sia per i vostri figli, sono gli stessi delle altre madri e degli altri bambini. Alcune mamme pensano che allattare al seno diversi bambini sia troppo faticoso, ma è comunque possibile farlo con un po’ di preparazione e di pianificazione in più.

La maggior parte delle mamme riesce a produrre una quantità di latte sufficiente per due bambini. Molte delle madri che hanno avuto un parto plurigemellare riescono a produrre una quantità di latte sufficiente a nutrire completamente o parzialmente i loro figli. La madre può allattare parzialmente i propri figli integrando il proprio latte con un’altra fonte di latte o con il latte artificiale.

Traduzione di Elisa Bruno

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L'articolo Allattamento seno: tutto quello che devi sapere! è stato inizialmente pubblicato su Farmaco e Cura.

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05/08/2013 09:40 Condividi

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Prevenzione dei tumori e dieta: cereali e tuberi

Posted: 04 Aug 2013 11:04 PM PDT

I cereali e i prodotti amidacei come le patate, apportano la maggior parte dell’introito calorico a livello mondiale. In particolare i cereali possono essere integrali o raffinati e lavorati come pasta o pane, oppure possono essere in chicchi come il riso, l’orzo, la segale; i tuberi sono principalmente rappresentati dalle patate, ma esistono altri tipi di radici amidacee che fanno parte dell’alimentazione dell’uomo non necessariamente comuni nel nostro Paese.

In questo post si parlerà del collegamento tra l’assunzione di questo tipo di alimenti e l’incidenza di alcuni tipi di cancro. Prima di tutto è bene definire gli alimenti di cui andremo a parlare.

Definizioni e composizione Cereali

Nei cereali troviamo prodotti come

riso, grano, orzo, segale, avena, mais, spelta, sorgo ed altri minori.

In commercio possiamo trovarli sia in chicchi sia in forma lavorata, ma la distinzione principale è tra raffinati e integrali: questi ultimi, dato il processo produttivo più breve e meno invasivo, hanno più nutrienti, in particolare contengono più fibre, più vitamine del gruppo B e più minerali come il ferro.

Nonostante siano entrambi molto ricchi di amido (uno zucchero formato da molte molecole di glucosio, praticamente lo zucchero principale di questo gruppo alimentare), i prodotti integrali sono più ricchi di proteine. La maggiore ricchezza di nutrienti, come detto, deriva dalla lavorazione del chicco prima di essere commercializzato: il prodotto raffinato scarta molti degli strati esterni e lascia solo la parte più centrale, rendendo il prodotto più chiaro ma anche più povero, mentre i prodotti integrali hanno ancora alcuni strati esterni, che li rendono, però, più scuri.

Un discorso particolare va fatto per i cereali da colazione: estremamente impoveriti di nutrienti, in questi prodotti vitamine e minerali vengono per fortuna riaggiunti nel processo di lavorazione, per renderli un po’ più ricchi dal punto di vista nutrizionale. Purtroppo spesso viene aggiunto anche dello zucchero, che rende questi alimenti una scelta di secondo piano, se si sta attenti all’aspetto salutistico.

Tuberi

Fra tuberi l’alimento più comune è la patata, al suo fianco possiamo trovare le patate dolci (o batate), la manioca e le plantains, che sono una sorta di banane amidacee. A livello nutritivo il componente principale è l’amido ma, se mangiati con la buccia, i tuberi apportano anche un buon quantitativo di fibre. A seconda del tipo, possono contenere vitamina C, manganese, vitamina B6, carotenoidi.

Un problema molto importante quando si parla di cereali e tuberi è rappresentato dalle aflatossine, tossine prodotte da alcuni tipi di muffe del genere Aspergillum. Queste risultano tossiche per il fegato e la loro quantità è regolata per legge: non potendo evitare la contaminazione in toto, si è stabilito un massimo che non deve essere superato (http://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/aflatoxins.htm).

Incidenza sullo sviluppo del cancro

Né i cereali né i tuberi hanno mostrato chiare relazioni con lo sviluppo o la prevenzione di alcun tipo di tumore di per sé.

Le ricerche si sono soffermate soprattutto sul ruolo della fibra alimentare. Questo nutriente è stato infatti passato al vaglio da molti studi clinici, con dati a volte contraddittori: esistono alcune evidenze che mostrano un effetto preventivo per il tumore all’intestino retto e al colon, ma allo stesso tempo, anche se in numero minore, altre evidenze non sono così chiare o addirittura sembrano associare un effetto dannoso.

Esaminando la letteratura scientifica, si è arrivati alla conclusione che non ci siano effetti sicuri, ma è probabile che la fibra possa essere considerata un nutriente protettivo. L’effetto sarebbe dato dalle proprietà dirette e indirette della fibra: l’aumento della velocità del transito intestinale e del volume fecale favoriscono degli effetti riconosciuti come benefici, anche se ancora non si è arrivati a capire l’esatto meccanismo d’azione, inoltre l’aumento di fibre nella dieta è accompagnato dall’aumento di alcune vitamine importanti come i folati, che possono rappresentare un altro fattore favorevole per la salute.

Alcune evidenze mettono poi in relazione l’effetto positivo delle fibre anche con il cancro esofageo, ma per questa malattia gli studi sono meno chiari e l’effetto protettivo è solo ipotetico.

Come accennato in precedenza un tema fondamentale è quello delle aflatossine: esse sono considerate una causa certa di cancro al fegato, con un meccanismo dose-dipendente.

L’aflatossina è capace di interagire con il DNA cellulare e di danneggiarlo, risultando quindi non solo capace di facilitare lo sviluppo di un tumore, ma di causarlo di per sé. È quindi fondamentale che le coltivazioni risultino in regola con i limiti imposti dalla Comunità Europea per la preparazione e la commercializzazione dei prodotti che possono essere contaminati.

Questo articolo è tratto dal capitolo 4.1 del WCRF-AICR Diet and Cancer Report (http://www.dietandcancerreport.org/)

Altri alimenti Cereali e tuberi Verdura, legumi e frutta (12 agosto 2013) Carne, pollame, pesce e uova (19 agosto 2013) Latte e prodotti caseari (26 agosto 2013) Grassi, oli, zucchero e sale (02 settembre 2013) Bevande non alcoliche (09 settembre 2013) Bevande alcoliche (16 settembre 2013) …ed altri ancora prossimamente…

Dott. Giuliano Parpaglioni
Biologo nutrizionista, Master internazionale di II livello in nutrizione e dietetica
Riceve a Brescia, Milano e Desenzano del Garda
340 418.93.93
http://www.nutrizionistabrescia.com
g.parpaglioni@gmail.com

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01/08/2013 09:42 Condividi

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Valeriana officinalis: effetti e controindicazioni

Posted: 31 Jul 2013 02:46 PM PDT

Che cos’è la valeriana?

La valeriana (Valeriana officinalis) fa parte della famiglia delle Valerianaceae: è una pianta perenne che cresce in Europa e in Asia ed è stata naturalizzata nel Nord America. Ha un odore caratteristico che molti considerano sgradevole. È anche chiamata

setwall (in inglese), Valerianae radix (in latino), Baldrianwurzel (in tedesco), phu (in greco).

Il genere Valeriana comprende più di 250 specie, ma la varietà officinalis è quella più usata in Europa e negli Stati Uniti ed è l’argomento di questo articolo.

Quali sono i preparati più diffusi a base di valeriana?

I preparati in commercio come integratori alimentari contengono le radici, i rizomi (i fusti sotterranei) e gli stoloni (rami lunghi e sottili alla base del fusto). Le radici secche vengono preparate sotto forma di infusi o di tinture (gocce), mentre le varie parti della pianta e gli estratti entrano a far parte delle capsule o delle compresse.

I ricercatori non hanno identificato il principio attivo chiave, l’effetto di questo estratto vegetale probabilmente deriva dall’interazione di diversi costituenti anziché da un solo composto o da una classe di composti. Il contenuto di oli essenziali, tra cui gli acidi valerenici, i sesquiterpeni (sostanze meno volatili) o i valepotriati (esteri lipofili degli acidi grassi a catena corta) viene talvolta usato per standardizzarne gli estratti.

Come nel caso di molti altri preparati erboristici, anche in quelli a base di valeriana sono presenti anche molti altri composti.

La valeriana nella storia

La pianta era usata come erba medicinale già nell’antica Grecia e nell’antica Roma. I suoi usi terapeutici furono descritti da Ippocrate e, nel II secolo d.C., Galeno la prescriveva per combattere l’insonnia. Nel Cinquecento era usata per curare il nervosismo, i tremori, il mal di testa e le palpitazioni cardiache. A metà Ottocento era considerata uno stimolante e si pensava che non solo non curasse i sintomi, ma contribuisse ad aggravarli, quindi era tenuta in scarsa considerazione come erba medicinale. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu usata in Inghilterra per alleviare lo stress dovuto ai bombardamenti tedeschi.

Oltre che per i disturbi del sonno, la valeriana è usata per curare gli spasmi e lo stress gastrointestinale, per le convulsioni epilettiche e per la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, tuttavia non ci sono prove scientifiche che ne sostengano l’uso per queste patologie.

Ricerche sull’uso della valeriana contro i disturbi del sonno

Una revisione sistematica della letteratura scientifica identifica nove esperimenti clinici randomizzati e in doppio cieco per lo studio sugli effetti sui disturbi del sonno. Queste ricerche studiano l’efficacia della valeriana come terapia per l’insonnia e sono valutate con un sistema di punteggi standardizzato che quantifica la probabilità di distorsioni nella loro progettazione. Tutti e nove gli esperimenti hanno qualche difetto di progettazione, ma tre di essi hanno ottenuto il punteggio massimo (5 in una scala da 1 a 5) e sono descritti nel seguito. Diversamente dagli altri sei che hanno ottenuto punteggi inferiori, questi tre descrivono la procedura di randomizzazione e i metodi di progettazione dell’esperimento in cieco e riportano il numero di partecipanti che si sono ritirati (tasso di abbandono).

Primo studio

La prima ricerca è realizzata con misurazione ripetuta. A 128 volontari sono stati somministrati 400 mg di estratto acquoso di valeriana, un preparato commerciale contenente 60 mg di valeriana e 30 mg di luppolo e un placebo.

I partecipanti hanno assunto uno dei tre preparati in ordine casuale per nove notti consecutive e hanno compilato un questionario la mattina successiva.

Paragonato al placebo, l’estratto di valeriana ha fatto registrare un miglioramento soggettivo statisticamente significativo nel tempo impiegato per addormentarsi (più o meno lungo del normale), nella qualità del sonno (migliore o peggiore del normale) e nel numero di risvegli notturni (più o meno numerosi del normale). Questo risultato è stato più pronunciato nel gruppo di 61 pazienti che all’inizio della ricerca avevano dichiarato di dormire poco e male. Il preparato commerciale non ha invece fatto registrare un miglioramento statisticamente significativo in nessuna di queste tre misurazioni. La significatività clinica dell’uso della valeriana contro l’insonnia non può tuttavia essere determinata con questo esperimento, perché tra i requisiti per la partecipazione non figurava il soffrire di insonnia; inoltre, lo studio ha avuto un tasso di abbandono del 22,9%, che potrebbe aver influito sui risultati.

Secondo studio

Nella seconda ricerca 8 volontari affetti da insonnia lieve (che avevano cioè abitualmente problemi ad addormentarsi) sono stati valutati per scoprire l’effetto della valeriana sulla latenza del sonno (il tempo che intercorre tra il momento in cui si va a dormire e i primi cinque minuti di immobilità durante il sonno). I risultati erano basati sui movimenti notturni, registrati da sensori posti sul polso e sulle risposte a un questionario (compilato alla mattina successiva) relativo alla qualità del sonno, alla latenza, alla profondità del sonno e alla sonnolenza mattutina.

Le sostanze somministrate durante il test erano 450 o 900 mg di estratto acquoso di valeriana e un placebo. A ogni volontario è stata assegnata casualmente una di queste tre alternative, nelle notti dal lunedì al giovedì, per tre settimane, per un totale di 12 notti. L’estratto di valeriana da 450 mg ha fatto diminuire la latenza media da 16 a 9 minuti, un risultato simile a quello delle benzodiazepine (farmaci con obbligo di prescrizione, usati come sedativi o tranquillanti). Non è invece stata rilevata una diminuzione della latenza con l’estratto di valeriana da 900 mg.

Su una scala da 1 a 9, i partecipanti hanno valutato con 4.3 punti la latenza dopo la dose di 450 mg, e con 4.9 punti quella dopo il placebo. La dose da 900 mg ha migliorato il sonno, ma i partecipanti, la mattina successiva, hanno riferito un aumento della sonnolenza.

Anche se sono statisticamente significativi, la riduzione di 7 minuti della latenza e il miglioramento della qualità del sonno rilevato soggettivamente forse non sono clinicamente significativi. La scarsa numerosità del campione non consente di generalizzare con sicurezza i risultati a una popolazione più ampia.

Terzo studio

La terza ricerca ha esaminato gli effetti di lungo termine in 121 partecipanti affetti da insonnia primaria (o non organica) diagnosticata da un medico.

Ai partecipanti sono stati somministrati 600 mg di un preparato commerciale standardizzato di radice di valeriana essiccata oppure il placebo per 28 giorni. Per valutare l’efficacia e la tolleranza delle due alternative sono state usate diverse tecniche di rilevazione, compresi i questionari sull’efficacia terapeutica (somministrati il quattordicesimo e il ventottesimo giorno), sulle modifiche delle abitudini del sonno (somministrato il ventottesimo giorno) e sui cambiamenti della qualità del sonno e dello stato di benessere generale (somministrati prima dell’inizio della ricerca, il quattordicesimo e il ventottesimo giorno).

Dopo 28 giorni, il gruppo che ha ricevuto l’estratto di valeriana ha registrato una diminuzione dei sintomi dell’insonnia con tutti gli strumenti di valutazione rispetto al gruppo di controllo. Le differenze tra il gruppo della valeriana e quello di controllo sono diventate sempre più marcate nei questionari somministrati a metà esperimento e alla fine dell’esperimento.

Conclusione della revisione

La revisione conclude che le nove ricerche non sono sufficienti a determinare l’efficacia della valeriana per la cura dei disturbi del sonno; ad esempio nessuna delle ricerche ha controllato l’efficacia del doppio cieco, nessuna ha calcolato la taglia del campione necessaria a ottenere un effetto statisticamente rilevante, soltanto una ha controllato le variabili che influiscono sul riposo e soltanto una ha validato le misure risultanti.

Altri studi

Nel seguito presenteremo due altri studi randomizzati e controllati, pubblicati dopo la revisione sistematica descritta in precedenza.

In uno studio randomizzato e a doppio cieco, 75 partecipanti con diagnosi di insonnia non organica sono stati assegnati casualmente o a 600 mg di estratto di valeriana standard disponibile in commercio o a 10 mg di oxazepam (farmaco della famiglia delle benzodiazepine) per 28 giorni. Gli strumenti di valutazione dell’efficacia e della tolleranza comprendevano una scala di valutazione del sonno, una scala di valutazione dell’umore e questionari standard per la valutazione dell’ansia, ma anche la valutazione del sonno effettuata da un medico (nei giorni 0, 14 e 28). Il risultato della terapia è stato determinato con una scala di valutazione a 4 step alla fine della ricerca (giorno 28). Entrambi i gruppi hanno fatto registrare un miglioramento simile nella qualità del sonno, ma il gruppo della valeriana ha riportato meno effetti collaterali rispetto a quello dell’oxazepam. Questa ricerca, però, mirava a dimostrare la superiorità della valeriana rispetto all’oxazepam, quindi i suoi risultati non possono essere usati per dimostrare che le due sostanze sono equivalenti.

In uno studio randomizzato a doppio cieco e con gruppo di controllo, i ricercatori hanno valutato i parametri del sonno con tecniche di polisonnografia che misuravano obiettivamente gli stadi del sonno, la latenza e il tempo di sonno totale. Per la misurazione soggettiva dei parametri del sonno sono stati usati diversi questionari. Sedici partecipanti con diagnosi di insonnia non organica sono stati assegnati casualmente a una dose singola e a una somministrazione di 14 giorni di 600 mg di preparato standardizzato di valeriana oppure al placebo. La valeriana non ha avuto alcun effetto su nessuno dei 15 parametri oggettivi e soggettivi, tranne che sulla diminuzione del tempo di comparsa del sonno ad onde lente (13,5 minuti, contro i 21,3 minuti del placebo). Durante il sonno ad onde lente diminuivano: l’eccitabilità, il tono muscolo-scheletrico, la frequenza cardiaca, la pressione e la frequenza respiratoria. L’aumento del sonno ad onde lente probabilmente allevia i sintomi dell’insonnia, tuttavia soltanto in 1 delle 15 variabili c’era differenza tra il placebo e la valeriana, quindi la diversità potrebbe anche essere imputabile al caso. Il gruppo della valeriana ha riferito meno effetti collaterali rispetto a quello del placebo.

I risultati di alcune ricerche indicano che la valeriana potrebbe essere utile per l’insonnia e altri disturbi del sonno, ma sono smentiti da altre ricerche. L’interpretazione degli studi è complicata dal fatto che i campioni sono piccoli, i diversi studi usano diverse quantità e diverse sorgenti di valeriana, misurano risultati diversi o non considerano le potenziali distorsioni dovute all’alto tasso di abbandono dei partecipanti. Nel complesso queste ricerche non dimostrano che la valeriana sia efficace per migliorare la qualità del sonno.

Come agisce la valeriana?

Sono stati identificate diverse sostanze chimiche che compongono la valeriana, ma non si sa con esattezza quale sia responsabile del suo effetto sonnifero negli animali e negli studi in vitro. È probabile che il principio attivo non sia uno solo e che gli effetti della valeriana derivino da diversi componenti che agiscono indipendentemente o in modo sinergico.

Come fonte principale degli effetti sedativi della valeriana sono state proposte due categorie di componenti. La prima comprende i costituenti maggiori dell’olio volatile, tra cui l’acido valerenico e i suoi derivati, che hanno dimostrato di avere proprietà sedative negli studi compiuti sugli animali. Tuttavia anche gli estratti di valeriana con quantità minime di questi componenti hanno proprietà sedative, e quindi è probabile che altri componenti siano responsabili di questi effetti o che essi siano causati da diverse sostanze contemporaneamente. La seconda categoria comprende gli iridoidi, tra cui i valepotriati. I valepotriati e i loro derivati funzionano come sedativi in vivo, ma sono instabili e si degradano se conservati o in ambiente umido, e quindi la loro attività è difficile da valutare.

Un meccanismo probabile con cui l’estratto di valeriana esplica il suo effetto sedativo potrebbe essere l’aumento del GABA (acido gamma-aminobutirrico), un neurotrasmettitore inibitorio disponibile nelle sinapsi. I risultati di una ricerca in vitro sui sinaptosomi indicano che l’estratto di valeriana può far rilasciare il GABA alle terminazioni nervose e poi impedire che venga riassorbito dalle cellule. L’acido valerenico, inoltre, inibisce un enzima che distrugge il GABA. L’estratto di valeriana contiene una quantità di GABA sufficiente a causare un effetto sedativo, ma non si sa con certezza se il GABA sia in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e contribuisca quindi all’effetto sedativo della valeriana. La glutamina, presente negli estratti acquosi ma non in quelli alcolici, può attraversare tale barriera ed essere convertita in GABA. La concentrazione di questi componenti varia in modo significativo tra i vari esemplari della pianta, a seconda del luogo di raccolta, quindi variano molto le quantità presenti nelle preparazioni a base di valeriana.

Quali controlli subisce la valeriana prima di entrare in commercio?

Negli Stati Uniti la valeriana è in commercio come integratore alimentare. Gli integratori alimentari sono regolati come alimenti, e non come farmaci, quindi non sono necessarie la valutazione e l’approvazione da parte della Food and Drug Administration prima della messa in commercio, a meno che siano richieste per la prevenzione o la terapia di patologie specifiche. Gli integratori alimentari non sono sempre sottoposti a test al momento della produzione, quindi la loro composizione può variare considerevolmente a seconda del lotto.

(In Italia la situazione è molto simile, in quanto la maggior parte degli integratori sono commercializzati come parafarmaci).

Effetti collaterali

I partecipanti agli studi clinici hanno riferito rari casi di effetti collaterali attribuibili alla valeriana.

Mal di testa, capogiro, prurito, disturbi gastrointestinali

sono gli effetti collaterali riferiti con maggior frequenza negli esperimenti clinici, ma effetti simili sono anche stati riscontrati nei gruppi di controllo.

In una delle ricerche è stato riportato un aumento della sonnolenza il mattino successivo all’assunzione di 900 mg di valeriana. Un’altra ricerca invece ha concluso che 600 mg di valeriana non hanno un effetto clinico significativo sul tempo di reazione, sulla vigilanza e sulla concentrazione il mattino successivo all’assunzione. Diverse segnalazioni hanno descritto effetti collaterali, ma nell’unico caso in cui è stato tentato il suicidio mediante overdose non è possibile attribuire con sicurezza i sintomi alla valeriana.

Controindicazioni

Durante la gravidanza o l’allattamento non bisogna assumere la valeriana se non su consiglio del medico, perché i rischi sul feto o sul neonato non sono ancora stati valutati.

I bambini di età inferiore ai 3 anni non dovrebbero assumere la valeriana, perché i rischi per i bambini in questa fascia d’età non sono ancora ben chiari. Chi assume la valeriana deve essere consapevole del rischio di aumento della sedazione dovuto agli alcolici o ai sedativi, ad esempio: benzodiazepine come Xanax®, Valium®, Tavor®. barbiturici o farmaci con effetto depressivo sul sistema nervoso centrale (SNC), come il fenobarbitale (Luminale®), integratori alimentari come l’iperico e melatonina (spesso usata in associazione, a dosi controllate).

Non si registrano casi in cui la valeriana abbia influenzato i risultati degli esami di laboratorio, ma quest’aspetto non è mai stato studiato rigorosamente.

Traduzione di Elisa Bruno

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Dieta durante l’allattamento

Posted: 31 Jul 2013 02:16 PM PDT

Cosa devo mangiare? Mio figlio ha un’allergia? Devo evitare qualche alimento in particolare? Per gli alcolici c’è un divieto assoluto? La caffeina dà problemi?

Sia che siate diventate mamme per la prima volta sia che siate una mamma esperta, l’allattamento al seno spesso è accompagnato da molte preoccupazioni e domande. Ecco le risposte ad alcune delle più frequenti sull’alimentazione durante l’allattamento.

Che cosa devo mangiare?

Proprio come avviene nel corso della gravidanza, anche durante l’allattamento è importante mangiare bene, con una dieta ricca di frutta, verdura, cereali integrali, proteine e alimenti ricchi di calcio.

Ricorda che:

La dieta non deve essere perfetta, ma è importante che sia varia ed equilibrata. Si stima che le mamme che allattano abbiano bisogno di circa 500 calorie in più al giorno. Durante l’allattamento probabilmente avrete più sete del solito, quindi vi consigliamo di tenere sempre a portata di mano una bottiglia d’acqua.

Chiedete al medico se dovete continuare ad assumere gli integratori che avete usato durante la gravidanza: molti medici li fanno continuare anche durante l’allattamento.

Mio figlio ha un’allergia?

Il bambino allattato al seno può avere una reazione allergica o di intolleranza a un determinato alimento quando la mamma consuma certi cibi o bevande. Tra gli allergeni alimentari più comuni ricordiamo:

il latte di mucca, la soia, il grano, il mais, l’avena, le uova, le noci, le arachidi, il pesce e i crostacei.

Tra i sintomi di queste reazioni allergiche ricordiamo:

reflusso o vomito prolungato, mal di pancia (il bambino ha le colichette e/o tiene le ginocchia alzate verso la pancia per significare che ha male), feci che contengono sangue e muco, feci più dure del solito, eruzione cutanea e gonfiore.

Se pensate che vostro figlio abbia avuto una reazione allergica o di intolleranza a un alimento, chiamate il medico e cercate di non mangiare e di non bere nulla che vostro figlio non tollera.

Se il bambino ha dei problemi ad attaccarsi al seno, vi consigliamo di annotare tutto ciò che mangiate e bevete e le sue eventuali reazioni: così facendo riuscirete a scoprire, e a far scoprire al vostro medico, quali sono gli alimenti e le bevande che causano problemi.

Vostro figlio potrebbe avere problemi respiratori e gonfiore al volto: si tratta di una reazione allergica molto rara per la quale è necessario chiamare l’ambulanza o andare immediatamente al pronto soccorso.

Devo evitare qualche alimento in particolare?

Tutti i bambini sono diversi. Alcune mamme possono scoprire che il figlio ha le colichette o si agita più del solito dopo che hanno mangiato i fagioli, il cavolfiore o i broccoli, mentre altri bambini tollerano perfettamente questi alimenti.

Alcune mamme possono confermare che, dopo aver mangiato degli alimenti speziati, il bambino non sembra gradire il gusto del latte; altri bambini invece non farebbero problemi nemmeno se la mamma mangiasse un peperoncino intero.

Seguendo lo stesso consiglio dato , le mamme che allattano dovrebbero evitare il pesce ricco di mercurio, o evitarlo completamente, perché l’eccesso di mercurio può danneggiare il sistema nervoso del bambino che si sta sviluppando.

Se notate qualche regolarità (nell’agitazione, nelle colichette, ecc) cercate di annotare ciò che mangiate e le reazioni del bambino, poi parlate col medico. Vi potrà suggerire di eliminare per alcuni giorni dalla dieta i cibi che probabilmente sono dannosi (ad esempio i prodotti caseari che sono un allergene frequente) per vedere se cambia qualcosa.

Ricordate infine che tutti gli alimenti che avete mangiato in gravidanza rappresentano sapori che il neonato già conosce, non abbiate quindi timore a consumare i cibi che preparate abitualmente.

Per gli alcolici c’è un divieto assoluto?

Se la mamma che allatta beve alcolici, una piccola quantità di alcol finisce nel suo latte.

La quantità di alcol che passa nel latte materno dipende dall’alcol presente nel sangue. Dopo aver bevuto un bicchiere, ci vogliono 2 ore per metabolizzare l’alcol e poter allattare con sicurezza. Non date al bambino il latte (né al seno né tirato) per almeno 2 ore dopo aver bevuto un bicchiere, 4 ore dopo aver bevuto 2 bicchieri e così via.

Se pensate di bere un po’ di più (fatelo dopo aver preso il ritmo dell’allattamento da almeno un mese), potete tirare il latte e poi buttarlo via.

La caffeina dà problemi?

È consigliabile limitare la quantità di caffeina consumata durante l’allattamento, esattamente come avviene con l’alcol. Una o due tazzine di caffè al giorno sono consentite, ma una quantità di caffeina maggiore potrebbe influire sull’umore e/o sul sonno del bambino.

Traduzione di Elisa Bruno

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31/07/2013 09:48 Condividi

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Mastite al seno: sintomi, cause e rimedi

Posted: 30 Jul 2013 02:09 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Diagnosi Cura Prevenzione Introduzione

La mastite è un’infezione del tessuto del seno che provoca dolore, gonfiore, calore e rossore. Se avete la mastite, probabilmente avrete anche la febbre e i brividi. Nella maggior parte dei casi colpisce le donne che allattano al seno (mastite puerperale), ma può anche verificarsi nelle mamme che non stanno allattando.

Quasi sempre la mastite puerperale si verifica nei primi tre mesi dopo il parto, ma può anche colpire nelle fasi successive dell’allattamento al seno. Questo disturbo può farvi sentire affaticate e stanche e crearvi problemi quando dovete prendervi cura del bambino.

A volte può portare la mamma a svezzare il bambino prima del tempo, ma in realtà si può tranquillamente continuare ad allattare quando si ha la mastite.

Cause

La mastite può essere causata da:

Ostruzione di un dotto. Se durante le poppate un seno non si svuota completamente, uno dei dotti può ostruirsi, far accumulare il latte e causare l’infezione del seno. Batteri che entrano nel seno. I batteri presenti sulla superficie della pelle e nella bocca del bambino possono entrare nei dotti attraverso una lesione del capezzolo o l’ingresso di un dotto. I batteri, poi, si possono moltiplicare causando un’infezione. Il bambino in ogni caso non corre rischi. Fattori di rischio

Tra i fattori di rischio ricordiamo:

Le prime settimane di allattamento dopo il parto sono quelle più comunemente colpite dall’infezione, Lesioni e ragadi sui capezzoli (ma la mastite può anche svilupparsi in assenza di lesioni), Uso di una sola posizione per l’allattamento, e svuotamento incompleto del seno, Uso di reggiseni troppo stretti che ostacolano il deflusso del latte, Stress od affaticamento eccessivo, Precedenti episodi di mastite durante l’allattamento: se in passato avete già sofferto di mastite è più probabile che ne soffriate di nuovo. Sintomi

I sintomi della mastite possono comparire all’improvviso e comprendono:

Dolore al seno o sensazione di calore all’interno del seno, Sensazione di malessere generale, Gonfiore del seno, Dolore o bruciore continuo oppure quando si allatta, Arrossamento del seno (spesso il seno è rosso solo nella zona intorno al capezzolo), Febbre pari o superiore ai 38,3 °C.

 

Di solito si verifica nelle prime settimane di allattamento, ma può comparire in qualsiasi momento; tende a colpire un solo seno, è raro che li colpisca entrambi.

Quando chiamare il medico

Nella maggior parte dei casi, la mamma avverte sintomi simili a quelli dell’influenza alcune ore prima di notare che una parte di uno dei seni è arrossata e dolente. Appena compare questa combinazione di segni e sintomi, è il momento di chiamare il dottore.

Il medico probabilmente vorrà visitarvi per confermare la diagnosi. Gli antibiotici per uso orale di solito sono molto efficaci per curare il disturbo. Se i sintomi non migliorano dopo due giorni di antibiotici, andate immediatamente dal medico per escludere problemi più gravi.

Pericoli

Se la mastite non viene curata bene oppure è connessa all’ostruzione di un dotto, nel seno si può formare un ascesso, cioè può raccogliersi del pus. L’ascesso di solito deve essere curato con un drenaggio chirurgico.

Per evitare questa complicazione, andate dal medico il prima possibile se avvertite sintomi dubbi.

Diagnosi

Il medico diagnostica la mastite basandosi sugli esiti della visita, sui sintomi come febbre, brividi e sul dolore in una zona del seno. Un altro sintomo inequivocabile è una zona arrossata a forma di scudo sul seno, che punta verso il capezzolo ed è dolorante al tatto. Durante la visita si accerterà che non abbiate un ascesso, una complicazione che si può verificare se la mastite non viene curata con tempestività.

Anche una forma rara di tumore al seno, il cancro mammario infiammatorio, provoca rossore e gonfiore che all’inizio potrebbero essere scambiati per mastite. Il medico può consigliarvi di fare una mammografia e potreste aver bisogno di una biopsia per escludere il tumore al seno.

Cura e terapia

La terapia della mastite di solito comprende:

Antibiotici. Per curare la mastite di solito bisogna assumere gli antibiotici per 10-14 giorni. Ricomincerete a sentirvi bene dopo 24-48 ore dall’inizio della terapia, ma è importante completare il ciclo per minimizzare il rischio di ricadute. Analgesici. In attesa che l’antibiotico faccia effetto, il medico può consigliarvi un analgesico leggero, come il paracetamolo o l’ibuprofene. Cambiamenti nella tecnica di allattamento. Ricordate di svuotare completamente il seno durante le poppate e di controllare che vostro figlio si attacchi correttamente al seno. Il medico potrà rivedere la tecnica di allattamento insieme a voi, oppure consigliarvi uno specialista che vi aiuti e vi dia un supporto continuo. Rimedi pratici. Riposatevi, continuate ad allattare al seno e bevete molti liquidi per aiutare il vostro organismo a combattere l’infezione al seno.

Se l’infezione non fosse guarita dopo la terapia antibiotica, ritornate dal medico.

Stile di vita e rimedi pratici

In caso di mastite potete continuare ad allattare senza alcun problema, anzi, faròp vi aiuterà a risolvere l’infezione al seno.

Per alleviare il dolore e il fastidio:

Continuate ad allattare come al solito, Riposatevi il più possibile, Evitate l’ingorgo, cioè evitate che il seno si riempia troppo prima di allattare vostro figlio, Usate diverse posizioni per allattare, Bevete molto, Se avete problemi a svuotare una parte del seno, mettete un asciugamano caldo e umido sul seno oppure fate una doccia calda prima di allattare o tirare il latte., Indossate un reggiseno per l’allattamento, Se allattare dal seno colpito vi fa troppo male o il bambino rifiuta quel seno, cercate di tirare il latte con il tiralatte o a mano. Prevenzione

Per far iniziare nel miglior modo possibile la relazione con vostro figlio e per evitare complicazioni, l’aiuto di un’ostetrica è insostituibile.

Minimizzate il rischio di infezione seguendo questi consigli:

Quando allattate svuotate completamente il seno, Fate svuotare completamente un seno prima di cambiare lato in ogni poppata, Se il bambino si attacca solo per alcuni minuti al secondo seno, oppure lo rifiuta, iniziate ad allattare da quel lato nella poppata successiva, Iniziate ogni volta da un seno diverso, Cambiate posizione di allattamento in ciascuna poppata, Controllate che vostro figlio si attacchi bene al seno, Non lasciate usare il vostro seno come un ciuccio. Ai bambini piace succhiare, e spesso rimangono attaccati al seno solo perché cercano calma e coccole, anche quando non hanno fame.

Fonte Principale: Mayo Clinic (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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04/07/2013 09:15 Condividi

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Blefarospasmo, quando la palpebra si chiude da sola

Posted: 03 Jul 2013 11:38 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Cura Introduzione

Il blefarospasmo è un movimento involontario della palpebra che si verifica ad intervalli di pochi secondi o di un minuto o due. In alcuni casi la contrazione muscolare è talmente forte che fa chiudere completamente la palpebra.

Non va confuso con le mioclonie palpebrali, un fenomeno simile ma di portata più limitata dal punto di vista sintomi e possibili complicazioni.

Cause

Il movimento di chiusura non è sempre continuo e può ripresentarsi all’improvviso anche dopo giorni, settimane o mesi. Non fa male, ma può essere molto fastidioso. Nella forma più comune il blefarospasmo non è pericoloso e guarisce spontaneamente, anche se può ripresentarsi di tanto in tanto.

In alcuni casi può essere uno dei primi sintomi di un disturbo cronico del movimento, soprattutto se è accompagnato da altri spasmi facciali. Di solito, però, la causa rimane sconosciuta.

Tra le cause identificate del blefarospasmo ricordiamo:

Assunzione di alcool, Esposizione a luci molto intense, Assunzione di caffeina, Affaticamento, Irritazione della superficie dell’occhio o delle palpebre, Carenza di sonno, Fumo, Stress, Vento.

I movimenti cronici e incontrollabili della palpebra che colpiscono entrambi gli occhi sono detti blefarospasmo essenziale benigno. La causa esatta è sconosciuta, ma questa forma può essere accompagnata da:

Blefarite, Secchezza oculare, Entropion, Sensibilità alla luce, Congiuntivite, Trichiasi, Uveite.

In casi rarissimi, il blefarospasmo può essere sintomo di disturbi cerebrali e del sistema nervoso, ma in questo caso è quasi sempre accompagnato da altri segni e sintomi. Tra le malattie del cervello e del sistema nervoso che possono causare il blefarospasmo ricordiamo:

Paralisi facciale (paralisi di Bell), Distonia cervicale, Distonia, Sclerosi multipla, Distonia oromandibolare e distonia facciale (un tipo diverso di distonia che a volte può essere accompagnato dal blefarospasmo), Morbo di Parkinson, Effetti collaterali dei farmaci, in particolare degli antiepilettici e degli antipsicotici, Sindrome di Tourette. Sintomi

Può esserci inizialmente un graduale aumento degli ammiccamenti (chiusura delle palpebre) o dell’irritazione agli occhi. Alcune persone possono anche avvertire fatica o ipersensibilità alla luce. Quando il disturbo avanza i sintomi diventano più frequenti e si possono sviluppare anche gli spasmi facciali. Il blefarospasmo può diminuire o cessare del tutto mentre una persona dorme o si concentra su un compito specifico distraendosi e pensando ad altro.

Spasmi ripetuti e incontrollabili della palpebra (di solito quella superiore) che dà come l’impressione di tremare. Forte sensibilità alla luce. Visione offuscata (sintomo meno diffuso dei precedenti). Quando chiamare il medico

Il movimento involontario della palpebra che trema di solito scompare da solo nel giro di alcuni giorni o alcune settimane. Andate però dal medico se:

Il problema non scompare nel giro di alcune settimane, La palpebra si chiude completamente oppure avete problemi ad aprire l’occhio, Avete altre contrazioni muscolari involontarie del viso, L’occhio è rosso e gonfio oppure perde liquido, oppure la palpebra cade. Pericoli

Se il problema è causato da una lesione alla cornea non diagnosticata, è possibile che l’occhio subisca danni permanenti: si tratta però di un’eventualità molto rara.

Cura e terapia

Il blefarospamso di solito scompare senza alcuna terapia, ma aspettando che passi, può essere utile:

Dormire di più, Bere meno caffeina, Lubrificare gli occhi con il collirio.

Se il tremore è molto grave lo si può curare temporaneamente con iniezioni di minime quantità di botulino.

Fonte Principale: Mayo (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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03/07/2013 09:14 Condividi

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Mioclonie, quando la palpebra trema

Posted: 02 Jul 2013 03:00 PM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Diagnosi Cura Introduzione

Una mioclonia è una contrazione muscolare rapida e involontaria: il singhiozzo, ad esempio, è una forma di mioclono. Anche le contrazioni muscolari involontarie che si verificano prima di addormentarsi sono una forma di mioclono (per esempio la gamba che si muove all’improvviso) così come quando la palpebra superiore inizia a tremare. Tutte queste forme colpiscono le persone sane e solo raramente rappresentano un problema.

Molto raramente è invece il risultato di una malattia neurologica (cioè di una patologia che colpisce il sistema nervoso), come l’epilessia o di un disturbo metabolico, oppure è una reazione a particolari farmaci.

In condizioni normali non serve alcun intervento medico, ma talvolta curare la causa del mioclono può essere utile per tenere sotto controllo i sintomi. Se la causa è sconosciuta o il disturbo non può ricevere una terapia specifica, la cura mira ad alleviare le conseguenze sulla qualità della vita del paziente.

Cause

Gli spasmi possono essere causati da problemi di diversa natura, i medici di norma distinguono vari tipi di mioclono a seconda delle cause, e così facendo possono capire meglio qual è la terapia più opportuna.

Mioclono fisiologico

Questa forma di mioclono si verifica nelle persone sane e solo in rari casi richiede una terapia. Tra gli esempi di mioclono fisiologico abbiamo:

singhiozzo, contrazioni muscolari durante l’addormentamento, tremori o spasmi causati dall’ansia o dall’esercizio fisico (per esempio la palpebra che trema), spasmi del neonato durante il sonno o dopo le poppate.


(Nel video si vede una mioclonia palpebrale leggera, con la palpebra superiore che trema leggermente)

Mioclono essenziale

Questa forma non è di norma accompagnata da altri sintomi e non è causata da disturbi a monte. La causa del mioclono essenziale spesso non viene diagnosticata (idiopatico), oppure è legata a fattori ereditari.

Mioclono epilettico

Questa forma è uno dei sintomi dell’epilessia. Le contrazioni muscolari possono essere il solo sintomo, oppure essere accompagnate da altri sintomi.

Mioclono sintomatico (secondario)

È una forma frequente di mioclonie. Le contrazioni muscolari sono causate da una patologia scatenante e le cause più comuni sono:

traumi alla testa o al midollo spinale, infezioni insufficienza renale o epatica, lipidosi, avvelenamento da sostanze chimiche o da farmaci, carenza di ossigeno prolungata, allergie a farmaci, patologie infiammatorie autoimmuni, disturbi metabolici.

Tra le patologie del sistema nervoso che possono provocare il mioclono secondario ricordiamo:

ictus, tumore al cervello, malattia di Huntington, morbo di Creutzfeldt-Jakob, morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson e demenza da corpi di Lewy, degenerazione cortico-basale, demenza frontotemporale, atrofia multi-sistemica. Sintomi

Chi è affetto dal mioclono spesso descrive i sintomi come contrazioni, tremori o spasmi:

improvvisi, di breve durata, involontari, di natura simile a uno shock, di intensità e frequenza variabili, localizzati in una parte del corpo, oppure che colpiscono tutto il corpo, in alcuni casi talmente gravi da non consentire di mangiare, parlare o camminare. Quando chiamare il medico

Se i sintomi diventano più frequenti e continui, andate dal medico per ulteriori accertamenti e per ricevere una diagnosi e una terapia corrette.

Diagnosi

Per diagnosticare correttamente una mioclonia il medico esaminerà la vostra storia medica, capirà quali sintomi avete e vi visiterà.

Per capire quali sono le cause del mioclono ed escludere altre possibili cause, il medico può consigliarvi diversi esami, tra cui ricordiamo i seguenti.

Elettroencefalografia (EEG)

Quest’esame registra l’attività elettrica del cervello e può essere utile per capire in quale zona del cervello si origina il mioclono. L’elettroencefalografia non è dolorosa e viene eseguita in meno di un’ora.

Per effettuare quest’esame, i medici fissano dei piccoli elettrodi al cuoio capelluto, con una pasta adesiva o con dei minuscoli aghi. Al paziente può essere richiesto di respirare profondamente per qualche minuto, di guardare delle luci forti o di ascoltare dei suoni.

Elettromiografia (EMG)

Quest’esame misura gli impulsi elettrici prodotti dai muscoli ed è utile per stabilire quali sono le terminazioni nervose interessate.

In quest’esame i medici fissano gli elettrodi su diversi muscoli, soprattutto su quelli direttamente coinvolti dagli spasmi. Uno strumento registra l’attività elettrica del muscolo a riposo e del muscolo contratto, ad esempio quando si piega il braccio. Questi segnali servono per capire da dove si origina il mioclono e quali sono le terminazioni nervose interessate dal disturbo. Quest’esame dura come minimo un’ora.

Risonanza magnetica (MRI)

La risonanza magnetica può essere usata per controllare se ci sono problemi strutturali o tumori nel cervello o nel midollo spinale, che potrebbero causare i sintomi.

La risonanza magnetica usa un campo magnetico e le onde radio per produrre immagini dettagliate del cervello, del midollo spinale e di altre zone dell’organismo.

Esami di laboratorio

Il medico può prescrivere gli esami del sangue e delle urine per escludere:

disturbi metabolici, malattie autoimmuni, diabete, patologie renali o epatiche, avvelenamento da droghe, farmaci o tossine. Cura e terapia

La terapia delle mioclonie è più efficace quando si riesce a diagnosticare una causa reversibile e curabile, cioè quando il mioclono è causato da un’altra patologia, dall’uso di determinati farmaci o da una tossina.

Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non è possibile curare né risolvere la causa a monte, quindi la terapia mira ad alleviare i sintomi, soprattutto se sono invalidanti. Non esistono farmaci specifici, ma i medici hanno preso a prestito le terapie per altri disturbi per alleviarne i sintomi.

Farmaci

Tra i farmaci prescritti con maggior frequenza per la terapia ricordiamo:

Tranquillanti. Il clonazepam (Rivotril®) è il farmaco prescritto con maggior frequenza per la terapia dei sintomi del mioclono. Può causare effetti collaterali, come il giramento di testa e le vertigini. Antiepilettici. Anche i farmaci usati per la terapia dell’epilessia si sono dimostrati utili per combattere i sintomi del disturbo. Gli antiepilettici usati con maggior frequenza per la terapia del mioclono sono il levetiracetam, l’acido valproico e il primidone. L’acido valproico può causare effetti collaterali come la nausea. Tra gli effetti collaterali del levetiracetam ricordiamo l’affaticamento e le vertigini. Altre terapie

Le iniziezioni di Botox (onabotulinumtossina A) possono essere utili per curare diverse forme di mioclono, soprattutto se la zona colpita è una sola. Le tossine botuliniche interrompono il rilascio della sostanza chimica che scatena le contrazioni muscolari.

Intervento chirurgico

Se i sintomi sono causati da un tumore o da una lesione del cervello o del midollo spinale, l’intervento chirurgico può rappresentare una possibilità. Anche nei pazienti in cui il mioclono colpisce il volto o l’orecchio può essere utile l’intervento chirurgico.

La stimolazione cerebrale profonda (DBS) è stata sperimentata in alcuni pazienti affetti da mioclonie e da altri disturbi del movimento, e attualmente è oggetto di ricerche approfondite.

Fonte Principale: Mayo (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

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11/06/2013 09:33 Condividi

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Processionaria del pino: eritema, sintomi e rimedi

Posted: 10 Jun 2013 07:24 AM PDT

Introduzione Cause Sintomi Quando chiamare il medico Pericoli Cura Prevenzione Introduzione

La processionaria del pino (in alcune regioni chiamata “Gatta Pelosa”) è un insetto distruttivo che attacca tutte le specie di alberi del genere Pinus.

Il loro nome nasce dall’abitudine delle larve di spostarsi in rigorosa fila indiana, formando una sorte di “processione”.

Processionaria del pino, le larve in fila indiana

Processionaria del pino

La larva misura circa 4 cm di lunghezza, è ricoperta di peli di colore bruno con macchie rossastre e una fascia giallastra.

L’interesse medico di questo insetto nasce dal fatto che usa come forma di difesa numerosi peli, urticanti al contatto con la pelle; la probabilità maggiore di incontrarla è nei mesi primaverili, tipicamente attorno a marzo-aprile, ma in alcuni casi fino a luglio ed oltre, quando le larve escono dai nidi.

Toccare una processionaria causa una forte dermatite da contatto (allergia) e nei casi più gravi sintomi anche molto più severi.

Spesso il parassita è causa di gravi reazioni anche negli animali, molto spesso nei cani, che annusando il terreno possono venirne a contatto sviluppando reazioni anche gravi. L’eventuale ingestione può essere fatale.

Cause

Purtroppo l’eritema non si manifesta solo per il contatto diretto con l’insetto, ma è sufficiente frequentare le zone in cui questo è diffuso in quanto i peli si trovano sospesi nell’aria e si depositano su uomini, animali e terreno. La processionaria è in grado infatti di liberare nell’aria migliaia di peli urticanti quando viene molestata.

È abbastanza facile riconoscere le zone infestate da questi insetti per la presenza di nidi setosi di colore bianco sviluppati sulle terminazioni dei rami dei pini.

Sintomi

Quando i peli urticanti vengono a contatto con la pelle può comparire un fastidioso eritema papuloso (una papula è un piccolo rilievo della pelle, senza liquido al suo interno) accompagnato da rossore, bruciore ed un forte prurito che può durare diversi giorni. Più raramente si manifestano bolle o vescicole, segno in genere di reazioni più gravi.

Più importanti sono le conseguenze quando i peli, od anche i loro frammenti, vengono a contatto con le mucose (occhio, naso, bocca) o peggio quando penetrano le vie respiratorie e/o digestive (vengono cioè inalati o deglutiti); per esempio sono comuni le congiuntiviti da processionaria, caratterizzate da rossore, prurito, fastidio ed abbondante lacrimazione.

Quando invece i peli vengono respirati può manifestarsi asma.

I sintomi possono comparire anche molte ore dopo il contatto, quindi non è sempre intuitivo risalire alla causa, e durano per diversi giorni.

Quando chiamare il medico

In genere non è indispensabile il parere del medico in quanto l’eritema da processionaria tende a risolversi spontaneamente entro qualche giorno; utile invece rivolgersi al pediatra quando si manifesta la reazione allergica nei bambini, oppure per grandi e piccoli è consigliabile il parere del curante per reazioni molto estese o quando ad essere interessati sono occhi, bocca o le vie respiratorie/digestive.

Nei casi di sintomi sistemici gravi (mancanza di respiro, vomito, abbassamento di pressione, malessere generale, …) è necessario rivolgersi urgentemente al Pronto Soccorso.

Pericoli

In genere non si va incontro a particolari rischi, ma in soggetti sensibili sono stati descritti casi di shock anafilattico.

In rari casi si possono verificare danni permanenti alla vista.

Cura e terapia

In caso di contatto si consiglia di:

fare una doccia, lavarsi i capelli e cambiare gli abiti (maneggiandoli con i guanti) sui quali potrebbero ancora essere presenti peli urticanti, evitare di grattare le zone colpite per non aumentare il prurito e l’infiammazione, lavare gli abiti contaminati ad almeno 60° manneggiandoli con i guanti, valutare l’uso di rimedi antiallergici topici (creme e geli), recarsi dal medico, al protrarsi dei sintomi.

La terapia viene calibrata in base alla gravità dei sintomi, il farmaco di elezione è il cortisone da applicarsi localmente (crema) o da somministrarsi per via sistemica (orale o in fiale da iniettare). (Fonte: LucianoSchiazza.it)

Utile evitare l’esposizione al sole dell’eritema.

Prevenzione

La prevenzione consiste semplicemente nell’evitare zone infestate dalle larve e dall’uso di indumenti lunghi a protezione della pelle; ovviamente da evitare il contatto diretto nel caso di incontro con l’insetto.

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